27 giugno 2012

Ronaldo, lo Sporting e le strade in salita

Una strada in salita. Cristiano Ronaldo ne aveva viste poche di strade così: Lisbona era curiosa, unica. Si stava preparando per accogliere l’Expo, una manifestazione che avrebbe dovuta aprirla finalmente all’Europa, dopo gli anni del salazarismo e le incomprensioni con il resto del Continente, durante gli Ottanta, quando il Portogallo rimaneva nella periferia di tutti gli orizzonti possibili.
Funchal era molto diversa da Lisbona. Piantata in mezzo all’Atlantico, l’isola di Madeira, dove CR7 è nato, era ed è un altro mondo. È solo 11enne quando il brufoloso Cristiano Ronaldo muove i primi passi nella magica Praça do Comercio. Lo Sporting, stufo di attendere il pagamento dei diritti di formazione di un certo Franco da parte del Nacional, si convince a effettuare un provino al ragazzino. L’ufficio finanziario del club meno potente di Lisbona prova a dissuadere qualche dirigente: le casse sono vuote. «Me lo deve mettere per iscritto che sto bambino arriverà in prima squadra...», Aurelio Pereira, apprezzato dirigente sportinguista, resiste all’affronto dei burocrati della società biancoverde, e cala il carico: «Questo diventerà un fuoriclasse».


All’Academia Sporting era passata gente come Futre e Luis Figo, ragazzini diventati fenomeni: gli osservatori e i tecnici meritavano credito. Cristiano era però difficile da gestire: veniva da un altro mondo, molti compagni lo sfottevano per le abitudini e per quel modo strano di parlare portoghese, con parole che nemmeno esistevano a Lisbona. Unico conforto, il telefono: la voce di mamma Dolores. Che è ancora oggi la più ascoltata dal giocatore, perché la parola di una donna che tira su tre figli con in casa un uomo alcolizzato e senza soldi vale sempre di più di quella di un procuratore affamato di soldi.
La strada è stata in salita, e Cristiano è arrivato davvero in cima: merito anche di una costanza, di una serietà negli allenamenti che difficilmente si riscontra in altri che non hanno nemmeno la metà del suo talento calcistico. Cristiano convince quasi subito tutti, pure i tipi dell’ufficio finanziario, che presto troveranno sul tavolo un cospicuo assegno di Sir Alex Ferguson: valeva la pena rinunciare ai 250.000 Euro del Nacional per questo ragazzo.


Porto e Benfica si dividono i titoli della SuperLiga portoghese, ma a livello giovanile, nessuno forma giocatori (anche grandissimi giocatori) come lo Sporting. Una delle sfornate migliori riguarda i nati nel 1986. Un gruppo di giovani che non hanno mai condiviso lo spogliatoio con Cristiano Ronaldo, nato nel 1985 e quasi sempre fatto giocare con le categorie superiori. Però all’Alvalade, João Moutinho, Nani e Miguel Veloso hanno incrociato migliaia di volte CR7. I tre sono gli uomini chiave del Portogallo a questo Europeo. Cristiano è certamente un fuoriclasse, che fagocita l’interesse di media e tifosi, ma la Selecção che oggi sfida la Spagna, anche con diverse chances, è arrivata fino alla semifinale anche per merito loro. Moutinho, l’uomo-assist per Cristiano nel quarto di finale contro la Repubblica Ceca, assicura dinamismo e qualità in mezzo, Veloso è il metronomo, Nani l’uomo che deve approfittare dei raddoppi che la maggior parte delle squadre è costretta a organizzare intorno a Ronaldo.


Insieme hanno vinto tanti tornei giovanili, e sfiorato diversi titoli tra i grandi. Uno però è andato, lui pure, alla corte di Ferguson al Manchester United (Nani), l’altro ha provato l’avventura italiana e ora sta per trasferirsi in ucraina (Veloso), l’ultimo ad andarsene dallo Sporting è stato l’ex capitano dei biancoverdi, Moutinho, che è andato a vincere al Porto.Tanti sportinguisti in campo, uno anche in panchina, visto che Paulo Bento, il commissario tecnico è diventato allenatore nelle giovanili dei Leoni, per poi salire di categoria e guidare i grandi, prima del salto in Nazionale. Tanti sportinguisti, sì, ma oggi nessuno di questi indossa il biancoverde. C’è sempre tanto orgoglio per avere formato la parte buona della nazionale, ma per lo Sporting le strade di Lisbona (e del Portogallo tutto) rimangono in perenne salita...

CARLO PIZZIGONI
Fonte: GDP

22 giugno 2012

Europei 2012: il Portogallo di Paulo Bento

Ho scritto per il Guerin Sportivo il pezzo di presentazione sul Portogallo, prima degli Europei.


