31 ottobre 2011

Brasileirao: Vasco bloccato, Corinthians lo riprende




A sei giornate dalla fine, cambia ancora la capolista del Brasileirao: grazie alla sofferta vittoria contro l’Avaì, il Corinthians raggiunge in vetta il Vasco, bloccato in casa sullo 0-0 dal San Paolo. Il Timão è però in testa poiché, in caso di parità di punti, la prima discriminante valida per il campionato è il numero di vittorie, e la squadra paulista ne ha accumulata una in più dei carioca. Intanto, crolla il Flamengo a Porto Alegre e si fa sempre più preoccupante, in coda, la posizione del Cruzeiro.

Match pieno di emozioni quello del Pacaembu che vede prevalere di misura Corinthians: sotto un diluvio incessante la squadra di Tite continua a fornire la solita prestazione esteticamente modesta ma ha tanto cuore, e recupera una partita che pareva stregata. In svantaggio contro l’Avaì per merito della rete di Robson, perde per espulsione il difensore centrale Leandro Castan, ma anche con un uomo in meno riesce a rimontare la contesa grazie alle reti di Emerson “Sheik” e dell’ex Sporting Lisbona Liedson. I catarinensi giocano un match intenso ma pasticciano non poco in fase difensiva e ora vivono una situazione disperata in classifica, dove sono penultimi.

Mezzo passo falso del Vasco che, davanti al proprio pubblico, entusiasta per una posizione di classifica francamente insperata a inizio campionato ( e un’ottima prospettiva in Copa Sudamericana: mercoledì i quarti contro l’Universitario), non riesce a trovare la via della rete per battere il San Paolo e mantenere i due punti di vantaggio sul Corinthians. A São Januario il Gigante gioca la solita partita sottoritmo, conduce il match ma fa un enorme fatica a concludere verso la porta Denis, sostituto giornaliero dell’infortunato Rogerio Ceni. Il Tricolor, con il nuovo tecnico Leão, è alla ricerca almeno di un posto per la Libertadores dell’anno prossimo ma vive solo delle accelerazioni di Marlos e delle iniziative dei due esterni Piriz e Juan, liberati dal nuovo 352, mentre Lucas, poi sostituito, è decisamente in giornata-no.

Giornata nerissima anche per Ronaldinho. Al suo primo ritorno da avversario contro la squadra dove si è formato, il Gremio, è preso di mira da una contestazione che in Brasile, con tale intensità, si era vissuta raramente. La colpa dell’ex Barça e Milan è rappresentata non solo dall’aver abbandonato, ai bei dì, Porto Alegre per l’Europa (situazione gestita malissimo dalla dirigenza che poi scaricò la responsabilità sul giocatore) ma soprattutto quella di aver illuso tutti in vista di un suo ritorno all’Olimpico, per poi preferire i vantaggi economici del Flamengo. Naturalmente le versioni dell’entourage del numero 10 divergono, ma ieri non c’era evidentemente lo spazio per chiarirle a fondo. Il Flamengo perde, e perde nella maniera peggiore, facendosi rimontare due gol e finendo per beccarne quattro. Tanti fischi e insulti più un cartellino giallo è l’avvilente bottino giornaliero di Dinho. (continua su Gazzetta.it)

30 ottobre 2011

[Analisi - San Siro dal Vivo] Inter - Juventus 1-2

In una bellissima atmosfera, stadio pieno, cori e coreografia, si gioca a San Siro la Rivalità, la partita tra le due squadre che si sono fatte più la guerra dentro e soprattutto fuori dal campo, in questi ultimi anni.

Concentriamoci sul campo e vediamo alcune situazioni interessanti del match.

