30 gennaio 2012

Coppa d'Africa 2012: (day 9 MVP) Emmanuel Mayuka (Zambia - Young Boys)

Lo Zambia dell'ottimo Hervé Renard, ritornato Chipolopolo dopo la parentesi comunque buona di Dario Bonetti, doveva vincere coi padroni di casa per evitare ai quarti la Costa d'Avorio. Operazione riuscita, anche se il dinamismo della squadra non è andato di pari paasso con la precisione d'esecuzione negli utimi 16 metri. Segnatamente, quando il dialogo tecnico tra Emmanuel Mayuka e il leader Chris katongo non scorre fluido, davanti si soffre. Contro la Guinea è stato solamente accennato nella seconda parte del match, e ad intermittenza. Mayuka (Kabwe, 1990) è un diamante ancora da sgrezzare ma con notevole potenziale: è un lavoro adattissimo per lo Young Boys. Il club di Berna lo ha già fatto con Doumbia (oggi al Cska) e con Henri Bienvenu (al Fenerbahce), rivandoci un bel gruzzolo di milioni. Proprio la cessione multimilionario di Seydou Doumbia in Russia ha liberato il posto per il velocissimo attaccante dello Zambia, che in gioventù era stato bloccato dal Porto, prima che intervenisse con decisione il Maccabi tel Aviv e lo portasse nel campionato israeliano. Mayuka ha già segnato nel match contro il Senegal: il cammino dello Zambia dipende dai suoi gol.

Guinea Equatoriale - Zambia 0-1

28 gennaio 2012

Coppa d'Africa 2012. (day 7 MVP) Younès Belhanda (Marocco - Montpellier)

Gabon - Marocco è stata la partita più emozionante di questa Coppa d'Africa. Grande generosità e qualità tutt'altro che disprezzabili per le Pantere ( presidente Bongo sempre in tribuna) e solita, incredibile mancanza di personalità marocchina: sul perché i Leoni dell'Atlante bucano clamorosamente, ormai da tempo immemore, ogni manifestazione importante è materia da analizzare soprattutto a livello psicologico. La qualità della squadra di Gerets è tutta lì da vedere: noi scegliamo un giocatore però meno reclamizzato dai media, Younès Belhanda (Avignone, 1990). Centrocampista tecnico e elegante, buono fisicamente, con ottima visione di gioco (vedi il suo assist del primo gol di Kharja) Belhanda può giocare sulla trequarti o abbassarsi in costruzione per poi arrivare da dietro e concludere. Deve ancora riconoscere i tempi della partita, sapersi gestire, avere la cattiveria agonistica giusta: è giovane e ha un potenziale supersonico.

Gabon - Marocco 3-2

27 gennaio 2012

Coppa d'Africa 2012: (day 6 MVP) Mohammed Ahmed Bashir "Bisha" (Sudan - Al Hilal Omdurman)

Il calcio del Sudan sta ritornando competitivo. I buoni risultati ottenuti in Champions africana dall'Al Hilal di Omdurman sono stati un segnale: è necessaria anche una buona figura in questa Coppa d'Africa. Il Sudan è ancora in corsa per i quarti grazie alle due reti realizzate ieri contro l'Angola dal centravanti Ahmed Bashir (Khartoum, 1987), un attaccante moderno, di movimento ma che sa anche giocare con la squadra e concludere, e che alcune società inglesi hanno cominciato a sondare. Sarebbe davvero interessante aprire un varco e cominciare ad invitare in Europa ragazzi di questo martoriato Paese, che ha una buona tradizione calcistica alle spalle. Qualora ci fosse davvero questa apertura noi consiglieremmo il centrocampista Mohamed Tahir Osman, fisico da mezzofondista, buone intuizioni di gioco e ottima sensibilità nel sinistro (nel video sotto notate una sua conclusione da fuori area).

