31 dicembre 2005

[reading] Iosif Brodskij

Fuga in Egitto II

Nella grotta (una qualunque, ma pur sempre
un tetto! meglio di quattro muri ad angolo retto)
là, dunque, per tutti e tre c'era tepore:
e di paglia e di stracci si sentiva l'odore.

Era di paglia il letto. Mentre fuori la bufera
di neve trebbiava la sabbia con furore.
E, memori di come si macina il grano, mulo
e bue assonnati si rigiravano pian piano.

Maria pregava; rombando il falò divampava.
Giuseppe accigliato guardava la fiamma.
Il bambino, ancora troppo piccino
per qualunque altra cosa, si appisolava.

Un altro giorno ormai dietro le spalle -
con tutte le sue angosce e le ansietà:
ed Erode a incitare le spietate soldataglie:
di un altro giorno piu' vicina ancora l'eternità.

Per loro tre la notte era tranquilla.
Il fumo, non volendo recar disturbo alcuno,
si affrettava nel vano della porta. Solo il bue
(o il mulo?) nel sonno respirava forte.

La stella guardava dalla soglia.
E l'unico tra loro che sapeva
cosa mai in quello sguardo si celava,
era il bambino, che però taceva.


Iosif Brodskij

[salastampa] Troussier si dimette

Poteva essere un matrimonio davvero interessante, ma è finito ancor prima di cominciare. Philippe Troussier se ne va dal Marocco dopo qualche mese per "divergenze profonde". Tra qualche settimana ne sapremo di più, qui il commento di Le Matin. Però, che peccato!
Ecco la notizia AFP:

Philippe Troussier a été démis vendredi de ses fonctions de sélectionneur national du Maroc. Le Français avait pris en mains les équipes A et B le 28 octobre dernier en lieu et place de Badou Zaki.

Philippe Troussier ne sera pas resté longtemps sélectionneur de l’équipe nationale du Maroc. Débarqué le 28 octobre dernier à la tête des sélections marocaines A et B en remplacement de Badou Zaki, le Français a été démis de ses fonctions par la Fédération du Maroc vendredi.

Une histoire de « divergences de vues assez profondes » selon la Fédé. Le successeur de Troussier pourraît être l'entraîneur marocain du FAR Rabat M'hamed Fakhir.

26 dicembre 2005

[figura] Paulo Baier

Il sottobosco brasiliano propone sempre ottimi giocatori. Non per niente, diverse squadre italiane hanno saccheggiato ultimamente la Juventude. Il Goais, quest'anno qualificatosi per la Libertadores, ha una visibilità pressoché nulla pure in Brasile. E Paulo Baier, uno dei migliori laterali destri del paese, ha pagato il vivere al confino di Serra Dourada. Il Palmeiras, nel tentativo di limitare la corazzata Corinthians (che vorrebbe, si dice, il ritorno di Dida), l'ha firmato e l'ha presentato oggi assieme a una grande rentrée di Palestra Italia, Edmundo. Peccato, in Italia non avrebbe fatto male ma, se si leva la segnalazione di Alessandro Penna sul Guerin Sportivo, nessuno se l'è mai filato più di tanto. Colpa anche di Parreira che si è baloccato pure con Belletti pur di non convocarlo.

17 dicembre 2005

[applausi] Alberto Malesani

Ho appena rivisto sul sito della Gazzetta la conferenza stampa del Male dopo il pareggio con l'Iraklis e la contestazione del pubblico. Tra le tante vergate dello sfogo mi piace sottolineare " con voi (giornalisti) e con i tifosi bisogna dire bugie e essere ruffiani, io non lo sono, cazzo!" Stravedo per Malesani, mi piace come lavora, ricordo il suo Verona che faceva il calcio più bello d'Italia e retrocesse, segnando per sempre l'anima di questo veronese purosangue. Fece ritrovare Mutu, reduce da una stagione disastrosa, inventò Camoranesi e Oddo. Lo incontrai nella sede dell'Hellas per una chiacchierata. Eccola.


ALBERTO MALESANI, ALLENATORE DELL’HELLAS VERONA (serie A 2001-2002) – INVERNO 2001 -

Verrebbe voglia di gridarlo che Malesani non è quello che si dipinge sui giornali. Lo meriterebbe. L’impressione che ci lascia dopo un colloquio vis à vis è quella di aver dialogato con una persona che ascolta e che utilizza il cervello per andare a trovare la formula linguistica che più si adatta a quanto sta per dire, a costo di qualche silenzio prolungato. Il Male non è scontato, non riutilizza, per parlare di calcio, né le vecchie frasi rituali che ci portiamo dietro da Carosio o Brera, né un lessico banalmente specialistico che spesso maschera concetti vaghi.

Ma questo approccio credo gli venga naturale, Alberto Malesani non vende fumo. “L’allenatore è soprattutto quello che si muove sul campo” ha asseverato con tono deciso durante l’incontro che mi ha gentilmente concesso, intendendo, ho scoperto, che quanto avviene praticamente sul campo è ciò che distingue un tecnico. Non che gli manchino, ma questo credo sia universalmente riconosciuto, competenze tattiche.

Ma anche nel menzionarle ritorna quella mai banale semplicità di esposizione che arriva a tutti e che, soprattutto, delinea contingenze che è possibile, con un po’ di osservazione, ritrovare durante la visione delle partite. Il concetto dell’osservazione è poi basilare nella didattica della sua idea di calcio. Che poi sarebbe condivisa da tutti, ma sono pochi quelli che ad essa destinano attenzioni: quante volte ricordate, nelle interviste ai mister, anche i più appassionati di didattica, vengono sollevate queste punti di vista? Ci provo io: pochine. Quanti arrivano a parlarti dei giovani così? Idem.

Tra l’altro questo approccio è tipico dei tecnici della nouvelle vague calcistica ma non utilizzate questo termine con Malesani, che di questa compagnia è certamente quello che ha vinto di più- in relazione, se vogliamo, ai mezzi disponibili - e ha parlato di meno. Malesani non accetta: “Questo parlare di nouvelle vague ha creato solo una contrapposizione sbagliata tra vecchi allenatori e giovani emergenti, ma il calcio è sempre stato lo stesso.” Espressione, quest’ultima, non assunta come luogo comune pedissequamente ripetuto ma come verità constatata e, successivamente, accolta. Anche se vanno annotati i necessari distinguo.

In ultimo, mi pare che il tecnico veronese cerchi sempre di sedersi dall’altra parte del tavolo per capire le ragioni di chi dialoga o litiga con lui, atteggiamento non da poco per un ruolo, quello di allenatore di calcio, che nelle interpretazioni più frequenti impone il delirio di onnipotenza, oltre che la superficialità fatta a sistema.