Esaurita ormai definitivamente l'era della Geração de Ouro, quella dei Luis Figo e dei Rui Costa, il Portogallo mantiene una posizione d'élite nel football continentale non solo per la presenza in squadra di un fuoriclasse come Cristiano Ronaldo.  L'attaccante del Real Madrid è evidentemente al centro del progetto, e non solo in termini esclusivamente sportivi, tuttavia il rischio in questi casi è quello di costruire una squadra che appassisce dietro il talento dell'isola di Madeira, invece di esaltarlo. E' una questione tecnica e psicologica, coinvolge il terreno di gioco ma non può limitarsi ad esso. Per sviluppare tale compito la federazione portoghese ha scelto, dopo il regno di Felipe Scolari e il flop di un tecnico preparato e ammirato come Carlos Queiroz, di affidarsi a Paulo Bento. Ex centrocampista dal cervello fino, tecnico delle giovanili dello Sporting promosso in prima squadra, Paulo Bento è arrivato presto alla Nazionale. E da subito ha mostrato idee chiare. Dal primo giorno il commissario tecnico ha voluto una squadra che aggredisse l'avversario e la partita: in campo si vedono subito i primi risultati. Ma era soprattutto importante “ripulire” l'ambiente dopo le polemiche intestine del periodo legato all'era Queiroz. E non era facile. L'ex tecnico del Real Madrid, protagonista in panchina di tutte le vittorie a livello giovanile della Generazione d'Oro del futebol portoghese, non è riuscito a trovare una linea condivisa e ferma nella gestione, e i brusii dello spogliatoio sono presto diventati boati impossibili da accomodare. Paulo Bento ha deciso di costruire il gruppo, di edificare lo spirito di squadra senza fare sconti a nessuno ed è arrivato a scontrarsi con diverse personalità forti del calcio portoghese, fuori e dentro il terreno di gioco. Con alcune il dibattito acceso ha trovato una via d'uscita proficua, con altre, come Ricardo Carvalho e Bosingwa, c'è stato uno strappo che non è stato ricucito e che ha portato alla non convocazione dei reprobi, condita da velenose polemiche accese sui giornali. Almeno finora, però, il tecnico ha avuto il supporto dei risultati, ha ripreso un girone di qualificazione iniziato male sotto la passata giurisdizione e nei playoff ha spazzato via senza problemi la temibile Bosnia e Erzegovina di Dzeko e Pjanic. Grazie soprattutto alla compattezza, e nonostante i diversi infortuni, che lasceranno peraltro lontano da Polonia e Ucraina il bomber dello Zenit, Danny. La Federazione lusitana, in passato non certo brillantissima nella gestione tecnica, ha stavolta giustamente rinnovato almeno fino ai Mondiali 2014 il contratto di Paulo Bento: ci crede. Diversi i meriti che il CT può appuntarsi al petto. Uno in particolare ha convinto tanti commentatori e dirigenti. La capacità di gestire molto bene le partite importanti è stato un segnale davvero forte per l'ambiente, che Paulo Bento ha trovato decisamente depresso e alquanto sfiduciato. Tale capacità distingue certamente questo Portogallo dalle versioni precedenti, anche se permangono, ormai è un classico portoghese esattamente come un film di Manuel de Oliveira, l'assenza in squadra di un centravanti finalizzatore così come di un portiere di fiducia. In porta, Rui Patricio  deve ancora dimostrare di valere appieno quanto di buono si è sempre detto su di lui fin dalle giovanili dello Sporting, mentre Eduardo, dopo l'anno disastroso col Genoa, si è ritrovato spettatore non pagante nelle partite del Benfica, scavalcato con merito dall'ex Roma Artur. In avanti si punterà su Hugo Almeida, non esattamente un cecchino, o sull'ex grande promessa (mai mantenuta) Helder Postiga, nella speranza che la buona vena di Cristiano Ronaldo e di Nani possa improvvisamente accenderli.
Cristiano in questa Nazionale rimane sempre il discrimine tra un'aurea mediocritas e l'élite assoluta. Il solo fatto di essere in campo, come dimostra la straordinaria stagione di quest'anno sotto José Mourinho al Real Madrid, è di per sé un grande vantaggio per la sua squadra, poi nelle giornate dove il fuoriclasse di Madeira è illuminato, il Portogallo può usufruire di un paio di giocate che cambiano l'inerzia di una partita. L'importante, comunque, è quello di metterlo in condizione di fare male agli avversari. La situazione in cui gli si recapita la palla tra i piedi nella speranza che, da fermo, possa inventarsi chissà cosa (cliché consumato in passate gestioni) è doppiamente controproducente; primo, perché quando  le giocate non gli riescono, la grande responsabilità che tutti, naturalmente, gli consegnano e che il ragazzo sente tantissimo, lo spinge a forzare situazioni non produttive; secondo, perché la squadra, in quei frangenti, smette di giocare in maniera compatta, anzi spesso proprio smette letteralmente di giocare, perdendo concentrazione e attenzione e regalando opportunità agli avversari.
 Alla Selecçao manca anche un numero 10, un regista offensivo che era una presenza fissa negli ultimi anni, da Rui Costa a Deco: sarà il ritmo, la pressione alta a stabilire i tempi di gioco. Il giocatore brasiliano in forza al Fluminense ha detto addio alla sua nazionale adottiva, così come hanno salutato la maglia con gli scudi sul petto anche Paulo Ferreira, Miguel, Simão e Tiago. Mica poco, considerando che i portoghesi sempre poco più di dieci milioni di anime rimangono.
Senza un creativo in mezzo, il commissario tecnico ha optato per il 4-3-3. Ha qualche chances di finire tra i titolari del centrocampo anche Miguel Veloso del Genoa, mentre ad oggi paiono intoccabili, in mezzo, Raul Meireles e João Moutinho. Accantonato un po' per scelta e un po' per l'indisponibilità di Carvalho, l'esperimento (tra l'altro poco fruttuoso) di Pepe davanti alla difesa, il centrale brasiliano naturalizzato portoghese sarà l'uomo chiave del pacchetto arretrato, supportato da Bruno Alves e con due laterali di grande spinta come João Pereira e il madridista, ex ala sinistra, Fabio Coentrão.
Sui generis, l'Europeo è tradizionalmente un torneo molto competitivo già dal primo incontro e il Portogallo ha un girone, tutt'altro che agevole, che comprende una delle favorite, la Germania, una outsider pericolosa e talentuosa come l'Olanda più la Danimarca, che ha vinto il gruppo di qualificazione dei lusitani. Il rischio è quello di deragliare subito. Ma la squadra ha oggi molta fiducia e se riesce a consolidarla durante il tortuoso percorso del torneo può arrivare fino alla stazione finale. Magari riuscendo a cancellare l'impresa al contrario, tipicamente portoghese, che ha visto i lusitani attapirati spettatori dei festeggiamenti della Cenerentola Grecia, nell'Europeo casalingo del 2004.


CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

21 giugno 2012

Corinthians in finale di Copa Libertadores: come hanno giocato Paulinho e Neymar?

Dopo più di cento anni di gloriosa storia, nell'anno in cui mediaticamente nessuno puntava su di loro, il Corinthians raggiunge la sua prima finale di Copa Libertadores. Dopo la vittoria dell'andata a Vila Belmiro, al Timão è stato sufficiente pareggiare in casa per eliminare il Santos, campione uscente.