26 gennaio 2012

Coppa d'Africa 2012: (day 5 MVP) "Kily" Alvarez (Guinea Equatoriale - Langreo)

E' anche questione di fortuna. Trovi la persona giusta, che crede in te, ti dà fiducia e voli, oppure ti abbandonano, perdi le speranze, ti intristisci e rimane lì a guardare gli altri. Sì, esistono buoni giocatori pure nelle serie inferiori: uno si chiama David Álvarez Aguirre (Avilés, 1984), lo chiamano "Kily" e gioca in Tercera, in Spagna, nel poco conosciuto Langreo, lassù nelle Asturie. Grazie a una sua rete la Guinea Equatoriale ha battuto il deludente Senegal di Demba Ba e compagnia e si è qualificata per i quarti della Coppa d'Africa. Bella corsa, destro sensibile Kily è un laterale di spinta (contro il Senegal pregevole anche il suo assist nella prima segnatura) che ha giocato due ottime partite nella CAN 2012 che lo porteranno probabilmente lontano dalle Asturie. Cresciuto in un club di buona tradizione come l'Oviedo, Kily ha avuto la sua chance nella squadra B dell'Atletico Madrid: non ha funzionato qualcosa, anche se nella Capitale ha incontrato un paio di persone che gli hanno chiesto delle sue origini: " Mio padre Aquilino è della Guinea." Al termine della frase era già con la maglia dello Nzalang Nacional addosso. "Quando scendi dall'aereo e trovi mille persone ad aspettarti, ti sembra di essere Ronaldo", questo stato d'animo lo ha aiutato a rendere al massimo nella sua Nazionale, che si è qualificata i quarti anche con un paio di colpi di fortuna, una volta tanto è toccato a Kily, se la merita.

25 gennaio 2012

Coppa d'Africa 2012: (day 4 MVP) Modibo Maïga (Mali - Sochaux)

Quando verrà il turno per la celebrazione di Modibo Maïga? Dal punto di vista della qualità questo ragazzo messosi in mostra con il Le Mans ( a fianco di Gervinho) e oggi al Sochaux appartiene all'élite. Uno dei suoi classici uno contro uno vincenti, partendo dal lato, ha dato il via all'azione che ha portato in rete e poi alla vittoria il Mali contro la favorita Guinea. In mezzo al campo ha regalato un paio di perle di eleganza, palla al piede. Eppure Maïga (Bamako, 1987) vive ormai da un po' l'esilio al Sochaux, quest'anno navigante nelle brutte acque della Ligue 1: troppo poco per un talento del genere, sonnacchioso a volte, ma limpido come purezza. Il Newcastle doveva portarlo in Premier nella finestra di gennaio ma sono venuti fuori problemi fisici alle visite: ieri non si sono nemmeno intravisti: osservate la giocata del numero 10 ( e notate il velo, prima del tiro, di Seydou Keita, un professore di questo gioco).

Coppa d'Africa. Storie. Houphouët, l'Academie e Drogba: ma quando inizia vincere la Costa d'Avorio?




Regala spesso pioggia il cielo di Abidjan, la città più importante della Costa d'Avorio. Per evitare di camminare tra le pozzanghere hanno coperto di ghiaia il viale per arrivare alla località di Sol Beni. E' il percorso che ogni ragazzo ivoriano ha sempre sognato di compiere. In fondo alla via c'è un muro marrone, oltre quella barriera sorge infatti l'Academie, la più incredibile scuola calcio dell'intera Africa.

Nella Nazionale della Costa d'Avorio, che ha debuttato da favorita, ieri, nella Coppa d'Africa battendo 1-0 il Sudan, sette ragazzi dei primi undici della lista ufficiale (senza contare quelli in panchina) hanno percorso quel viale sassoso, anni fa. I due Touré, Kolo e Yaya, Tiené, Gervinho, Lolo, Kalou e il portiere Barry sono stati “creati” nell'Academie, legata al club più tifato del Paese, l'ASEC, per volere del presidente Roger Ouegnin e di un visionario maestro di calcio come Jean Marc Guillou (ex nazionale di Francia).

Hanno tutti cominciato a tirare calci a un pallone, a piedi nudi, quando ancora la Costa d'Avorio cercava pacificamente di trovare il successore di Félix Houphouët-Boigny, non solo l'uomo dell'Indipendenza del Paese ma anche il creatore di una specie di Svizzera sul Golfo di Guinea. Non tutto è eterno, e l'ex “Piccola Parigi” Abidjan è stata teatro fino a pochi mesi fa di feroci scontri, esattamente come tutto il Paese, attraversato da una guerra civile strisciante che ci si augura terminata. Anche per rendere omaggio all'edificio più noto voluto da Papà Houphouët, nella sua Yamoussoukro (capitale della Costa d'Avorio e non a caso suo villaggio natale), la basilica di “Nostra Signora della Pace”, che è la copia carbone della Cupola di San Pietro. “Grandeur” che da un po' di tempo gli ivoriani si possono permettere solo su un campo di calcio, avendo a disposizione una delle Nazionali più celebrate e ammirate (pure il neo-parigino Carlo Ancelotti disse di volere occupare la panchina degli Elefanti).