- Quale deve essere la Regola della squadra di Alberto Malesani?
Giocare sempre in 11. Sia la fase offensiva che quella difensiva deve avere, se possibile, la partecipazione di tutta la squadra, che deve accompagnare bene l’azione.
- Quindi gli attaccanti, in fase difensiva li reclama dietro la linea della palla?
Se possibile sì; D’altronde si allena la squadra anche all’opportunità che ciò non si verifichi.
- Negli ultimi anni ha scelto la difesa a tre. Non crede che muovendosi così si lasci troppa opportunità di scelta agli esterni che condizionano fortemente l’equilibrio della formazione?
Puoi giocare con tre, con quattro o con cinque, situazioni, queste, che sempre si verificano poiché non sempre si è a tre o a quattro, ovviamente, il concetto fondamentale è, però, quello della coordinazione della linea. Naturale che ci saranno alcuni momenti nei quali sei scaglionato, ma la linea deve rappresentare la partenza. E’ visivamente decisivo.
- Ma sul lato debole cosa avviene: il laterale si abbassa per la diagonale o stringe verso la palla…
Questo concetto di diagonale è un po’ , diciamo così, inventato: vedi, a ogni attacco ci deve essere un copertura o delle coperture adeguate. Esaminiamo un attacco, dove va la palla c’è un uno contro uno, subito dopo bisogna essere bravi a coprire, nella situazione in cui si verifichi di perdere la disputa; così, a cascata, fino ad arrivare al portiere, che è l’ultimo, tutti devono avere attitudine alla copertura. Per assurdo, su un primo attacco, con la squadra tutta dietro la palla, ci sono dieci uomini che possono eventualmente rimediare all’errore. Questa è la cosa importante.
- Quindi non esistono principi diversi a seconda della formula difensiva?
C’è maggiore difficoltà nell’interpretazione dell’esterno, forse, ma i concetti sono sempre gli stessi, secondo la mia opinione. E’ vero però che la linea più folta dà più problemi di coordinazione, è logico visto che maggiori sono i giocatori che devono parteciparvi. E’ un problema “numerico”, non concettuale: quello che insegnano coi tre o coi quattro è la stessa cosa.
- Una squadra che gioca bene, però, deve…
Nel calcio tutto è relativo: tu puoi insegnare i più bei movimenti, ma se la società vede che perdi ogni domenica ti cambia. Noi, ad esempio con l’Atalanta, secondo quanto penso io, a livello dell’applicazione dei concetti siamo andati meglio, però abbiamo perso
Quindi il calcio non è tutto lì, a livello di concetti. Io ho le mie idee,credo che siano universali, valgono per tutti gli allenatori, per Trapattoni, per Sandreani: il calcio è quello. Le differenze sono altre, ad esempio le qualità della squadra…
- Qualità individuali?
Certo, i giocatori, come sono motivati, come vengono gestiti, e altro. Non è detto che una squadra tatticamente perfetta debba vincere, anzi, di solito le grandi squadre sono quelle da cui bisogna prendere meno esempio sotto questo aspetto, però ci sono grandi qualità individuali che rimediano a carenze tattiche, grandi giocatori che vogliono vincere, che sono forti dentro.
- Però Malesani, in quanto appartenente alla nouvelle vague calcistica…
Qui ci sono da fare dei distinguo. Sono etichette che vogliono mettere in contrapposizione, in maniera sbagliata: il calcio non è cambiato, è sempre quello a livello concettuale come ho già detto.
E’ vero nel calcio non ci sono rigidi protocolli in cui si stabilisce: questo si fa così, quest’altro deve essere fatto in maniera diversa… c’è solo la scuola di Coverciano che ti dà un’infarinatura generale, ma non esiste un approfondimento, esistono pensieri condivisi di tutti i migliori tecnici: non si va mai sul particolare, tutto è, teoricamente, opinabile
- Ha detto: “Quando ero al bar criticavo Trapattoni, poi, da allenatore, mi sono reso conto della sua bravura”, c’è un passaggio decisivo tra buona parte degli spettatori e gli addetti ai lavori…
Sì, quando sono andato in una grande squadra mi sono reso conto di quanto è difficile vincere. Quindi, al di là della effettiva forza della Juve di quei tempi, il Trap è stato bravo perché ha vinto: è riuscito a gestire i suoi giocatori dandogli sempre le motivazioni giuste, mantenendo in loro la voglia di vincere.
- L’allenatore, quindi, è soprattutto un motivatore?
Anche un motivatore. Insieme alla società. La motivazione può anche essere un palese e incondizionato appoggio al tecnico:il giocatore nota questo atteggiamento, semplificando: la società, pensa il calciatore, è vicino al tecnico, quindi io ascolto il mister, così si crea un clima di fiducia che fa rendere al meglio tutti.
Sembra una stupidaggine, una banalità, ma è importante. L’elemento motivazionale è dunque il frutto di una serie di azioni messe in atto da soggetti diversi
- Risultando, quindi, decisivo…
Importante, di decisivo non c’è niente. E’ meglio avere buone motivazioni e buona organizzazione tattica, piuttosto che una grandissima voglia e nessuna organizzazione. O viceversa. Ci vuole il giusto mix.
- Come si prepara un tecnico: ci sono dei testi di riferimento, visiona partite, scambia opinioni nell’ambiente…?
Guarda partite, le idee spesso vengono da lì. Io ho anche giocato a calcio, ho ascoltato i miei allenatori e, soprattutto, i miei compagni. I giocatori sono grandi ispiratori di idee, tu devi essere bravo a captare le soluzioni tattiche adeguate
- Parla di giocatori di alto livello?
Anche di basso livello, anche delle giovanili, esagero. Io, ad esempio, ho ricevuto spunti da ragazzi molto bravi che a livello di campionati giovanili prendevano soluzioni interessanti.
- Si impara anche dai ragazzi?
Sicuramente, l’aspetto visivo è la cosa più importante: l’osservazione è determinante. Qua non bisogna essere Einstein. Non nego le necessarie capacità comunicative di gestione, ma a livello pratico è essenziale avere una didattica semplice, chiara, che ha una logica ed è frutto di tanta osservazione.
- Ieri: Malesani impiegato Canon
Mi ha aiutato molto come organizzare il lavoro, come gestire le persone. Ho lavorato 12 anni, i primi tempi lavoravo e allenavo.
- Oggi: la scelta dell’ Hellas Verona?
Beh, io sono veronese, penso sia il massimo allenare la squadra della propria città, poi volevo rientrare, visto che già mi stufavo senza far niente. Tra l’altro Verona è, posso dirlo dopo aver girato tanto, una delle più belle città del mondo, qui ho la mia famiglia, i miei amici.
- A Parma, le hanno spesso rimproverato di non vivere la città in cui allenava
Ho fatto migliaia di chilometri per stare insieme alla mia famiglia. L’ambiente, e questo è uno dei motivi, non mi ha mai preso bene. Forse è stato anche un mio limite… Io dico, però, che un allenatore deve essere giudicato per quello che fa sul campo, nel mio caso non è stato sempre così, ma non ce l’ho con nessuno.
- La sua storia di allenatore nasce col Chievo. Quali sono i rapporti attuali con l’altra squadra di Verona?
Buoni.
- Anche se lei non voleva acquistare DelVecchio, come ha detto Campedelli qualche mese fa al Corriere dello Sport…
No, un attimo, qui bisogna chiarire. Forse, quando sono andato via dal Chievo, dopo sette anni, c’è stato qualcosa… ci siamo allontanati, poi ravvicinati, loro dicono per troppo amore, nel senso che si sentivano molto vicino a me e il fatto di andare via è stato vissuto come un abbandono, ma questa è una professione velocissima, devi cogliere subito le occasioni che ti si presentano, altrimenti le perdi. Successivamente tutto si è aggiustato senza problemi, poi c’è stata la scelta di Verona (infatti nell’intervista Campedelli, sollecitato, parla di “ quello che allena il Verona”, non citando mai il nome di Malesani, ndr) e c’è stato un conseguente riallontanamento come dimostrato dall’intervista che hai citato, ma, vedi, io sono sicuro che loro mi vogliono bene, e anch’io mai e poi mai, nemmeno una volta, potrei parlar male del Chievo, è grazie a loro che sono arrivato qui. Quindi c’è una specie di gioco delle parti. Poi, la dichiarazione su DelVecchio è esagerata: non è assolutamente andata così. Ma noi abbiamo un buonissimo rapporto, ci diamo del tu, andremo, più avanti, non adesso, anche a mangiare insieme, non ci sono problemi perché ho capito, come ho detto, cosa c’è dietro questa uscita. Io ringrazierò sempre la famiglia Campedelli.
- Cambiando decisamente quadro non crede che nei suoi confronti ci sia un astio, un’antipatia malcelata da parte di una larga fetta dell’ambiente calcistico.
Io non ce l’ho con nessuno, ma a tanta gente bisognerebbe rispondere che io sono l’ultimo allenatore italiano ad avere vinto una coppa europea, perché è difficile rispondere altrimenti a chi ti dice, come mi hai detto tu, che non sarei allenatore da serie A, ci sarà dell’invidia, io, comunque, non me ne curo e non sono così
- Non crede di pagare il fatto di non essere stato un calciatore di alto livello?
Io credo di no. Anche Zaccheroni, ad esempio, non ha un passato calcistico, probabilmente ha un’immagine diversa. Forse pago un po’ quello che sono, la mia immagine, ricordati che “ l’immagine conta più dell’attitudine”
(Sono stato a Jesolo qualche tempo fa, per un convegno nel quale si trattava il tema dell’adolescenza, lì il rappresentante del Vaticano per lo sport mi ha detto: devo ammettere che l’immagine che avevo non è quella che mi sono fatto ora che l’ho conosciuta di persona)
Io salto perché mi piace, per festeggiare il gol, la vittoria; per essere allenatori di serie A bisogna mettersi giacca e cravatta, stare seri, posati, fare interviste secche, dire solo cose scontate. Il calcio, all’eccesso, è lo specchio della vita: devi avere l’Immagine. Io, non so, mi presento in pantaloni corti in sede, vado a parlare vestito così da Tanzi, da Cecchi Gori, lo so che è una cosa non troppo normale, è colpa anche mia… io, però, mi sento più libero. Se ho delle carenze da questo punto di vista, guadagno, dall’altra parte, in libertà. Anche quando lavoravo in Canon,e mi ero costruito una buona posizione, andavo alle riunioni, ad Amsterdam, in jeans e maglietta, capello lungo – a me sono sempre piaciuti - e credo che venissi giudicato per quello facevo come è giusto che sia. E, fino ad ora, grazie a Dio qualcosa ho fatto.
- Una curiosità, è vero che durante il viaggio di nozze lei è andato a vedere gli allenamenti di Cruijff a Barcellona?
Sì, è vero. Sono sempre stato appassionato di calcio. Per dirti della mia passione: una volta la Gazzetta metteva anche le formazioni delle squadre dell’Interregionale. Con un mio amico ero riuscito a imparare tutte le squadre che esistevano in Italia! Ripetevo, “Canicattì: Sarti, Burnich, Facchetti,…” cito questa perché oggi che non ho più memoria ed è l’unica che ancora ricordo.
- Tornando a bomba, prima di chiudere, sui discorsi che faceva in precedenza, in questo calcio dove esistono allenatori che imparano le regole base dei manager aziendali e hanno particolare cura dei rapporti con la stampa, come si muove?
Io non li curo. E’ ovvio che dopo alcuni anni che vivo questo mondo ho anche persone a cui sono più legato, tra i giornalisti. Però non ho una particolare attenzione, sono istintivo, se uno mi è più simpatico intrattengo di più un rapporto rispetto a un altro, anche se, sinceramente, devo ammettere di non avere grossi rapporti con i giornalisti: quando ho finito la mia giornata di lavoro voglio staccare, e quando vuoi staccare hai meno tempo.