Corinthians. Lo abbiamo ribadito più volte, seguendo il percorso del Timão in Libertadores: la squadra di Tite è quella che, tra le favorite alla vittoria finale, ha offerto maggiore solidità. Grande attenzione nelle spaziature, perfetta collaborazione tra i reparti, grande capacità di concentrazione sono alcune delle caratteristiche più evidenti di questo monolite chiamato Corinthians. L'attacco ordinato, speso proposto con ripartenze, non modifica mai l'equilibrio della squadra, che non va mai in parità numerica difensiva nelle zone pericolose del campo. Quando la difesa è schierata, poi, c'è davvero poco da fare: la linea non è altissima, e c'è molta attenzione alla fase di pressing a non concedere spazi interni. Solo un super talento come Neymar è riuscito a trovare qualche pertugio, ma mai con continuità. Il lavoro di Tite è stato ottimo, e molto sottovalutato, soprattutto in Patria: la storia, anche se sarebbe più giusto dire il cliché legato al futebol del joga bonito, esigerebbe un altro tipo di proposta di calcio per una squadra brasiliana. La diversità del Corinthians è stata però vincente: farà scuola?

Neymar. Il ragazzo d'oro del calcio brasiliano (e mondiale) esce battuto dalla semifinale, ma non ridimensionato. Neymar è più di un talento, è un giocatore vero pronto a fare la differenza a qualunque livello, già da subito. Prima sull'esterno, poi da centravanti: l'uomo con la cresta è stata l'unica opzione offensiva credibile del Santos, e non solo in quest'ultima partita. Spesso ha inventato giocate anche triplicato o partendo da fermo. Non sempre le sue ricezioni sono state pulite, ma non si è mai scoraggiato e ha provato fino alla fine a trovare la rete che avrebbe regalato la seconda finale di Libertadores in due anni al Peixe. Classe 1992, rimarrà quasi sicuramente in Brasile fino al Mondiale casalingo del 2014. Toccherà vedere parecchio futebol brasiliano, per ammirare questo fenomeno. Bravo anche a fine partita, davanti a un microfono, dove fa i complimenti agli avversari e dice pure che tiferà per loro, per il calcio del suo Paese, nella prossima finale di Libertadores.

Paulinho. In Italia lo hanno cercato Inter e Roma, e forse qualche altra squadra. Il Cska Mosca ha offerto circa 10 milioni per portarlo in Russia e in Spagna hanno chiesto informazioni su di lui, specialmente da Valencia. Nel Corinthians di Tite è l'uomo disequilibrante del centrocampo: forza fisica, capacità realizzative di piede e di testa ( suo l'assist nel gol dell'andata che ha reagalato il vantaggio decisivo al Corinthians nel duello tutto brasiliano), buone letture nelle transizioni offensive.  Inserito nel mosaico perfetto di Tite brilla enormemente. Il giocatore è sicuramente di ottimo livello. Due i dubbi che però qualche osservatore nutre su di lui, in vista di un approdo europeo . Fuori dal campo è certo un ragazzo a posto, ma potrebbe pesare a livello psicologico il fallimento della sua prima esperienza nel Vecchio Continente: il transito da giovanissimo in Polonia, dove il solito impresario poco lungimirante lo aveva spedito, non è stato tutta rosa e fiori. E infatti Paulinho vuole valutare bene l'eventaule destinazione, altrimenti rimane qui in Brasile, idolo di una torcida di 35 milioni di tifosi appassionati. Poi c'è un discorso tecnico: Paulinho è perfetto per questo sistema, ma non è un giocatore totale, in altri contesti le sue qualità non sarebbero così esaltate e i suoi difetti probabilmente resi più visibili. Al Corinthians se lo tengono volentieri: e sperano di vederlo presto in una foto con al fianco l'imponente Copa Libertadores...

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Tropico del Calcio

19 giugno 2012

Europei 2012. Uomini: Blokhin

Oleh Blokhin
(Kiev, 1952)

E’ stato per anni il simbolo della Nazionale sovietica, partecipando da capitano poco giocatore anche alla spedizione di Messico 1986, quando l’Urss del Colonnello Lobanovskiy era il più avanzato laboratorio calcistico del Mondo. Laboratorio replicato nella Dinamo Kiev, sempre con il coach santone, che rappresentava, in nuce, la Nazionale ucraina quando ancora le mappe e la burocrazia non la prevedevano. Meno studioso del Colonnello ma con un infinito carisma, ha guidato la Selezione gialloblù nel Mondiale del 2006, portandola fino al sogno dei quarti di finale, dove si è arreso all’Italia. Un monumento del genere doveva essere riproposto per gli Europei casalinghi.


