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13 gennaio 2014

Mario Piccinocchi, un "canterano" da Barça nella Primavera di Inzaghi

Mario Piccinocchi, classe '95, è stato il miglior in campo nel derby Primavera vinto dal Milan. Grandi capacità in costruzione, difensivamente gioca sulle linee di passaggio avversarie intercettando palloni grazie al superiore QI calcistico. Prima della partita avevo scritto di lui sulla Gazzetta dello Sport Edizione Milano e Lombardia. Ecco l'estratto:




Il derby Primavera, recupero dell'ottava giornata di campionato, che si gioca oggi al Centro Sportivo Facchetti (calcio d'inizio alle 14,30), è una gara che ruota attorno alla parola riscatto. Non solo per il Milan di Pippo Inzaghi, sconfitto e eliminato dalla Coppa Italia nell'equilibrata gara dei quarti di finale giocata poco prima di Natale e terminata, ai supplementari, 3-1 per l'Inter.
Il riscatto del derby deve essere il riscatto del calcio milanese. Più di un tifoso meneghino reclama maggiore attenzione verso i giovani dei nostri vivai, anche dopo l'exploit recente registrato a San Siro dall'esordio Bryan Cristante. “In Italia manca un po' il coraggio di lanciare i nostri ragazzi, ” ha detto poche settimane fa Beppe Bergomi, bandiera interista e grande conoscitore del calcio giovanile. Troppi condizionamenti, troppi pregiudizi. Quelli che hanno per esempio attraversato le incipienti carriere di due giocatori di estrema qualità, che reggeranno col loro fosforo la battaglia di centrocampo del derby di oggi: il rossonero Mario Piccinocchi e il nerazzurro Gennaro Acampora. Il primo, ragazzo di Cornaredo, hinterland milanese, ha iniziato all'Aldini, tradizionale fucina rossonera, per poi passare al Milan, assecondando il suo tifo giovanile. Il quoziente intellettivo calcistico sviluppatissimo ha cancellato il refrain sul suo fisico non da granatiere, tanto da guadagnarsi il soprannome di Xavinocchi tra i frequentatori assidui del Vismara. Contro il Barcellona ci ha anche giocato, in Youth League, raccogliendo l'attenzione e la stima del tecnico catalano Jordi Vinyals: “ davvero un ragazzo interessante il numero 5, sembra sia cresciuto con la nostra idea di gioco...” Complimenti che inorgogliscono “Picci”, uno sicuro dei suoi mezzi: “ Ho sempre giocato sulla linea mediana – ha detto Mario - dettando i tempi davanti alla difesa, da regista. E' da sempre il mio ruolo preferito.” E anche Inzaghi, con l'idea di far nascere l'azione da dietro, palla a terra, non ha mai rinunciato alla tecnica e alle letture di Mario. 

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport Edizione Milano e Lombardia

13 dicembre 2013

Allievi Inter '97 da record: futuro di Thohir è iniziato da tempo...


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Tredici su tredici vuol dire record. Lo ricorda anche una nota della Federazione: mai una squadra del campionato Allievi era riuscita a vincere tutte le partite del girone d'andata. L'Inter guidata da Gianmario Corti, con l'ultima vittoria, nel week end, in casa del temibile Varese, ha fatto fin qui filotto: 39 punti, 35 gol segnati e solo 7 subiti, più 7 punti in classifica sulla seconda, il Milan, che nello scontro diretto ha perso 3-0 a Interello. “Ci fa piacere – dice Roberto Samaden, responsabile del Settore Giovanile nerazzurro – ma il nostro giudizio non sarebbe cambiato con un pareggio o una sconfitta in più. La cosa importante, infatti, è che questo gruppo è pieno di ragazzi molto futuribili, che probabilmente arriveranno al calcio professionistico.” Di ottimo livello, aggiungiamo noi: fin qui questa annata 1997 pare addirittura più promettente di quella del '96, che sta ora facendo buonissima figura, mescolata ai '95, nella Primavera. “E' ancora presto per dirlo – aggiunge Samaden –, ma in comune hanno un gruppo solido formato a livello di pulcini, che è stata portato avanti e che ogni anno ha avuto innesti di qualità.” Quei pulcini si chiamavano Federico Bonazzoli, il più giovane debuttante in Prima Squadra, dopo Beppe Bergomi, nella storia dell'Inter, oggi “prestato” alla Primavera ma che in poche presenze tra gli Allievi ha segnato sette gol, Federico Dimarco, probabilmente il miglior giocatore italiano all'ultimo Mondiale under 17, Michele di Gregorio, portiere che ha sempre ricevuto elogi da Luciano Castellini, Fabio Della Giovanna, centrale di difesa molto tecnico, così come Saulo Brambilla, regista di centrocampo dall'alto QI calcistico, e l'esterno d'attacco Matteo Cassani. A questi ragazzi, si sono aggiunti elementi di sicuro avvenire. Quasi subito è arrivato Enrico De Micheli, centrocampista moderno e “pro” già nella testa, come il terzino destro Matteo Colombini, poi altri come la potente mezzapunta Loris Zonta (appena arrivato fu protagonista di un superlativo trofeo Scirea, dove fu votato miglior giocatore) e l'attaccante Samuel Appiah. Giunto molto piccolo, con mamma e fratello minore, a Pordenone dal Ghana, questa punta che ricorda per velocità Oba Martins, è stato pescato da Beppe Giavardi (che ha prelevato in estate anche Giorgio Piacentini dall'Albinoleffe), responsabile degli osservatori nerazzurri, al Fiume Veneto: arrivato all'Inter non ha mai smesso di segnare, quest'anno i suoi centri sono già dieci. Dà il suo contributo pure Mel Taufer, talento che gioca sotto-età ( è del '98). Lo scouting internazionale ha reso ulteriormente ricca la rosa col centrale romeno Ratzan Popa, l'esterno spagnolo Paulo De La Fuente e il portoghese Pedro Gomes Delgado. Thohir sarà contento di apprendere che la sua rivoluzione giovane era già iniziata prima della sua venuta, e ha già frutti ricchissimi.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport - ed. Milano e Lombardia

04 novembre 2013

Luca Maniero e Davide Voltan, un giorno da nemici a Interello: finisce in pareggio

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Frena in casa l'Inter Primavera, che sbaglia al 90' un rigore con Capello. Finisce 1-1 la partita tra i nerazzurri e il Padova, come in parità termina la sfida tra due amici per la pelle, oggi, dopo otto anni, divisi per la prima volta da una maglia differente. Al 27' del primo tempo Luca Maniero, portiere che l'inter ha prelevato a inizio stagione dalla società biancorossi, aveva davanti il suo amico Davide Voltan: “Lui di solita incrocia sempre il tiro – dice questo numero 1 che farà strada -: mi ha fregato! Lo conosco bene, e lui conosce me...” Vantaggio patavino, ma il tempo per rifarsi, c'è: dopo il pareggio nerazzurro, all'ultimo secondo di gara, Voltan, esterno offensivo di talento, fa fuori un paio di avversari e si appresta alla conclusione: “ Sapevo che avrebbe tentato la giocata a giro sul secondo palo, appena ho visto che ah accenato al comvimento, sono andato a prenderla”: davanti al microfono di Alessandro Villa di Inter Channel descrive così il miracolo di fine partita, Maniero. In mezzo alla disputa tra amici c'è stata un Inter che ha giocato una partita con troppi strappi, senza la necessaria continuità. Il pareggio lo ha ottenuto a inizio ripresa: bella azione di Capello, schierato centravanti (il titolare del ruolo, Puscas, è con la prima squadra), assist in mezzo per Gaston Camara che appoggiava in rete. Velocità supersonica, il ragazzo della Guinea sta imparando tanto e rapidamente a livello tattico: “ qui, stare in campo, è molto diverso rispetto a dove giocavo. A Conakry mi ha notato l'osservatore Mauro Cevoli e sono venuto in Italia.” 

