30 agosto 2007

[analisi] Anderlecht e Ajax, polvere di stelle

Anderlecht e Ajax, polvere di stelle.

A come avvilente, come abulico, come agghiacciante. In due parole, A come Ajax e Anderlecht, club abituati in passato a banchettare nel salone delle grandi cerimonie di Casa Europa mentre adesso non superano nemmeno l’anticamera. A metterli alla porta sono sufficienti camerieri turchi, danesi o cechi, senza bisogno di scomodare i grandi maitre. Si specchiano nelle glorie del passato per dimenticare un presente grigio fumo, poi tornano nel loro orticello di casa e fanno fuoco e fiamme contro il Bruxelles o l’Heracles di turno, finché non decidono di mettere nuovamente piede oltre il confine e allora i loro botti diventano petardi bagnati. L’Anderlecht aveva pescato dall’urna i campioni di Turchia del Fenerbache per quella che sulla carta appariva una sfida alla pari; l’eliminazione ci può stare, quello che sconcerta è come è maturata, ovvero con due sconfitte, zero reti segnate, e i soliti noti (Boussoufa, Tchitè) che appena sentono il profumo di Europa si fanno piccoli piccoli. Ma i segnali erano nell’aria già tempo, addirittura fin dalla seconda partita ufficiale (la prima, la Supercoppa Belga stravinta contro il Bruges, è stata il classico specchietto per le allodole) quando per piegare il neopromosso Mechelen c’erano voluti 91 minuti. Che dire poi del 2-2 contro l’altra matricola, il Dender, che farebbe fatica a spuntarla contro la Cremonese? “Povero Anderlecht e povero calcio belga”; la stampa locale si è scatenata nel presentare il triste scenario che per la prima volta dal 1999 vede iniziare la fase a gironi senza alcuna squadra belga. In realtà già da diverso tempo il palcoscenico della Champions era troppo per il farraginoso e sterile calcio ruminato dall’Anderlecht. Quest’anno ce ne siamo semplicemente accorti qualche mese prima.

Sull’Ajax pasciuto e compiaciuto dai 50 milioni di euro ricavati dalle cessioni estive (Sneijder-Babel-De Mul-Perez) ma eliminato da una squadra, lo Slavia Praga, il cui budget raggiunge a stento i 5 milioni, apriamo una parentesi raccontando un piccolo retroscena. Quando poco tempo fa gli ajacidi misero i propri occhi sul talento uruguaiano Luis Suarez del Groningen, si presentarono nella sede dei bianco-verdi con un assegno da 3.5 milioni di euro. Il Groningen giocò al rialzo; prima 5 milioni, poi 6 e via di questo passo, con il risultato che l’Ajax interruppe le trattative. A questo punto Suarez, smanioso di giocare ad Amsterdam, decise di forzare il trasferimento ricorrendo alla Commissione di Arbitrato, la quale però respinse l’istanza motivando che “le prestazioni fornite negli ultimi anni dalle società calcistiche AFC Ajax e Fc Groningen non sono tali da configurare per il calciatore Luis Suarez il danno di mancato avanzamento di carriera”. L’epilogo fu che per poter arruolare Suarez l’Ajax dovette sottostare alla richiesta del Groningen, nel frattempo salita a 7.5 milioni di euro, per di più dopo una sentenza che si era rivelata un autentico smacco per l’immagine del club, mettendo quasi sullo stesso piano un club da 29 titoli nazionali, 3 Coppe Campioni e svariati altri trofei e un altro dalla bacheca più vuota di certi stadi italiani durante le notturne di Coppa Italia. Ieri con lo Slavia Praga è arrivato l’ennesimo sfregio, ma se almeno lo scorso anno contro il Copenaghen c’era l’alibi della partita andata storta, e può capitare a tutti, quest’anno invece siamo di fronte a due-sconfitte-due, 1-0 a domicilio e 2-1 in trasferta. Il tecnico Henk ten Cate è finito sulla graticola, del resto uscire per due anni di fila ai preliminari contro avversarie di medio valore non ammette repliche né tantomeno scuse. Cedere Sneijder è stato come far saltare il tappo in una nave che già imbarcava acqua. Sono arrivati 27 milioni di euro, cifra innegabilmente importante, ma a quanto ammontano i mancati guadagni derivati dall’aver perso il treno milionario della Champions? Senza contare poi, passando da ragioni economiche a questioni squisitamente tecnico-tattiche, il vuoto creatosi in mezzo al campo in termini di equilibrio, costruzione di gioco e personalità. Quest’ultima è la chiave principale per decodificare una sconfitta inaspettata alla vigilia; gente come Vermaelen, Vertonghen, Sarpong, Colin o Delorge è palesemente inadeguata per simili contesti, tanto più che alcuni di loro hanno appena perso i denti da latte. Ci vorrebbe l’esempio degli esperti, ma Stam è ormai agli sgoccioli, Emanuelson sta ancora pensando alle vacanze (e all’Arsenal?) e Huntelaar i gol li tiene in canna per il De Graafschap. Luis Suarez, proprio lui, è stato l’unico a salvarsi, forse perché l’unico ad aver capito veramente cosa significa giocare per l’Ajax. La prossima volta provi a spiegarlo anche ai compagni.

