26 maggio 2007

[analisi] San Lorenzo




Il ritmo del Tango è sincopato. Una veloce discesa agli inferi e una immediata resurrezione, nelle pieghe del mastice del bandoneón, lo strumento che lo accompagna e ne segna il tempo. La storia del Tango ha vissuto la tappa fondamentale della sua genesi al Boedo, quartiere di Buenos Aires, celebrato anche in “Sur”, un classico del repertorio dei tangueros, in cui si menziona proprio l’angolo che interseca questo “Barrio” alla via San Juan. Il quartiere del tango, ora meno povero di allora ma sempre suggestivo, profondo e pieno di fascino propone un altro passatempo popolare, la squadra del San Lorenzo. El Ciclón, che sta conducendo il campionato Clausura di quest’anno, ha vissuto il più incredibile dei rivolgimenti in stile tango, una “ripresa” degna di un passaggio di Astor Piazzolla. All’inferno e ritorno: se l’anno scorso la squadra con praticamente i medesimi elementi viaggiava nell’anonimato della classifica, quest’anno il Boedo deve solo guardarsi indietro. Il merito principale di questa rivoluzione prima di tutto mentale è da appuntare al petto di Ramon Angel Diaz, indimenticabile centravanti, allenatore sempre sottovalutato e spesso svillaneggiato, nonostante vittorie importanti come la Libertadores col River Plate. Dopo aver raggiunto traguardi notevoli (anche cinque campionati vinti col “Millo”), sceglie l’Inghilterra di frontiera e accetta l’invito dell’Oxford Athletic, non esattamente una pennellata d’oro sulla sua immagine. Ai più pare veramente uno scherzo, probabilmente erano veri, verissimi gli accrediti mensili sul conto. Della storia che sarebbe stata quella l’unica possibilità di ingresso nel Vecchio Continente, facciamo volentieri a meno. Toccata e fuga.“Vuelvo al Sur”, tanto per spolverare un altro diamante di Piazzolla, poteva pure canticchiare Diaz rinnegando la perfida Albione e osservando compiaciuto, una volta riaccomodatosi davanti al profumo dell’asado, il frettoloso modificarsi della considerazione (specie mediatica) nei suoi confronti: da barzelletta a racconto epico, lo stile è stato decisamente rivisto.
Un racconto di vita che sarebbe piaciuto a Osvaldo Soriano, grande tifoso del Ciclón. Probabilmente Soriano avrebbe indagato anche l’altra faccia della luna del San Lorenzo: Oscar Ruggeri (una puntata della sua carriera anche sul Conero: meno che memorabile), l’ex allenatore sanlorencista, che da una squadra piena di talento ha ottenuto davvero poco. E quest’anno era pure iniziata una grande contestazione a squadra e giocatori: nel mirino il “Pocho” Lavezzi, grande scoperta di Preziosi anni fa, prima che una valigetta sospetta mandasse all’aria la promozione del Genoa in Serie A e di conseguenza il volo intercontinentale dell’attaccante esterno. Lavezzi al principio del Clausura 2007 era sulla strada per Nuñez, il River cercava un esterno della sua classe. “Pesetero”, l’unico insulto riportabile rivolto al “Pocho” dalla tifoseria azulgrana. E invece no, Lavezzi rimane, e conduce il San Lorenzo lassù: le sue sgroppate e i suoi uno contro uno sono sempre vincenti: fisicamente massiccio quest’anno vede con regolarità anche la porta e Basile lo ha già vestito di Albiceleste. Novità importanti rispetto al campionato concluso ad inizio anno non ce ne sono eppure oggi con Diaz la squadra vola. Più convinto Fernandez: la “Gata” ritorna quello del River, un giocatore davvero interessante e che aveva giustificato l’investimento dei messicani del Monterrey (maglia Rayados). Tornato sui prolifici livelli “messicani” pure Andres Silvera: a Monterrey, però sponda Tigres, ricordano ancora con nostalgia i suoi gol. Questi tre sono stati già schierati tutti assieme in un tridente mascherato che ha dato ottimi frutti, anche perché si è riusciti a mantenere equilibrio tra i reparti. La fase di copertura è assicurata dai polmoni e dalla testa di Cristian Ledesma, vera anima del “Pelado” in campo, anche lui finito sulla lista del “Coco” Basile per le doti di recuperatore di palla. La scelta dell’ex centravanti dell’Inter trapattoniana di puntare su Agustín Orión in porta, ha pagato: sostituire Saja, finito in Brasile, non era facile anche perché l’ex Brescia al Boedo era calcisticamente nato e cresciuto. Dietro, molto bene anche Sebastián Méndez e Jonathan Bottinelli, che ha visto il suo borsino europeo salire di quotazioni, anche considerando l’anno di nascita, il 1984.
I puristi però storcono un po’ il naso: c’è poca continuità di gioco, anche tempi interi in cui si fa enorme fatica contro chiunque. Eppure il calcio di Diaz è sempre stato così e, considerazione non proprio accessoria, è sempre stato vincente. Davanti sono i giocatori a leggere le situazioni che la difesa oppone e a comportarsi di conseguenza, niente metodicità, però fiducia, grande fiducia nei suoi uomini: l’ex compagno di Baggio a Firenze è entrato sotto pelle ai suoi ragazzi, che giocano finalmente senza paura, rischiano quando devono e ottengono il massimo anche grazie a situazioni che possono solo superficialmente essere considerate fortunate. Crederci vale sempre un rimpallo in più. L’elemento motivazionale è risultato chiave in questa squadra da troppo tempo vittima di paure ingiustificate. Gli alti e bassi del Boca Juniors autorizzano a pensare in grande, ma non c’è da fidarsi ancora dell’Estudiantes del “Cholo” Simeone, all’ennesima conferma: il suo status di allenatore d’élite continua a crescere in maniera inversamente proporzionale al valore delle sue squadre, non certo di primissima fascia. Boca permettendo, quindi, altri due ex Inter alla conquista del titolo: quest’anno va di moda il nerazzurro.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