Alla Costa d'Avorio manca però il sigillo: questa squadra, con i migliori academiciens (e nel secondo match tornerà anche Zokora, aumentando la pattuglia di Sol Beni), e con uno dei migliori giocatori di sempre del calcio africano, Didier Drogba, cresciuto nelle periferie francesi, non ha mai vinto nulla. Questa Coppa d'Africa, orfana di tante big (non si sono qualificate l'Egitto campione uscente, il Camerun di Eto'o, la Nigeria e il Sudafrica) sembra fatta apposta per la definitiva celebrazione degli Elefanti, che riunirebbe un Paese che ha vissuto diviso per troppi anni. La sceneggiatura è già scritta, ci saranno guastafeste anche stavolta?

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Max

Coppa d'Africa 2012: (day 3 MVP) Youssef Msakni (Tunisia - Espérance)

La grande speranza del calcio tunisino si è subito mostrato protagonista alla Coppa d'Africa. Msakni (Tunisi, 1990) è stato inserito da Trabelsi nella solita battaglia contro il Marocco, e ha immediatamente evidenziato le sue qualità: ripartenze di qualità e nessun timore di fronte a delle entrate poco ortodosse di nervosi difensori e centrocampisti marocchini (ennesima delusione: i Leoni dell'Atlante hanno giocto solo di nervi, dimenticando l'enorme qualità di cui dispongono). Giocatore offensivo di qualità, lo avevamo segnalato su Extra Time, mesi fa, per le esibizioni nella vittoriosa campagna della Champions africana della sua squadra, l'Espérance: qualità nell'uno contro uno, inventiva, forza fisica e feeling con la porta (due reti decisive nelle semifinali contro l'al Hilal). Subito l'etichetta, che ha poco senso ma fa marketing, di Messi tunisino. Durante l'anno alcuni club europei hanno chiesto referenze (l'Espanyol, il più convinto), lo vedremo presto in Europa segnare così?

23 gennaio 2012

Coppa d'Africa 2012 (2). Man of the day: Manucho (Angola - Valladolid)

Ogni giorno, qui sul blog, l'uomo del giorno alla Coppa d'Africa 2012 che si sta svolgendo in Gabon e Guinea Equatoriale

Era il lontano 2008. Alex Ferguson prese una cotta memorabile per Manucho, Mateus Alberto Contreiras Gonçalves, ragazzo angolano dal fisico prestante e pieno di voglia. "Prendiamolo", il comandamento di Sir Alex. Accordo fulmineo coi pluricampioni di Angola del Petro di Luanda. Manucho (Luanda, 1983) a Manchester l'hanno giusto intravisto: una gara ufficiale. Prestazioni non all'altezza di "uno scelto da Ferguson", poi il lento declino al Panathinaikos e all'Hull City.
Alla firma con il Valladolid promise 40 gol, ne han visto qualcuno meno, più di qualcuno.
All'improvviso, una giocatina del genere, che decide l'esordio delle Palancas Negras dell'Angola contro il Burkina Faso. Rifatevi gli occhi, pucelanos.