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport - Ed. Milano e Lombardia

29 luglio 2013

Pep KO: la Supercoppa è del Borussia Dortmund



 Male la prima: Pep Guardiola e il suo Bayern bucano a sorpresa il primo trofeo ufficiale della stagione: sotto la marea gialla del Westfalenstadion, il Borussia Dortmund si prende la rivincita dell’ultima Champions League e può alzare con merito la Supercoppa di Germania. 4-2 il risultato finale in favore dei ragazzi di Klopp, con doppietta di Reus, rete di Gundogan e autogol di van Buyten, inutili i due gol di Robben.

Guardiola sorprende da subito: il suo 4-3-3 prevede Mandzukic a sinistra e pronto ad approfittare degli spazi creati dal falso centravanti Shaqiri, con Robben a destra e Muller sulla linea dei centrocampisti che comprende anche Thiago Alcantara davanti alla difesa e Toni Kroos. Pesanti le assenze di Ribery, Neur e Goetze, con Schweinsteiger che deve partire dalla panchina. Anche in casa Dortmund devono fare a meno di pezzi grossi: non c’è il neo acquisto Mkhitaryan e Aubameyang deve partire dalla panchina, manca Piszczek, che è sostituito nel ruolo di terzino destro da Grosskreutz. Klopp arma il suo classico 4-2-3-1 con Sahin e Bender davanti alla difesa, Gundogan gioca più avanti con Lewandoski riferimento offensivo, affiancato da Reus e da Kuba Blaszczykowski, in campo dall’inizio nonostante un fastidioso infortunio. Inizia con autorità la squadra di Pep, naturalmente favorita, ma al 6’, al primo errore, va sotto: grossolana l’incertezza del sostituto di Neur, Tom Starke, che non trattiene una palla di semplice lettura, ne approfitta Reus, che segue l’azione e si avvantaggia della papera per mettere dentro. Dopo un paio di minuti balla ancora la difesa bavarese, in cui Guardiola sceglie di panchinare Dante in favore di van Buyten e Boateng: la rete di Lewandoski è però annullata per dubbio fuorigioco. La partita è aperta, il Bayern va vicino alla rete in un paio di occasioni con Shaqiri (su cui è bravissimo Weidenfeller) e Mandzukic, che non arriva su un assist da sinistra del positivo Alaba. Ma i campioni d’Europa fanno enorme fatica nel contenere la favolosa transizione del Borussia, che trova appoggi decisivi, ai fini dell’apertura della manovra, sulla trequarti anche per la poca coordinazione della linea difensiva bavarese con i centrocampisti: alle spalle di Thiago Alcantara c’è troppo spazio. Il Dortmund potrebbe sentenziare la gara: la migliore occasione capita a Lewandoski, dopo una ottima intuizione del connazionale Blaszczykowski, Starke è bravo a opporsi.

Troppa sofferenza, Guardiola è obbligato a modificare l’assetto e ridisegna a inizio secondo tempo la sua squadra col 4-2-3-1, con Kroos ad affiancare Thiago Alcantara nella creazione, Mandzukic ritorna in mezzo, Muller gioca dietro di lui, Robben va a sinistra e Shaqiri passa a destra. L’uomo chiave resta però Lahm (molto elogiato da Guardiola, durante tutta la preparazione): dopo una palla lavorata finalmente bene da Thiago, è del terzino il cross, da destra, che pesca Robben, bravo a mettere dentro, ma malissimo in marcatura la difesa del Dortmund, specie cattiva la lettura di Grosskreutz sul lato debole. La rete del pareggio, al 54’, non demoralizza i padroni di casa, che reagiscono con due gol in due minuti. Ancora troppa libertà sulla trequarti per Gundogan: un suo cross è deviato nella rete da una improvvida deviazione di testa di van Buyten (56’), una conclusione a giro è imparabile per il 3-1 (57’). I gialli hanno in mano la gara, che però viene riaperta per merito dell’ennesima percussione di Lahm: Robben in area approfitta del mancato anticipo di Hummels per ricevere, si gira con grande rapidità e trova la rete del 2-3 (64’). Guardiola si gioca tutto inserendo Schweinsteiger ( e poi Pizarro) e riformando un 4-3-3 spurio. La gara è bellissima: entrambe le squadra propongono e concludono, non riescono a modificare il risultato prima Muller (palo) poi Gundogan e Reus (salvataggio sulla linea di Alaba). Klopp butta nella mischia Aubameyang per Blaszczykowski (72’), e l’ex Saint Etienne diventa un fattore nelle ripartenze del Dortmund. In una di queste, offre un magnifico assist a Reus che in posizione dubbia mette dentro la rete che chiude il match, all’86’: un minuto prima Guardiola aveva inserito il difensore brasiliano Dante nel ruolo di centravanti (sic). Il super ciclo di vittorie del Bayern si interrompe qui, Pep ha il tempo per rifarsi e riflettere, ma la pressione su di lui aumenta. Per Klopp, una bella e meritata rivincita.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta.it

04 giugno 2013

Soweto regna, Kaizer Chiefs campioni del Sudafrica



Soweto ha rappresentato la speranza del Sudafrica. Calcisticamente parlando, siamo ancora lì.
La Township più celebre nella storia della lotta all’Apartheid festeggia da tempo titoli sportivi. Ma quest’anno, i rumori delle vuvuzela, si sono uditi in una diversa zona del sobborgo di Johannesburg.
Gli Orlando Pirates, la squadra del cuore di Nelson Mandela, che a Soweto ha abitato (oggi la sua casa è un museo), hanno dominato le ultime due stagioni, e si stanno ben comportando nella Champions africana. Il campionato, però, quest’anno lo festeggiano i Kaizer Chiefs, l’altra metà di Soweto: dopo otto stagioni il titolo torna agli AmaKhosi (nomignolo del club: “Capi”, in lingua Zulu), la squadra con più simpatizzanti in tutta l’area meridionale del Continente africano. Fondata negli Anni Settanta da un celebre calciatore sudafricano, Kaizer Motaung, che ha giocato nella NASL, la defunta lega americana, negli Atlanta Chiefs, e si è innamorato di questo nomignolo, “Capi”, nell’accezione rivolta alle guide dei pellerossa ( e infatti il logo del club richiama i nativi americani). Motaung è ancora presidente e proprietario degli AmaKhosi, e ha sopportato le critiche di mala gestione che gli sono piovute addosso in questi anni di sconfitte, mentre i Pirates (dove, tra l’altro, Kaizer ha iniziato la carriera da calciatore) ostentavano trofei. L’appeal dei Chiefs sul pubblico attira sponsor importanti e munifici, una importante compagnia telefonica ha scelto di aggiungere il proprio marchio alle maglie giallonere dei Chiefs : gli investimenti del club su giocatori di grande nome non aveva però prodotto trofei. Tshabalala, Khune, Letsholonyane, Parker, Masilela, Majoro sono lo scheletro della Nazionale sudafricana. Eppure a inizio stagione erano usciti tra i fischi dopo i quattro gol incassati dai Mamelodi Sundowns, che segnavano l’eliminazione dal “Top 8”, il torneo che segna l’abbrivo del calendario calcistico. Il lavoro psicologico del tecnico britannico Stuart Baxter (un giramondo: ha vinto in Giappone e Svezia, ed è stato CT dei Bafana Bafana) è stato fantastico, soprattutto è stata ridisegnata la fase difensiva, e il club ha preso fiducia e coscienza nei propri mezzi e ha vinto anche la coppa nazionale.
La PSL, la lega sudafricana, è la più organizzata e la più ricca dell’Africa (ci fu anche il tentativo di portare qui Alessandro Del Piero, l’anno scorso), ma i trofei continentali latitano nelle bacheche nei club della Rainbow Nation: soli i Pirates, nel ’95, hanno alzato la Champions. Le cause di questo mancato feeling sono certamente tecniche (il calcio sudafricano ha mancato di evolversi, e la parabola deludente dei Bafana Bafana lo certifica) ma c’è dell’altro. I club hanno spesso dato maggior importanza e attenzione alle diverse competizioni nazionali, snobbando quelle della CAF. I rapporti con la confederazione africana non sono proficui, e i Kaizer Chiefs si sono resi protagonisti di un episodio di rottura, rifiutando, nel 2005, di giocare un match di Confederation Cup, la seconda competizione continentale, per privilegiare una gara di campionato. La CAF gli ha inferto una squalifica di cinque anni. Si era vociferato che gli AmaKhosi avrebbero proseguito il braccio di ferro, boicottando la prossima Champions. Tutto è rientrato: “rappresenteremo al meglio il Sudafrica”. La speranza di far tornare grande questo calcio risiede tutta nelle protagoniste del derby di Soweto, l’Evento del calcio sudafricano, che ogni anno riempie l’immenso Soccer City Stadium. I Chiefs vogliono riportarci dentro una Champions.