ALEC CORDOLCINI

27 agosto 2007

[figuras] Edgar Osvaldo Barreto - Emil Halfredsson

Edgar Osvaldo Barreto

Per fortuna ci sono le nazionali. Edgar Osvaldo Barreto, una delle novità in casa Reggina, non può che pensarla così, dal momento che finora la parabola ascendente della sua carriera è stata scandita dalle prestazioni offerte con la maglia del Paraguay. Il brillante Mondiale under-20 nel 2003 negli Emirati Arabi Uniti gli ha garantito lo sbarco in Europa nella Eredivisie olandese, la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atene l’anno successivo gli è valsa la conferma nel Nec Nijmegen dopo sei mesi di apprendistato, la Coppa America 2007 gli ha infine permesso di lasciare l’Olanda per un campionato di maggior richiamo. Nel mezzo, le qualificazioni a Germania 2006 condotte con buon piglio e la successiva delusione per il poco spazio concessogli dal ct Anibal Ruiz nel corso della manifestazione, dieci minuti contro la Svezia e la maglia da titolare solamente nell’inutile incontro con Trinidad e Tobago. Un’amarezza alla quale si è sovrapposta quella per la mancata partenza da Nijmegen già l’estate scorsa, dopo che le eccessive richieste del Nec avevano allontanato diversi club europei, e che aiuta a comprendere il motivo per il quale la stagione appena conclusa sia stata per Barreto la peggiore nei suoi tre anni e mezzo di Eredivisie. La già citata Coppa America è però riuscita a restituire a questo dinamico centrocampista che si ispira a Edgar Davids quella visibilità guadagnata a pieno diritto nel corso delle sue prime stagioni con la maglia del Nec.

Barreto è un centrocampista versatile dotato di buona tecnica individuale che ama creare e organizzare il gioco della squadra e che preferisce un approccio “ragionato” alla partita. Nel Nec Nijmegen, squadra partita nelle ultime stagioni con obiettivo Uefa e finita regolarmente nella seconda metà della classifica, Barreto ha dimostrato di riuscire a ricoprire tutti i ruoli in un centrocampo a tre, con particolare predilezione per la posizione di interno destro, come già del resto avviene in nazionale nel 5-3-2 predisposto da Gerardo “Tata” Martino. Non possiede la grinta del condottiero ma sa garantire fosforo, polmoni e caparbietà. A Nijmegen si richiedeva sostanza e capacità di calarsi in un contesto in cui c’era da stringere i denti, a Reggio Calabria la musica cambierà poco, ma ben diverso sarà il palcoscenico. Qualcuno ha parlato di un possibile dualismo con Francesco Cozza, altro costruttore di gioco dai piedi buoni, ma rispetto al trequartista calabrese Barreto è abituato a giocare qualche metro più indietro, sdoppiandosi nel ruolo di playmaker e di centrocampista di contenimento.

Originario di Asunciòn, dove è nato il 15 luglio 1984, Barreto è stato iniziato al calcio dal fratello Diego, portiere, poi diventato anch’egli giocatore professionista (attualmente è sotto contratto con l’Almerìa, Segunda Divisiòn spagnola, ma gioca in prestito nel Cerro Porteño). Edgar, minore di tre anni, ha firmato il suo primo contratto “pro” nel 2002 con il Cerro Porteño, in cui ha giocato due stagioni prima di prendere la via di Nijmegen, dove l’incontro con l’allora tecnico del Nec Johan Neeskens, che masticava la lingua spagnola per via della sua militanza da giocatore nel Barcellona, lo ha aiutato sensibilmente ad ambientarsi nella fredda città della Gheldria. L’8 luglio 2004 ha esordito in nazionale maggiore contro il Costarica, collezionando da allora 17 presenze. La fama è quella di ragazzo tranquillo e senza grilli per la testa, il primo anno in Olanda l’ha trascorso bivaccando con la famiglia (mamma Graciela, la sorellina Maria Isabel) in un campeggio, gli unici screzi li ha avuti con la dirigenza del Nec per la mancata cessione, finendo anche fuori rosa per un breve periodo. “Dover rinunciare a un talento come il suo”, aveva commentato l’attuale tecnico dei rosso-nero-verdi Mario Been, “è un po’ come privarsi della torcia lungo un sentiero buio”. Adesso Barreto dovrà illuminare quello che porterà la Reggina alla salvezza.

Emil Halfredsson.

Tre squadre in meno di un mese, se non è un record poco ci manca, ma è ciò che il destino ha riservato a Emil Halfredsson (o Halfreðsson, seguendo l’alfabeto islandese), ennesimo acquisto straniero di una Reggina sempre più global. Ma dopo uruguaiani, paraguaiani, brasiliani e portoghesi il presidente Foti ha deciso di volgere il proprio sguardo a nord, prelevando questo islandese che il Tottenham Hotspurs aveva appena ceduto al Lyn Oslo, da dove ha fatto le valigie dopo sole due settimane di permanenza (con una presenza in Coppa di Norvegia e trenta minuti giocati in Tippeliga). Halfredsson è un esterno sinistro dalle spiccate propensioni offensive e può giocare da ala in un 4-3-3 o da incursore di fascia in un 4-4-2. Proprio per coprire tale ruolo venne acquistato dal Tottenham nel gennaio del 2005 dall’Hafnarfjordur, club nel quale è cresciuto e dove, nel 2004, ha vinto il campionato islandese; l’operazione venne avallata dal direttore tecnico degli Spurs Frank Arnesen, rimasto colpito dalla dinamicità mostrata dal giocatore durante un incontro di Coppa Uefa con il Dumferline. A Londra però non ha trovato spazio, finendo nel 2006 in prestito al Malmö (24 presenze, 8 reti). Nato a Reykjavik il 29 giugno 1984, Halfredsson vanta 7 presenze con la maglia della nazionale islandese, con la quale ha esordito il 30 marzo 2005 a Padova contro l’Italia, nazione che adesso imparerà a conoscere meglio grazie al quadriennale firmato con gli amaranto di Reggio Calabria.