CP per GDP

17 giugno 2012

Europei 2012. AntiGuida del Gruppo B

La Germania è la nazione guida dell’Europa. La grande forza economica non discende solo dal genio dei suoi capitani d’industria o dalla sapiente gestione dei suoi manager di stato. La Germani guarda tutti dall’alto in basso perché è lo stato europeo che in questi anni ha più saputo rinnovarsi, ha saputo cogliere le opportunità della modernità, ha trovato uomini che hanno saputo vedere lontano. Quel giovedì 9 novembre 1989 c’era una leggera pioggerella ad accompagnare l’abbattimento di un muro che per 28 anni aveva segnato la Vergogna dell’Europa: era tempo di cambiare, di entrare in una nuova fase della Germania e del Mondo. Un paio di mesi dopo sarebbe nato, nell’ex Germania Est, Toni Kroos, centrocampista chiave della formazione di Jogi Loew agli Europei di Polonia, e uomo che incarna il cambiamento di passo teutonico. Che, come quello della Germania-Paese, viene da lontano. Individuiamo un passaggio simbolico nei Mondiali under 17 del 2007 in SudCorea. Lì, Horst Hrubesch, centravanti panzer della Germania anni Ottanta, raccoglie i primi frutti dello straordinario lavoro che ha cominciato dalle selezioni giovanili. Quel Mondiale lo vince la Nigeria, ma la squadra simbolo è la Germania, che si ferma in semifinale. E’ una Germania multietnica, che raccoglie i frutti di un Paese che sta cambiando, che si apre totalmente al Mondo, che beneficia della multiculturalità. E’ una Germania in cui brilla, in mezzo al campo, il genio di Toni Kroos, proclamato miglior giocatore del Torneo ma che si avvale pure della vigoria di Sven Bender e in cui già viene provato il giovanissimo Mario Goetze. Tutti e tre sono impegnati in questo Europeo, e buona parte di quella rosa fa bella figura in Bundesliga, il torneo forse meglio organizzato del Vecchio Continente, segnale che dietro quel risultato del campo, c’è stata lungimiranza e programmazione. In quegli anni, con quelle giovanili nasce anche un altro spirito, un altro approccio al calcio, che deflagra negli ultimi tempi: la Germania, forse nella prima volta della sua storia, gioca un football esteticamente gradevole, propositivo. Il merito è certo di Joachim Loew, ma pure, e molto, anche di un intruso, di un visionario del calcio che ha scelto la Baviera per il suo ultimo valzer. Il Bayern Monaco, molto spesso squadra guida, soprattutto filosoficamente, del calcio tedesco, guidato da Louis van Gaal ha agevolato il nuovo corso di Loew. Senza di lui, in un certo senso, non ci sarebbe stato subito il boom dei Klopp e dei Tuchel. tecnici tedeschi che oggi rappresentano l’Avanguardia teutonica.
L’esplosione di Thomas Muller, l’esordio di Badstuber, la posizione in campo e l’accrescimento di leadership di Bastian Schweinsteiger: tutta cortesia del genio olandese, tutte cose che ritroviamo oggi nel Mannschaft. Tutte cose che van Gaal non ha saputo evocare quando lui era seduto sulla panchina della sua Nazionale, l’Olanda. Perché i geni non valgono per tutte le stagioni, e oggi sulla panca degli Orange c’è un tecnico dal profilo insignificante, ma che è andato vicino come nessuno al titolo Mondiale. Impermeabile alle critiche estetiche del gioco dell’Olanda, van Marwijik ha tramutato l’Olanda nella vecchia Germania. Sostanza, solidità, cinismo, e che i fenomeni (e in questo Europeo c’è van Persie, c’è Robben, c’è Sneijder, c’è van der Vaart...)  che son davanti ci risolvano la gara, noi dietro proviamo a tenere. I risultati gli han dato ragione, fin qui, almeno. Ma l’Olanda, che pure ha un substrato storico che non può improvvisamente cancellare, perde sempre più di appeal, come lo stato olandese: da regno del laissez faire in termini di diritti sociali e personali, sta diventando un’oasi di diffidenza e indifferenza che ha avuto anche derive xenofobe. La Danimarca in questo nuova proposta dell’Europa ci ha sempre creduto poco, fin dalla prima, storica bocciatura del Trattato di Maastricht, principio degli anni ’90. Ironia della sorte è oggi alla guida del Consiglio EU, però, forse non a caso, in uno dei momenti più bui della storia della Nuova Europa. Il calcio danese ha invece sussulti importanti (prendiamo il talento Eriksen) ma a livello d’insieme convince praticamente nessuno, seppur il loro girone di qualificazione l’han vinto bene. E l’hanno vinto battendo il Portogallo, che  sperava n qualcosa di diverso con l’apertura all’Europa, dopo un oscuro periodo di esilio salazarista e, soprattutto, una filosofica scelta di preferenza per gli oceani lontani. In mezzo a quell’oceano, a Madeira, è nato il più sublime talento del suo calcio, Cristiano Ronaldo, che nella sofferta posizione economica attuale del Paese è diventato, probabilmente con Mourinho, addirittura una specie di punto di riferimento. Brutta storia, quando un paese ha necessità di eroi, e per di più si rivolge al calcio. Ma se in termini di futebol, il principale difetto è sempre stato quello della mancanza di un grande centravanti (e qui agli Europei la maledizione del numero nove prosegue intatta), al portoghese-tipo si è spesso rimproverato difetto di personalità, di forza e consapevolezza nel proprio “io” e soprattutto nel proprio “noi” (è forse l’unico Paese colonizzatore ad aver, sotto sotto, un complesso di inferiorità per il Paese colonizzato: e la sempre più spedita economia brasiliana non fa che accentuare tale assunto...). Ecco, qui l’ego di Mourinho, i successi di Mou e di Cristiano, possono, almeno un po’ aiutare. Ecco, qui il CT Paulo Bento e i suoi, a questo Europeo possono dare un bel contributo.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: GDP

16 giugno 2012

Europei 2012. Uomini: Gebre Selassie

Theodor Gebre Selassie 
(Třebíč, 1986)

Le sue maratone sono solo sulla fascia destra, è un terzino che fa avanti e indietro, senza disdegnare la conclusione in porta. Mamma è ceca, papà etiope, ma solo omonimo del mito Haile. Theo è nato in Moravia e sta crescendo al centro della Boemia, a Liberec, nello Slovan. E’ il primo giocatore di colore a indossare la maglia della Repubblica Ceca. Si dice orgoglioso e onorato della cosa. Sui giornali di Addis Abeba, c’è sovente un trafiletto per lui.