11 dicembre 2005

[recap] Al Ahly - Al Ittihad 0 - 1

Il Mondiale per club, sostituto della vetusta Coppa Intercontinentale, offre subito un match interessante. Due ottimi club, livello medio buono e allenatori che sanno il fatto loro, il generale Iordanescu e Manuel José. Nel primo tempo l'Al Ahly, imbattutto da 55 gare, controlla come vuole il ritmo ma fa un enorme fatica dai sedici metri, soprattutto mancano gli uno-due con cui volevano sfondare in mezzo. L'Al Ittihad si dimostra squadra individualmentre più dotata, con talenti riconosciuti come Al Montashari (appena premiato miglior giocatore asiatico) e Khariri. Bene anche Kallon e Noor, autore del gol vittoria al 78'. Il congiunto saudita incontrerà nella semifinale il Sao Paulo.

[reading] Giorgio Caproni

Questa settimana, al bar, si rilegge la raccolta di Giorgio Caproni.


CONSIDERAZIONE

Il sesso. La partita
domenicale.
La vita
così è risolta.
Resta
(miseria d’una sorte!)
da risolver la morte.

da "Il muro della terra"

09 dicembre 2005

[figura] Vanderlei Luxemburgo

La fine era nota. Però ci ha lasciato un po' l'amaro in bocca il licenziamento di Luxemburgo dal Madrid ( a cui ha regalato in mezzo a elogi fasulli il solito veleno: " pensavo che in Europa si rispettassero di più i progetti..."). Tra l'altro, tutto ciò alimenta il triste luogo comune che "i tecnici italiani (concessione: europei) sono più preparati." Che barba. Vanderlei a noi piace. Abbiamo vissuto l'ultimo suo miracolo a Santos, quando rivitalizzò la squadra di Robinho - ora molto più dedito alle notti madrilene, come insistono nel dire tutti i giornali brasiliani - e lo portò alla vittoria del Brasilerao. In quell'occasione scrissi un articolo per Il Corriere del Ticino, il giornale svizzero di lingua italiana. Eccolo:

Il sorpasso di due domeniche fa ai danni dell’Atletico Paranaense è stato decisivo: il Santos, battendo nell’ultima giornata il Vasco, è campione del Brasile 2004. Proprio nell’ultimo incontro riescono a evitare la serie B club storici come il Flamengo, il Botafogo e l’Atletico Mineiro: retrocedono Vitoria Bahia (unico time della regione Nordest, la più povera del Paese), Criciuma, Guarani e Gremio, che termina mestamente il lustro nel quale ha perso Ronaldinho Gaucho, portato in Europa dal fratello e agente Roberto Assis, popolare in quel di Sion.
Il Santos della grande generazione dei talenti cresciuti a Vila Belmiro (il campo della squadra paulista) chiude dunque con un titolo. Solo alcuni dei fanciulli-meraviglia hanno potuto viverlo fino in fondo: Elano, André Luis, Robinho; quest’ultimo ha giocato 65 minuti dell’ultima partita ( segnando un gol regolare che l’arbitro ha poi annullato per fuorigioco) poche ore dopo la liberazione della mamma, rapita il 6 novembre scorso.
Con bandierine e fazzoletto umido hanno però festeggiato anche altri ragazzi che hanno abbandonato la squadra bicampione del mondo con Pelé in estate, a metà torneo: Diego, sempre più a suo agio nel Porto, Renato accasatosi a Siviglia dopo abboccamenti poco felici con l’Italia e Alex, parcheggiato dal Chelsea ad Eindhoven.
Il simbolo di questa vittoria è però il tecnico: Vanderlei Luxemburgo, arrivato in città il 9 maggio per sostituire Leao, è giunto al quinto sigillo personale nel Brasilerao, affiancandovi una ventina di altri trofei minori. “Luxa” è il tecnico più vincente del Paese. Cresciuto nella Baixada Fluminense, più una favela che un quartiere di Rio, dove le pallottole sibilano troppo spesso tra le lamiere delle case, Luxemburgo pesca il jolly, saluta gli amici e diventa un calciatore, anche più che discreto: da laterale sinistro di Botafogo e Flamengo annusa l’amarelinha (la giallina, gergo per indicare la maglia della nazionale brasiliana) nelle nazionali giovanili. Poi capisce che la sua predisposizione, e il suo sconfinato ego, renderebbero di più in panchina: comincia una leggenda che infila miracoli in serie. A cominciare dalla vittoria del campionato Paulista, dopo la promozione in A, col modesto Bragantino. Palmeiras (1993 e 1994), Corinthians (1998) e Cruzeiro (l’anno scorso) le altre sue creature vincenti. Meno idilliaci i rapporti con la Finanza (informata da una segretaria e forse ex amante di Vanderlei, tale Renata Alves), che scopre giri non troppo puliti attorno agli affari di Luxa, e col Flamengo, squadra della quale è sempre stato tifoso: nel 1995, anno del centenario del club, organizza una dream-team con Romario ed Edmundo davanti, che si scioglie in polemiche e reciproche accuse e porterà alla crisi economica, ancora attualissima. Polemiche anche quando siede sulla panchina della nazionale, una Coppa America vinta e continui scandali su presunte convocazioni “a pagamento” di giocatori. Anni fa, dopo una buona stagione col Santos, scappò dal porto di San Paolo scegliendo i soldi dei rivali del Corinthians. Quest’anno ha ripagato Vila Belmiro, ricostruendo la fiducia di una squadra partita con troppi dubbi e una serie di giocatori distratti. Luxa ha vinto ancora. E adesso? Un fondo di investimento britannico, M.S.I., si dice con capitali russi non sempre cristallini, ha rilevato il Corinthians e pare abbia già la lista della spesa ( con in testa il già acquistato Carlitos Tevez) di Vanderlei Luxemburgo. L’ennesima fuga. Però anche te, Luxa…


Dal Corriere del Ticino del 21/12/2004

07 dicembre 2005

[torcedoresvascainos] Vasco promosso in Coppa Sudamericana

Si torna a disputare una competizione continentale! Il Vasco è arrivato dodicesimo in campionato, un posto sotto l'ultima posizione per disputare la Coppa Sudamericana del prossimo anno. Coppa ricca di soldi ma poverina di fascino. Il Sao Paulo, giunto undicesimo, è però già iscritto alla prossima Libertadores e, secondo il regolamento della federazione brasiliana, non può partecipare anche all'altra manifestazione ( unica deroga per i vincitori del campionato, quindi il Corinthians).
L'arrivo di Renato Gaucho, grazie alla benedizione di Romario, ci ha fatto rialzare la testa e oltre alla salvezza è arrivata anche questa piccola soddisfazione, che rappresenta un mezzo miracolo se si tiene conto del grave infortunio di Alex Dias. Ulteriore gioia l'annuncio che Romario disputerà certamente anche il prossimo campionato statale. Chiudiamo in bellezza.

05 dicembre 2005

[recap] Corinthians campione ( o no?)