IL PRESSING OFFENSIVO. All'inizio del match subito l'interessant proposta di Ranieri, un pressing ultraoffensivo, da iniziare quando la Juve comincia l'azione del fondo. Zarate, Pazzini e Sneijder salgono a ridosso dell'ara di rigore, si collocano in campo a formare una L con dietro i centrocampisti pronti ad accorciare. Il risultato del pressing è duplice: rallenta l'inizio azione degli avversari (eliminando automatismi di costruzione della manovra avversaria: Matri viene incontro coi tempi sbagliati, gli ensterni si alznao e si abbassano senza coordinazione) e, in subordine, con la conquista di palla alta si può attaccare in situazione favorevole. Un risultato che Ranieri centra, evitando anche che la palla passi tra i piedi di Pirlo, deus ex machina della prima fase della manovra bianconera, e ottenendo più di una ripartenza corta.
Pressando alto c'è poi da "sistemare" la "seconda linea": come devono comportarsi i centrocampisti, se la palla esce pulita dalla prima linea, cioè nel caso in cui l'attaccante non riesca a scivolarea all'indietro ma venga tagliato fuori? L'importante è che la ripartenza juventina non conquisti il centro del campo: lì nasce una situazione di emergenza poiché l'attaccante ha il completo campo libero. In più ci sono cose da sistemare ( en on da oggi) della transizione negativa dell'Inter. Esistono problemi ad esempio di dinamismo del mediano davanti alla difesa, Cambiasso, che riconoscendoli gioca molte volte per la conquista diretta della palla: non può certo accompagnare la velocità altrui, cercando di rallentare il pallone e, ancora meglio, indirizzarlo verso un lato. La linea difensiva deve scappare indietro a copertra dell'area ma con quali tempi e il posizionamento dei laterali e dei centrocampisti è sempre coordinata? No, però l'Inter va in svantaggio alla prima conclusione pericolosa della Juve, dopo un buon inizio, e più o meno si salva sugli altri contropiedi. Il primo gol però è da rileggere.

VANTAGGIO DI VUCINIC. Da una situazione di pressing ultraoffensivo l'Inter reagisce stoppando la transizione al limite dell'area. Chi attacca ordinato riesce spesso a difendersi ordinato. Non è il caso dei nerazzurri in questa occasione. La palla viene si fermata al limite dell'area, ma in una situazione che sta per diventare di difesa schierata, i nerazzurri sono acnora attirati troppo dalla sfera: tutti collassano sul portatore, e un cambio di gioco (il diktat Conte in questo match: il rombo lo soffre sempre) mette fuori causa metà squadra, il rimorchio Lichtsteiner scende a destra e non c'è nessun attaccante che lo prende (a rigor di logica toccherebbe a loro): lo svizzero può crossre perché la copertura in esterno è in ritardo, poi c'è un bel taglio flash di Matri, non seguito, che provoca il rimpallo da cui nasce la rete di Vucinic. La partita accentua il suo carattere di attacco dell'Inter e ripartenza negli spazi della Juve.
I nerazzurri hanno comunque anche una buona mezza transizione offensiva, che si sviluppa sui lati, bravo anche Obi nell'allungare la squadra a sinistra, Maicon è pericoloso, anche se a mezzo servizio, a destra, anche per il solo fatto di essere in campo: Conte vuole negare la ricezione in mezzo di Sneijder, non importa a quale altezza, anche molto alta, vuole eventualmente dirottarla sul lato, dove è meno pericolosa: così stringe tantissimo sia Vidal che Marchisio, lasciando a Pepe e Vucinic le coperture degli esterni. Il montenegrino non ne ha la predisposizione ( tanto che poi verso la fine del tempo viene dirottato a destra, per evitare di seguire Maicon), Pepe ha il fondo e il carattere, ma non sempre azzecca il tempo di chiusura. L'inter trova in questa fase di partita il pareggio e il possibile vantaggio, sempre con azioni provenienti da destra.

L'ATTACCO A DIFESA SCHIERATA. La difficoltà di attaccare a difesa schierata per l'Inter è una difficoltà. Sostanzialmente si base su azioni di uno contro uno, dei suoi talenti offensivi. però Pazzini riesce a essere pescato più volte, anche se la difesa juventina, magai in situazione di emergenza ma riesce spesso a ribattere le conclusioni dei giocatori nerazzurri. Nel secondo tempo vengono fuori ancora di più queste lacune, con l'errore di togliere Zarate (riconosciuto, nella sostanza, da Ranieri nel post partita: "gli ho detto che ha fatto una buona partita ma che la squadra aveva bisogno di altro... non mi aspettavo di perdere così tanto davanti", dirà poi il tecnico romano) e di sostituirlo con Castaignos, ch ecerto non ha nell'attacco palla al piede, né nella combinazione sullo stretto il suo punto di forza: la situazione di gioco che la partita richiede non lo facilita.