CARLO PIZZIGONI 
Fonte: Extra Time - Gazzetta dello Sport

 

19 aprile 2013

Jherson Vergara dal Sub20 al Milan





Continua l’opera di ringiovanimento, all’insegna della qualità, del Milan: è Jherson Vergara il nome nuovo per la difesa rossonera. Colombiano classe 1994, è stato uno dei protagonisti dell’ultimo Campionato Sudamericano under 20, dove si è imposto pur giocando sotto età e ha segnato la rete decisiva nella sfida contro il Paraguay, che ha assegnato il titolo ai “cafeteros”. Difensore centrale di grande fisico (quasi un metro e novanta), Jherson ha attraversato tutte le nazionali cafeteros, a partire dall’under 15 ed era stato avvicinato da diversi club stranieri, anche italiani: il Milan ha anticipato tutti e dovrebbe chiudere per un cifra attorno ai due milioni di euro. Vergara gioca nell’Universitario di Popayán, una squadra che milita nella Serie B colombiana e vive un momento di grave crisi economica. Nell’ultima giornata il club del Cauca, la regione prossima alla frontiera con l’Ecuador, non ha potuto schierare la squadra titolare negli ultimi turni di campionato: il mancato pagamento degli stipendi ha innescato uno sciopero dei maggiori giocatori del club.
Autorità e sponsor locali si stanno attivando per ristabilire una situazione di normalità. L’Universitario è un club giovane, è nato due anni fa, raccogliendo i diritti sportivi dei Centauros di Villavicencio ma Vergara ha iniziato la sua carriera nel Quindío. Le tre società sono più o meno direttamente gestite da Hernando Ángel Montaño, ultrasessantenne impresario valluno, una specie di santone - talent scout del futbol colombiano, specialmente dell’area occidentale del Paese.  C’è anche il suo zampino nel trasferimento in Europa di Vergara, che è però soprattutto frutto delle grandi prestazioni messe in mostra in Argentina, al Sudamericano under 20 dove i ragazzi della Colombia hanno stravinto il torneo, trascinati dal pescarese Juan Fernando Quintero. Nel 4-2-3-1 organizzato dal CT Carlos “Piscis” Restrepo, Vergara ha giocato nel consueto ruolo di centrale difensivo di destra, al fianco del talentuoso Deivy Balanta. Bravo e veloce nelle chiusure, buono di testa e nell’uno contro uno difensivo grazie al suo fisico strutturato e potente, deve migliorare nella fase di costruzione della manovra. Al Milan avrà maestri adeguati per affinare anche questo fondamentale.


CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport

28 marzo 2013

Qualificazioni Mondiali 2014 - La Nuova Africa





C’è un’aria nuova e giovane nel calcio africano. Il recente campionato continentale, disputato in Sudafrica, aveva certificato un generale livellamento tecnico e la vittoria era andata a una Nigeria completamente rinnovata. E molto giovane. Le partite di qualificazione al Mondiale disputate nel week end, confermano la tendenza. Ai tempi della Decolonizzazione, anni Sessanta, quando l’Africa sembrava rinascere, uno dei Paesi guida del movimento era la Tanzania del celebre Presidente Julius Nyerere, uno dei Grandi del Continente. Oggi, almeno calcisticamente, sta nascendo una nuova Tanzania, e l’entusiasmo del nuovissimo stadio Nazionale di Dar-es-Salaam lo garantisce: i cinquantamila presenti hanno gioito per la vittoria netta (3-1) contro il Marocco, una grande d’Africa ormai decaduta. A siglare le reti della vittoria della squadra guidata da un tecnico danese non troppo noto, Kim Poulsen, sono stati Thomas Ulimwengu e Mbwana Samata, due ragazzi nati rispettivamente nel ’93 e nel ’92. Entrambi stanno crescendo nel TP Mazembe, una delle squadre più ricche d’Africa, che ne ha intuito il talento e li ha portati in Congo già nel 2011. La Tanzania tallona nella classifica del gruppo C i giganti della Costa d’Avorio, facili vincitori della Gambia. Grande euforia, anche se uno stadio non certo moderno, pure ad Addis Abeba. Dopo una partita giocata costantemente nella metacampo avversaria, l’Etiopia ha sconfitto il Botswana per merito di una rete nel finale di Getaneh Kebede. Il ragazzo, nato nel ’92, è uno dei tanti talenti under 25 di una squadra giovanissima che aveva già fatto bene in Coppa d’Africa. Alla CAN tornava dopo 31 anni di buio assoluto, dopo averne vinta una nel 1962, e aveva mostrato giocatori interessanti come Saladin Said, classe 1988, poi acquistato dai belgi del Lierse. L’Etiopia comanda il gruppo A davanti al Sudafrica e sogna addirittura Brasile 2014. Ha smesso si sognare il Mondiale, dopo aver abbandonato la Nazionale Spagnola con cui ha giocato nelle selezioni giovanili, ma Emilio Nsue è oggi un eroe nel Paese di suo padre: la Guinea Equatoriale. Lo stadio di Malabo scandiva il suo nome dopo l’emozionante sfida contro Capo Verde, vinta 4-3: il ragazzo classe ’88 in forza al Maiorca aveva appena siglato una tripletta al suo debutto con la Nzalang Nacional. Uno scherzo del destino per lui che aveva sempre rifiutato le chiamate della squadra oggi allenata da Andoni Goikoetxea (quello che rischiò di chiudere anzitempo la carriera di Maradona in un lontano Barça-Athletic) e per uno che è sempre stato accusato di segnare poco (infatti ha mutato il ruolo originario di attaccante in quello di jolly tuttofare). Chi invece davanti alla porta sbaglia poco è Gabadin Mhango: nato nel 1992 è una macchina da gol nel campionato del Malawi, sogna l’Europa e ha segnato domenica la rete della vittoria della sua Nazionale contro la Namibia. La confidenza con il gol lo ha fatto ribattezzare Gabadinho, alla brasiliana. Meriterebbe un appellativo di quel genere anche Francis Kahata, 21enne che col suo Kenya ha pennellato una punizione davvero degna di Zico, nell’1-1 contro la Nigeria. I campioni d’Africa si sono salvati grazie alla rete nel recupero di Oduamadi, ’90 ex Primavera Milan oggi al Varese. La Nigeria ha giocato comunque una discreta gara, costruendo diverse occasioni da rete: può essere soddisfatto il CT Keshi. Meno, Claude Leroy, che dopo lo 0-0 interno del suo Congo con la Libia, ha presentato le dimissioni.