21 maggio 2007

[analisi] Jupiler League

L’edizione 2006-2007 della Jupiler League si è conclusa con una vittoria, quella dell’Anderlecht, meno scontata del previsto, con il campionato che è rimasto aperto fino a due giornate dal termine. Merito del Genk di Hugo Broos, in testa per buona parte della stagione prima di accusare, con l’arrivo della primavera, qualche cedimento che ha favorito il sorpasso di un Anderlecht il quale, sebbene non sempre irresistibile dal punto di vista del gioco, a livello di individualità gli era indubbiamente superiore. Di seguito viene presentato un elenco, in rigoroso ordine alfabetico e assolutamente personale, dei migliori giocatori di questa Jupiler League appena terminata.

Ahmed Hassan (Anderlecht): prelevato dal Besiktas per rimpiazzare lo svedese Wilhelmsson, dopo un inizio difficile e conseguenti mugugni il nazionale egiziano ha rotto gli indugi disputando un girone di ritorno a livelli eccellenti, con assist, gol e giocate in serie. Rifiorito a primavera dopo gli stenti invernali, per l’Anderlecht l’aggancio e il definitivo sorpasso ai danni del Genk sono avvenuti sotto il segno di quest’ala destra egiziana di grande esperienza (è un classe ’75) e dotata di un carisma che il suo compagno-collega (in qualità di assist-man principe) Boussoufa per ora si sogna. Un grande acquisto.

Logan Bailly (Genk): il premio come miglior portiere è stato assegnato a Zitka dell’Anderlecht perché il ragazzo del Liegi, dopo un girone d’andata con una media-reti subite inferiore a una per partita, ha chiuso in calando con un paio di errori. Per crescere servono anche quelli, ma la stoffa c’è tutta; atletico, reattivo, sicuro nelle uscite, specialista nel parare i rigori. Bailly, classe ’85, si gioca con Vandenbussche dell’Heerenveen e Stijnen del Club Bruges la maglia numero uno della nazionale belga; chissà che dallo scontro non esca un erede degno dei vari Pfaff e Preud’Homme.