CP per GDP

14 giugno 2012

Il Corinthians sbanca Vila Belmiro: la finale di Copa Libertadores 2012 è vicina


Un gran gol del contestato Emerson Sheik decide la sentitissima finale di andata di Copa Libertadores: il Corinthians vince 1-0, con merito, a Vila Belmiro, contro un Santos poco incisivo davanti e ha già un piede e mezzo in finale.
Muricy Ramalho prova  a giocarsi Neymar in mezzo all’attacco, un po’ in stile Messi. Qualche buona giocata per il giovane fenomeno, ma il grande lavoro di coperture e schermi del Timão lo costringono ad abbassarsi tantissimo per ricevere palla. La chiave della partita è proprio nella superlativa prova difensiva del Corinthians. Il lavoro di Tite in questi mesi è stato avvero fantastico, e i soli due gol presi in Libertadores nelle ultime dieci gare non dicono ancora nulla.
Perfetto il doble pivote Ralf- Paulinho, perfetti nei rientri laterali, negli incroci interni e nel movimento sulle uscite di palla anche gli attaccanti Jorge Henrique e Emerson Sheik (espulso nel secondo tempo e pesante assenza nel match di ritorno), perfetti nella gestione della linea dietro Chicão e il neo romanista Leandro Castan, ottimo supporto in transizione e nelle giocate di appoggi stretti di Alex e Danilo. Soprattutto le letture difensive di squadra fanno assomigliare il Timão più a una squadra europea di alto livello che a un time brasileiro de futebol. La grande sostanza, l’organizzazione difensiva precisa, ti fa anche attaccare con ordine e equilibrio: in una ripartenze Emerson Sheik pesca il gol del vantaggio: transizione centrale, palla al piede di uno dei migliori in campo, Paulinho (sempre sotto osservazione dell’Inter), e scarico per il naturalizzato qatariota, bel controllo e missile sotto la traversa sul palo lungo.
Il Santos diventava sempre più nervoso, e con la lucidità perde anche le distanze adeguate in campo. Malissimo in mezzo al campo, dove la partenza di Ibson è stata probabilmente troppo sottovalutata. Elano incappa in una delle sue partite storte, e non ne combina una giusta, Ganso regala qualche perla, ma la ferocia dei centrocampisti cortinhiani gli inibiscono la cattedra perpetua, e alla lunga il suo apporto è poco consistente. Il probema del Santos tutto è proprio l’assenza di alternative offensive negli ultimi venti metri: Muricy prova a smuoverla inserendo Borges, terza punta in aggiunta a Neymar e Alan Kardec, ma i profitti dell’iniziativa sono limitati ( e nelle rare occasioni in cui si manifestano, ci pensa l’ottimo Cassio) e l’unica estemporaneità, rispetto al possesso palla sterile santista, è rappresentata dal calo di energia che fa sparire la luce per un quarto d’ora a Vila Belmiro.
Il Corinthians è un monolite, un blocco unico che pare impossibile anche solo scalfire, è una proposta diversa, interessante del nuovo futebol brasiliano. Oggi è probabilmente la squadra più accreditata alla vittoria finale. Prime conferme settimana prossima, nel match di ritorno a Pacaembu. Intanto stanotte l’altra semifinale tra Boca Juniors e Universidad de Chile: la mistica della Bombonera contro la squadra spettacolo del subcontinente latino-americano: divertimento assicurato.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Tropico del Calcio



Santos – Corinthians 0-1

SANTOS (4222): Rafael Cabral; Henrique, Edu Dracena, Durval e Juan; Adriano, Arouca (Felipe Anderson), Elano (Borges) e Paulo Henrique Ganso; Neymar e Alan Kardec (Dimba) Allenatore: Muricy Ramalho
CORINTHIANS (4222): Cássio; Alessandro, Chicão, Leandro Castán e Fábio Santos; Ralf, Paulinho, Danilo e Alex (Wallace); Emerson e Jorge Henrique. Allenatore: Tite

Gol: Emerson Sheik al 28′

Europei 2012. Uomini: Bilić

Slaven Bilić
( Spalato, 1968)

Eccone uno veramente diverso. Poliglotta laureato in legge, studia i video degli avversari infilandosi nelle orecchie i migliori riff di chitarra della storia. Terminato il lavoro, attacca all’amplificatore la Gibson Explorer e lascia fluire la poesia delle sette note.  In panchina è un maratoneta, loquacissimo e rompiballe, specie con gli arbitri. Con lui in panchina la Croazia calcistica ha ripreso vita: non voleva finire con la mancata qualificazione a Sudafrica 2010: saluterà dopo l’Europeo, per allenare in Russia, il Lokomotiv Mosca.

CP per GDP

13 giugno 2012

Europei 2012. Uomini: Morten Olsen

Morten Olsen
(Vordingborg, 1949)

Austero nella figura e con un viso e una postura uscita direttamente da un film di Carl Theodor Dreyer: pare il pastore danese dalla fede convenzionale in Ordet (la Parola), riverito e ossequiato da tutto il villaggio. Oggi è intoccabile totem e figura di riferimento del calcio danese: dal 2000 è CT dopo più di centro partite giocate con la maglia biancorossa. Scheletro nell’armadio: il “biscotto” con la Svezia per eliminare l’Italia del Trap a Euro 2004 .

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12 giugno 2012

Europei 2012. Uomini: Fernando Santos

Fernando Santos
(Lisbona, 1954)

Dura cervice lisboeta, di quando il Portogallo era ancora in un angolo di occidente: incompreso, sperduto e isolato. Fernando Santos propone ancora, nei tratti del viso, l’antica anima lusitana, un fado perenne. Poche concessioni al nuovo Portogallo, europeista e metrosexual, alla Mourinho, alla Villas Boas, ma grande capacità di gestire lo spogliatoio. (Troppo) poco considerato in Patria. Invece in Grecia, terra d’altri tempi, hanno riconosciuto da subito il suo talento, eleggendolo anche “Allenatore della Decade”, in riferimento ai primi anni del Duemila.


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11 giugno 2012

Europei 2012- Uomini: Yarmolenko

Andriy Yarmolenko

(San Pietroburgo, 1989)

Russo di San Pietroburgo, trasferitosi giovanissimo in Ucraina, è stato da subito etichettato come nuovo campione. La squadra di riferimento del Paese, la Dynamo Kiev, lo aggrega alla sua scuola calcio, ma poco dopo è costretta, a causa di troppi atteggiamenti disinvolti del pupo, a espellerlo. A tredici anni sembrava già un talento bruciato. Poi la seconda chance, prima la gavetta della Dynamo-2 e poi la maglia numero 9 della prima squadra, dove gioca con l’idolo di sempre, Shevchenko. Manca un mezzo giro di vite per farlo diventare un giocatore di alto livello: troverà la sua consacrazione qui, nell’Europeo di casa?