CARLO PIZZIGONI
Fonte: Extra Time - La Gazzetta dello Sport





 
Tanzania - Marocco 3-1



 
Guinea Equatoriale - Capo Verde 3-1




 
Nigeria - Kenya 1-1


17 marzo 2013

Inizia la Champions d'Africa - Una storia da Sétif

Inizia in questo week end la Champions d'Africa. Di seguito un mio pezzo di presentazione, apparso su Extra Time, inserto di calcio internazionale della Gazzetta dello Sport

Si accende la musica nella Champions League Africana. Esauriti i preliminari, si giocano sabato le partite d'andata del primo turno. La competizione più prestigiosa del continente, vinta l'anno passato dagli egiziani dell'Al Ahly, ha una formula particolare. Ci sono prima due turni con gare di andata e ritorno, per scremare l'elevato numero di squadre, poi inizia la fase a gironi che sceglierà le semifinaliste. Quest'anno, come forse poche volte in passato, il lotto delle favorite è piuttosto ampio, anche per motivi extracalcistici, che in Africa hanno notevole peso.
Nel gruppo delle potenziali outsider c'è sicuramente la squadra algerina del Sétif. L'Entente Sportive Sétifienne, spesso abbreviata ESS o ES Sétif, nasce in una città simbolo della resistenza algerina alla Francia quattro anno prima della Liberazione, avvenuta nel 1962. I maggiori successi sono però concentrati nelle ultime due decadi. Ha contribuito a raggiungerli anche un tecnico italiano, Giovanni Dellacasa, ex di Cremonese e Bellinzona, che telefonicamente ci racconta della sua esperienza a Sétif, nel 2011.
“ C'è grande seguito popolare, molta pressione, perché i tifosi ti danno tanto e giustamente pretendono. Il potenziale è ottimo, nella mia squadra c'erano giocatori che potevano senza difficoltà misurarsi in Europa. Ho un grande ricordo di quella avventura dal punto di vista sportivo - continua Dellacasa -, ci chiamavano il Barcellona d'Algeria, per come giocavamo, peccato poi sia intervenuta la dirigenza a rovinare tutto. Sono in attesa da un paio d'anni dei miei soldi...”
Buona parte di quella dirigenza invisa al tecnico italiano è però cambiata, c'è un nuovo presidente e anche un nuovo allenatore. Il 53enne francese Hubert Velud si considera un sopravvissuto. Era il Commissario Tecnico del Togo alla Coppa d'Africa giocata in Angola nel 2010, quando un gruppo di terroristi separatisti della Cabindia attaccarono il pullman dove viaggiava la Nazionale degli Sparvieri. Morirono tre persone, Velud fu uno dei nove feriti. “ Sono fortunato ad essere vivo, e in Algeria vivo l'esperienza migliore della mia carriera,” Dopo l'attentato l'allenatore era tornato in patria per allenare il Créteil, poi di nuovo in Africa, in Marocco e Tunisia, prima della chance al Sétif, dove ha lavorato benissimo ed è ora al comando della classifica con sette punti di vantaggio sulla seconda, a sette turni dal termine. Pur essendo campioni uscenti, non molti scommettevano sulla squadra di Sétif. “Le idee non ci mancano, ma abbiamo l'ottavo budget del torneo – ricorda Velud -, mentre ci sono club come l'USMA che pagano i giocatori 30.000 euro al mese...”
In Algeria è infatti sceso in campo Ali Haddad, patron del gruppo ETRHB,  un colosso nel campo della costruzione di infrastrutture. Secondo l'autorevole rivista “Jeune Afrique” Haddad è uno dei cento uomini che contano nel Continente. Sul finire del 2010 è diventato presidente dell'USM di Algeri. I titoli non sono però ancora arrivati e nell'ultima stagione Haddad ha ulteriormente allargato i cordoni della fornitissima borsa, promettendo stipendi fuori mercato e ingaggiando un tecnico francese di grande esperienza come Rolland Courbis, sconfitto col suo Marsiglia nel lontano 1999 dal Parma di Malesani nella finale di Coppa Uefa. Le idee di un sopravvissuto funzionano però meglio.

CARLO PIZZIGONI

08 marzo 2013

NextGen. Inter sconfitta dall'Arsenal, ma la filosofia sui giovani prosegue e Patrick Olsen...

L’Inter Primavera gioca un gran match contro l’Arsenal ma viene sconfitta 1-0 e dice addio alla Next Generation Series, il più importante torneo giovanile continentale. Eppure i motivi per sorridere sono tanti. “ Sono contento per l’ottima prestazione dei ragazzi - ha detto a fine gara il tecnico nerazzurro Daniele Bernazzani - abbiamo fatto un primo tempo super, siamo un po’ calati sul finire della gara senza però concedere nulla se non un tiro da fuori. In Europa abbiamo sempre fornito prestazioni del genere, oggi siamo anche andati oltre il solito standard elevato, ora però dobbiamo guardare avanti e produrne delle altre anche quando non incontriamo l’Arsenal...” Il campo pesante, la pioggia che non ha regalato nessuna tregua, pareva un tempo britannico, anche per la partecipazione di un pubblico che, nonostante la giornata inclemente, si aggirava attorno al migliaio di persone, con la solita presenza di dirigenti e di procuratori, più o meno famosi. Eppure ad adattarsi meglio alla gara è stata l’Inter, nonostante la prestanza fisica dei ragazzi dell’Arsenal, alcuni dei quali hanno maturato già presenze in Premier e in Champions League. Ha ragione Roberto Samaden, responsabile del Settore Giovanile dell’Inter, quando afferma che anche oggi “il vivaio nerazzurro, nonostante le difficoltà culturali che esistono in Italia sui ragazzi, è stato all’altezza della giustamente nota Academy dell’Arsenal.” Il destro da fuori area di Yennaris al 69’, l’unica palla gol degli inglesi, esclude l’Inter dalla NextGen, ma non cancella l’ottimo lavoro del Settore Giovanile nerazzurro né intacca la filosofia delle scelte che ci sono state in questa stagione, complicata dall’inevitabile riduzione degli investimenti a tutti i livelli.
I padroni del centrocampo di inizio competizione, Alfred Duncan e Marco Benassi, hanno intrapreso il loro percorso tra i grandi con un impatto notevole che fa ben sperare, il primo a Livorno, l’altro con Stramaccioni. Hanno lasciato spazio a Lorenzo Tassi, classe ’95, che ieri ha mostrato come può accompagnare le giocate di qualità alla determinazione e al lavoro difensivo, e Patrick Olsen. Nato a Copenaghen nel ‘94 prelevato a inizio stagione dal Brondby, Olsen oggi ha giocato la sua miglior partita in nerazzurro, conquistando palloni, palesando il giusto agonismo e mostrando anche buone letture di gioco. Ha attraversato tutte le selezioni giovanili danesi, ma ad Interello ha fatto un po’ fatica ad ambientarsi: differente modi di intendere il calcio fuori e dentro il campo, e poi un Paese profondamente diverso dal suo, a cominciare dalla lingua che è sempre una barriera complessa da superare. Impegnato spesso in trasferte con la Nazionale ci ha messo un po’ per ingranare, oggi però sembra che i 650mila euro investiti dall’Inter siano davvero un ottimo investimento.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport - Edizione Milano e Lombardia