ALEC CORDOLCINI

23 agosto 2007

[recap] Svizzera - Olanda 2-1



Vale sempre la pena andare una partita dal vivo. Grazie alla cortesia di Paolo Galli e di altri colleghi svizzeri eravamo presenti sulle tribune dello Stade de Genève e abbiamo potuto apprezzare forse l'amichevole più significativa della giornata. Vale esserci anche perché il risultato dice tanto, ma non tutto. Io comincio non schierandomi contro Van Basten: nel dopo partita (anche se in una conferenza stampa di 20 minuti ha parlato 18 minuti in olandese con i colleghi dei media dei Paesi Bassi e solo un paio di minuti in inglese...) ha ammesso la partenza soft dei suoi, ma ha poi sottolineato la svolta, positiva, nel resto del match, specie nel secondo tempo. Io credo che a livello tattio sia stato importante abbandonare i tre attaccanti e porre, a metà primo tempo, Van Persie dietro a Van Nistelrooy e a Van der Vaart: più appoggi in costruzione, centrocampisti che si muovevano meglio e difesa svizzera fatta finalmente lavorare. Già, perché per i primi minuti (abbozzato un discreto pressing alto) l'Olanda faceva un'enorme fatica a costruire da dietro: Van Bronckhorst davanti alla difesa non partecipa alla fase di costruzione, delegata al giro-palla dei difensori che troppo spesso, poi, cercavano di lanciare direttamente gli esterni d'attacco Van Persie e Van der Vaart. Preso un gol su rigore, dovuto a una disattenzione, una delle non poche della linea difensiva orange, Van Basten sceglieva di cambiare e, come detto, trovando più appoggi nella metacampo offensiva anche con un uso maggiore della palla a terra, riusciva a muovere la retroguardia rossocrociata e a trovare inevitabilmente più spazi, nonostante l'ottimo lavoro di Inler e Gelson, davvero positivi. Se attacchi bene, difendi bene: anche se si perdeva la palla, gli olandesi accorciavano e il recupero diventava ipso facto "alto": poche però sono state le conclusioni pulite: lo spirito, però, mi sembrava buono. Un po'più disordinati nel secondo tempo (fuori subito Van Nistelrooy - volenteroso -, Van der Vaart -nullo - e Snejider - inutilmente e continuamente polemico con l'arbitro) però più concreti, specie con Babelsulla fascia sinistra che diventa terreno di conquista orange, anche per gli inneschi di Seedorf, trotterellante il giusto ma capace di illuminare all'improvviso. Svizzera, che trova il secondo gol grazie a un'azione caparbia, insistita, confusa, cui gli olandesi non mettono fine anche per poca determinazione, però un po' troppo passiva. Bene in mezzo al campo, come detto, difende molto bassa, fa fatica a ripartire anche perché Nkufo non è forse l'attaccante giusto per giocare da punta unica, spalle alla porta (al 55' entra Streller ma il leit motiv della gara è già inquadrato e la punta del Basilea può poco). Sugli esterni bene i terzini: a me oggi ha persuaso più Degen di Magnin. Barnetta, nonostante i due gol e l'amore del pubblico di Ginevra che alla sua uscita gli tributa l'applauso più fragoroso, un po' troppo assente dal gioco, anche perché poco stimolato da un'idea di gioco che lo coinvolge poco: quasi uno spreco. E, nonostante la vittoria, che ovviamente fa morale (era dai tempi in cui mise sotto l'Italia di Sacchi che la Svizzera non batteva una big), guarderei in filigrana la prestazione, e starei coi piedi ben saldi a terra.

Svizzera: Coltorti; Philipp Degen (69. Lichtsteiner), Von Bergen, Senderos (88. Cabanas), Magnin; Fernandes (67. Huggel), Inler; Vonlanthen, Margairaz (81. Yakin), Barnetta (73. Spycher); Nkufo (56. Streller).
Olanda: Stekelenburg; Jaliens (46. Boulahrouz), Heitinga, Bouma, Emanuelson; van Bronckhorst; de Zeeuw, Sneijder (46. Seedorf); van der Vaart (46. Babel), van Nistelrooy (46. Kuyt), van Persie.

Gol: 9. Barnetta (Rig.) 1:0. 51. Barnetta 2:0. 52. Kuyt 2:1.