Arrivano anche i complimenti di Lula (corinthiano doente) per la vittoria del Timao nel campionato brasiliano. Un campionato segnato, oltre che dalle giocate di Tevez, leader e protagonista del successo corinthiano, dallo scandalo arbitrale che ha costretto la federazione ad annullare e a far rigiocare una serie di match. La magistratura ordinaria vuole vederci chiaro e potrebbe nuovamente annullare il provvedimento della giustizia sportiva. In questo caso, sorpresa, il campione sarebbe l'Internacional, ieri sconfitto nell'ultima di campionato esattamente come il Timao. E infatti i tifosi di Porto Alegre stanno facendo festa sentendosi loro i veri campioni. Ingarbuglio. L'unica certezza rimane Romario, a quasi 40 anni capocannoniere del torneo col suo Vasco (la celebrazione del quotidiano carioca Globo: qui , un suo autoelogio qui ) Irraggiungibile, Baixinho.

03 dicembre 2005

[salastampa] Troussier e Naybet

E' praticamente ufficiale il ritorno del sublime Nourredine Naybet al centro della difesa del Marocco per la prossima coppa d'Africa. E' la prima vittoria del neo selezionatore, Philippe Troussier, le Sorcier Blanc, assolutamente sottostimato in Europa. Nonostante la muffa che sta prendendo a Londra Naybet, secondo il bravo tecnico parigino, "è in forma". Troussier, in preparazione alla CAN che si disputerà in Egitto e partirà a gennaio, ha già disputato un match amichevole col Camerun e due stages (uno completamente riservato ai giocatori che partecipano al campionato marocchino). Nel girone eliminatorio della manifestazione continentale i marocchini incontreranno i favoriti padroni di casa dell'Egitto, la Libia e la Costa d'Avorio, per la quale l'ex tecnico ultra vincente dell'Asec ha speso significative parole: "En terme de potentialité, la Côte d'Ivoire est actuellement la meilleure équipe en Afrique"

30 novembre 2005

[figura] Salomon Kalou

Salomon Kalou è un talento vero. Ennesimo prodotto dell'Accademie di Sol Beni, fratello minore del più celebre Bonaventure, si rifiuta di indossare la maglia degli Elefanti. Chiamato in Europa dal fratello, in quei tempi al Feyenoord, ha, probabilmente su invito di troppi consiglieri, optato da tempo per la nazionalità olandese. Di olandese, ovviamente, non ha nulla. Il giudice incaricato della domanda di naturalizzazione è fortunatamente una persona seria. Quindi Kalou, nonostante i desiderata di Van Basten, rimarrà calcisticamente ivoriano fino al 2009. Uguale: Mondiale in poltrona. Di seguito l'articolo pubblicato sul quotidiano ivoriano Notre Voie.

L'Etat néerlandais a estimé vendredi devant le tribunal de Rotterdam (sud-ouest) que l'Ivoirien Salomon Kalou (Feyenoord/1re div.) ne méritait pas une naturalisation accélérée faute d'être assez intégré, tandis que l'entraîneur national Marco van Basten affirmait le vouloir pour le Mondial 2006 de football.

Vêtu d'un jean et d'un polo gris-vert à capuche, le joueur s'est défendu devant le juge.

Je veux habiter aux Pays-Bas, j'ai choisi ce pays car il est agréable et que j'y suis heureux. Je rentre une fois par an en Côte d'Ivoire pour les vacances et je suis toujours content de revenir ici", a-t-il dit, dans un Néerlandais facile mais émaillé de quelques fautes.

Un juge de Rotterdam examinait la plainte introduite par le jeune joueur contre la ministre néerlandaise de l'Immigration et de l'Intégration, Rita Verdonk, qui lui refuse la naturalisation express lui permettant de jouer en équipe nationale.

Pour l'Etat néerlandais, Salomon Kalou, 20 ans, ne vit pas depuis 5 ans aux Pays-Bas et il n'est pas en mesure de réussir les tests d'intégration demandés à la plupart des nouveaux arrivants, comme l'aptitude au néerlandais écrit et parlé, ou la connaissance de la culture et de la société du royaume.

Il s'agit-là de critères essentiels pour bénéficier de cette procédure de naturalisation accélérée, a déclaré lors de l'audience l'avocat de l'Etat, Gerrit Hoogvliet.

"Salomon est un talent exceptionnel (...) s'il obtient la nationalité néerlandaise, il est assuré d'être pris dans la sélection des Pays-Bas (...) il a des qualités spécifiques", a expliqué au juge, Marco van Basten, venu témoigner en faveur du joueur.

Pour l'avocat du footballeur Jelle Kroes, "Salomon Kalou participe activement à la société néerlandaise, avec son travail. Il parle le néerlandais, il habite aux Pays-Bas et compte y rester, et il montre un intérêt particulier pour ce pays".

Aux Pays-Bas, la durée d'attente d'une procédure de naturalisation peut être accélérée pour certaines personnes, considérées comme "exceptionnelles" et présentant un "intérêt spécifique" pour le pays.

"La ministre lui refuse cette procédure arguant du fait qu'il est encore assez jeune pour attendre, mais M. Kalou a reçu une invitation à jouer avec l'équipe des Pays-Bas, il ne peut attendre 2009 car la carrière d'un footballeur est courte", a insisté son avocat.

28 novembre 2005

[recap] Corinthians - Ponte Preta 3 - 1

Timao ormai vicinissimo al titolo, ma sta finendo davvero male il campionato. Solo di nervi la vittoria in rimonta col Ponte Preta. Nervi che hanno tradito Tevez visto che sull' 1-1 ha mandato in curva un rigore che poteva essere decisivo. Una punizione di Coelho e una sberla da fuori di Carlos Alberto fanno esultare il Morumbi. L'Internacional viene raggiunto dal Palmeiras ma nel finale mantiene in vita il sogno del titolo. Sempre che il giudizio sulle partite cancellate per il giro di scommesse venga ribaltato come si accenna qui

Intanto, triste fine per il Galo: qualche lacrimuccia per l'Atletico Mineiro che retrocede matematicamente in serie B, insieme a Paysandu ( altro magone, per me), unico rappresentante della regione del Nord, e Brasiliense, neopromossa. L'ultimo posto del rebaixamento cercheranno di evitarlo Coritiba (46 punti e scontro con l'Internacional, praticamente spacciati),Ponte Preta (48) e Sao Caetano (49). Il Goias (che affronta il Timao nell'ultima giornata) raggiunge l'incredibile traguardo della Libertadores.

21 novembre 2005

[recap] Corinthians - Internacional 1- 1

Nella partita decisiva del Brasilerao meglio, molto meglio l'Inter rispetto al Timao, al Pacaembu. Muricy si conferma un ottimo tecnico, Rafael Sobis (in gol di destro da fuori area) ancora una volta un prospetto interessante. Bene anche Tinga che è al centro del giallo del match: una sua incursione ha costretto Fabio Costa a stenderlo in area: era rigore. Solito gol di Tevez nel Corinthains e malino sia Rosinei che Eduardo Ratinho. Mancano ancora due giornate: Timao 78, Inter 75. Alla prossima Inter-Palmeiras e Timao- Ponte Preta. L'ultima speranza dell'Internacional è il Goias (ottimo terzo davanti al Flu) che riceve il Corinthians per la chiusura del campionato.

19 novembre 2005

[reading] John Donne

Questa settimana, al bar, si legge John Donne "Poesie amorose, poesie teologiche", nella splendida traduzione di Cristina Campo.

" Sfascia il mio cuore, Dio in tre persone;
(...)
Divorziami, scioglimi, spezza il nodo,
rapiscimi, imprigionami: se tu
non mi incateni non sarò mai libero,
casto mai se tu non mi violenti."

16 novembre 2005

[reportage] Costa d'Avorio

Ho una profonda simpatia per la Costa d'Avorio. Ci sono stato lo scorso giugno e ho assistito alla vittoria casalinga della nazionale guidata da Henri Michel ( con me, sotto nella foto) contro l'Egitto. Dovevano ancora arrivare la sconfitta contro il Camerun e il rigore di Wome nell'ultimo match che ha messo il timbro sul passaporto per la Germania. Per la rivista Calciatori.com Magazine ho scritto un lungo pezzo, pubblicato sul numero di ottobre, sugli Elefanti. Eccolo.