IL CROLLO MENTALE. La rete di Marchisio, quella del definitivo 2-1, distrugge mentalemente l'Inter, che invece aveva reagito al primo gol. Viene subita sostanzialmente a difesa schierata: un uno-due centrale, al limite dell'area: Lucio non anticipa la sponda Matri, e Chivu esce tardi e male sull'iniziatore della giocata, poi Marchisio mette col piatto all'angolo il pallone, realizzando un gran gol. Al di là dell'errore del cambio di Zarate, al secondo tempo dell'Inter oltre alle idee, manca lo spirito della rimonta. Mentalmente la squadra è in difficoltà e il nervosismo cresce. Ranieri non tenta ogni mossa: il suo credo nell'equilibrio non si smentisce nemmeno stavolta, può darsi che a medio termine potrà dare dei frutti, ma la partita non ha nessuna scossa psicologica, né l'Inter prova a modificarea assetto o strategia di gioco. Si sposta più avanti Cambiasso, si cerca qualche volta il gioco diretto verso Pazzini, ma sono situazioni estemporanee, vissute come iniziative dei singoli. Risultato: l'Inter nel secondo tempo, sotto, non è mai pericolosa.

LA VITTORIA E LA CONSAPEVOLEZZA. La Juve non è una squadra definita, però messo da parte l'audace e mediatico 424, ha trovato non solo identità in questo 433 spurio, ma anche la capacità di adattarsi alle diverse situazioni della partita, senza dovere stravolgere l'undici in campo. E' una grande dote, merito della versatilità di giocatori come Vidal, Marchisio e Vucinic, versatilità nella qualità. Conte, deciso e determinato, studente per essere un grande allenatore, anche sul piano dei rapporti coi media, ha trovato un assetto interessante. Dietro manca forse qualche individuaità di spicco, sull'uno contro uno soprattutto Bonucci (saltato più volte con facilità da Zarate) ovviamente va emergenza, ma Barzagli riesce a tenere una linea molto coordinata e attenta nei movimenti e nelle spaziatura. Unica nota molto stonata, alcune giocate di estrema superficialità di Pirlo (persa palla al limite dell'area, scherzato da Sneijder sul tentavio di raddoppio in occasione del gol nerazzurro).

Inter-Juventus 1-2
INTER: Castellazzi; Maicon, Lucio, Chivu, Nagatomo; Zanetti, Cambiasso, Obi (64' Stankovic); Sneijder (78' Alvarez); Pazzini, Zarate (46' Castaignos).
A disposizione: Orlandoni, Cordoba, Jonathan, Milito. Allenatore: Ranieri.
JUVENTUS: Buffon; Lichtsteiner, Bonucci, Barzagli, Chiellini; Marchisio, Pirlo, Vidal (89' Pazienza); Pepe, Matri (70' Estigarribia), Vucinic (84' Del Piero).
A disposizione: Storari, De Ceglie, Elia, Quagliarella. Allenatore: Conte.
Arbitro: Rizzoli.
Marcatori: 12' Vucinic (J), 28' Maicon (I), 33' Marchisio (J).