Stade de Genève, Ginevra. 22 agosto 2007
Da Ginevra, CARLO PIZZIGONI

17 agosto 2007

[recap - Champions'] Siviglia - AEK 2-0



Passo importante in un momento estremamente delicato. Ha rischiato, il Siviglia, con un AEK che potrebbe e dovrebbe giocare un po' meglio, anche se stavolta Serra Ferrer mi ha persuaso, specie nel primo tempo quando i greci approfittano del ritmo bassissimo dei biancorossi. Juande Ramos sceglie Maresca e Poulsen come coppia di centrocampo, ma già al 25' del primo tempo si sta scaldando Renato. L'italiano e il danese non funzionano in fase propositiva e spesso si fanno trovare fuori posizione anche in fase di non possesso. Un disastro a cui l'allenatore sivigliano pone rimedio all'inizio del secondo tempo: fuori Maresca e retrocesso al ruolo di difensore centrale Poulsen ( e pure qui ci mette del suo: sul finire della partita invece di lasciare al portiere rimette in gioco di testa la palla proprio sui piedi di Julio Cesar, il giocatore di maggior talento dei greci - vabbè, Rivaldo concede solo flash-, sinistro e traversa con Palop battuto). In mezzo Renato e Keita, ed è nuova sinfonia. Il maliano non ricama ma recupera e accompagna, senza essere anonimo in fase offensiva, in Francia l'ha messa spesso. Davanti, prova superiore di Jesus Navas (sul primo gol si limita all'assist, il secondo è invenzione tutta sua: azione personale di slalom tra birilli giallo-neri) e segnali positivi di Diego Capel. La fiducia di Juande Ramos aiuta: timidino con il Madrid nella finale di andata di supercoppa, qui ritorna lui, punta il difensore e va, va ,va, il sinistro fa il resto anche se nel primo tempo si divora un gol clamoroso. Peggio per il Barça che non riusciì a trattenerlo quando, giovinetto, DC non riuscì ad ambientarsi alla Masia. Altro esordiente, altra buona prestazione: Fazio. Già ha tenuto in piedi la difesa argentina nel mondiale under 20, qui fa la stessa figura: si accomoda sul centrosinistra lasciando Boulahrouz nella parte preferita: l'olandese regala un'entrata con la solita, sospetta irruenza che mette fuori causa Rivaldo e poi si accomoda in panca. Fazio ritorna sul centrodestra con Polusen al fianco e non sbaglia niente; bonus: a seguito di un anticipo si ritrova, grazie a un inserimento centrale dei suoi, a tu per tu col portiere avversario e tenta di beffarlo con un pallonetto: esce male. Le fasce, che non vedono protagonista il possibile partente Dani Alves (se lo sostituiscono con Cicinho o Nelson e si mettono in tasca quella cariola di soldi compiono l'ennesimo miracolo del Guadalquivir), non sono però l'unica opzione sivigliana che possiedono uno dei miglior centravanti spalle alla porta del continente, Luis Fabiano, mente calcistica pazza e incostante ma superiore, che apre anche spazi centrali di inserimento. Kanoutè è indietro di condizione ma davanti alla porta non sbaglia: fa 2-0. Dovrebbe bastare.

Sevilla FC: Palop; Hinkel, Boulahrouz (Keita, M.46), Fazio, Dragutinovic; Jesús Navas, Poulsen, Maresca (Renato, M.46), Capel; Luis Fabiano (Martí, M.70) y Kanouté.
AEK Atenas:
Moretto; Edson Ramos (Kafes, M.61), Geraldo, Dellas, Arruabarrena; Zikos (Tozser, M.90), Nsaliwa; Julio César, Rivaldo (Kone, M.66), Manduca; y Liberopoulos.

1-0, m.47: Luis Fabiano
2-0, m.67: Kanouté

16 agosto 2007

[reportage] Mondiali under 20

“Dietro quei grandi alberi c’è l’Upper Canada College”. Cento metri di asfalto, erba verdissima ai lati. Poi il campo: erba sintetica, linee gialle del football dell’altra parte dell’oceano e bianche per il soccer. Clima disteso. Banega fa un numero in partitella dove ad Agüero viene imposto il ruolo di difensore, Moralez si lamenta per un’entrata di Fazio, Mauro Zarate, prova una corsa a balzi per recuperare dall’infortunio. Quando è a Toronto l’Argentina si allena qui, in fondo a Sant Clair Avenue, la strada che un anno fa si è colorata di azzurro per la vittoria dei mondiali della nazionale italiana di calcio. Visti i nomi sopra citati pare logico a tutti che i prossimi clacson su una della strade che taglia a fette una delle città più multietniche del globo, debbano essere per forza argentini. Lo saranno, ma quanta fatica e “stellone” per una volta che arride ai fratellini di Maradona. Al National Stadium, giù a Exhibition, con il lago Ontario a fianco e la skyline di Toronto sullo sfondo, a un quarto d’ora dalla fine dell’ultimo match era la Repubblica Ceca a trovarsi più vicina al Mondiale under 20, poi taglio in profondità di Banega e rete di Agüero e, a cinque minuti dalla fine, classica azione lato lungo – lato lungo di Zarate e destro fulminante sul primo palo a sorprendere il portiere. Poi, la festa, insieme al sospiro di sollievo. Dice, fortuna? E gli infortuni? Vero, gli argentini hanno perso quasi subito Damian Escudero, mezzapunta del Vélez, e Mauro Zarate per più di metà torneo, oltre a qualche acciacco qua e là. A dirigere, Hugo Tocalli, fido secondo di una vita di José Pekerman, finalmente al comando della nazionale giovanile dopo che due anni fa, pur avendo preparato il Mondiale, dovette seguire il suo mentore nell’avventura della Selección alla Confederations Cup.Mia domanda a Tocalli “recupererete i due del Vélez per la finale?” “Difficile, quasi impossibile”. Infatti: Zarate titolare... C’è poco da fare, Hugo: loro ti hanno salvato. Certo, la gestione del gruppo è stata buona, ma in campo si è visto davvero poco oltre alla classe degli interpreti. E alla voce classe, oltre ai nomi sopra citati e già riconosciuti, si deve aggiungere anche quello di Angel Di Maria, appena messo sotto contratto dal Benfica: lui ha sostituito Zarate al fianco di Agüero e lui ha più volte aggiustato le partite all’Albiceleste: decisivo con Polonia, Messico (assist) e Cile, dove un infortunio (fortuna, eh?) l’ha messo fuori dai giochi. La scelta di Tocalli di lasciare spazio agli uomini più che al gioco si denota anche dal 4222 sempre proposto con mezzepunte vere (spesso Moralez e Piatti) dietro due attaccanti e due mediani di cui solo uno esclusivamente di rottura, Yacob (Sanchez in finale). Difesa a 4 ultrabloccata dove bene ha fatto Fazio, sfilato l’anno scorso al Ferrocaril Oeste dal Siviglia, complice il fallimento del Verdolaga. Organizzazione contro talento? Sarebbe eccessivamente manicheo presentare la rassegna in questo modo, però è una proposta di lettura che ci può stare: due formazioni bene gestite tatticamente sono arrivate in semifinale, Austria e Repubblica Ceca, complimenti quindi ai due tecnici. Miroslav Soukop ha voluto un 4141 adattato, sviluppando un gioco che parte sì dalla difesa ma non è per nulla catenacciaro come da più parti si mormorava, basta vedere quante e in quali situazioni arrivava al tiro la Repubblica Ceca: nel primo tempo della finale aveva, ad esempio, molte più conclusioni dell’Argentina. Bravo anche Paul Gludovatz, tecnico austriaco, che ha plasmato la sua squadra a seconda delle situazioni: un solo neo in semifinale con l’inserimento del bomber Hoffer (piuttosto limitato nei compiti di gioco di squadra) a danno dell’interessante Rubin Okotie, centravanti dal papà nigeriano e dalla grande prospettiva. Bene anche il capitano e centrale difensivo Proedl e il mediano Kavlak.