27 febbraio 2013

Liga. Crollo Barça, Mourinho corsaro al Camp Nou

Il Barcellona non c’è più. Nella semifinale di Copa del Rey, Mourinho passeggia al Camp Nou vincendo, dopo l’1-1 dell’andata, 3-1 sul campo dei rivali di sempre, e qualificandosi così per la finale, dove attende la vincente di Atletico-Siviglia
Doppio Ronaldo e Varane: tutto meritato, per una squadra che in classifica è distante ben sedici punti dai Blaugrana, oggi attraversati da un crisi profonda. In campo ci vanno sostanzialmente gli stessi uomini, ma la guida tecnica rispetto solo a un anno fa è mutata e, quel che è peggio, continua a mutare. Dopo l’addio di Guardiola, ecco il suo vice Vilanova, che abbandona per problemi di salute; tocca a Jordi Roura e Aureli Altimira, con la supervisione di Tito. Anche il Barça che pareva andare a memoria, evidentemente ha pagato questa instabilità. E ha ridato vita a un Madrid che torna a essere una squadra: al netto di diversi errori individuali, il Real si è dimostrata però compatta difensivamente e molto attenta e concentrata: mourinhana, per una volta in stagione.
Per l’ex osservatore Jordi Roura solo Pinto al posto di Valdes in porta: i giocatori di movimento solo gli stessi che hanno perso a San Siro col Milan in Champions (confermato pure il 4-3-3). Lo spirito pare diverso, almeno nei primi minuti, con Leo Messi che va vicino alla segnatura dopo un minuto. Il Barça è voglioso di riscattarsi, ma è troppo carico emotivamente, attacca ma è poco lucido. Non sempre ordinato in fase offensiva, pecca parecchio anche nel pressing alto, il vero marchio di fabbrica di Guardiola. Il Real Madrid riesce a ripartire. Tre passaggi in verticale: da manuale l’azione che porta Cristiano uno contro uno di fronte a Piqué, in area: mister Shakira lo stende (penalty chiaro), e al 13’ Ronaldo porta in vantaggio i Blancos dagli undici metri. Il Barça attacca a testa bassa, ma produce poco. Mourinho riesce a posizionare con abilità le sue pedine: molta attenzione a coprire le zone pericolose, leva tutte le sponde davanti all’area, anticipando le situazioni dei rivali (ottimo Khedira, bene Varane, schierato con Sergio Ramos in mezzo). I Blaugrana continuano con il refrain delle proteste dopo un contatto in area tra Xabi Alonso e Pedro e sono veramente pericolosi solo in una occasione, al 39’, con Messi, che su punizione aggira la barriera ma non trova di un soffio l’angolo basso.
Il Real Madrid, schierato col 4-2-3-1 e Higuain riferimento offensivo, conclude poche ripartenze per errori individuali ma concettualmente ha in mano la partita, con una uscita di palla quasi sempre pulita e frequenti cambi di gioco ad allargare il campo. Il Barcellona non riesce a organizzare una pressione credibile, non trova le ricezioni classiche, e al di là di una pressione continua, raramente conclude in porta; alimenta pericolo solo con delle mischie, dovute all’incedibile numero di giocatori attorno alla palla. Tropo poco. In compenso difende male le ripartenze, e una di queste è fatale. Di Maria, sfiancatosi anche con un lavoro difensivo, si trova ancora uno contro uno con un difensore, Puyol perde equilibrio dopo una finta dell’argentino che conclude, Pinto para ma Ronaldo mette dentro la ribattuta. 2-0 al 57’. Sotto di due reti, Roura propone il cambio già effettuato a San Siro, fuori Fabregas, dentro una punta, stavolta tocca a David Villa. Ed esattamente come al Meazza, questo intervento dalla panchina non produce effetto. Varane di testa sigilla la rete del 3-0, dopo un corner (prodotto da un’altra transizione veloce): il francese corre a festeggiare abbracciando il mentore Mourinho, spiato in tribuna dall’amico Alex Ferguson, prossimo rivale di Champions. Con molti minuti di anticipo diversi tifosi blaugrana, senza vedere il 3-1 di Jordi Alba all’89’, abbandonano pensierosi e preoccupati il Camp Nou: la squadra di Guardiola pare sparita

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta

 

18 febbraio 2013

Derby Allievi. Due ragazzi in gamba: Yusupha Yaffa e Demetrio Steffè

Demetrio Steffè

L'Inter Allievi, imbattuta e capolista del girone B, è quello che si dice una squadra quadrata. I numeri parlano chiaro: più quattro punti e una gara in meno dal Chievo, secondo in classifica, e soli dieci gol subiti. Ma i numeri non dicono dell'ormai definita identità di gioco raggiunta. Merito dell'allenatore, Salvatore Cerrone, e merito di giocatori di rendimento come Demetrio Steffè. “Deme” è uno dei vanti del settore giovanile interista, a Interello lo hanno già etichettato “piccolo Zanetti”. Non a caso: estremamente pratico in campo, difficile vedergli sbagliare una partita, è molto serio anche fuori dal terreno di gioco. All'Inter è arrivato grazie a una grande intuizione di Roberto Samaden, e per un pizzico di fortuna. L'attuale Responsabile del Settore Giovanile nerazzurro era impegnato ad osservare la gara di Isaac Donkor, il centrale difensivo ghanese, oggi nella Primavera interista ( e ha già esordito coi grandi di Stramaccioni), che all'epoca si disimpegnava nel Padova. I veneti in quella giornata di campionato incontravano la Triestina, che proponeva in mezzo al campo un ragazzo sotto età, che però non perdeva un contrasto coi ragazzi più grandi. La distinta recitava il nome “Steffè”, un rapido consulto tra Samaden e Piero Ausilio e Demetrio avrebbe presto preso la strada per il Centro Sportivo Facchetti. I primi calci di Steffè, centrocampista di rendimento, che però non disdegna l'accompagnamento della fase offensiva, li ha tirati nel San Giovanni, piccola società della città di  Umberto Saba, per poi passare nelle file della Triestina, di cui Saba era accesissimo tifoso. Poi l'Inter. E la Nazionale: che Demetrio ha già assaggiato con diverse convocazioni. La prima, naturalmente, la più emozionante: era con l'under 16, uno stage per un doppio confronto con la Svizzera, con l’onore della fascia da capitano. Un particolare che racconta anche delle sue doti di leadership, che i frequentatori di Interello vivono ad ogni partita, ascoltando i consigli di gioco che riserva ai compagni. Steffè è l'anima del centrocampo dell'Inter di Cerrone, sicuramente uno degli elementi decisivi di questa, almeno fin qui, meravigliosa stagione. L'etichetta di “piccolo Zanetti” è scomoda, ma nessuno la merita e la può portare con tanta disinvoltura come “Deme”.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport - Ed. Milano e Lombardia




Yusupha Yaffa

Tredici gol in quattordici partite. Per presentare la magica stagione di Yusupha Yaffa basterebbe ricordare il suo score nel campionato Allievi. E non basterebbe, dato che bisognerebbe anche aggiungere il grande lavoro che svolge in campo sia offensivamente (sponde, appoggi, allargandosi sui lati del campo per aiutare la manovra), che difensivamente (rientri, coperture, pressing). E' quello che si dice un attaccante moderno. Non a caso si stanno interessando a lui diverse società straniere, tra queste anche club inglesi e tedeschi. Nato a Serekunda, nella più grande città della Gambia, piccolo stato confinante col Senegal, Yaffa è arrivato a cinque anni in Italia, dopo aver perso a quell'età la mamma. Quest'anno si è imposto al Milan, partendo nell'ombra e imponendosi a suon di reti e grandi prestazioni. L'allenatore Filippo Inzaghi ha dimostrato che vale solo la legge del campo: non conta chi è più o meno pubblicizzato mediaticamente, Yusupha non ha ancora un contratto da professionista eppure parte ogni domenica al centro dell'attacco della squadra Allievi. E ha la testa del professionista. Lo testimonia il fatto che nonostante il Milan gli avesse messo a disposizione il biglietto per trascorrere le vacanze natalizie in Gambia, Yaffa ha preferito svolgere un periodo di allenamento, organizzato dal suo entourage, in Francia. I risultati si sono visti in campo, con il giovane africano che al rientro dalla pausa invernale è tornato subito a segnare con continuità. Il suo repertorio è sconfinato: in questa stagione ha segnato praticamente in ogni maniera, svettando di testa, anticipando il difensore in area, scambiando in uno-due col compagno, spuntando dal lato debole, realizzando con freddezza dal dischetto, su rigore. La Nazionale del suo Paese natale, la Gambia, povera di tradizione calcistica, gli ha già offerto la convocazione, ma Yusupha, che ha sempre vissuto qui, e ha frequentato sostanzialmente tutto il percorso scolastico in Italia, sogna di indossare un giorno la maglia azzurra. Con i suoi gol e la sua serietà, fuori e dentro il campo, l'avrebbe già conquistata, ma le leggi italiane non viaggiano alla stessa velocità che Yaffa propone in un campo di gioco. Dovrà attendere, nel frattempo continua a segnare...