19 gennaio 2012

Guinea Equatoriale - L'esordio in Coppa d'Africa val bene un posto in FIFA






Teodoro Obiang (nella foto) comanda la Guinea Equatoriale dal 1979: a partire da quell’anno il suo patrimonio personale è cresciuto fino a circa 600 milioni di dollari, dice Forbes. Ma i soldi, quella montagna di soldi, non sono tutto e Obiang ha deciso che era giusto aprirsi al mondo e far conoscere il suo (in tutti i sensi) Paese con la co-organizzazione della Coppa d’Africa, dove però vorrebbe ben figurare anche in campo. Così, su suggerimento di un paio di consiglieri, ha scelto sul finire del 2010 il francese Henri Michel, un tecnico di nome, il primo con un curriculum vero che si sia mai seduto sulla panchina dello Nzalang Nacional, il nomingolo della selezione ecuatoguineana. Con Michel, già CT della Francia e della Costa d’Avorio, sono però iniziati una serie di problemi. Il CT ha giorno dopo giorno perso l’appoggio dei migliori giocatori della nazionale, poi è venuta meno la fiducia del responsabile dello sport del Paese, Ruslan Obiang, il figlio del Presidente: il francese ha presentato ad ottobre le dimissioni nelle mani del suo sponsor, Obiang senior, che l’ha poi convinto a ritornare. La mossa che, nelle idee del tecnico, era destinata a riproporlo in posizione di forza, lo ha invece completamente delegittimato, anche perché i calciatori di punta hanno legato la propria presenza alla dipartita del CT. Michel, messo all’angolo, è stato costretto all’addio nel dicembre scorso. “Henri Michel in Guinea ha solo passato il tempo, non allenato”, ha sentenziato, in una intervista di pochi giorni fa a Cadena Ser, Javier Balboa, scuola Real Madrid, passaggio al Benfica, oggi al Beira Mar, il calciatore di maggior classe della Nazionale, rientrato nello Nzalang dopo l’addio del vecchio CT. Balboa, insieme al capitano Bodipo (Deportivo La Coruña), a Juvenal (Sabadell) e a Randy (Las Palmas), tutti nati in Spagna, il Paese colonizzatore, è l’idolo di tanti giovani ecuatoguineani. La popolazione è entusiasta dell’evento ma una larga fetta ha già testimoniato, attraverso internet, la propria delusione circa il diffuso processo di naturalizzazione di giocatori stranieri: oltre agli “spagnoli”, alla prossima CAN indosseranno una maglio ecuatoguineana anche nigeriani, ivoriani, brasiliani, colombiani, liberiani e camerunesi (Ekanga del TP Mazembe fu convinto da Henri Michel in persona). A guidarli, Gílson Paulo, tecnico brasiliano senza nessuna esperienza che ha preso l’aspettativa di due mesi dal Vasco da Gama, dove lavora con i bambini sotto gli 11 anni.
Ma la programmazione? E la bella figura in campo? L’obiettivo principale forse era un altro: l’attuale presidente della Federazione ecuatoguineana, Bonifacio Obiang (un nome che ricorre...), sarà nominato dalla FIFA membro permanente del Comitato che si occupa del Calcio a 5. Mai un ecuatoguineano aveva assunto un ruolo in FIFA: Blatter riconosce gli amici. Per migliorare in campo c’è sempre tempo, no?

CARLO PIZZIGONI


Fonte: ExtraTime - La Gazzetta dello Sport del 17 gennaio 2012

16 gennaio 2012

Capitan Zanetti, campione non celebrato dal calcio usaegetta d'oggidì


Fonte: Max



Apertura con Tevez, chiusura di Milito; la settimana di gioia vissuta dagli interisti è ancora una volta all’insegna dell’Argentina. Ma in mezzo a un sempre più promettente golfista come Carlitos (ultima partita ufficiale datata settembre, poi tante mazze e campi verdi sottratti ai ragazzi) e al tanguero dalla faccia triste che nell’ultimo anno sotto porta ha vestito i panni di Calloni (noto centravanti mangiagol del Milan ma di fede interista) c’è una grandezza invariabile.

Monotono come una sua dichiarazione pre e post partita, l’uomo delle partite vissute “come finali”, Javier Zanetti, regala a 38 anni suonati ogni maledetta domenica, sempre la solita, noiosa certificata performance, il cui grado oscilla tra il buono e l’ottimo. Tra le dichiarazioni meno pubblicizzate di José Mourinho, ce n’è una che lo riguarda e lo gratifica, nella stagione da sogno del Triplete nerazzurro: «la mia Inter non farà mai a meno di Javier». Il calciomercato sembra, tristemente, sempre più appassionare i tifosi di calcio rispetto al gioco: e il desiderio di facce nuove, tutti campioni (o presunti, molto presunti, tali), diventa l’unico vero sogno dei supporter, persi nelle chiacchiere di guitti della tv.

La percussione di capitan Zanetti, che nell’ultimo derby taglia a fetta la migliore difesa del campionato e offre la palla a Milito per il gol-vittoria, non emoziona più la maggioranza dei supporter, sintonizzati già sulle ultimissime dell’ultimissimo esperto che racconta, in esclusiva, ovvio, come Tevez o simile alle 12,22 del 16 gennaio sia “più-vicino-a”. Zanetti è ormai senza tempo e vive come tutti noi lo sconforto, consapevole o meno, di una società dal costante presente dove tutto si attraversa solo in superficie: si consuma senza più assaporare nulla.