A giugno piove sempre ad Abidjan. Piove, smette, piove e c’è sempre caldo.
Da qualche anno però non se ne accorge più nessuno.
Ovunque ci sono militari, specie sulla strada che collega l’aeroporto alla città. Divise militari, armi in bela vista e quel clima di emozione e paura quando ti si punta addosso la lampada all’ennesimo posto di blocco. Passaporto, s’il vous plait, lo sguardo che passa continuamente e velocemente dal tuo documento ai tuoi occhi. E così per dice venti volte al giorno. La Costa d’Avorio, per la prima volta dopo l’indipendenza ha un problema interno, che qui tutti chiamano “crise”. La pioggia scava nel cemento dissestato delle strade che nessuno mette più in ordine. Sembra il giorno prima della battaglia, un giorno che non può avere futuro, con la disoccupazione che aumenta ogni giorno e la corruzione dilagante che incancrena il resto.
Nel momento più brutto della sua storia, la Costa d’Avorio possiede la miglior generazione calcistica di sempre. Non è vero che gli Elefanti ( il nomignolo assegnato alla squadra nazionale, come d’abitudine in ogni stato africano) sono Drogba e altri dieci. D’altronde, Yves Didier Drogba Tébily l’ha più volte segnalato. In patria c’è chi lo chiama Fenomeno, pronunciato come fosse una parola tronca dato che i francesi in questo Paese qualcosa contano (per gli ivoriani contano troppo…), ma lui gradisce veramente poco. Al ritiro della nazionale è sempre disponibile con la gente. Berretto da pescatore abbassato sui capelli stirati, pantalone corto, ciabatte e calze al ginocchio, l’abbiamo avvicinato all’Hotel Golf Club nel ritiro della nazionale prima della gara di qualificazione ai mondiali contro l’Egitto. Ecco, incontro ai giornalisti smette il sorriso: “ la storia della mia vita la conoscete più di me, perché continuate a chiedermela?” Per convincere Tito, come lo chiamava la mamma, ci vuole ben altro. Il rito gli piace poco, anche se ha sopportato le solite domande alla conferenza stampa d’ordinanza con molta professionalità e sbriciolando, con movimenti del collo, increspature delle labbra e voce ferma, il culto della personalità che alcuni dirigenti e molti giornalisti gli vogliono disegnare addosso. E forse per questo che manda a vuoto il nostro continuo inseguimento, alla ricerca della infinitesimale curiosità che può illuminarci sul suo carattere: Drogba è sempre il ragazzo di Gnaprahio, timido, dal profilo basso. Mezzi straordinari gli hanno permesso di arrivare in una delle squadre più ambite del mondo, il Chelsea, concedendosi il lusso di fare la differenza anche a quelle latitudini. Gli analisti distratti, che non sempre superano quelli in malafede o peggio, fanno fatica addirittura a riconoscerlo nell’ élite assoluta del gioco. Cosa, questa, che farebbe impazzire tre quarti dei suoi colleghi e che invece, incarnando alla perfezione la mentalità africana a cui hanno infilato sottopelle l’istinto di confessare l’altrui egemonia, non scalfisce più di tanto il suo ego. Piuttosto gli ruga parecchio aver dovuto abbandonare la sua squadra del cuore, uno dei rarissimi anelli di congiunzione tra il Nord Africa a maggioranza culturale araba e l’Africa Nera: l’Olympique Marsiglia, universalmente adorata a sud di Lipari.
Il Golf Club dove ci intratteniamo con Drogba, ha una hall luminosissima. La mente di tutti tenta di piegare in un angolo le brutte sensazioni di questi mesi, gli attacchi dei ribelli dal nord,la possibilità della guerra civile: ognuno ha il diritto di rilassarsi, di sentirsi sollevato per qualche ora, e poi domani provvederà Qualcuno, lassù. Una sensazione di sollievo che non si ha più all’Hotel Ivoire, per anni simbolo della pacifica Abidjan, dove tutti i presidenti francesi ospiti, da De Gaulle in avanti, riconoscevano una piccola Parigi. L’hotel dà direttamente sulla laguna della città, dall’altro capo c’è lo stadio “Houphouet Boigny”, già padre della patria ivoriana e titolare di qualsiasi cosa importante di questo paese, aeroporto compreso. Uno stadio che le incurie della crisi avevano ridotto male e che ultimamente ha subito lavori di restauro, finanziati, nell’ombra, dallo stesso giocatore di cui parlavamo sopra: quanti che conosciamo avrebbero indetto una conferenza stampa urbi et orbi per benedire l’evento?
Uno stadio che intravede in Drogba il finalizzatore del gioco ma che non lo ama come dovrebbe. Non c’è infatti dubbio che l’idolo assoluto della città e del Paese, è e resta: Aruna Dindane, fenomenale assist man, artista della linea di fondo, a cui anche Drogba – sempre grazie alla sua diversità – ad ogni passaggio decisivo ricevuto gli si inginocchia davanti lustrandogli la scarpa a mo’ di sciuscià. Aruna (sotto nella foto) è uno dei talenti più luccicanti dell’incredibile Accademie, una vera e propria università del calcio retta dal genio incontrollabile di Jean Marc Guillou. Ex calciatore di buon livello ma di straordinario talento ( più di un cronista lo eguaglia a Platini), ha scelto l’Africa per applicare le sue bizzarre teorie sul calcio. Guillou basa tutto il suo credo sulla tecnica. Questo autentico visionario, d’accordo con Roger Ouegnin, presidente dell’ASEC, l’équipe più amata di Abidjan, ha costruito un piccolo villaggio per giovani calciatori. Vagando per le strade della città, osservando migliaia di provini ha costituito il primo gruppo di accademiciens, una trentina di ragazzi che tutta la città ha preso ad invidiare e adorare da lì a poco. Una incredibile serie di esercizi per affinare la tecnica in giovani incredibilmente coordinati e spaventosamente dotati fisicamente. Rimanere a “Sol Beni”, il nome della cittadella sportiva, significava anche accedere a studi regolari dato che era prevista una scuola interna con insegnanti di buon livello, un vero privilegio. Il germe della tecnica, il gusto dell’uno contro uno che esalta la folla è un trait d’union diretto col Brasile, che è culturalmente, secondo più di un antropologo, una nazione africana in terra sudamericana. Come tutti i rivoluzionari, Guillou ha sopportato ben presto il clima del Terrore, e ha dovuto riparare in Belgio, costituendo al Beveren una enclave ivoriana.. Incomprensioni iniziali, accuse gravissime, insulti gratuiti: è finita male la sua storia ad Abidjan, che ormai lo dichiara “persona indesiderata”. Eppure metà dei giocatori dell’attuale nazionale proviene dalla sua scuola: Aruna, Kolo Touré, Zokora, Yapi, Boka, Kouassi, Tiene, tutta gente che si disimpegna bene in Europa. Guillou ha fondato un’altra scuola calcio, di cui però non si occupa direttamente, fuori Abidjan.
Ci vorrebbe più ghiaia. Il temporale ha reso davvero ostico per il nostro taxi arrivare a Sol Beni; smontiamo a cento metri dall’entrata io e la ragazza che mi ha accompagnato fin qui, una splendida ivoriana, Andrea, che non ha voluto rinunciare alla scarpa aperta e che ne pagherà le conseguenze per tutta la giornata. Abbiamo appuntamento con Pascal Theault, il nuovo plenipotenziario dell’Accademie, un tecnico francese che è rimasto più di vent’anni al Caen, lavorando soprattutto coi giovani ( tra le sue scoperte, Gallas). Con Theault parlare di calcio è davvero un piacere, anche se la mia provenienza gli stimola un po’ troppe invettive anti-catenaccio. L’ex Caen è professionalmente molto preparato. Conosce bene l’aspetto fisico del calciatore (assolutamente ignorato da Guillou), quello tecnico e quello tattico. E’ convinto che i suoi giocatori debbano conoscere tutti i sistemi di gioco e, non essendoci un vero e proprio campionato, può organizzare amichevoli quando vuole per sperimentare le informazioni che regala ai suoi “studenti”. Forse, troppe informazioni, ma questa è una sensazione, bisognerebbe frequentare l’Accademie, migliorata dai tempi di Guillou con scuole interne più strutturate e nuove proposte come film e altre attività rigorosamente organizzate come in un collegio, anche se con la flessibile modalità africana, che noi non cataloghiamo come negativa. Anche le strutture sono decisamente migliorate rispetto a un tempo, con due campi di erba perfetta, una sala pesi a trenta metri dal mare, e una copia della celeberrima (da noi) gabbia di Orrico, dove il pallone è sempre vivo.
Passeggiando per le aule raccolgo qualche fischio di approvazione dei ragazzi all’indirizzo dell’eleganza di Andrea, qualche simpatica ironia sulla mia fortuna nell’accompagnare una ragazza così, evito loro quindi le solite domande dell’inviato, mi pare evidente che la vita qui dentro non scorra come in un lager.
Aruna ha passato cinque anni all’Anderlecht, ottimi campionati con la solita scarsa visibilità. Avrebbe voluto il palcoscenico inglese, anche di una piccola, ma l’offerta migliore, quando i belgi hanno realizzato che il matrimonio era, nei fatti, terminato, l’ha allungata il Lens e così Aruna ha preso l’autostrada verso sud e si accontenterà della coppa Uefa. E la strada per farsi riconoscere il talento ridiventa in salita, se proprio non dovesse bastargli l’amore incondizionato della sua terra.
Se è vero che dell’Accademie non si interessano molto i media italiani, qualcuno ci pensa: Luciano Moggi. Che ha fatto seguire Didier Zokora, noto qui sul golfo di Guinea col soprannome di Maestro. Zokora gioca nel Saint Etienne, nasce difensore centrale poi si specializza nel recuperare palloni in mezzo al campo e fa la sua fortuna: presto qualche squadra di casa nostra gli concederà la chance. La sua sberla da fuori, stampatasi sulla traversa nel match di qualificazione al Mondiale contro il Camerun, ha mandato all’ospedale più di una persona e gettato nello sconforto tutti gli altri.
Solo un fastidioso infortunio alla testa ci ha tolto una serata all’Allocodrome ( un locale all’aperto dove si mangia anche la banana fritta) con Marc Zoro. Incontrato al bar dell’hotel ci ha illustrato, insieme al suo amore per Zeman e ai suoi ringraziamenti per Sonetti, la considerazione che tutti hanno per l’Accademie. “Kalou – ci ha detto il difensore del Messina - è un giocatore tecnicamente fenomenale, impressionante, una rarità: pensare che non ha nemmeno lavorato con Guillou!”
Bonaventure Kalou, nuovo idolo del PSG, ha debuttato nell’AS Oumé, paesotto a circa 300 chilometri a nord di Abidjan. Le due squadre della capitale economica del Paese, l’Africa Sport e l’Asec, hanno lottato per accaparrarselo con quest’ultima che ne è uscita vincitrice. Partner d’attacco, il burkinabè Mamadou Zongo, che raccoglie gloria da anni in Olanda (Vitesse e De Graafschap, le sue fermate) . In panchina un santone giramondo, l’argentino Luis Oscar Fullone, apprezzatissimo da queste parti. Avvistato dai miglior talent scout, Kalou cade nelle fauci dei più scaltri: gli olandesi da secoli girano il mondo col fiuto per gli affari; al Feyenoord ha passato sei ottime stagioni allargandosi sulla fascia. Riportato dietro la prima punta da Guy Roux all’Auxerre ha mostrato ancora il suo gioco fatto di frequenti appoggi e di molte carezze alla palla. Quest’anno, una partenza sprint ne ha già fatto l’idolo del Parco dei Principi. Molto interesse aveva destato il fratellino, Salomon (un 1985), cresciuto, ovviamente, nell’Accademie. Anche qui, il Feyenoord si è mosso per tempo e ha in mano un gioiellino che, sotto forte pressioni sta decidendo di prendere la cittadinanza olandese.
Salomon Kalou è uno dei tanti nomi della nuova generazione ivoriana. Gente da segnarsi sul bloc notes (i primi: Bakary del Nizza, Arouna Koné al Feyenoord, Fae del Nantes) e che costituirà l’ossatura della nuova nazionale dietro gli Zokora e i Kolo Touré. Proprio quest’ultimo, affermato e velocissimo centrale dell’Arsenal può riconoscercene due: il fratello Yaya, quest’anno all’Olympiacos ed Emmanuel Eboué, suo compagno a Londra. Entrambi sono in mano ad ottimi tecnici, Sollied al Pireo e Wenger: soprattutto due allenatori che amano lavorare e migliorare i giocatori che hanno a disposizione. Questo il segreto di pulcinella della crescita dei giovani. Da qualche anno, sotto la guida diretta della federazione ivoriana, in primis dello svizzero Ammann, il paese sta sviluppando un interessante progetto per una prima formazione di base dei giovani calciatori. Proprio Ammann, arrivato ad Abidjan per l’amore di una donna di qui, ci ospita nel suo ufficio e ricostruisce la genesi del suo progetto con un’attenzione maniacale ai particolari e ci invita allo spettacolo degli incontri (organizzati proprio dalla federazione) tra i bambini di dieci anni che giocano a piedi nudi in meta campo. “Bisogna conoscerli bene i giovani, le loro vite, le loro difficoltà quotidiane, questa non è l’Europa. Mi viene in mente un ragazzo, Marco Né, ora al Beveren. Un giocatore super, riempito da mille attenzioni, mille richieste dei maggiori club europei ma con un carattere particolare, troppo chiuso, che gli nega continuità in campo. Per me è il miglior talento di questo paese, se si sblocca, abbiamo uno dei centrocampisti migliori d’Europa.”
Piove ancora ad Abidjan, il calcio non può cancellare la crisi e la paura rimane tanta, troppa. Qualcuno però riesce ancora a chiudere un occhio e sognare.