28 ottobre 2011

Shehata, il vecchio che avanza nel Nuovo Egitto

Ricominciare da capo è complicato. L’Egitto è il Paese guida del mondo arabo, culturalmente, prima ancora che politicamente o economicamente. Dopo l’entusiasmo dei giorni di Piazza Tahrir, è ora il momento di costruire il post Mubarak, con tutte le difficoltà e le pressioni interne e internazionali, anche quelle oscure. C’è da ricominciare anche nel calcio, vera passione degli egiziani, proponendo un modello nuovo. Per dare un chiaro segnale, la Federazione (forse su imbeccata extrasportiva) ha scelto un CT statunitense, Bob Bradley, ex direttore tecnico del team USA, apprezzato insegnante di calcio, per costruire la Nazionale del futuro, dopo la débâcle della mancata qualificazione alla Coppa d’Africa. I Nuovi Faraoni si intravedono già, da Hegazy a Salah, da El-Nenny a Sobhy, solo per citare i più talentuosi, tutti tra 19 e 20 anni. E per loro un probante banco di prova sarà il campionato nazionale che è iniziato lo scorso week end. E’ interessante notare come questi ragazzi debutteranno in squadre di non elevato rango, al riparo dalle troppe pressioni che si respirano invece negli squadroni. Ma se l’Al Ahly, campione d’Egitto ininterrottamente dal 2004, ha comunque pensato a un ringiovanimento della rosa e a una programmazione a medio termine, lo Zamalek deve vincere, subito.
Per riuscirci ha richiamato uno dei suoi figli prediletti, Hassan Shehata, il tecnico tre volte campione d’Africa con l’Egitto (2006-2008-2010). Grande centrocampista, proprio dei “Bianchi” del Cairo (anche se la squadra formalmente è di Giza, la località dove sorgono le piramidi più note dell’Egitto), Shehata ha iniziato la carriera da allenatore senza grandi exploits. Nel 2004 la Federazione, stufa di Marco Tardelli si affida a lui: più di qualcuno racconta che, oltre al suo curriculum da calciatore, abbia contato, ai fini dell’ingaggio, anche la sua amicizia con Gamal Mubarak, potentissimo figlio del presidente dell’Egitto oggi incriminato. Shehata però stupisce tutti. I suoi metodi non saranno all’avanguardia, né i suoi modi molto liberal, ma il gruppo che crea raggiunge il massimo dei risultati, vincendo in serie (chiude con 59 partite vinte e solo 18 sconfitte). Il CT assomiglia più a uno di quei grigi burocrati che troviamo nei romanzi di Ala Al-Aswani che a un allenatore di livello, eppure i risultati sono dalla sua, e lui non manca di ringraziare il regime per il continuo appoggio, tanto che qualche lingua lunga inizia a chiamare i Faraoni con un nuovo nome: “Selezione del Partito Democratico Nazionale”, quello, ovviamente, di Hosni Mubarak. Come vivesse in simbiosi col passato, la Nazionale si sfalda alle prime picconate della Rivoluzione. La Mummia Mubarak (83 anni, 30 anni di governo del Paese) si è portato via anche i Faraoni. Shehata, inviso a tanti appassionati, proprio per questa “vicinanza” al Rais, poteva ripartire solo da casa sua, dallo Zamalek. Una partenza stentata la sua, però. Alla prima occasione ha subito fallito, perdendo la finale di Coppa d’Egitto con il non irresistibile ENPPI. E una partenza non scevra da polemiche, visto che alla sua corte ha voluto quello che per anni è stato il giocatore copertina degli acerrimi rivali cittadini dell’Al Ahly, l’icona sportiva Ahmed Assan. Scaricato dai rossi del Cairo, Ahmed, apprezzato fantasista all’Anderlecht, ha scelto di prendersi la rivincita col club maggiormente assetato di vittorie: lo Zamalek continua a sopportare i festeggiamenti dei rivali che, oltre a vincere in Patria, negli ultimi due lustri hanno messo in bacheca quattro Champions africane. L’anno passato si è vissuta l’ennesima umiliazione, con i Bianchi avanti nettamente in campionato prima dello stop dovuto alla Rivoluzione e la rimonta in classifica subito nella prosecuzione del torneo. Quest'anno si deve vincere: così si giustifica anche l’ingaggio di Mido, lui pure cresciuto nello Zamalek. L’ex Roma ha avuto la carriera internazionale stroncata proprio da Shehata, che lo sostituì nella Coppa d’Africa del 2006, giocata in casa, e si prese gli insulti dal bizzoso attaccante (vedi video sotto): Mido fu allontanato come un reprobo e lì si capì chi e cosa rappresentava il CT. Oggi ripartono, insieme, anche loro. Come il Nuovo Egitto.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Extra Time - Gazzetta dello Sport del 18 ottobre 2011