Il principale artefice dell’ennesima vittoria nerazzurra ritornerà ad essere già da oggi, per tanti tifosi interisti, il ras del “Patto dell’Asado”, il Nerone del presunto club argentino che muove il pollice per segnalare il gradimento sui nuovi giocatori, tutti fenomeni impossibilitati ad entrare ad Appiano a causa sua, e per gli avversari, un mediano che non alza la testa palla al piede. Fino alla prossima partita, la pausa tra una sessione di mercato e un’infornata di gossip, un dimenticato rito pagano per pochi appassionati, che riescono ancora ad amare il gioco ed emozionarsi di fronte a un gesto tecnico come le sgroppate del vecchio Javier Zanetti, l’uomo senza tempo.

11 gennaio 2012

Messi Tri-Pallone d'oro e quelli che malpensano





Pensare e scrivere un articolo “contro” Lionel Messi, nel giorno in cui riceve il terzo Pallone d’Oro consecutivo, è affare per masochisti. Il piccolo-grande Leo è un super in campo e, fuori, una calamita di aggettivi non superlativi: umile, misurato, sobrio. Però, come sosteneva quel genio tedesco, dato che è ormai difficile trovare posto dalla parte dei fan, ci sediamo nei palchetti deserti del torto e, tra realtà e finzione, ricostruiamo i fumetti di quelli che malpensano di Leo. Il primo è certamente quello che lo ha accompagnato in tutte le premiazioni, lo ha osservato sempre dai gradini più basso dell’ipotetico podio:
Xavi. “ Bravo Leo, ma io che gioco 15 metri più indietro, faccio girare questa squadra che appartiene già alla leggenda perché devo accontentarmi di un paio di sottolineature, prima dell’immancabile “però uno come Messi...” ? Caro Leo, poi, se le Coppe blaugrana le abbiamo alzato insieme, tu ci mettevi i gol, io gli assist e la regia, come la mettiamo coi Mondiali? Io e Andres lo abbiamo dominato e non mi pare di averti visto in campo con la maglia rosso fuoco, anzi, se ricordo bene avevi abbandonato da un po’ il Sudafrica, mentre noi ci passavamo quell’oggettino d’oro massiccio. In più, ci lasci sempre il lavoro sporco: per farti rendere al massimo abbiamo dovuto spedire a Milano quel tipo svedese che ti toglieva spazio. Però mentre tu ti chiudevi nello stanzino con Pep per criticarlo, noi lo abbiamo affrontato occhi negli occhi. E ora ti godi la solitudine del nostro attacco.”

Un altro che avrebbe due o tre cose da dire a Messi, gioca ora dall’altra parte del Mondo, in Nuova Zelanda, all’Auckland City FC, ma ha ricevuto da Leo diversi assist quando entrambi frequentavano il Mini Estadi, focolare del Barça B, fucina dei talenti blaugrana. Si chiama Manel Exposito. “ Complimenti Leo, però anch’io nel mio piccolo, ho vinto la Champions. D’accordo, è quella dell’Oceania, e mentre palleggiavamo all’ombra del Camp Nou, mi immaginavo qualcosa di diverso. Però qui sono un idolo, anche se fuori dal campo di allenamento faccio fatica a trovare una palla sferica: qui la allungano e se la passano con le mani, pare siano anche bravini nell’esercizio. Sarò franco: una parolina, tu che sei buono e giusto, alla persona giusta, per farmi abbandonare queste lande e acchiappare un’opportunità europea, potresti anche spenderla. Eri il più piccolo tra noi, eppure con la maglia blaugrana addosso, i tuoi assist sono diventati gol grazie al fiuto del sottoscritto...

Spegniamo l’invidia dei colleghi, eccellenti o meno, e indoviniamo le pretese di tanti tifosi al di là dell’Atlantico. Prima l’hincha del Newell’s, la squadra del cuore di Messi.
“ Sei di Rosario e, bontà tua, hai sempre preferito noi lebbrosi (nomignolo dei supporter rossoneri) alle canaglie del Central. Hai cominciato con la nostra maglia, nelle giovanili, e forse potevi rimanere qualche anno in più con noi. Lo so, dicono tutti che sei andato in Spagna per curarti. Però il tuo medico, che è un nostro tifoso, ci disse che a quel tipo di disfunzione poteva provvedere anche da qui. E poi non capiamo perché tu debba scegliere l’Inter quando giochi con la playstation! Puoi rimediare però: Perché non ci metti per iscritto che terminerai la carriera qui? Dopo il Loco Bielsa, a cui abbiamo dedicato lo stadio, e il “Tata” Martino, che ha rifiutato la Colombia per tornare da noi, quest’anno, se vinci qualcosa col Newell’s potrai diventare finalmente un idolo, almeno qui, lontano dai porteños di Buenos Aires...