CP per GDP

Europei 2012: Antiguida del Gruppo D

L’Ucraina padrona di casa sta preparando l’Europeo nel peggiore dei modi.
Oltre all’indiscriminato e scandaloso sterminio dei cani che sta ancora avvenendo nel Paese, la società soffre una crisi profonda di democrazia, e l’ex premier Julija Tymošenko, che ha solo la grande colpa di essersi opposta agli oligarchi russi del gas, è stata condannata alla galera in un processo che puzza di purga sovietica.
L’Inghilterra vive questa crisi democratica e di visione programmatica, per fortuna solo nel settore football. E’ difficile trovare una linea guida nella gestione della Football Association. Come il più importante campionato del Mondo può esprimere una Nazionale così modesta? Nello scorso Europeo l’Inghilterra non si era nemmeno qualificata: una situazione oltre l’inaccettabile. La FA invece di elaborare una politica a medio-lungo termine, anche di prospettiva sui giovani ha scelto di andare sul Re Taumaturgo, che avrebbe dovuto risolvere la miserevole situazione con la sua sola presenza. Il sire, ben pagato, è stato scelto in Fabio Capello. La Globalizzazione è il grande segreto dell’appeal della Premier League, lo spettacolo più visto nei bar di Giacarta, Johannesburg, Il Cairo e Vancouver. La conquista di nuovi mercati mondiali, significa nuovi investimenti, e pazienza se qualche proprietario dei grandi club non è un suddito di sua Maestà. Lo spettacolo, la competitività ne traggono beneficio: ma il lavoro è stato lungo, con delle linee guida definite dall’inizio. Soprattutto, la Premier è riuscita ad assumere lo spirito della sua città simbolo, Londra, oggi olimpica, che è diventata la prima metropoli multiculturale e multietnica d’Europa. La FA si è limitata ad offrire un contratto a Fabio Capello, a chiedergli di quanti collaboratori avesse bisogno, tenendo una mano sulla cornetta e una sulla penna per gli assegni. Stop. Non ha funzionato dall’inizio. Il contrappasso storico di assumere l’uomo che, in campo, con l’Italia, nel Novembre del 1973 violò con una sua rete il tempio di Wembley (regalando ai posteri lo storico, primo successo agli azzurri), e di consegnargli le chiavi della Nazionale ha probabilmente innervosito gli spiriti della Perfida Albione. Questa scorciatoia non ha pagato. Non è solo questione di risultati, peraltro pessimi, con il Mondiale sudafricano giocato davvero male, e la rapida eliminazione (anche se la partita con la Germania fu viziata da un clamoroso abbaglio del guardalinee che non convalidò una rete solare di Lampard). Capello rimane uno straordinario uomo di spogliatoio ( e infatti da Rooney a Terry, tutti parlano bene di lui anche ora) ma la difficoltà linguistica e una certa rigidità di approccio ha impedito che l’ambiente potesse mai sentire l’empatia necessaria col coach. Inoltre, le parrucche alla FA sono sempre di moda e una certa idea isolazionista, nei confronti dell’Europa e degli europei, ha sempre covato sotto la Manica. Non funzionava, e per rescindere era necessario solo scovare un casus belli: entrambi, sostanzialmente, lo cercavano. Il puritanesimo inglese lo ha consegnato sotto le voglie da satanasso di Terry, infilatosi sotto le lenzuola insieme alla moglie di un compagno e per questo meritevole di una lettera scarlatta, la C di capitano non poteva più essere sua. A Capello era sufficiente che la FA cacciasse tutti i penny necessari, poi l’Europeo lo avrebbe visto volentieri anche in TV. Per sostituire l’italiano, la piazza chiedeva la svolta 100 % british. Accarezzata l’idea Redknapp, si è svoltato, con l’Europeo alle porte e senza troppa convinzione, su Roy Hodgson. Va bene una scelta britannica ma non tiriamoci dentro un Cromwell, uno con troppo carisma, uno che accende le folle, sembra abbiano pensato alla FA. In Francia, alle prese con problemi per certi versi simili, hanno finalmente deciso di ghigliottinare il tiranno. Domenech dopo Danton era diventato pure Robespierre, totalmente incontrollabile davanti a media e tv. Dopo la figuraccia sudafricana, con la Nazionale in preda a suggestioni sanculotte, meglio un sano e tiepido realismo, come quello di Blanc, uomo del sud ma non troppo ciarliero. L’uomo giusto al posto giusto. E anche se le tossine dell’éra Domenech ancora non sono state superate totalmente, tuttavia la Francia cresce al ritmo di crescita del suo campionato, sempre più competitivo e, mediaticamente pure appetito, dopo la discesa in campo anche degli emiri del PSG. Ma la Ligue 1 fornisce più della metà dei giocatori in forza a Blanc, e potevano anche essere di più, se con ci fosse qualche esclusione a sorpresa.  La Francia calcisticamente ha anche a livello giovanile grandi prospettive, senza avere le possibilità di spesa dell’Inghilterra: segno che almeno nelle strutture di base, la Federazione ha lavorato bene, riuscendo di concerto con la società a promuovere un certo tipo di integrazione anche con tanti ragazzi provenienti dall’Africa, rilanciando un po’ il modello che li ha portati, nel 1998, sul trono del mondo del football. Coinvolgimento degli stranieri che in Svezia non si è mai davvero compiuto. Anche se il capitano dei Vichinghi a questo Europeo è figlio di un bosniaco e di una croata, che però nella Malmoe dei primi anni Ottanta non erano esattamente i benvenuti. La Svezia sostanzialmente di Olof Palme era la più avanzata socialdemocrazia d’Europa e più, ma la mentalità degli svedesi era rimasta classista come nei personaggi di Stig Dagerman, il genio letterario svedese suicidatosi ( a 31 anni) negli anni Cinquanta. E anche Ibra, che è e rimane uno dei giocatori che più spostano a livello mondiale, non è mai convinto di essere a suo agio con la maglia svedese addosso, e infatti incide molto meno, non solo per la non elevatissima qualità dei compagni.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: GDP

