17 giugno 2012

Europei 2012. AntiGuida del Gruppo B

La Germania è la nazione guida dell’Europa. La grande forza economica non discende solo dal genio dei suoi capitani d’industria o dalla sapiente gestione dei suoi manager di stato. La Germani guarda tutti dall’alto in basso perché è lo stato europeo che in questi anni ha più saputo rinnovarsi, ha saputo cogliere le opportunità della modernità, ha trovato uomini che hanno saputo vedere lontano. Quel giovedì 9 novembre 1989 c’era una leggera pioggerella ad accompagnare l’abbattimento di un muro che per 28 anni aveva segnato la Vergogna dell’Europa: era tempo di cambiare, di entrare in una nuova fase della Germania e del Mondo. Un paio di mesi dopo sarebbe nato, nell’ex Germania Est, Toni Kroos, centrocampista chiave della formazione di Jogi Loew agli Europei di Polonia, e uomo che incarna il cambiamento di passo teutonico. Che, come quello della Germania-Paese, viene da lontano. Individuiamo un passaggio simbolico nei Mondiali under 17 del 2007 in SudCorea. Lì, Horst Hrubesch, centravanti panzer della Germania anni Ottanta, raccoglie i primi frutti dello straordinario lavoro che ha cominciato dalle selezioni giovanili. Quel Mondiale lo vince la Nigeria, ma la squadra simbolo è la Germania, che si ferma in semifinale. E’ una Germania multietnica, che raccoglie i frutti di un Paese che sta cambiando, che si apre totalmente al Mondo, che beneficia della multiculturalità. E’ una Germania in cui brilla, in mezzo al campo, il genio di Toni Kroos, proclamato miglior giocatore del Torneo ma che si avvale pure della vigoria di Sven Bender e in cui già viene provato il giovanissimo Mario Goetze. Tutti e tre sono impegnati in questo Europeo, e buona parte di quella rosa fa bella figura in Bundesliga, il torneo forse meglio organizzato del Vecchio Continente, segnale che dietro quel risultato del campo, c’è stata lungimiranza e programmazione. In quegli anni, con quelle giovanili nasce anche un altro spirito, un altro approccio al calcio, che deflagra negli ultimi tempi: la Germania, forse nella prima volta della sua storia, gioca un football esteticamente gradevole, propositivo. Il merito è certo di Joachim Loew, ma pure, e molto, anche di un intruso, di un visionario del calcio che ha scelto la Baviera per il suo ultimo valzer. Il Bayern Monaco, molto spesso squadra guida, soprattutto filosoficamente, del calcio tedesco, guidato da Louis van Gaal ha agevolato il nuovo corso di Loew. Senza di lui, in un certo senso, non ci sarebbe stato subito il boom dei Klopp e dei Tuchel. tecnici tedeschi che oggi rappresentano l’Avanguardia teutonica.
L’esplosione di Thomas Muller, l’esordio di Badstuber, la posizione in campo e l’accrescimento di leadership di Bastian Schweinsteiger: tutta cortesia del genio olandese, tutte cose che ritroviamo oggi nel Mannschaft. Tutte cose che van Gaal non ha saputo evocare quando lui era seduto sulla panchina della sua Nazionale, l’Olanda. Perché i geni non valgono per tutte le stagioni, e oggi sulla panca degli Orange c’è un tecnico dal profilo insignificante, ma che è andato vicino come nessuno al titolo Mondiale. Impermeabile alle critiche estetiche del gioco dell’Olanda, van Marwijik ha tramutato l’Olanda nella vecchia Germania. Sostanza, solidità, cinismo, e che i fenomeni (e in questo Europeo c’è van Persie, c’è Robben, c’è Sneijder, c’è van der Vaart...)  che son davanti ci risolvano la gara, noi dietro proviamo a tenere. I risultati gli han dato ragione, fin qui, almeno. Ma l’Olanda, che pure ha un substrato storico che non può improvvisamente cancellare, perde sempre più di appeal, come lo stato olandese: da regno del laissez faire in termini di diritti sociali e personali, sta diventando un’oasi di diffidenza e indifferenza che ha avuto anche derive xenofobe. La Danimarca in questo nuova proposta dell’Europa ci ha sempre creduto poco, fin dalla prima, storica bocciatura del Trattato di Maastricht, principio degli anni ’90. Ironia della sorte è oggi alla guida del Consiglio EU, però, forse non a caso, in uno dei momenti più bui della storia della Nuova Europa. Il calcio danese ha invece sussulti importanti (prendiamo il talento Eriksen) ma a livello d’insieme convince praticamente nessuno, seppur il loro girone di qualificazione l’han vinto bene. E l’hanno vinto battendo il Portogallo, che  sperava n qualcosa di diverso con l’apertura all’Europa, dopo un oscuro periodo di esilio salazarista e, soprattutto, una filosofica scelta di preferenza per gli oceani lontani. In mezzo a quell’oceano, a Madeira, è nato il più sublime talento del suo calcio, Cristiano Ronaldo, che nella sofferta posizione economica attuale del Paese è diventato, probabilmente con Mourinho, addirittura una specie di punto di riferimento. Brutta storia, quando un paese ha necessità di eroi, e per di più si rivolge al calcio. Ma se in termini di futebol, il principale difetto è sempre stato quello della mancanza di un grande centravanti (e qui agli Europei la maledizione del numero nove prosegue intatta), al portoghese-tipo si è spesso rimproverato difetto di personalità, di forza e consapevolezza nel proprio “io” e soprattutto nel proprio “noi” (è forse l’unico Paese colonizzatore ad aver, sotto sotto, un complesso di inferiorità per il Paese colonizzato: e la sempre più spedita economia brasiliana non fa che accentuare tale assunto...). Ecco, qui l’ego di Mourinho, i successi di Mou e di Cristiano, possono, almeno un po’ aiutare. Ecco, qui il CT Paulo Bento e i suoi, a questo Europeo possono dare un bel contributo.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: GDP

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