fonte: Calciatori.com Magazine

14 novembre 2005

[figura] Baixinho

Ne avrò sentite una dozzina di storie su Romario dai tassisti di Rio de Janeiro, molte delle quali irripetibili. Romario è certamente il giocatore in attività più amato dai brasiliani.
Anche domenica, doppio sigillo nel classico contro il Fluminense, nel 2-0del suo Vasco, la squadra che l'ha visto crescere e che ha già ritirato la sua maglia numero 11. Quest'anno sono già 18 gol, lo stesso numero di Carlitos Tevez, giustamente celebratissimo.
L'anno scorso sono stato a Laranjeiras, al campo di allenamento del Flu dove all'epoca giocava il Baixinho. Ovviamente non era presente. L'allenatore, Ricardo Gomes (ora al Bordeaux, dove sta facendo molto bene), che aveva nello stesso spogliatoio anche Roger e Edmundo, venne assaltato dai cronisti: "Lo sa che Romario il giorno prima della partita contro il Vasco ( dove è uscito per infortunio al secondo minuto del primo tempo...) è stato visto giocare più di tre ore in spiaggia?" "Lei c'era?" "No, ma me l'hanno riferito, è sicuro." " Se non c'era non può essere sicuro" chiudeva Ricardo Gomes. L'indomani, Romario viene avvistato e prontamente gli viene chiesta la verità. Romario è l'unico che poteva rispondere: " Certo che è vero, gioco sempre a foot-volley sulla spiaggia il sabato. Gioco e continuerò a giocare. Ci vedi qualcosa di male?" 27 partite sulle 38 disputate fanno 0,66 gol a match, niente di male, peixe. Inimitabile. In tutto.

13 novembre 2005

[opinione] Le football, ciment d'une société

L'incredibile attenzione degli svizzeri per la nazionale di calcio, in questi giorni di spareggi per l'accesso ai Mondiali del 2006, ha stupito prima di tutto loro. La stupefacente ricaduta sociale del calcio non interessa, quindi, esclusivamente realtà "difficili". Interessante l'analisi che ne ha tratto Ignace Jeannerat su " Le Temps", il più autorevole quotidiano svizzero di lingua francese.
Eccola.

Des billets pour le match Suisse-Turquie vendus en moins d'une heure, un pays tout entier qui se passionne pour une rencontre ouvrant sur la Coupe du monde de football en Allemagne, un Stade de Genève sans équipe à demeure qui se remplit presque aisément pour une confrontation «amicale» Angleterre-Argentine... Passion autour d'un ballon.

Irraisonnable? Absurde? Insensé? Non. Même les plus sceptiques ou les plus ignares doivent en convenir, le football est au cœur de la société. Ni un miroir aux alouettes, ni une drogue pour le peuple. Une réalité sociale et économique.

Inutile d'argumenter longtemps sur la place du ballon rond au Brésil, en Italie, en Espagne et plus récemment, en Corée du Sud ou au Japon. Le football habite l'âme de ces pays.

Il y a aussi le football ciment. En Afrique du Sud il y a une dizaine d'années, au Rwanda plus récemment, chaque match de l'équipe nationale est vécu comme un acte de réconciliation nationale. Idem en Côte d'Ivoire. La sélection des Eléphants a créé par-delà les antagonismes fratricides, par-delà la ligne de rébellion, un sentiment d'appartenance, de vivre ensemble.

Football reconnaissance sociale. Regardez dans les quartiers déshérités, et pas uniquement français. Beaucoup de jeunes que la société décourage ou déçoit apprennent l'école de la vie en jouant au football. Un vrai chemin initiatique, une porte vers l'avenir et même une image de réussite sociale. Le football a pris une telle importance que, chaque fois que la télévision a diffusé un match de football au cours des quinze derniers jours, les banlieues françaises ont été moins éruptives que la veille.