10 giugno 2012

Europei 2012. Uomini: McLean

James McLean
(Derry, 1989)

“Un cattolico non può giocare sotto la Union Jack, non posso sentire mia quella maglia”. Giustificò sostanzialmente così Jimmy il suo passaggio all’Eire dopo aver disputato una serie di gare nelle selezioni giovanili dell’under 21 nordirlandese. Non sono mancate le minacce di morte dei fanatici unionisti, e McLean ha dovuto frettolosamente chiudere tutti i profili dei socials networks. La giovane ala del Sunderland è per di più nata ed ha cominciato a tirare calci a un pallone a Derry, luogo simbolo della lotta indipendentista, la Guernica irlandese, resa celebre dal massacro noto come Bloody Sunday, la domenica di sangue, avvenuto nel gennaio del 1972.

CP per GDP

09 giugno 2012

Europei 2012. Uomini: Podolski

Lukas Podolski
(Gliwice, 1985)


Gli Europei a casa sua, lui che in Polonia ci è nato ma che si è presto trasferito, quando aveva solo due anni, al seguito della famiglia, nella Germania Ovest. In casa, papà calciatore e mamma pallamanista, parlavano ancora polacco quando Lukasz Josef ha iniziato a seguire le orme del babbo ed è diventato grande con la capretta del Colonia sul petto. Oggi, con la moglie Monika parla ancora polacco, e le ha tentate tutte per salvare il suo 1 FC Koln. Invano. Si consolerà a Londra, all’Arsenal.
CP per GDP

08 giugno 2012

Europei 2012 - Uomini: Perquis (Polonia)

Damien Perquis (Polonia)
(Troyes, 1984)

Chopin è stato solo l’inizio. Tanta cultura polacca è passata da Parigi, e pure tanto Calcio. La federazione ci ha provato prima con Koscielny dell’Arsenal, buca, Damien, centrale del Sochaux, invece ha detto sì, dopo aver giocato per la Francia nell’under 21. Occhi vitrei, carnagione chiarissima e una nonna polacca: per il mitico numero 1 Jan Tomaszewski è troppo poco per indossare la maglia biancorossa (“sono disgustato”), il CT Smuda e la Federazione l’han pensata diversa. Perquis si dice “felice”, e ha già regalato un gol ai nuovi connazionali.

CP per GDP

Brasileirão. Vasco in testa, si bloccano Botafogo e Atletico Mineiro. E domani debutta Dinho col Galo

L’euforia tira pessimi scherzi. Nella terza giornata del Brasileirão, Botafogo e Atletico Minero, due delle tre capoliste di questo inizio di stagione, lasciano per strada punti importanti: vittime probabilmente del clima di grande entusiasmo che l’ambiente di questi due club sta respirando. Il primo vive l’eccitazione della trattativa per portare a Rio Clarence Seedorf: tifosi della Stella Solitaria si dividono in gruppi di preghiera e troupe di segugi, alla ricerca di un minimo segnale che possa esaudire il sogno di vedere l’ormai ex milanista con la divisa che fu di Garrincha. Al Galo, l’arrivo di Ronaldinho, che esordirà sabato al Pacaembu contro il Palmeiras, ha creato aspettative enormi. Ne approfitta il Vasco che al São Januario regola con poca fatica il Nautico, lanterna del campionato, ed è solitario capolista.

In Alto — Dopo la stagione in cui ha sfiorato lo “scudetto”, ha vinto la Coppa nazionale e ha percorso un lungo tragitto in Libertadores, il Vasco ha oggi grande fiducia e consapevolezza nei propri mezzi. La squadra è mentalmente solida, a tratti sviluppa anche un calcio piacevole e la produzione di gioco ha sempre uno sfogo efficace. Merito anche della verve, una specie di nuova giovinezza, del bomber Alecsandro, sempre più cecchino del torneo e, nel turno infrasettimanale, autore di una doppietta, nel 4-2 al Nautico, che lo portano al comando della classifica dei cannonieri. Nonostante le assenze dei due big della squadra, Oscar e Leandro Damião, negli Stati Uniti con la Seleção, l’Internacional continua il suo cammino positivo e batte il San Paolo, a sua volta privo di Lucas e Casemiro. Al Beira Rio il gol decisivo è di D’Alessandro, anche se all’inizio il Colorado soffre le buone giocate dei paulisti, in cui mostrano una buona condizione Luis Fabiano e l’ex Cearà Osvaldo. Con una buona solidità difensiva, l’Inter porta a casa i tre punti, sale a meno due dal Vasco capolista e mette nei guai Leão, il tecnico del Tricolor, che è in piena tormenta. Nonostante il pareggio casalingo contro il Bahia, è giusto sottolineare il grande ritorno mediatico dell’Atletico Mineiro. La straordinaria tifoseria del Galo, una delle grandi del Brasile, ha vissuto una serie di stagioni mediocri, dove i velleitarismi di inizio anno evaporavano in favore di un pessimismo cosmico, con la squadra impegnata a evitare la retrocessione. La buona partenza di quest’anno, e soprattutto l’arrivo di R49 (Ronaldinho ha scelto questo numero), ha ringalluzzito tutto l’ambiente: sugli spalti, nonostante il pareggio finale, peraltro sfortunato (due pali colpiti negli ultimi minuti di gioco), si respirava una atmosfera diversa, una specie di “adesso siamo davvero tornati”. Il campo dirà se l’operazione Dinho ha solo uno sviluppo economico oppure, al lato di questa super tratttativa, ci sarà anche un miglioramento tecnico. Per ora l’ex Barça e Milan non parla, anche perché questa è la settimana in cui è iniziata una violenta guerra mediatica con il suo ex club, il Flamengo, che ha passato ai media il video di una telecamera di servizio, in cui si nota Ronaldinho entrare e uscire dalla camera di una lady, ad orari poco consoni per chi si accinge a giocare, da lì a poco, una gara di futebol.  (Continua su Gazzetta.it)