L’altra semifinalista, il Cile, ha messo in luce poco gioco d’insieme, ma un livello tecnico generale molto elevato, anche se i nomi grossi nel finale della rassegna hanno abbandonato la nave: isterico Vidal (Bayer Leverkusen), poco incisivo Vidangossy (Villareal), infortunato Alexis Sanchez (Udinese). A questi aggiungere Mauricio Isla, combattente più che fine dicitore, multiruolo, che ha solleticato appetiti in continente e pure in Europa: il ragazzo però non ha raggiunto la titolarità nemmeno nell’Universidad Católica, suo team cileno: è il caso di attendere.

Le altre? Malissimo il Brasile di Nelson Rodrigues, vincitore un po’ per caso del Sudamericano di categoria, senza Lucas (infortunato) ha (ri)presentato un calcio raffazzonato, che nemmeno la classe di Pato è riuscito a salvare. Giudizio in chiaroscuro per Messico, Spagna e Uruguay. I primi hanno mostrato un futbol propositivo ma non molto incisivo, la Spagna, l’europea più titolata, ha rischiato con il Brasile ed è poi uscita con i cechi, alternando segnali positivi a troppa ruminazione, la Celeste ha ben impressionato col suo 433, proponendo un più che discreto gioco ma ha pagato venti minuti super dell’”americano” Freddy Adu, che li eliminati. Tutto sommato un buon mondiale delle africane, con la Nigeria che ha sfiorato il colpaccio in semifinale col Cile (decisione ai supplementari) e discreti sia lo Zambia che il Gambia, mentre malissimo le asiatiche, tra le cui è lecito salvare solo il Giappone: urge esame di coscienza generale su dove stia andando il calcio di questo sterminato continente. Sul campo, figuraccia per il Canada, eliminato senza nemmeno segnare un gol, mentre intorno ad esso complimenti per l’organizzazione: coinvolgimenti di giovani, bambini e famiglie e record di presenze assoluto per questa competizione: addirittura si raddoppiano gli ingressi rispetto all’edizione di due anni fa in Olanda.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo



Sergio Agüero. ARG. Una bella spanna sopra tutti. Capocannoniere e miglior giocatore del torneo. Implacabile davanti alla porta, capace di acrobazie tecnicamente fantastiche (gol alla Polonia con sombrero sul difensore e definizione al volo da favola), pericoloso su punizione. Un attaccante che vuole diventare un fuoriclasse, e ne ha tutti i crismi. A cominciare dall’esordio in Primera quando la carta d’identità segnalava un’età inferiore anche a quella che aveva al debutto Maradona. Carismatico coi compagni senza essere superstar, aveva già deciso il mondiale scorso pur giocando poco: quest’anno è tutto suo.

Ever Banega. ARG. Come si cambia dopo una stagione da titolare… Da promessa a giocatore fatto e finito: conduce i ritmi del gioco, sa dare palla in profondità e recuperare palloni con estrema durezza. Maneggia la sfera con estrema abilità e eleganza e non ha più paura di sbagliare: i rimproveri di Riquelme sono serviti... Ha già alzato la Libertadores col suo Boca Juniors, qui Tocalli ha voluto dargli anche la protezione di un mediano difensivo come Yacob per lasciarlo più libero di inventare. L’assist ad Agüero in finale descrive anche la testa del ragazzo: non è uscito dal match in un momento di estrema difficoltà, anzi, ha trovato la freddezza per segnare la partita nell’occasione giusta.