CARLO PIZZIGONI 
Fonte: Gazzetta dello Sport - Ed. Milano e Lombardia

07 febbraio 2013

Burkina Faso - Nigeria, la finale a sorpresa della Coppa d'Africa 2013


Nigeria - Mali 4-1 



Tornano a volare le Super Aquile. Molto in alto: la Nigeria dopo aver escluso dalla Coppa d’Africa Drogba e la sua Costa d’avorio nei quarti, si impone facilmente, per 4-1, al Mali in semifinale.
Niente da fare per i maliani: il capitano Seydou Keita e i suoi compagni hanno raggiunto una semifinale insperata a inizio torneo, specie se si tiene conto della tragica situazione che sta vivendo il Paese.
Una bella rivincita per il CT della Nigeria Stephen Keshi che in Mali, alcuni anni fa ha vissuto la sua più cocente delusione di giovane tecnico: dopo aver miracolosamente portato ai Mondiali il Togo aveva accettato l’invito a Bamako, ed era andata malissimo. Ma Keshi è un ottimo allenatore, di carisma e sostanza, e i suoi compatrioti hanno pensato a lui per rilanciare le Super Aquile della Nigeria.
A casa i vecchi nomi, dentro tutti giovani. Contro il Mali Keshi ha riproposto a centrocampo la scoperta Mba con Obi Mikel e il laziale Onazi, ancora una volta positivo. Davanti il tridente con Emenike riferimento centrale, Ideye Brown e Victos Moses sugli esterni. L’esterno del Chelsea si sta imponendo come una delle stelle di questa Coppa. Iniziato in sordina il torneo, si è guadagnato il posto con grandi prestazioni e anche oggi ha dato il la al vantaggio nigeriano con un uno contro uno vincente sul lato corto dell’area, prima di offrire l’assist a Echiejile che metteva dentro di testa: al 25’ la partita aveva già un chiaro padrone. Cinque minuti dopo il raddoppio, un gioiello: inizia ancora l’azione Moses, che lancia in profondità Emenike, assist per il rimorchio Ideye e 2-0. Non riesce a reagire il Mali, che aveva tentato la solita gara con densità difensiva e contropiede. La velocità e la coordinazione di movimenti dei tre davanti, sommati alle loro qualità individuali, hanno distrutto il piano-gara di Carteron. Si schiera anche la fortuna con in nigeriani che poco prima della pausa trovano la rete con Emenike: il suo destro è deviato dalla barriera e il portiere Samassa non può nulla. La reazione del Mali a inizio secondo tempo è tutta d’orgoglio, va un paio di volte vicino alla segnatura, ma alla prima palla buona la Nigeria segna il quarto gol con Musa, subentrato a Victor Moses, uscito per infortunio. Al 75’, complice anche l’abbassamento di tensione dei nigeriani, il Mali trova il gol dell’1-4 con il giovane Cheik Diarra. Ma la partita è già finita, c'è solo lo spavento finale per un infortunio a Emenike. La Nigeria è in finale.

Burkina Faso - Ghana 1-1 (4-3 d.c.r)



Non poteva mancare la cenerentola, al ballo finale. Eccola: si chiama Burkina Faso, e sfiderà domenica la Nigeria nella finale della Coppa d’Africa. Poco accreditata a inizio torneo, ha perso quasi subito l’uomo di maggior classe, Alain Traoré, che aveva impressionato nella prima parte dl torneo. E’ arrivata in semifinale contro il Ghana da vittima sacrificale, e invece, dopo 120’ con un gol per parte e i rigori, saranno i burkinabé, per la prima volta nella loro storia, a giocare l’ultima partita del torneo. Nonostante un criminale arbitraggio che li priverà di Jonathan Pirtoipa in finale, dopo una espulsine grottesca comminata dal fischietto tunisino: un chiaro rigore (sgambetto in area di Boye) viene trasformato nel secondo giallo per simulazione (sic). L’arbitro aveva iniziato la sua performance regalando un penalty assurdo ai ghanesi: inventato fallo di Panandétiguiri su Atsu e 1-0 dagli undici metri firmato da Wakaso.
Kwesi Appiah è costretto al cambio dopo pochi minuti: Paintsil esce per infortunio, e il CT ghanese cambia tutto. Inserisce un attaccante Solomon Asante, fa retrocedere lo juventino Asamoah sulla linea dei terzini e manda a destra Afful. Il nuovo entrato, con Atsu e Wakaso sono a supporto dell’unica punta Gyan Asamoah. Il Ghana forza sempre la transizione, gioca il contropiede e le situazioni di spazi aperti, ma punge poco. Il Burkina Faso non va sotto mentalmente, non ha paura ad alzare il ritmo: prende coraggio minuto dopo minuto. Merito anche della scelta iniziale del tecnico belga Paul Put: fuori Dagano e dentro Aristide Bancé, vero protagonista della gara. Lotta sulle palle alte, riesce a fare da sponda ai compagni (specie il pericoloso Pitroipa) vincendo duelli con Vorsah e Boye, due che a fisico vanno sotto con pochi. Proprio il giocatore nato in Costa d’Avorio e poi cresciuto in Burkina Faso, approfitta dell’errore collettivo della difesa ghanese e all’ora di gioca mette dentro il gol che vale il pareggio. Seppure in inferiorità numerica è il Burkina Faso che va vicino alla meritata rete del vantaggio. Tutto si decide ai rigori, l’eroe Bancé mette alle spalle di Dauda (bravissimo a evitare la sconfitta delle Black Stars nei 120’), con un sublime calcio alla Panenka, Diakité para il rigore all’udinese Badu e il Burkina Faso va meritatamente in finale.