En 1998, sans la victoire de la Coupe du monde, la France aurait déjà explosé dans les coutures de ses banlieues. Cette équipe championne du monde «black-blanc-beur» dans laquelle coulait du sang africain, antillais, calédonien, guyanais, arménien, mais aussi basque, normand, languedocien et breton a fait écran, a anesthésié un malaise croissant. Déjà il y a vingt ans, la marche des Beurs qui avaient exprimé les protestations des jeunes Français d'origine arabe ou africaine contre les obstacles mis à leur intégration avait révélé ce sentiment de hors-jeu. Zidane, Thuram et Makelele avaient provisoirement transformé ce malaise en fierté. Comme eux, ils étaient issus des quartiers.

Alors, si comparaison n'est pas raison, pourquoi ne pas regarder l'équipe suisse de football comme un lien fédéral plus fort et plus vivant que le pluralisme des langues?

[recap] Al Ahly - Etoile du Sahel 3-1

Gli egiziani dell'Al Ahly vincono la Champions' africana. In attesa di commenti meno didascalici accontentiamoci del resoconto della BBC:

http://news.bbc.co.uk/sport1/hi/football/africa/4387762.stm

12 novembre 2005

[guida tv] Al Ahly - Etoile du Sahel

Oggi si gioca pure la finale di ritorno della Champions' africana. L'andata la trasmise Eurosport, per il ritorno temo ci sarà da arrangiarsi per vederla. Sarà senz'altro un grande match.

[preview] Svizzera - Turchia

Tra gli spareggi di oggi è questo quello che più ci incuriosisce. Peccato sia contemporaneo ad Australia - Uruguay: attenderemo gli aggiornamenti via cellulare di Stefano Olivari che è già pronto col frittatone ( come noi) per il match dei canguri. Crediamo però che rinunciare a vedere all'opera Tranquillo Barnetta, straordinario talento rossocrociato, è un delitto. Stasera dovrebbe giocare a sinistra per la squalifica di Wicky (brutto fardello) e lasciare la fascia destra a Valon Behrami, talento fisico e mentale sottovalutatissimo (è anche lui un '85).
La Svizzera sarebbe già intenta a prenotare il viaggio tedesco se Frei non si fosse divorato l'impossibile a Lansdowne Road, nell'ultima partita del girone, anche se Given ha dimostrato una volta di più, senza squilli di tromba di tanti addetti ai lavori, che nella ristrettissima élite dei numeri 1 c'è pure lui. Grande qualità, la Svizzera difetta in zona gol e non è sicurissima di Zuberbühler. Su "Le Temps" di ieri, condividendo le nostre perplessità, chiedevano a Marco Pascolo (ha lasciato ricordi anche in Sardegna) e a Christophe Bonvin (ex Xamax e Servette) di inviare qualche suggerimento ai due punti interrogativi del team. Ecco i due trattati. Pascolo:"Avec l'expérience qu'il a emmagasinée, Zuberbühler ne sera pas troublé par les critiques. Il a l'habitude. Il sait. En un arrêt, un gardien a le pouvoir de retourner toute l'opinion publique. Y parvenir est l'apanage des tout grands. Seuls les meilleurs ont la faculté de réagir sans tarder, de réaffirmer leur présence, de se soustraire à un environnement défavorable. Ce n'est pas toujours facile, mais les événements comme Suisse - Turquie, avec l'attention de tout un pays, sont des stimulants inestimables." Bonvin:"Les buteurs types, attachés à cette seule fonction ou presque, sont rares. Pour eux, la pression est forte parce que, quand ils ne marquent pas, ils ne font pas leur boulot. Du moins s'en persuadent-ils.Alors, ils commencent à réfléchir, mais le jeu ne leur en laisse pas la possibilité. Pour surmonter un passage à vide, le meilleur moyen est de se réfugier dans le travail, d'augmenter sa contribution aux tâches collectives; même si personne n'est dupe: ce n'est pas la fonction première d'un buteur...Ce type d'attaquant obéit beaucoup à son instinct. Une carrière l'amène à traverser des périodes d'état de grâce, où il marquerait les yeux bandés, et d'autres où rien ne va. Moi, j'ai toujours douté. Du début à la fin. Mais je n'ai jamais perdu l'envie. On ne devient pas attaquant, on l'est depuis tout gosse; parce qu'on aime rôder dans ce petit carré, parce qu'on ressent une folle attirance pour le but, les filets qui gonflent sous l'impact du ballon, les clameurs de la foule. Maintenant, Alex Frei doit tout oublier et s'imprégner du caractère événementiel de la soirée. Personne ne lui réapprendra à marquer. Il sait le faire. En outre, les buteurs ont le privilège de pouvoir réaliser une performance abominable, mais de polariser tous les éloges en un coup de patte. Que Frei se souvienne de Suisse-Chypre, où il avait inscrit le 1-0 dans les dernières minutes, au terme d'une action irrationnelle, comme surgie du néant...»

Questi gli schieramenti previsti stasera a Berna.

Svizzera: Zuberbühler; Ph. Degen, Müller, Senderos, Magnin; Behrami, Vogel, Cabanas, Barnetta; Frei, Streller. Coach: Köbi Kuhn.

Turchia: Volkan; Akyel, Alpay, Toraman, Özat; Selcuk Sahin; Okan, Tümer, Cimsir; Halil Altintop, Sükür. Coach: Fatih Terim.

11 novembre 2005

[reading] José Saramago

Questa settimana, al bar, si legge "L'anno della morte di Ricardo Reis" di José Saramago.

L'incipit: "Qui il mare finisce e la terra comincia. Piove sulla città pallida, le acque del fiume scorrono limacciose di fango, la piena raggiunge gli argini. Una nave scura risale il flusso tetro, è la Highland Brigade che va ad attraccare al molo di Alcantara."

09 novembre 2005

[figura] Osaze Odemwingie

Mi sono segnato il suo nome sul taccuino l'8 febbraio del 2004. Ero a Monastir (Tunisia)a seguire il quarto di finale della Coppa d'Africa. Piccolo stadio e scarsa risonanza sui media locali che invece puntavano l'attenzione su Marocco-Algeria, che si svolgeva lo stesso giorno e che avrebbe poi provocato gravi disastri all'ordine pubblico di Sfax, la città sede dell'incontro vinto dai marocchini. Camerun - Nigeria fu uno spettacolo con al centro del proscenio JJ Okocha, forse al suo meglio di sempre. In attacco era fondamentale il movimento di Osaze. I movimenti senza palla, che non mirano sempre a una ricezione ma che obbligano la difesa a muoversi, sono raramente nel DNA di un attaccante africano, che invece vuole palla sui piedi e non vede l'ora di giocarsi l'uno contro uno. Osaze, che poi sbagliò il rigore decisivo nella semifinale contro la Tunisia, non era così e mi piacque segnalarlo tra i giovani interessanti del torneo (è del 1981) in un articolo che feci per "il Messaggero", anche se non possedeva la classe del marocchino Chamakh. Osaze, papà nigeriano e mamma russa, ha tirato i primi calci nelle giovanili del CSKA. Poi, dopo qualche anno al sole della Nigeria è tornato in Europa, sollecitato da piccole squadre belghe. Spontandosi a sud di qualche chilometro ha trovato il Lille che gli sta offrendo il palcoscenico della Champions'.
Riporto di seguito l'articolo che scrissi subito dopo il citato Camerun - Nigeria.

Monastir, 8.2.2004 NIGERIA CAMERUN.

Nigeria Camerun è la partita di JJ Okocha. Nelle precedenti edizioni della competizioni i leoni indomabili l'hanno sempre mandato a casa. Oggi si prende la sua rivincita con una partita memorabile che sigilla con il gol del pareggio grazie a una punizione dal limite che è una prodezza balistica.

A Monastir, dove si incontrano le due grandi rappresentanti dell'Africa Nera, c'è davvero un bel clima sugli spalti, accompagnamenti musicali assordanti dei camerunensi che, a fine match, chiamano i giocatori nigeriani per tributare loro l'applauso e i complimenti che meritano ( com'è lontano Rades e i fischi ai senegalesi...).

Chukwu ha terminato gli esperimenti della prima fase e la partenza del ribelle, Yakubu, gli permette di razionalizzare un 442 che grazie alla qualità di Utaka sul lato destro diventa davvero pericoloso. Kanu offre la solita partita smorta, molto di più, almeno in termini di movimenti, regala l'atra punta, Odemwingie (nome) Osaze (cognome).