Lucas Biglia (Anderlecht): classe ’86, campione del mondo nel 2005 con l’Argentina under-20 insieme ad un certo Leo Messi, è l’uomo d’ordine del centrocampo bianco-malva, che governa “alla Redondo”, il campione a cui in patria è già stato ovviamente paragonato. Senso della posizione, grande capacità di lettura della partita, ottimo nella fase di impostazione, convincente anche come difensore centrale. Meglio di Mascherano, in prospettiva. Dice di avere scelto Bruxelles perché preferisce accumulare esperienza in campo piuttosto che fare panchina in un club di prim’ordine. El Principito di strada ne può fare tanta.

Fabien Camus (Charleroi): scuola Montpellier, svezzato dall’Olympique Marsiglia, la duttilità è l’arma migliore di questo polivalente centrocampista dalle propensioni offensive che può giocare indistintamente centrale in un centrocampo a tre o a cinque, esterno destro in uno a quattro, dietro le punte in un modulo a rombo. Strepitoso per rendimento nel girone d’andata, nel quinto posto finale delle Zebre, che sperano in un posto nell’Intertoto, c’è molto di suo. Voci di mercato danno la Lazio sulle tracce di questo classe ‘85.

Steven Defour (Standard Liegi): classe ’88, testa calda, a volte anche troppo, ma talento puro (secondo la stampa belga è il miglior prospetto locale espresso negli ultimi anni dopo Vincent Kompany). Ha lasciato Genk tra roventi polemiche, gli hanno bruciato la macchina del padre, si è preso una squalifica per aver sputato ad un avversario; nel mezzo l’esordio in nazionale e uno Standard preso per mano e portato fino al terzo posto, che avrebbe potuto essere anche qualcosa di più senza la pessima partenza durante la gestione-Boskamp. La classe c’è, la tecnica anche, la personalità è cresciuta molto; adesso si tratta di affinare un po’ di più il feeling con il gol (4 in una stagione sono pochini per un trequartista) e, soprattutto, teneri i nervi a posto. I Cassano ormai hanno abbondantemente stufato.

Marouane Fellaini (Standard Liegi): l’unica cosa buona combinata dal disastroso Boskamp (2 punti nelle prime 4 partite, e a posteriori la partenza ad handicap è costata al club la Champions League) sulla panchina dello Standard è stata la promozione nell’undici titolare di questo giovane mediano belga di origini marocchine nonché figlio d’arte (papà Abdellatif ha giocato negli anni Settanta con il Raja Casablanca). Un mordicaviglie tosto, determinato e dalla fisicità notevole che, a dispetto dell’età (è un classe ’87), ha già esordito nella nazionale maggiore belga ed è finito nel mirino del Tottenham Hotspurs. Da signor nessuno a rivelazione del campionato, un bel salto.

Sebastien Pocognoli (Genk): classe ’87, e’ la punta di diamante dell’onda verde di un Genk che, sebbene sconfitto, esce a testa altissima da questa Jupiler League. Terzino sinistro dalle spiccate propensioni offensive, sa difendere bene ma il meglio di sé lo mostra quando si lancia in progressione sulla fascia, dove può mettere in mostra un ottimo dribbling. Piede educato, pericoloso sui calci piazzati, sforna cross tesi e diretti; praticamente un’ala nata terzino. Forse è proprio per questo che piace tanto ad Ajax e Az Alkmaar.

Dario Smoje (Gand): forse se lo ricorderanno i tifosi di Milan, Monza e Ternana, anche se di tracce al suo passaggio in Italia ne ha lasciate davvero poche. Sta andando meglio in Belgio, dove si è rivelato uno dei migliori difensori del campionato, diventando il punto di forza di un Gand pochissimi fronzoli e tanta sostanza terminato quarto e in attesa di conoscere il proprio destino in Europa (Uefa o Intertoto, tutto dipende dalla finale di Coppa di Belgio tra Standard Liegi e Club Bruges). Duro nel tackle, buon senso della posizione, forte sulle palle alte, sempre concentrato; Smoje è cresciuto bene, forse un po’ tardi, ma alla fine gli anni sono poi 27. Qualche treno interessante da Gand e dintorni potrebbe ancora passare.