Freddy Adu. USA. Volevano liquidarlo come barzelletta: questo il nuovo Pelé? Bene, i tam tam mediatici avranno pure esagerato ma il giocatore c’è, eccome. Passo rapido, appoggi frequenti a terra, gran sinistro e ottima visione di gioco anche spalle alla porta. Sapiente uso del corpo nei contrasti, non è velocissimo, ma ha la mente fresca per la giocata. Nel 442 americano, scolastico e rigoroso, era l’unico che usciva dallo spartito per illuminarlo. Caratterialmente forte, forse perché finalmente ha mostrato il suo reale valore, ha spronato continuamente i compagni. Negli ottavi contro l’Uruguay, si è acceso improvvisamente dopo il gol contro e ha trascinato i suoi. Deve allenare e fidarsi più del suo destro. Curiosi di vederlo al Benfica.

Luis Suarez. URU. Si aspettava Cavani ma è arrivato Suarez. Tra le tre punte uruguagie l’unico a mostrare volontà e giocate in serie. Cervellotica la sua sostituzione nella partita decisiva con gli USA. Grande stagione in Olanda ma pochi riflettori, Suarez è davvero un giocatore completo. Vede la porta, sa partire dai lati senza problemi e ha notevole varietà di soluzioni. Ha fantasia e vede il gioco. Reduce da un infortunio, un Cavani poco motivato ha scarsamente beneficiato della verve di Suarez: l’Uruguay poteva andare molto più avanti.

Martin Caceres. URU. Prossimo a sbarcare in Europa, in Spagna (lo ha preso il Villareal che lo darà in prestito al Recreativo Huelva), è già pronto per contese di alto livello. Difensore centrale dalla mente lucida e dal tackle ruvidissimo, come gli impone il suo passaporto rioplatense, Caceres ha grande abilità nell’anticipo, di cui però non abusa, e superba leadership. Il gioco di Gustavo Ferrin gli imponeva anche compiti di costruzione e, all’occorrenza, lanci per gli esterni d’attacco: bene anche in questi fondamentali anche se possiamo migliorare. Le basi per la costruzione di un difensore di altissimo livello ci sono tutte.

Giovani Dos Santos. MEX. Già segnalato dal Guerin per gli stupendi mondiali under 17 che vinse col suo Messico, ha dimostrato ancora una volta il suo valore: gli manca l’esperienza che non si acquisisce certo giocando tra le macerie del Barça B: traduco, Rijkaard e la dirigenza blaugrana gli han fatto perdere un anno. Veloce, molto tecnico, educatissimo con entrambi i piedi, cadenza del grande giocatore (sinistra la sua somiglianza con Ronaldinho), il “brasiliano di Monterrey” (il papà Gerardo, conosciuto come Zizinho, terminò la carriera nel nord del Messico) ha anche giocato da finta prima punta nel tridente messicano con Villaluz (positivo) e Vela, per avere la possibilità di giocare fronte alla porta. Non male l’idea, e ulteriori suggerimenti per la sua futura carriera che deve decollare, lontano da Barcellona se necessario.

Carlos Vela. MEX. Nessun gol nella manifestazione, perché la segnalazione? Perché Vela, che fece innamorare Arsène Wenger nel mondiale under 17 e convinse i dirigenti dell’Arsenal a metterlo sotto contratto, non è più solo un centravanti. Sta diventando, anche per le sue notevoli doti fisiche, giocatore a tutto tondo: capace di assist, di appoggio al centrocampo e pure di recuperi. La crescita continua, e i Gunners, dopo la positiva stagione al Salamanca, vogliono vedere la definitiva maturazione quest’anno all’Osasuna. Il nativo di Cancun sta perfezionando l’inglese, sarà pronto per Londra. Una sua girata da fantascienza rischiava di mettere in difficoltà i futuri campioni dell’Argentina: è intervenuto il palo, ma la preparazione dell’ex Guadalajara dice tutto su di lui.

Alexandre Pato. BRA. No, no, non correte: non siamo di fronte a un nome pompato senza motivo. Il Brasile sarà anche uscito agli ottavi, dopo un vergognoso girone eliminatorio, ma il non gioco di Rodrigues è costato più delle parziali ombre di Pato. Che poi non sono state tantissime. Il giocatore è addirittura del 1989, di due anni sotto il par, quindi, e anche qui ha mostrato classe da vendere: Pato è completo, domani farà tutto bene, oggi fa già tutto. Palla al piede può essere devastante, ha fiuto del gol, è bravo di testa. La critica di una parte dei suoi connazionali è quella di essere spesso assente dal gioco: provate voi a muovervi con coerenza nella confusione che ha mostrato questo Brasile…

Diego Capel. SPA. Più di un osservatore storceva il naso a inizio di ogni dribbling, salvo poi meravigliarsi dell’esito finale. Il canterano del Siviglia è un po’ tutto lì, nel suo dribbling, testone, contorto, sgrammaticato, però di efficacia e potenza superiore. E questo stupisce. Giocando da esterno nella Spagna Ginés Meléndez è stata la sola arma, nell’assenza di ritmo generale, che ha continuativamente messo in difficoltà le difese altrui, spesso rimaste inebetite anche quando si era programmato un raddoppio o più: l’11 rosso usciva continuamente sul tappeto verde. Precauzioni per il futuro: trovi una squadra che può ricevere beneficio dalle sue sfuriate e impari a leggere meglio quella che la difesa propone: ad altissimo livello potrebbe trovare difficoltà.