Il faro è pero' Okocha, nel primo tempo non disdegna, partendo da regista della linea dei 4 centrocampisti, il pressing, ma il meglio lo dà negli inserimenti (diverese conclusioni), negli assist e nelle aperture. Stilisticamente è perfetto, e oggi non ha portato con sè, fortunatamente, il suo istitno dribblomane che spesso lo ha limitato.

Uno dei rarissimi errori di posizionamento sul campo del Camerun offre a Utaka la palla della vittoria: Atouba, che parte da esterno offensivo nel rigido 442 di Schaefer per abbassarsi all'entrata in campo di Idrissou, è naturalmente fuori posizione dopo un corner, perde palla, i due centrali non riescono a chiudere sull'apertura verso l'esterno destro nigeriano e la semifinale è andata.

Schaefer ha costruito un 442 classico, con coperture e sincronie da squadra europea, in mezzo, pero', Djemba Djemba e Mbami proteggono bene Song e Mettomo, ma non hanno la velocità mentale di giocata e ruminano gioco, senza accendersi mai: rimane la stella di Eto'o che con giocate individuali e intuizioni geniali regala opportunità ai compagni e a sé, da una di queste, grazie a un rapido contropiede e a un bel lancio del terzino destro Doumbe, riesce a sbloccare il risultato.

Non basta, perché manca velocità di azione e, almeno questa volta, la potenza e l'organizzazione non bastano. Mboma finisce la sua triste partita dopo l'ennesimo colpo di tacco fuori bersaglio, ma pare che nella scelta di far giocare l'ex Parma e Cagliari, Schaefer centri poco, dato che si mormora sia volontà del capo di stato, anche se speriamo non sia vero.

La Nigeria ha sfatato il tabù Camerun e dopo dieci anni ha la concreta possibilità di ritornare alla vittoria ( la precedente volta fu proprio qui in Tunisia): è pronta per la semifinale ma chiede alla sua stella più lucente, Okocha, vicino al pallone d'oro africano, un'altra partita da favola. Per gli amanti del calcio di squadra, raccomandiamo invece la visione dell'altra semifinale, dove si sfideranno le squadre che hanno proposto il miglior calcio della manifestazione: Marocco e Mali.

08 novembre 2005

[comincio io] Il Mondiale under 17

Si è concluso da più di un mese il campionato mondiale under 17. L'ho seguito per il Guerin Sportivo. Il pezzo che segue è comparso nelle pagine di "Spring", la rubrica sul calcio giovanile del GS condotta da Gianluca Grassi, un nome troppo poco noto al grande pubblico.
Eccolo.

¡Arriba Mexico! Per la prima volta nella sua storia il Messico alza la coppa del Mondiale under 17.
Vittoria arrivata con pieno merito, quella in Perù, dato che dal girone eliminatorio il Tri ( nomignolo della nazionale messicana, sta per Tricolor) ha proposto il miglior calcio della manifestazione. Un calcio fatto di partecipazione, di movimento senza palla, di ordinato accompagnamento degli esterni, anche di difesa, soprattutto a sinistra, e di coinvolgimento ininterrotto di più elementi nelle giocate. A tutto si sommi l’incredibile estro di Giovani Dos Santos (origini brasiliane, gioca nelle giovanili del Barça), stimmate del fuoriclasse già evidenti, sinistro con buon controllo del destro e cambi di velocità e direzione palla al piede da Ronaldinho, e la classe di Carlos Vela (Chivas), capocannoniere del torneo, che abbina potenza e eleganza. Entrambi nati nel 1989, cioè più giovani di un anno rispetto allo standard richiesto, ma non così piccoli da tenere lontano la miriade di club europei che già si fanno sotto. Se Giovani verrà blindato (anche due squadre messicane hanno chiesto il prestito del giocatore), al padre di Vela, Francisco, hanno già sottoposto decine di offerte, la prima delle quali (“muy atractiva”) proprio dal Barcellona. Jorge Vergara, proprietario del Chivas di Guadalajara nega di voler trattare il giocatore prima di una reale affermazione nel Rebaño. Intanto, però, se lo coccola insieme ai compagni, tutti decisivi per la vittoria finale, che indossano già il biancorosso: il carismatico portiere Sergio Arias, il capitano Patricio Araujo e il grintoso Omar Esparza autore del secondo gol nella finale dove i messicani hanno schiantato il Brasile 3-0. Menzione d’obbligo, nell’equilibrato e divertente 442 voluto da Jesus Ramirez, per Cesar Villaluz (Cruz Azul), moto perpetuo sulla fascia destra e qualità nelle giocate come nel fantastico sette trovato nella semifinale stravinta (4-0) contro l’Olanda. Sconfitto in finale ma tatticamente lontano da standard assoluti il Brasile. Le giocate individuali dei suoi uomini migliori l’hanno portato in fondo e se Celso (Portuguesa), fenomenale finale di torneo il suo, grande nell’uno contro uno, non avesse centrato la traversa ancora sullo 0-0 nella finale col Messico forse celebreremmo altro. Senza merito di squadra, è evidente. Anderson (Gremio), eletto miglior giocatore del torneo davanti a Dos Santos e fisicamente pronto per la prossima esperienza europea nel Porto (dopo gli abbocchi con Palermo e Inter), aveva trascinato i suoi con l’assist decisivo nella tirata semifinale con la Turchia (4-3 all’89’), oltre a esibire maturità in tutto il torneo, ma aveva abdicato subito contro i messicani per un colpo ricevuto dopo meno di 10 minuti. “Siamo partiti senza Kerlon (considerato il migliore al mondo), qui si è infortunato prima Ramon poi Anderson: la finale è un ottimo traguardo”, si giustifica Nelson Rodrigues, allenatore di un Brasile che propone l’ennesimo favoloso esterno sinistro, Marcelo (Fluminense). Difficile che troverà parole per scusarsi per l’esordio: Gambia 3 – Brasile 0, ma lo aiutiamo noi. Prima della competizione più di un addetto ai lavori africano accusava, a microfoni spenti, il Gambia di truccare carte d’identità. Sospetto, questo, palesato in una conferenza stampa di metà torneo dall’allenatore del Qatar, l’olandese Tini Ruijs. Qualche sospetto anche per i coreani del nord, che hanno messo in mostra un rigido 442 e l’ottimo attaccante Myong Ho Choe. Quest’anno per la prima volta si è sperimentato il test MRI (Magnetic Risonance Imaging) che “misura” e “pesa” le ossa per evitare i vecchi trucchi identitari; si sono scelti a estrazione giocatori, non più di quattro per squadra, per testare gli atleti senza nessuna comunicazione a posteriori, quasi a mo’ di monito per le prossime volte. Vedremo. Se hanno deluso le africane ( piuttosto sfortunato però il Ghana che, pur giocando bene, soffre della malattia della squadra A: poca gente che vede la porta), insieme ai padroni di casa del Perù (fuori subito), ci si aspettava qualcosa di più dagli Stati Uniti e, soprattutto, dalla Cina che ha raggiunto i quarti costruendo monumentali catenacci davanti al portiere Wang, strepitoso nel match col Perù, ma proponendo davvero poco. Buon cammino per il Costarica che, grazie a un’incredibile autorete di Andrade e a situazione fortunose, stava per estromettere nei quarti il Messico, qualificatosi poi nei supplementari. Ottime le europee, al netto dell’Italia: Turchia e Olanda hanno raggiunto entrambe le semifinali. Alta qualità media per l’Olanda con la conferma del centravanti Diego Biseswar (Feyenoord), potente, agile e che non manca di confidenza nello stretto. Ottima figura per i turchi, probabilmente la miglior squadra insieme al Messico, con più sciabola e meno qualità di tocco, anche se la grazia mescolata, purtroppo, alla discontinuità si accendeva in Ylmaz Deniz (Bayern) e Sahin Nuri (Borussia Dortmund), autore quest’ultimo della gemma del torneo: un pallonetto da trequarti campo al portiere brasiliano Felipe per il temporaneo pareggio in semifinale dopo che si erano trovati in 10 e sotto, immeritatamente, di tre gol. Partita incredibile che ha esaltato la tenacia di Caner Erkin (Vestel Manisaspor), anima della squadra e tutt’altro che goffo coi piedi: da seguire. Il chip nel pallone è servito solo a segnalare due nuovi, interessanti files: Messico e Turchia. Salva con nome.

Fonte: "Il Guerin Sportivo"

L'inizio

Nato come rubrica del sito di Stefano Olivari, Indiscreto.it , il bar si trasforma in blog e prova a camminare da solo.
Ancora ci rivolgiamo a quelli che seguono con passione le infinite strade del calcio: facciamo quattro chiacchiere?

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