 CARLO PIZZIGONI
 Fonte: Gazzetta




24 gennaio 2013

Coppa d'Africa 2013 - ogni giorno su Gazzetta.it

Ogni giorno i miei resoconti sulla Coppa d'Africa nello speciale su Gazzetta.it


SUDAFRICA - ANGOLA 2-0

Riscatto Sudafrica. Dopo il pareggio molto deludente della prima uscita contro Capo Verde terminata con uno scialbo 0-0, i Bafana Bafana battono l’Angola 2-0 allo stadi di Durban, segnando i loro primi gol della manifestazione.
Il Sudafrica inizia la gara meglio, il CT Igesund  cambia ben cinque elementi rispetto alla  gara inaugurale. I Bafana Bafana sono più pericolosi davanti, fanno girare la palla con una maggiore velocità rispetto alla prima gara: Masilea e Parker lavorano bene nella catena di sinistra, in mezzo buon lavoro di Furman e Mahlangu (gioca nell’Helsingborgs). E’ dunque meritato il vantaggio, che giunge alla mezz’ora: l’azione parte da sinistra e viene chiusa a sinistra dal difensore degli Orlando Pirates Sangweni. Da quel momento l’Angola si scuote, e poco dopo il vantaggio sudafricano, sfiora immediatamente il pareggio con il leader della squadra Manucho: gran parata di Khune. All’inizio del secondo tempo prosegue la pressione delle Palancas Negras: l’occasione migliore capita verso l’ora di gioco a Mateus, ottimo elemento del Nacional di Madeira, la prima squadra di Cristiano Ronaldo. Il Sudafrica fa densità difensiva e riparte quando riesce in contropiede. Al 62’, proprio con una azione del genere, raddoppia. lancio da dietro di Letsholonyane per Majoro: bella giocata sulla linea di fondo dell’attaccante dei Kaizer Chiefs che mette la palla sotto le gambe e quindi alle spalle del portiere Lamà. Trovatosi sul 2-0 al Sudafrica è sufficiente la gestione, l’Angola subisce il colpo senza reagire, e si spegne. I Bafana Bafana tornano a vincere una partita in Coppa d’Africa, e ora aspettano buone notizie dalla gara della sera tra Marocco e Capo Verde: se vincessero i Leoni dell’Atlante, basterebbe un pareggio nell’ultimo turno per passare la fase a gironi ed entrare nei quarti di finale.
COSTA D'AVORIO - TOGO 2-1
 I favoriti di solito partono lentamente. La Costa d'Avorio, per l'ennesima volta, accreditata della vittoria della Coppa d'Africa che però non arriva dal 1992, rispetta l'assunto. La vittoria contro il Togo arriva solo nel finale, dopo una gara non esaltante. Il CT, l'ex giocatore di Parma e Inter, Sabri Lamouchi disegna un 4141, con Zokora davanti alla difesa, Ya Konan e Yaya Touré interni e pronti ad inserirsi e Gervinho e Gradel sulle fasce ad assistere Drogba. Il primo pericolo della gara lo regala Kolo Touré che buca malamente uno scarico al portiere ma ancora più sciagurato di lui è Emmanuel Adebayor che si divora il gol, facendosi anticipare da Barry. Una fiammata basta però agli Elefanti per ribaltare l'inerzia della gara: accelerazione sulla destra di Gervinho, dal lato corto dell'area palla dietro e rete di Yaya Touré. Gli Elefanti sanno gestire la gara e ancora con il centrocampista del City potrebbero allargare il vantaggio, il palo gli nega la soddisfazione. Il Togo di Didier sceglie la marcatura a uomo su Drogba: Bossou lo segue ovunque aggiungendosi alla linea di 4 dietro. Il Togo fatica a far ripartire l'azione, però davanti Adebayor si batte bene, Gakpé col suo movimento gli procura spazio, ne approfitta anche Aiyté. Proprio lui, riporta in parità la gara grazie a una rete nel recupero, su calcio d'angolo. La Costa d'Avorio si butta avanti, il ritmo di gioco rimane troppo basso, l'attacco a difesa schierata rimane troppo modesto per una squadra comunque con un livello qualitativo elevato. Lamouchi ne prova tante, inserisce Tioté e Kalou, addirittura surroga Drogba inserendo Bony. Il portiere Agassa salva prima su Yaya Touré, ma sbaglia l'uscita all'85' e ne approfitta Gervinho che mette dentro a porta vuota con un elegante tocco di esterno destro.Nel recupero finale il portiere Barry salva con una gran parata: sudando, ma gli Elefanti iniziano con tre punti.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta.it

21 gennaio 2013

Primavera: Inter e Chievo, pareggio sotto la neve

Una abbondante nevicata, una partita con diverse giocate interessanti e un gol a pochi secondi dal recupero che ha chiuso il match sul 2-2. Inter e Chievo, prime inseguitrici della capolista Atalanta, nel Girone B del campionato Primavera, hanno offerto davvero un bello spettacolo.
A Interello la gara è stata condotta per almeno un'ora dai padroni di casa. Bernazzani ha riproposto la difesa a 3, facendo esordire il figlio d'arte Paramatti al fianco di Donkor e Mbaye, con Pasa spostato in mezzo al campo a costruire gioco insieme a Olsen; tre attaccanti con Colombi riferimento centrale più Belloni e Garritano. Proprio il ragazzo calabrese, ritornato in una buona condizione di forma, ha sbloccato il risultato al 20' con un bel destro da fuori. L'Inter non trova con facilità la porta avversaria ma gestisce la gara senza problemi. Un contropiede del Chievo, con una transizione gestita male dai nerazzurri, cambia il risultato: merito soprattutto di una bella giocata di Ekuban, che anticipa in pallonetto l'uscita di Di Gennaro. Dieci minuti dopo altra brutta gestione degli spazi difensivi interisti, con Franchini determinato a trovare la rete del 2-1: brutta soprattutto la chiusura di Ibrahima Mbaye. Il ragazzo voluto all'Inter da Mourinho ha iniziato la stagione come seria alternativa ai titolari della Prima Squadra: qualche prestazione sotto tono l'ha condizionato mentalmente, e anche un impiego a singhiozzo in Primavera (è sempre al seguito di Stramaccioni), gli ha fatto perdere il ritmo gara. Ma Ibrahima, ragazzo con la testa sulle spalle, cui recentemente l'Inter ha rinnovato il contratto, è un talento vero. Lo ha dimostrato anche sotto la neve di Interello, andando a segnare la rete del 2-2 finale, ovviamente di testa (specialità della casa), su assist di Zaro, entrato da pochi minuti proprio per l'assalto finale provato più volte con la palla per aria. Si è riscattato alla grande il giovane senegalese, al centro in questi giorni di diversi affari di mercato ( si è parlato proprio di un prestito al Chievo): un episodio che aiuterà l'autostima di Ibra, uno su cui l'Inter punta tantissimo.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Gazzetta dello Sport - Edizione Milano e Lombardia

INTER-CHIEVO 2-2
Marcatori: 21' Garritano, 60' Ekuban, 71' Franchini, 89' Mbaye


INTER (3-4-3): Di Gennaro; Donkor (78' Zaro), Mbaye, Paramatti; Bandini, Pasa, Olsen, Ferrara (61' Bangoura); Belloni, Colombi (70' Pedrabissi), Garritano. Allenatore: Daniele Bernazzani

CHIEVO (3-5-2): Errico; Fochesato, Maccarone, Magri; Franchini, Djiby, Burato, Da Silva, Montresor (59' Messetti); Ekuban (88' Marchionni), Cisotti (46' Paruzza). Allenatore: Lorenzo D'Anna.

17 dicembre 2012

Millonarios campioni di Colombia




I Millonarios dopo 24 anni tornano campioni della Colombia, hanno battuto nella notte, in finale, il Medellin. Avevo presentato la sfida su Extra Time della Gazzetta:

Rinascita, è la parola giusta per il futbol colombiano. La Nazionale cafetera acquisisce appeal giorno dopo giorno, con Radamel Falcao che viene celebrato miglior attaccante del pianeta, James Rodriguez talento dal potenziale immenso, più una pattuglia di giocatori dal presente e dal futuro interessante.
Ma “Rinascita” è termine perfetto anche per fotografare il campionato colombiano. A giocarselo nelle due finali di domani e domenica ci saranno il Deportivo Independiente Medellin (DIM) e i Millonarios. A dirigere il Medellin c'è Hernán Darío Gómez, detto il “Bolillo”, il manganello, per la sua rigidità nei rapporti interpersonali. Gómez è una gloria del futbol nazionale: era l'uomo di campo che tramutava in realtà la filosofia di futbol del Pacho Maturana, di cui è stato assistente per anni, prima al Nacional, poi in Nazionale. Testa calcistica sottilissima, uomo genuino e un po' di grana grossa al Bolillo era stata affidata la guida di una Selezione di cui già si intuivano gli amplissimi orizzonti. Nell'ultima Copa America, giocata in Argentina, aveva iniziato a mostrare una modernizzazione di quel calcio cerebrale che anche Arrigo Sacchi aveva in più di una occasione elogiato. La squadra stava prendendo forma, nell'attesa di una maturazione definitiva degli elementi di grande talento. Nella notte del 6 agosto del 2001, il Bolillo entra barcollante nel pub “El Bembe” di Bogotá, la donna che lo accompagna, che non è sua moglie, da lì a poco sarà oggetto di un violento attacco di Gómez. Nasce una violenta campagna di stampa e opinione per opera di alcune associazioni di difesa delle donne. Il Bolillo è costretto alle dimissioni ed esposto al pubblico ludibrio: altro che allenare, manco può uscire di casa. Solo un club gli regala una chance, quel Medellin in cui è sì nato calcisticamente ma che nella vita ha più volte messo sotto da tecnico, con il Nacional, l'altra squadra della città dalla eterna primavera. La rete vittoria al 90' nell'ultima gara di playoff contro l'Itagüí guidato da Leonel Alvarez, già suo assistente nella Nazionale dell'ultima Copa America ma soprattutto polmone nel Nacional che vinse la Libertadores proprio col Bolillo in panchina da assistente di Maturana, ha ridato la vita, non solo calcistica, a Gómez. Che rinasce, come i Millonarios, la squadra che si troverà di fronte in finale e che dal 1988 non vince un titolo. Anzi: che ha promesso di restituire tutti quelli vinti quando a controllare il club c'era il “Mexicano”, Gonzalo Rodríguez Gacha, sodale di Pablo Escobar nel Cartello di Medellin. A guidare il Millos in panchina c'è Hernán Torres, ex portiere del Medellin, un tecnico a cui in pochi consegnavano chance di vittoria. Ora, la tifoseria più numerosa e appassionata del Paese, vuole il titolo. Capofila degli hincha proprio quel Radamel Falcao, simbolo della rinascita calcistica del Paese, che nella notte madrilena della sua cinquina contro il Deportivo è rimasto sveglio: non per l'emozione ma, come ha raccontato via twitter, per vedere la squadra del suo cuore, i Millonarios che si qualificavano per la finale.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Extra Time - La Gazzetta dello Sport