17 ottobre 2011

Brasileirão: Corinthians e Vasco ok, Botafogo vicino alla vetta, crolla il San Paolo

Vincono nove delle prime dieci in classifica nella trentesima giornata del Brasileirão. Continuano quindi a braccetto le due capoliste, Corinthians e Vasco (i paulisti sono però davanti, poiché detengono una vittoria in più nella conta totale). Dietro, una muta di inseguitori carioca, della città di Rio de Janeiro: nei primi cinque posti della classifica, sono quattro le squadre storiche della Cidade Maravilhosa, un dato in controtendenza rispetto alle ultime stagioni.

Il Ritorno del Vasco — Sotto una pioggia insistente al Vasco sono sufficienti meno di venti minuti per regolare l’Atletico Mineiro, oggi nelle quattro squadre che retrocederebbero. Dopo due minuti gran gol di Elton, poi, in mischia, raddoppio del terzino destro Fagner, sul quale cominciano a focalizzarsi gli interessi di diverse squadre europee. La squadra della Croce di Malta gestisce nei restanti settanta minuti il match, sfiorando in più occasioni la goleada, e ritrova, dopo tre passaggi a vuoto, la vittoria.



Corinthians corsaro — Straordinarie emozioni all’Arena di Jacaré, stracolma. Cruzeiro e Corinthians giocano a ritmo altissimo, c’è qualche errore di troppo nel primo tempo, specie di controllo delle transizioni con le squadre che tendono ad allungarsi eccessivamente, ma tanta volontà e diverse giocate preziose. A cancellare l’equilibrio ci pensa Edenilson nella ripresa. Classe ’89, centrocampista cresciuto nel Caxias, il ragazzo ribalta l’azione alla grande, pesca Alex in area che trova, con un rimpallo fortunoso, il rimorchio di Paulinho: di prima infila l’incolpevole Fabio. Il Cruzeiro, che lotta ormai per non retrocedere, con la paura che ti blocca fiato e gambe, non raccoglie il regalo dell’arbitro che fischia un rigore dubbio alla Raposa: Montillo, tanta corsa e troppi errori anche oggi, spara altissimo. La serata dei torceadores crueirenses è definitivamente rovinata nel finale da Julio Cesar che riesce con grande istinto a levare dalla porta un colpo di testa dell’ex Fiorentina Keirrison. Il Timão, senza incantare, ma con tanta sostanza, rimane in testa.



Tonfo San Paolo — Cade e in maniera fragorosa il San Paolo: 3-0 sul campo dell’Atletico Goianiense. Se nella prima parte il Tricolor ha almeno cercato di gestire la palla (circa 70% di possesso) e di riconquistarla presto con un pressing ultra offensivo, nella ripresa la prestazione è stata sconfortante: sfilacciato, con poca convinzione anche in fase di pressione, ha sostanzialmente abbandonato la partita e lasciato le ripartenze agli avversari. Casemiro è rimasto inchiodato 90’ minuti in panchina e Rhodolfo ha guidato con qualche amnesia la difesa, bucata con continuità ma non solo per sua responsabilità. Luis Fabiano non riesce ancora ad incidere nel suo ritorno al San Paolo, ma è nettamente il migliore in campo di suoi e l’unico a spaventare l’Atletico Goianiense (chiude con sfortuna sul palo un’azione che aveva già incontrato i legni di Xandão e Rhodolfo!). Male anche Lucas, oggetto del desiderio di tanti club italiani e europei: la velocità e la tecnica sono sempre da fuoriclasse, le letture di gioco continuano a rimanere modeste: le ultime uscite col San Paolo sono costantemente negative. (Continua su Gazzetta.it)

13 ottobre 2011

Veron o Della fenomenologia del calciatore argentino


Fonte: Max on line


Manca poco e anche Juan Sebastian Veron dirà addio al calcio. Quando? A fine ottobre e poi stop. Il campione ha dichiarato che a 36 anni si fa fatica a dirigere gli infortuni, specie quando presentano il conto ogni santa mattina. La lunga parentesi sul suolo italiano (con Samp, Parma, Lazio e Inter: ci ha fatto ammirare un giocatore stratosferico, di rara intelligenza calcistica e dotato di una capacità di calcio superlativa.