Maxi Moralez. ARG. La fiducia incondizionata di Tocalli nei suoi confronti ha pagato dividendi altissimi: secondo miglior giocatore del torneo e terzo nella classifica cannonieri con quattro gol ( e tre assists). Per chi, come noi, ha seguito il suo campionato nel Racing Avellaneda le previsioni erano funeste, e invece questo scricciolo di 160 centimetri, pieni di grinta, ha mostrato grande voglia e giocate decisive. Futuribile fino a un certo punto, non ha qui sofferto la fisicità dei difensori come invece tende a fare in Primera. Forse ha beneficiato del modulo che prevedeva una sola punta al centro, Agüero, e altri tre che gli giravano attorno: Moralez aveva anche compiti di costruzione del gioco lontano dalla porta, da dove spesso è partito per arrivare a concludere.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

Polvere di stelle. Spesso alcuni diamanti sono solo nascosti: non sempre si può trovarli, qualche volta è necessario scommettere che siano lì, appena sotto una patina di terra. Rubin Okotie, padre nigeriano, madre austriaca, pakistano di nascita, ha già la storia pronta per quando esploderà. Giovanili Austria Vienna, grande fisico, tecnica buona ma da limare, ottima presenza e buona visione di gioco, un centravanti di prospettiva. 100% nigeriano, e tutto da seguire, è il centrocampista offensivo Ezekiel Bala, già in forza ai norvegesi del Lyn che sperano di bissare il successo dell’affare Obi Mikel, cresciuto da loro.
Tra le (presunte?) superstar cilene non figura, ma tra qualche anno ci piacerebbe vedere dove è finito Gerardo Cortes, centrocampista centrale, destro educatissimo e mente calcistica sveglia del, ehm, Deportes Concepción. Irrequieto di carattere e indigesto ai difensori resta il polacco Dawid Janczyk, attaccante non elegantissimo ma di grande movimento e di buon fiuto. Tra i pochi a salvarsi della spedizione portoghese (i cui migliori giocatori di prospettiva sono però del 1986) Fabio Coentrao, sinistro offensivo dalla grande tecnica. Leandro Lima, ex Sao Caetano accasatosi al Porto, mezzapunta brasiliana, ha veramente troppi pochi estimatori per quello che vale, vedremo in Portogallo le sue notevoli possibilità. Al fianco di Adu, si è sempre fatto trovare pronto all’appuntamento con gli assists del compagno che ha sostituito agli ex Metrostars ora Red Bull New York, Jozy Altidore, lungo ma mobile attaccante USA di genitori haitiani.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

15 agosto 2007

[recap - Argentina] Tigre - Independiente 0-3

Bene, ancora bene l'Independiente. Attesi al varco dall'assenza del "Rolfi" Montenegro i giocatori di Troglio hanno offerto una prestazione brillante e convincente: per la conquista del titolo ci saranno sicuramente anche loro. Benissimo la fascia sinistra con un Mareque tornato alla continuità propositiva e qualitativa dei primi match col River, ancora bene Oyola. Fascia destra meno esuberante e meno tecnica ma ugualmente efficace, benissimo Machin in quella posizione, copre da par suo e sa anche offendere con pericolosità. Coppia centrale sicura con Gioda e Rodriguez, specialmente il primo insidiosissimo di testa su corner e punizioni. I sincronismi difesa-centrocampo funzionano a meraviglia nel 4312 di Troglio, che pare essere al Rojo da una vita. Nel match in questione Diaz, chiamato a sostituire Montenegro, simbolo del club e giocatore di alto profilo, ci mette del suo nella vittoria e continua stimolare i due attaccanti. Merito evidentemente anche dell'allenatore che conferma tutto quello di buono che si era detto su di lui, anche col Gimnasia La Plata aveva mostrato un buon calcio senza avere a disposizione l'élite del futbol argentino, anzi. Ci è subito piaciuta la scelta di Sosa davanti (sui vecchi post è chiara la nostra simpatia per Ismael), ma chi ci ha più persuaso è stato certamente Denis: forte fisicamente, svelto di testa e di piede, capisce il gioco ed è spesso al posto giusto, e certo non lo sposti: un altro Tanque per l'Argentina che pareva aver smesso di produrre centravanti di peso di buon livello. Il Tigre di Diego Cagna, leggenda boquense da seguire anche in panchina: al primo colpo ha centrato l'obiettivo portando nella massima serie el Matador, prova col contropiede ed è solida mentalmente: il punteggio la penalizza oltremodo.


Tigre: 0

Daniel Islas ; Santiago Morero , Alexis Ferrero , Juan Carlos Blengio ; Martín Galmarini ( 11'ST José San Román ) , Felipe Stang , Román Martínez , Nicolás Torres , Martín Morel ( 19'ST Matías Córdoba ) ; Sebastián Ereros , Leandro Lazzaro .

Independiente: 3
Fabián Assmann ; Ricardo Moreira , Leandro Gioda , Guillermo Rodríguez , Lucas Mareque ; Gastón Machín ( 8'ST Lucas Pusineri ) , Mariano Herrón , Matías Oyola ( 33'ST Adrián Calello ) , Rodrigo Díaz ; Ismael Sosa ( 27'ST José Moreno ) , Germán Denis .

Goles: 5'PT Ismael Sosa (IND) , 31'PT Germán Denis (IND) , 20'ST Germán Denis (IND) .