Francois Sterchele (Germinal Beerschot Antwerpen): origini italiane, classe ’82, tre anni fa vinceva la classifica marcatori della Vierde Klasse (Serie D), due anni fa era vicecapocannoniere in Derde Klasse (Serie C), oggi è il bomber principe della Jupiler League e l’uomo nuovo del reparto avanzato dei Diavoli Rossi. Agile e veloce, è il classico rapinatore d’area, di lui ti accorgi solo quando la palla è già in rete. Con il GBA ha un contratto per altre tre stagioni, difficile ne faccia ancora mezza perchè è già pronto per salire di nuovo, Anderlecht o Ligue 1 francese poco importa. La speranza è che non faccia la fine di Luigi Pieroni.

Mohammed Tchitè (Anderlecht): classe ’84, figlio della globalizzazione, padre islamico, madre cristiana, quattro passaporti (Rwanda, Congo, Burundi, Belgio), ma soprattutto implacabile cecchino sotto porta. E’ esploso la scorsa stagione nello Standard Liegi, si è confermato quest’anno nell’Anderlecht, laureandosi vice-capocannoniere della Jupiler League. Rispetto al compagno di reparto, il gigante argentino Frutos, subisce ancora troppo la pressione in campo internazionale (vedi l’ultima deludente Champions), ma in Belgio ha pochi rivali. Memè è stato votato in Belgio miglior giocatore africano e miglior giocatore in assoluto dell’anno.

ALEC CORDOLCINI

13 maggio 2007

[figura] Juan Pablo Carrizo





All’improvviso, uno sconosciuto. Su Juan Pablo Carrizo, indiscusso titolare del River Plate appropriatosi recentemente anche della maglia numero uno della nazionale argentina, non scommettevano in tanti. Troppo grosso, poco agile, non pronto, mentalmente debole: inferiore al compagno di guanti, sempre. Smentiti tutti. L’aiuto di circostanze favorevoli ha giocato un ruolo importante nella consacrazione di questo portiere, ma tutto ciò deve suonare come l’accusa più robusta per quanti (e son tanti) non l’hanno da subito considerato quello che poi, sul campo, si è rivelato: un portiere di alta affidabilità.

La vera svolta della sua carriera, lui, giunto dalla lontana Villa Constitución, provincia di Santa Fé, alle giovanili del River Plate, avviene mercé una disgrazia, paradigmatico caso di “sliding door” che segnerà il futuro dei due giocatori coinvolti.

Nel 2006 il club di Nuñez ha tre portieri di buon livello: German Lux, Carrizo e Leyenda. Di Lux, classe 1982 anch’egli santafesino, si parla sempre più in termini entusiastici preconizzandogli una grande carriera: ha già vinto i Giochi Olimpici nel 2004, riportando finalmente un titolo calcistico di valore in Argentina. Nella Confederations Cup del 2005, gustoso aperitivo del Mondiale, gioca da titolare e l’Albiceleste si arrende solo in finale ad Adriano e al Brasile. Nel 2006 Lux entra nella parte buia della storia. In principio d’anno il fratello si suicida, il “Poroto” corre a casa e resta insieme alla famiglia. A prendere il suo posto nella porta del Millo c’è proprio Carrizo. Gioca bene. “Sono contento, ma appena torna German il posto è suo, gli siamo tutti vicino” afferma in quei giorni Juan Pablo, scosso come tutto l’ambiente River per quanto avvenuto. Lux torna e si riprende la porta. Ma qualcosa non funziona più. Quella ferita nella mente e nel cuore di Lux non può essere accantonata né dimenticata: in campo è ancora visibile. La situazione è molto delicata, la società riceve critiche e addirittura condanne per la gestione del caso.