Figlio di un calciatore, Juan Ramon, la Bruja, la Strega (da qui il soprannome di Juan Sebastian, la Brujita), Veron ha incarnato un modello che ancora oggi rappresenta uno stilema del calcio argentino. Juan nasce e cresce nell'Estudiantes di La Plata. La Plata è vicina a Buenos Aires ma possiede una coscienza del tutto differente: sede universitaria, è una città che raccoglie tanti giovani venuti a studiare da tutto il Paese con un'anima divisa in due. E' forse un segnale il fatto che per un certo periodo, sotto il dominio di Peron, aveva con altro nome, quello di Evita (“Ciudad Eva Peron”), probabilmente l'universo più lontano da una città studentesca, quello della donna più famosa d'Argentina, idolatrata dai descamisados e odiata da intellettuali e medio-alta borghesia.

Più prosaicamente l'Estudiantes rappresenta invece l'anima nera della città studentesca e degli studenti. I Pincharratas (nomignolo del club, generato pare proprio da studenti che eseguivano esperimenti sui topi) hanno avuto la propria età dell'oro sul finire degli anni Sessanta, quando vinsero, oltre che in Patria, anche per tre volte consecutive la Libertadores. Come? con un calcio fatto di entrate dure, di intimidazione, di quella “garra” celebratissima anche oggi. L'Estudiantes attraverso, tanti giocatori cresciuti nelle sue fila (uno per tutti, Carlos Bilardo, ex CT della Nazionale Albiceleste), cambia il calcio argentino, che vira verso una declinazione precisa, che anche oggi, pur sotto differenti forme, prosegue.

Veron è un giocatore di classe enorme e ha costruito un miracolo riuscendo a vincere, proprio con l'Estudiantes, dove è tornato al termine della sua avventura europea, un'altra Copa Libertdores, nel 2009. Oggi il Pincha non è solo gomitate e simulazioni, ma è diventato gruppo di potere molto (troppo?) rispettato. Il CT della Nazionale, Alejandro Sabella (per altro incantevole numero 10), proviene da lì e le convocazioni ruotano attorno a giocatori che hanno vestito la maglia biancorossa. Probabile che Veron, con la sua “posse” chiacchieratissima (dentro e fuori i locali più rinomati d'Argentina), rientri nel progetto della Seleccion, magari proprio al fianco di Sabella. Anche per celebrare quello che l'Estudiantes è stato e continua a essere, piaccia o no, una delle anime indelebili del calcio argentino.

12 ottobre 2011

Sbancata La Paz, iniziano bene i Cafeteros con Leonel Alvarez: Bolivia - Colombia 1-2




Giocare a a calcio ad oltre 3500 metri significa praticare un altro sport, rispetto al futbol. La Colombia del nuovo CT Leonel Alvarez esordisce in queste qualificazioni mondiali sfatando il tabù di La Paz e va a vincere proprio all'ultimo respiro, nell'ultimo minuto del recupero contro la Bolivia.