12 agosto 2007

[recap - Messico] Pachuca - Monarcas Morelia 3-1

Dopo due partite il Pachuca è già leader in Messico. Los Tuzos, anche prossimi insidiosi avversari di Boca e Milan nella Coppa del Mondo per Club in Giappone, stavolta convincono poco. Il Morelia gioca nettamente meglio. Trejo comincia il match con un'insolita (per lui) difesa a 4, che poi diventerà a 3 nel secondo tempo quando i michoacanos saranno padroni del gioco, rischiando pochissimo anche contro la nuova punta, il veloce Alvarez, che Meza fa entrare. Dominio non vuol dire vittoria, e infatti è il Pachuca a portare a casa l'intera posta ma con continue sofferenze dietro: sostanzialmente ogni palla messa in mezzo da punizione laterale sorprende la difesa, e non meglio va nelle coperture della transizione altrui. Al centro soprattutto si fa sentire l'assenza di Mosqueda e l'infortunio di Pinto: per rimpiazzare il primo, giunto in Andalucia, è stato messo sotto contratto il paraguagio Julio Manzur, che ieri però non poteva esordire. Segnali positivi dall'esterno sinistro, il giovane José Torres, dal tuttofare Jaime Correa e dal solito Cacho. Il Pachuca inizia bene la partita con i soliti tocchi, l'allargamento del campo in attesa della verticalizzazione, il recupero medio alto della palla e una solidità mentale che ha permesso i successi degli ultimi anni. Al gol incassato (errore del giovane Leobardo Garcia che non "sale" con il resto della linea difensiva e lascia in gioco due avversari tra cui Romero che infila Calero), sembra perdere le sicurezze e lascia campo alla squadra di Trejo che dimostra il valore medio sempre maggiore di un campionato come quello messicano: il promettente Aldrete prende le misure a Chitiva e lo spegne, Diego Martinez esibisce le solite buone letture difensive, Tiago e Arce dominano in mezzo al campo. Il Pachuca però non affonda e si issa a sei punti, ma c'è ancora da lavorare.

PACHUCA:1.- Miguel Calero, 2.- Leobardo García, 13.-Fernando Salazár, 22.- Paul Aguilar, 21.- Fausto Pinto (16.- Gerardo Rodríguez 46'), 25.- José Torres, 6.- Jaime Correa, 19.- Christian Giménez (8.- Gabriel Caballero 67'), 10.- Andrés Chitiva, 11.- Juan Carlos Cacho, 18.- Luis Gabriel Rey (7.- Damián Álvarez 46'). DT. Enrique Meza.

MORELIA: 23.- Moisés Muñoz, 2.- Edgar Solano, 26.- Mauricio Martín Romero, 4.-Diego Martínez, 16.- Adrián Aldrete, 5.-Wilson Tiago, 27.- Omar Trujillo, 35.- Jesús Castillo (40.- Eder Pacheco 46'), 15.- Fernando Arce, 8.- Oscar Carrasco (14.- Ever Guzmán 70'), 9.- Luis Ángel Landín. DT. José Luis Trejo.

1:0 Min. 12 Juan Carlos Cacho.
1:1 Min. 40 Mauricio Romero
2:1 Min. 61 Juan Carlos Cacho
3:1 Min. 90 Damián Álvarez

Estadio Hidalgo en Pachuca, Hidalgo - 11 agosto 2007

CARLO PIZZIGONI

09 agosto 2007

[recap -Argentina] Apertura'07 - Fecha 1

Ho avuto la fortuna di vedere tutta Independiente - Lanus, miglior partita della giornata, oltre all'esordio, pessimo, del Boca Juniors.
INDEPENDIENTE - LANUS 5-3
Grande ritmo, bene entrambe. Per Troglio linea a 4 dietro, centrocampo pieno di moviemento con ottime prestazioni di Oyola a sinistra e Machin a destra, bene "el tanque" Denis davanti, solita partita su e giù di Ismael Sosa, chiamato quest'anno a una stagione da svolta. Montenegro sempre a centellinare classe. Non grande equilibrio negli attacchi, però buona predisposizione di tutti: Troglio comincia bene. Ottima anche la partita del Lanus, formazione non solo da ripartenza, anche se la velocità di Acosta è un fattore. Pepe Sand fa il suo, poi eccede nella protesta e si fa cacciare sul 3-3 e indirizza il match. Valeri può fare molto di più con quella classe e francamente non ho ancora capito se dà il massimo partendo dall'esterno (stavolta a sinistra). A destra discreto Aguirre, Peralta si fa sentire quando entra : troppe, e pesanti, però le indecisioni dietro, a cominciare dal portiere Bossio. Cabrero parte bene in Sudamericana mettendo sotto l'Estudiantes 2-0.

BOCA JUNIORS - ROSARIO CENTRAL 0-0
Russo elimina l'enganche, lascia lo spazio centrale per l'inserimento a turno dei centrocampisti schierati (Ledesma,Battaglia, Banega e Neri Cardozo) ma la manovra non decolla mai. Si vuole insistere? Altrimenti altro che Riquelme ("no hay plata"): che si imposti il ruolo di enganche su Osvaldo Gaitan, ora impegnato con le giovanili del Boca nel torneo in Malaysia. Manca ancora equilibrio, sempre si voglia restare con questa formula di 442 spurio: dietro non adeguate le coperture alla difesa con il Central che rischia anche il colpaccio: Zelaya e Belloso si muovono
con intelligenza ma concludono male. Mi aspettavo di più da Damian Diaz, qualche sprazzo effimero e niente più.

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