Daniel Passarella, viste le prestazioni, si risolve a concedergli un periodo di riposo e lo accantona. A metà stagione il nuovo numero uno delle “Galline” è Juan Pablo Carrizo. JP, che è stato capitano delle selezioni giovanili dei Millionarios convince a intermittenza: soprattutto non possiede il gusto della parata da flash, un marchio di fabbrica del classico portiere argentino. Viene apprezzato il giusto, e forse ancora meno. La campagna acquisti del 2007, a Nuñez celebrato come l’anno del rilancio dopo troppe stagioni di dominio Azul y Oro, parte col botto. Dal Rosario Central, in cambio di quasi otto milioni di dollari (per l’Argentina di questi lustri, un’enormità) arrivano tre giocatori, prepotentemente messisi in luce nel passato campionato: il difensore Villagra, l’attaccante Ruben e il portiere Ojeda. Al Millo si sono persuasi che il recupero di Lux andrà per le lunghe, posto che arriverà. In porta c’è bisogno di certezze: Juan Marcelo Ojeda. Sopra le scrivanie di Nuñez di fiducia a Carrizo non si parla. Eppure alcune squadre europee avevano cominciato a sondare la disponibilità del giocatore, subito frenati dagli scout locali: “mezza stagione discreta e già lo considerate pronto?” A parte che per altri calciatori sono bastate un paio di azioni per accaparrarsi stipendi multimilionari, a distanza di mesi non si capisce questa continua sottovalutazione di Carrizo. Certo, qualche incertezza c’è stata, ma nemmeno Oscar Ustari, già pompato come nuovo Fillol, ricercato da mezza Europa (Barça in testa), è rimasto immune da figuracce, anzi. Nessuno discute le potenzialità del giocatore, gli occhi li abbiamo anche noi, ma Osky, che è un ’86, cioè solo due anni più giovane di Carrizo, ha avuto da subito l’invidiabile condizione, specie per un ruolo delicato come quello del portiere, dell’intoccabile, con la possibilità di crescere ed imparare dai suoi errori senza rischiare il posto. In più l’iniezione di fiducia del Mondiale: José Pekerman chiama lui e non il povero Lux (un’altra mazzata terribile che lo farà scomparire dalla mappa calcistica argentina), a fare da terzo alla manifestazione tedesca: l’equazione è facile, Ustari sarà il futuro portiere dell’Albiceleste, è qui per fare l’esperienza che gli servirà nel prossimo mondiale. Intanto, a Buenos Aires, le prestazioni nelle amichevoli di Carrizo, aprono gli occhi al Kaiser Passarella. La prima idea è quella di fargli giocare la Libertadores, tanto che Ojeda non viene nemmeno iscritto nelle liste per la competizione continentale. Carrizo, però, ottenuta la fiducia, chiude la questione e si prende tutto lasciando a Ojeda e Leyenda la battaglia per il posto in panchina. Non inganni l’inizio di stagione molto stentato dei Millionarios, le prestazioni di Carrizo hanno salvato una situazione che sarebbe potuta diventare tragica: esempio suggestivo il Super Clasico con Carrizo eletto “figura” della partita grazie a una serie di interventi che hanno poi permesso alla sua squadra di non andare sotto con i nemici del Boca.

Dicevamo sliding doors? Il 10 marzo del 2002, con Lux e Costanzo infortunati, Carrizo va in panchina proprio alla Bombonera. In porta c’è Comizzo che a metà match incoccia nello stinco del Chelo Delgado e rimane a terra. Guillermo Pereyra (oggi al Mallorca, in Spagna), accanto a lui in panca, gli sussurra: “tranquillo Carri, se entri farai bene.”In realtà, il partidazo contro il Boca arriverà cinque anni dopo: troppi pochi Pereyra sul suo cammino. Oggi, finalmente, Juan Pablo Carrizo non ne ha più bisogno.


CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo
(
ha collaborato Javier di ticespor.blogspot.com)

06 maggio 2007

[recap] Atletico Mineiro - Cruzeiro 4-0



La finale del campionato mineiro gioca oggi il ritorno della finale, ma sarà poco più di una amichevole poiché tutto è stato già deciso nel match di andata. Una partita, anche equilibrata, che diventa un dramma negli ultimi minuti e una autentica farsa, un'opera buffa nell'ultimo episodio.
Levir Culpi e Paulo Autuori scelgono moduli consolidati anche se ne danno interpretazioni dissimili. Il tecnico del Galo mira più al contropiede, anche se la sua squadra inizia la pressione dopo la metacampo (bene, molto bene il mediano Bilu). Creare densità nella propria metacampo, davanti all'area, non fa correre rischi preventivabili all'Atletico: Diego, portiere di sicuro talento e già celebratissimo, non deve compiere nessuno intervento decisivo per salvare la sua porta. Il Cruzeiro cerca di fare più gioco, senza ottenere granché da qualche spunto di Araujo e da qualche accelerazione di Geovanni, talento assolutamente sprecato e che dopo la parentesi europea (Barça e Benfica) è tornato alla squadra che lo mise in luce. Davanti, l'Atletico riesce ad arrivare al tiro più volte grazie alle volate di Danilinho e di Eder Luis, grande inventiva ma davanti alla porta è ancora poca cosa.
La partita cambia radicalmente sul finire del tempo quando Gladstone (ai tempi voluto fortemente dalla Juventus che ancora ne controlla il futuro) stende Danilinho lanciato verso la porta, punizione e secondo cartellino giallo. Autuori rimane alcuni minuti adattando Ricardinho in mezzo alla difesa: è palesemente indeciso e alla fine opta per restare con le due punte e di togliere un "meia", Fellype Gabriel, per inserire Simoes, diciotto anni, promettentissimo centrale difensivo. I cronisti di Sportv sono molto critici, io meno: Nene, l'attaccante che affianca Araujo è molto generoso, può aumentare i ripiegamenti ed essere utile davanti, Fellype non è assolutamente un gladiatore. L'inizio della seconda frazione è fatale alla Raposa, gol immediato di Eder Luis. La partita scivola via senza grandissime occasioni, e con entrambe le squadre che han poca voglia di rischiare. A dieci minuti dalla fine un lancio in profondità pesca Danilinho che con un pallonetto scavalca Fabio e aggiusta il tabellino. A questo punto diventa dramma per la Mafia Azul, la celebre torcida del Cruzeiro: Simoes è espulso per fallo da ultimo uomo e un intervento dubbio di Fabio regala un rigore al Galo: all'89' è 3-0 grazie alla realizzazione di Marcinho, stella di questo Minerao ma non eccessivamente lucente in questo match. Polemiche a non finire, ma la farsa è dietro l'angolo: uno dei più incredibili gol della storia. Il Cruzeiro batte in maniera svogliata il calcio per la ripresa del gioco, sono tutti fermi, forse aspettando il fischio finale, la palla giunge a Vanderlei che tira con il portiere Fabio che a metà dell'area di rigore è girato di schiena all'azione e sta tornando verso la sua porta a raccattare la palla che dopo il rigore non è ancora stata levata dal fondo della rete! L'arbitro assegna il gol, sostanzialmente finisce la stagione del Cruzeiro, il tecnico Paulo Autuori presenta la dimissioni "per la vergogna" e Fabio, ai tempi del Vasco davvero ottimo portiere (fu il secondo di Julio Cesar nell'ultima Copa America vinta dal Brasile di Adriano) è a una svolta della sua carriera, una svolta tragica.

Atlético: Diego; Coelho, Marcos, Lima e Ricardinho; Rafael Miranda (Germano), Bilu, Marcinho e Danilinho; Éder Luis (Tchô) e Galvão (Vanderlei). Técnico: Levir Culpi.