IL GIOCO. Leonel segnala subito ai suoi l'imperativo categorico di queste altezze disumane: mantenere il controllo del ritmo, tenerlo basso, non sprecare energie. Nella sua prima uscita in una gara vera, mantiene i principi di gioco del suo mentore e predecessore "Bolillo" Gomez: una sola punta davanti, centrocampo a protezione della difesa e uomini destinati ad accompagnare l'azione offensiva che si sviluppa verticalmente in velocità e nello spazio. Calcio di ripartenze e 451, con James Rodriguez e/o Pabon (nella foto) che fa lo stesso tipo di gioco nel Nacional Medellin, che appoggiano la prima fase della ripartenza e i centrocampisti da dietro o un laterale (Zuniga o Armero) a favorire lo sviluppo della transizione. Il calcio di Leonel può essere criticato ( e lo sarà in Patria) ma persegue una identità chiara, che nel primo tempo dà ai cafeteros alcune buone occasioni da gol, proprio con inserimenti senza palla da dietro. Desta curiosità la panchina di Radamel Falcao, sostituito come attaccante di riferimento da Teo Gutierrez. E proprio la testa matta del Racing dà il via all'azione del primo gol: smarcamento, contro spalle alla porta e palla in profondità al primo uomo che si inserisce verso la porta: Pabon non sbaglia come invece aveva fatto nella prima frazione, e la Colombia è davanti. La Bolivia ci prova. Ha tanto coraggio (e tanta abitudine a giocare a queste altezze) la squadra di Quinteros, solo che la manovra nasce lenta da dietro, e non trova mai la profondità. Asfittica, senza sbocchi, la Bolivia chiude spesso l'azione con tiri da fuori, anche dalla lunghissima distanza. Nell'unica occasione in cui viene trovato il terminale offensivo privilegiato, Marcelo Martins, c'è una spinta dell'ex Cruzeiro che offusca la validità della rete.
Un po' la stanchezza, un po' il jolly trovato con un tiro da fuori, i verdi trovano il pareggio negli ultimi minuti dei regolamentari. Il recupero però gli è fatale: James-Moreno-Falcao (entrato al 78'), contropiede paradigmatico dell'interpretazione che Leonel ha voluto dare a questa partita e fantastico gol che chiude i conti. (Continua su Tropico del Calcio )


Bolivia - Colombia 1-2
48' D. Pabon, 83' W. Flores, 93' R.Falcao

1. Bolivia: Daniel Vaca; Lorgio Álvarez (m.75, José Luis Chávez), Ronald Raldes, Ronald Rivero, Luis Gutiérrez (m.66, Jhasmani Campos); Jaime Robles, Walter Flores, Rudy Cardozo, Pablo Escobar Juan Carlos Arce Marcelo Martins (m.71, Augusto Andaveris). CT: Gustavo Quinteros.

2. Colombia: David Ospina; Camilo Zuñiga, Amaranto Perea, Aquivaldo Mosquera, Pablo Armero; Dorlan Pabón (m.61, Dayro Moreno), Fredy Guarín (m.66, Diego Chará) Carlos Sánchez, Abel Aguilar, James Rodríguez; Teófilo Gutiérrez (m.78, Falcao García). CT: Leonel Álvarez.

08 ottobre 2011

Campioni subito ok. Uruguay - Bolivia 4-2

Iniziano col piede giusto i campioni della Copa America. L'Uruguay si impone con una certa facilità a una comunque discreta Bolivia allo stadio Centenario, nella prima partita delle Qualificazioni per il Mondiale 2014 in Brasile.

IL GIOCO

E' una macchina oliatissima l'Uruguay di Tabarez. Rientrando Cavani ritorna ai tre attaccanti, soluzione abbandonata con l'infortunio del napoletano proprio in Copa America, ma i concetti di gioco rimangono gli stessi. La creazione di spazi avviene con una difesa attenta e reattiva, la ripartenza è fulminea: i primi 15 minuti sono un dominio totale e il team Charrua trova subito il gol del vantaggio con Suarez, in mischia. Dietro il Maestro mantiene tre giocatori bloccati (Caceres, Lugano e Godin), con un terzino che si abbassa, o a destra Maxi, o, a sinistra, Alvaro Pereira. In mezzo Diego Perez e Alvaro Rios sono professori nell'interpretazione della fase di recupero palla. La prima fase di non possesso è giocata anche dagli attaccanti, segnatamente da quello che si ritova sul lato forte va a premere e aiuta la fase difensiva.
Non male anche la Bolivia, ma non ha grandi capacità-qualità di fare gioco da dietro. Le rare volte che supera con efficacia la prima fase di pressione combina anche qualcosa di buono: Robles tra le linee non viene preso da Godin, pesca il taglio dell'interessante Cardozo, che anticipa l'uscita di Muslera e zittisce il Centenario. Il 4231 del buon Quinteros sembra reggere.Ma sulle palle da fermo la Bolivia subisce troppo, e Diego Lugano, su pennellata di Forlan trova ancora la palla e l'angolo, rimettendo davanti i suoi. I boliviani perdono un po' di convinzione e l'Uruguay dilaga, vincnedo alla fine con pieno merito. (Continua su Tropico del Calcio)