Il neo-tri-Pallone d’Oro è l’argentino più amato del Mondo, fuori dall’Argentina. Conta il carattere schivo, non esattamente un’abitudine fra i vialoni di Buenos Aires, ma è la criptonite della maglia della Seleccion che ha fatto disamorare i più. Quando indossa il bianco-celeste Messi smette di essere decisivo e, perso in giocate individuali velleitarie, abbandona i super poteri. Fuori dall’Argentina è consacrato non solo erede di Maradona, ma addirittura in corsia di sorpasso su Diego, in Patria non tiene la targa di Carlitos Tevez, il giocatore nettamente più amato dal popolo, ora impegnato in partite di golf e pranzi luculliani con fotografi al seguito. Caro Leo, com’è che l’Altro con un’armata brancaleone al seguito ci ha portato sul tetto del Mondo e tu, che hai al servizio giocatori veri, non riesci nemmeno a renderci competitivi ( dobbiamo ricordarti che abbiamo lasciato l’ultima Copa America, organizzata in casa, alla provincia uruguaya?)?

Un sorriso quasi imbarazzato ha accompagnato a Zurigo Messi nel sollevamento del Pallone d’Oro, specialità in cui eccelle. Noi, quelli che malpensano, lo abbiamo scambiato per un ghigno, nei nostri confronti e in quello di quei pochissimi pazzi che non credono che Lionel Messi sia oggi il più grande giocatore del Mondo. E un domani potremmo probabilmente anche abolire il carattere transitorio dell’assunto, per renderlo assoluto ed eterno.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Giornale del Popolo - Lugano del 10 gennaio 2012

10 gennaio 2012

Mattia Destro, unico talento italiano


Fonte: Max




Dal giorno in cui Mario Balotelli ha portato il suo infinito talento (e tutto il resto) a Manchester, esiste nel nostro campionato un solo giovane attaccante italiano dal sicuro avvenire: Mattia Destro. Nel weekend, col suo Siena, ha firmato una doppietta che ha steso la Lazio ed è stato unanimemente giudicato il migliore in campo. Gol e titolo a cui aveva fatto l’abitudine già da adolescente con la maglia dell’Inter. Figlio d’arte, papà Flavio ha giocato anche in serie A, ad Ascoli (dove Mattia è nato) l’attuale attaccante della Robur ha percorso tutta la trafila delle giovanili nerazzurri, cominciando a Interello nella categoria Giovanissimi.

Leitmotiv, si diceva, il feeling con la porta: ha cominciato da seconda punta (da qui la sua abilità a muoversi, anche oggi, lontano dall’area) ma è diventato un centravanti vero con la crescita fisica. Più giovane di un anno rispetto a Balotelli, Mattia ha vestito la sua maglia e ora potrebbe lui pure vivere un futuro lontano dall’Inter.

A dirla tutta, Destro oggi non ha alcun vincolo coi nerazzurri, ceduto prima in comproprietà al Genoa, la squadra di Moratti lo perse quando Preziosi si impuntò sul suo nome come contropartita nell’affare Ranocchia. Nei giorni scorsi il procuratore Vigorelli ha però precisato che esiste un accordo morale tra il presidente e la società nerazzurra che manterrebbe una specie di prelazione, quando il Genoa deciderà di farlo partire.

La situazione è però complicata dal fatto che ora proprio il Siena ha acquisito metà del cartellino del giocatore, e pare lo abbia promesso alla Juventus. Intervistato da Sportitalia prima di Natale, Destro ha riferito che gli piacerebbe tornare all’Inter ma naturalmente non esclude altre destinazioni. Una guerra di retrovia quella che i due club, ormai nemici per sempre dopo le vicende di Calciopoli, stanno conducendo da tempo.

Una guerra che forse meriterebbe una maggiore attenzione di tifosi e media, dato che la posta in palio è il prossimo centravanti della Nazionale. E Destro ha davvero tutto per raggiungere questo traguardo. Come la fortuna di aver incrociato un tecnico come Sannino: troppi elogi e troppa bambagia lo avevano invece circondato prima. Mattia ora deve solo lavorare duro per rimanere al passo con il suo illimitato talento. A Siena, dopo un inizio controverso, ha ritrovato il feeling col mister e con la squadra: i gol sono arrivati e arriveranno, copiosi. E per molti anni. Vedremo con quale colore di maglia.

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