Cruzeiro: Fábio; Gabriel, Gladstone, Luizão e Jonathan; Ricardinho, Léo Silva, Fellype Gabriel (Simões) e Geovanni (Maicosuel); Nenê (Guilherme) e Araújo. Técnico: Paulo Autuori.

Gols:
Éder Luis (46’); Danilo (81’), Marcinho (89’), Vanderlei (90’)

Estádio Mineirão - Belo Horizonte, 29 aprile 2007

CARLO PIZZIGONI

03 maggio 2007

[analisi] Eredivisie 06/07 - PSV campione

La dignità della sconfitta

Per Louis van Gaal avrebbe potuto essere il punto esclamativo di una carriera comunque di altissimo profilo e invece è arrivata, amara, la più grande delle beffe. Vincere il campionato olandese con l’Az Alkmaar è come vincere quello italiano con la Fiorentina; nessuno te lo chiede, ma quando mancano solo novanta minuti e sei primo in classifica allora sai che sei davvero vicino all’impresa della vita, quasi più che vincere una Coppa Campioni con l’Ajax, e che dipende solo da te. La magia di bissare quel titolo che l’Az vinse per la prima e unica volta ventisei anni fa è svanita al Woudestein di Rotterdam, lo stadio più piccolo della Eredivisie, per mano dell’Excelsior, club già condannato ai play-off salvezza e che nulla aveva ancora da chiedere al campionato. Che la giornata non fosse quella giusta lo si era capito dopo poco più di venti minuti, quando Andwelé Slory si incuneava tra Tim De Cler e Boy Waterman venendo falciato da quest’ultimo e il signor Bossen non poteva che fischiare il calcio di rigore per i padroni di casa e mostrare nel contempo il rosso diretto (decisione severa ma ineccepibile a termini di regolamento) al portiere dell’Az. Finirà 3-2 tra lacrime e parecchie recriminazioni, ma anche con la dignità di presentarsi davanti ai microfoni senza avanzare l’ombra di un’accusa. “C’è molto da imparare anche da un campionato perso all’ultimo giornata”. Louis van Gaal, una volta insopportabile saccente, ha imparato a cadere in piedi. Sa di aver sbagliato, ma almeno non cerca alibi. Lo stesso ha saputo fare il tecnico dell’Ajax Henk ten Cate, che ha perso il campionato per un solo gol di scarto; +49 era infatti la differenza reti per i lancieri dopo il 2-0 rifilato in trasferta al Willem II, +50 quella del Psv vittorioso 5-1 sul Vitesse. Polemiche? Nessuna. Minacce di ricorso a qualche tribunale? Nemmeno l’ombra. Insinuazioni di presunte combine? Anche in questo caso zero assoluto. Unico accenno a presunte pastette di fine stagioni è arrivato dall’Italia, dove si è letto di un Vitesse particolarmente arrendevole in casa Psv e di un Van Gaal fermato da un arbitraggio ostile. Due considerazioni a riguardo: 1) quest’anno il Psv ha battuto in casa 4-1 il Roda, 7-0 lo Sparta, 4-0 l’Excelsior e il Willem II, 5-0 l’Utrecht; sconfiggere pertanto 5-1 il Vitesse, terminato 12esimo in Eredivisie e già superato 4-0 a domicilio in Coppa d’Olanda, non sembra poi un risultato così sospetto. 2) Il tallone d’Achille dell’Az, la squadra che senza tema di smentita ha giocato il miglior calcio di tutta la Eredivise, sono stati gli scontri con le piccole, sintomo evidente di una maturità non ancora acquisita in toto; 2-2 in casa contro il fanalino di coda Ado Den Haag, 0-0 ad Almelo contro l’Heracles e infine la già citata sconfitta contro l’Excelsior, club che oltretutto in questa stagione ha rubato punti sia al Psv (bloccato 0-0 a Rotterdam) sia all’Ajax (clamoroso 2-2 all’Amsterdam Arena). Conclusione personale: non tutti i campionati sono finti alla stessa maniera, anche se a volte può essere comodo pensarlo…

ALEC CORDOLCINI

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