05 ottobre 2011

I brasiliani per i Giochi Panamericani



Comprende anche due big dell'ultimo Mondiale under 20 la lista dei convocati del Brasile che parteciperanno ai prossimi Giochi Panamericani di Guadalajara (14-30 ottobre): il capitano Bruno Uvini e il miglior giocatore del torneo nonché capocannoniere Henrique. Non mancano ragazzi dal sicuro talento, dal già segnalato Cidinho a Felipe Anderson, fino al "nuovo Rivaldo" (e nostra scommessa da tempo), Lucas Patinho (vedi foto sopra). Selezione di indubbio valore quella di Ney Franco. I più fanatici avranno avuto la fortuna di vedere Cèsar e Frauches nel torneto Tirrenio, svoltosi qui in Italia alcuni mesi fa.

Portieri: César (Flamengo) e Douglas Pires (Cruzeiro).

Didensori: Bruno Uvini e Henrique Miranda (San Paolo), Frauches (Flamengo), Romário (Internacional) e Madson (Bahía).

Centrocampisti: Cidinho (Botafogo), Djair (Coritiba), Felipe Anderson (Santos), Lucas Patinho (Fluminense), Lucas Zen (Botafogo) e Misael (Gremio).

Attaccanti: Felipe Amorim (Goiás), Henrique (San Paolo), Leandro (Gremio), Rafael (Bahía) e Sebá (Cruzeiro).

Fonte: Tropico del Calcio

03 ottobre 2011

Brasileirao. Vasco pareggia col Corinthians e rimane leader, brutto stop del San Paolo col Flamengo

Fonte: Gazzetta.it



Termina con un pareggio ricco di gol, emozioni e qualche errore il big match della giornata tra la capolista Vasco e il più immediato inseguitore Corinthians. Un 2-2 che regala un punto che la terza della classe, il San Paolo, non riesce ad ottenere, vista la fragorosa caduta a Morumbi per merito del Flamengo. Sempre nelle parti alte della classifica, brutto stop del Botafogo, sconfitto sul campo dell’Atletico Goianiense.

Due volte sopra nel punteggio, il Vasco non riesce a mantenere il vantaggio e anzi nel finale rischia addirittura di far esultare la muraglia della Gaviões da Fiel, la storica torcida del Corinthians, giunta in massa al São Januario. Il colpo di testa del difensore centrale Dedé, appetito da tanti club europei e galvanizzato dalla convocazione in Seleção, sblocca il risultato ma il Vasco si fa raggiungere dopo una palla perduta con eccessiva leggerezza in mezzo al campo: l’azione di contropiede che si sviluppa da quell’errore lascia l’opportunità all’ex Spartak Mosca Alex, che pareggia. Nel recupero del primo tempo la Croce di Malta va di nuova avanti grazie a un altro difensore di grande prospettiva, il laterale destro Fagner, cresciuto proprio nel Timão e la cui carriera vive ancora appiccicata all’etichetta della stagione sbagliata al PSV Eindhoven, dove arrivò giovanissimo. Dopo l’infortunio di Juninho Pernambucano il Vasco perde il suo leader in mezzo e inizia pure a perdere campo: conseguenza naturale il pareggio finale di Danilo di testa, in mezzo a una difesa che, in tutta la partita è evidente quanto soffra la dipartita in mezzo del centrale Anderson Martins, partito per giocare nella Siberia tecnica del Qatar. (continua su Gazzetta.it)

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