CARLO PIZZIGONI 
Fonte: Gazzetta.it

06 giugno 2012

Europei 2012: Italia e Spagna, una storia di allievo e maestro, in tempi di Crisi

Per il quotidiano svizzero Il Giornale del Popolo, ho preparato una serie di articoli sugli Europei, una guida sui generis. Ecco la puntata che riguarda il girone C, quello di Italia e Spagna.

http://www.ticinonews.ch/articolo.aspx?id=264623&rubrica=46185


Mal comune, mezzo gaudio? Non sempre, non ovunque. Italia, Spagna e Repubblica d’Irlanda sono, al netto dell’irrecuperabile Grecia, le economie più disperate d’Europa. Si ritrovano nello stesso girone dell’Europeo. Ma se l’Irlanda guidata da un italiano, la dinamo inesauribile di Cusano Milanino, Giovanni Trapattoni, è una formazione che può ritenersi soddisfatta di essere giunta fin qui, Spagna e Italia, vivono situazione differenti.
Il ritornello italiano incentrato sulle mancate vittorie della nazionale spagnola si è andato in questi anni totalmente esaurendo. Il fatto che gli spagnoli stiano dominando sportivamente un po’ ovunque, ne ha acceso un altro: quello sul doping di stato, Fuentes e compagnia. E se nella penisola Iberica, la crisi dell’economia è stata, in un certo senso, resa meno amara dalle vittorie nel deporte, nella penisola italica la frustrazione ha accomunato tutti campi. Per merito essenzialmente del Barcellona, della sua idea di calcio rivoluzionaria, la Spagna ha trovato tante vittorie grazie a una identità specifica che nel passato ha segnato le migliori squadre della storia, dal Brasile alla Germania all’Olanda fino all’Italia. Il tutto mentre gli azzurri hanno completamente smarrito una linea guida, persi in una crisi tecnica (ricambio di giocatori) e filosofica (assenza di una impronta forte di una scuola di tecnici).
Paradigmaticamente, la conquista del Mondiale da parte della squadra di Lippi, nel 2006, è sembrato più una conquista estemporanea che una vittoria vissuta compiutamente. I festeggiamenti ci sono stati, ma permaneva una zona d’ombra nell’ambiente calcistico e nel Paese che non ha sentito “vera” quella vittoria, in special modo se confrontata a quella, magica del 1982, quella di Bearzot, Rossi, Conti e... Pertini. Il Paese stava uscendo dagli Anni di Piombo, le Brigate Rosse si segnalavano per i loro ultimi colpi di coda militari ma era ormai chiara la loro sconfitta ideologica e politica: c’era una sentita fiducia e autostima. La Spagna che cominciava a camminare da sola dopo l’oscurantismo culturale e politico del franchismo festeggiava insieme ai neo campioni del mondo. E gli italiani percepivano questo affetto, sempre considerandosi, da ogni punto di vista, superiori. In fondo, anche per una comunanza latina, l’Italia, allora, poteva essere un punto di riferimento per la Spagna. Gli allievi sono diventati maestri, specie sul campo di calcio, ma non solo.
L’Italia vince il suo ultimo Mondiale, quando è guidata da un governo volenteroso ma debole, con Romano Prodi primo ministro, ma ormai è già caduta nell’oblio berlusconista. E pochi anni più tardi, con il ritorno in sella di Silvio Berlusconi, buona parte del pubblico italiano, ostile al premier, sovrastimerà utopisticamente la parabola politica del socialista spagnolo Zapatero. La Spagna era diventata un obiettivo da raggiungere, un modello da imitare. Come nel calcio, con i media tutti che semplificavano l’assunto: basta il sozzo, impresentabile contropiede, le partite si giocano a viso aperto, col possesso palla.
Nell’ultima stagione la Roma ha scommesso ad occhi chiusi su un allenatore spagnolo, che possedeva, come atout più significativo, l’aver allenato il Barça B. Luis Enrique, che probabilmente diventerà un bravo allenatore, ha pagato anche il fatto che il vento soffiava in una certa direzione. Perché se oggi si legge la rosa di quella squadra, si capisce come la Roma non poteva fare molto più di quello che ha fatto. Eppure negli ultimi tempi, l’Italia ha vissuto sul suo territorio una rivoluzione calcistica-metodologica e vincente, quella perpetrata dall’Inter di José Mourinho, che con l’Inter ha vinto tutto, compresa una Champions League. Ma in pochi hanno percepito il cambiamento, per due ragioni. La prima mediatica: il portoghese non ha mai avuto il sostegno dei mezzi di informazione, ed è sempre stato presentato come l’evoluzione dell’italiano che non si voleva più essere: pratico, furbo, cinico, non esteta. Una lettura superficiale del fenomeno, come ha ben descritto Sandro Modeo nel suo “L’alieno Mourinho”. La seconda ragione è però più pratica: Mourinho non è replicabile, e nemmeno il suo calcio, che non è riassumibile in un modulo, ma più in concetti, anche extracalcistici («chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio»). L’unicum Mourinho si è oggi intrufolato nel futbol spagnolo e, nel giro di due stagioni, il portoghese è riuscito nell’impresa di mettere all’angolo il migliore calcio del mondo, quello del Barça e, probabilmente, anche il suo principale ideologo.
Prandelli ha iniziato una battaglia culturale, mirata a costruire un uomo nuovo dentro il giocatore italiano, ma è rimasto filosofo di un pensiero debolissimo, e sostanzialmente mai del tutto compreso dalle masse. In più il suo football rimane un ibrido che mescola diversi stili, ma che non sbocca in una identità precisa. Identità che è stata alla base delle grandi imprese del giovanissimo calcio croato, che ha conquistato addirittura una semifinale mondiale (alfiere, l’ultranazionalista Zvonimir Boban), prima di ritornare a manifestare il solito velleitarismo del calcio slavo. Sotto lo spalatino Bilic c’è stata una piccola ripresa, ma il futuro non appare roseo, anzi. 


CARLO PIZZIGONI

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