10 dicembre 2012

Liga. Real Madrid rimonta e vince a Valladolid

Vince 3-2 (doppietta di Ozil) a Valladolid il Real Madrid di José Mourinho, gioca un discreto calcio, soprattutto ci mette convinzione e voglia. Ma dietro manca ancora la concentrazione giusta e, nonostante un dominio piuttosto netto, gli uomini dello Special One devono sudarseli tutti questi tre punti che li pongono a meno otto dal Barcellona, in attesa della partita dei catalani col Betis a Siviglia.



Mourinho sceglie di partire con Callejon, esterno alto, e il canterano Nacho, terzino sinistro, nel suo abituale 4-2-3-1. Prova a comandare da subito il gioco, ma va immediatamente sotto. Al primo corner del Valladolid, marcatura superficiale in area, Casillas per niente reattivo e dopo un pasticcio nel mucchio, mette dentro l’angolano Manucho. Non sono passati nemmeno sette minuti. Il regalo viene restituito pochi minuti più tardi dal Pucela: errore in uscita di palla di Balenziaga, intercetta Callejon che mette in mezzo dove Benzema a porta sguarnita non può sbagliare. Il Madrid prende campo, ma lascia l’ennesimo gol su errore difensivo. Terzo corner del Valladolid, ennesima dormita di Casillas con Sergio Ramos che perde il duello con Manucho, che mette dentro il gol del 2-1 al 22’. Il ragazzo che aveva impressionato Sir Alex Ferguson in una coppa d’Africa, tanto da portarselo immediatamente a Manchester (dove però mai si integrò), dimostra di avere i numeri per giocare a buon livello nella Liga. Zona chiave la fascia destra del Valladolid, con Rukavina e Ebert, ma alla mezz’ora i padroni di casa perdono il tedesco per infortunio, si abbassano troppo e subiscono la pressione del Madrid. I Viola-bianco difendono con elevata densità, giocando parecchio per l’intercetto sulle linee di passaggio dei rivali, inoltre l’dea del tecnico Djukic è che i tre alle spalle di Manucho levino spazio a Xabi Alonso in costruzione. La squadra di Mourinho insiste molto nella zona centrale e poco, pochissimo sugli esterni: Il Valladolid inibisce la ricerca dei giocatori che trovano la profondità esterna davanti e lasciano l’appoggio semplice alla poca qualità che i terzini del Madrid possono offrire. Però proprio una delle tante giocate centrali, regala al Madrid il pareggio. Favolosa combinazione tra Ozil e Benzema: azione individuale del tedesco che va a a cercare la in area con l’ex Lione.  Benzema restituisce di tacco il dai e vai, e Ozil insacca. Golazo pochi attimi prima del fischio che manda le squadre al riposo. Mourinho deve allargare lo spazio di gioco e dal primo minuto del secondo tempo inserisce subito Di Maria, spostando Callejon a terzino, e finalmente sfida il freddo di Valladolid e si alza dalla panchina. Dopo alcuni minuti di predominio Blancos, la partita diventa un susseguirsi di transizioni, anche se il Madrid è molto più pericoloso: clamorosa la rete annullata a Sergio Ramos, per fuorigioco inesistente, al 64’. Gli uomini di Mourinho non si arrendono, e la pressione monta, esce Arbeloa, dentro Modric e Xabi Alonso scala a difensore centrale con Sergio Ramos a destra. Meritato il vantaggio al 72’, favolosa pennellata mancina, ancora di Ozil, su punizione da destra. I madridisti sfiorano in più occasioni il poker (più di una occasione per Cristiano), Varane sostituisce Benzema e riequilibra il sistema di gioco di Mourinho. Finale senza preoccupazioni.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta.it

06 dicembre 2012

NextGen. L'Inter batte il Rosenborg e si qualifica




Lancio lungo da destra, Thomas Pedrabissi, talento classe 1995, mette il corpo in modo da controllare la palla e immediatamente direzionarla: la sfera muore sul sinistro dell'attaccante, che poi di destro trova il palo lungo. Imparabile. Questo gioiello è incastonato nella rimonta dell'Inter sul Rosenborg: norvegesi alla fine battuti 3-1 e qualificazioni dell'Inter Primavera per il prossimo turno di Next Generation Series, la competizione ormai nota come Champions dei giovani. Il tecnico, Daniele Bernazzani,  aveva già da qualche minuto invitato “Tommy” ad adeguare la sua posizione sul lato debole, quando la palla correva lungo la fascia opposta: “stringi Pedra!” E' il 70' di una partita molto fisica, la giocata di Pedrabissi regala ai nerazzurri il 2-1.  L'Inter è andata sotto al 24', corner da sinistra, Dalle Vedove sbaglia il tempo dell'uscita ma viene palesemente caricato prima che Blakstad metta dentro. Il pareggio giungeva grazie a una giocata individuale di Bocar che pescava Forte davanti alla porta: lo Squalo, come lo chiamano a Interello, aveva messo dentro. Il 4-2-3-1 dell'Inter non ha sbocchi centrali, mancando di sponde efficaci, le situazioni nascono solo sugli esterni, specie a destra dove capitan Bandini è bravo a proporsi con i tempi giusti a supporto dell'attaccante di destra Belloni. Quando però Duncan entra in partita, centralmente l'Inter sale di colpi, e si sviluppano transizioni interessante, trascinate dal ghanese, anche oggi migliore in campo. L'ultima porzione di partita, Bernazzani la gioca con il 4-4-2, e l'Inter aumenta i ritmi di gioco e ha il controllo totale della gara; solo l'imprecisione sotto porta mantiene in bilico il risultato. L'ennesimo corner, a cinque minuti dalla fine, chiude la gara: ancora Forte, in mischia. Soddisfatto a fine gara Bernazzani: “ Abbiamo giocato una buona gara, non era facile rimontare. La scelta di Pedrabissi? Thomas sta facendo bene da un po' (In gol anche in Coppa Italia, ndr), e l'ho visto in forma per potermi anche fare la fascia, poi lui i colpi ce li ha...” Tra il pubblico, il direttore sportivo del Napoli, Riccardo Bigon: oltre a diversi giovani dell'Inter, avrà ammirato il centrocampista del Rosenborg Sakor, un '96 dall'ottimo fisico che gioca davanti alla difesa.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport - Milano e Lombardia

INTER-ROSENBORG 3-1
Marcatori: 24' Blakstad, 37' Forte, 70' Pedrabissi, 85' Forte

INTER (4-2-3-1): Dalle Vedove; Bandini, Zaro, Mbaye, Ferrara; Duncan, Olsen; Belloni, Bocar (90' Colombi), Pedrabissi (77' Terrani); Forte. Allenatore: Daniele Bernazzani


ROSENBORG (4-3-3): Storevik; Kvande, Bjornstad, Togstad, Lundal (83' Haarberg); Strand, Sakor, Blakstad; Oien, Sorloth (77' Iqbalzadeh), Bjornholm. Allenatore: Stale Stenssas

03 dicembre 2012

Premier: Chelsea e City rallentano

Cade contro il West Ham (3-1, rimontato) il nuovo Chelsea di Rafa Benitez, che gioca un secondo tempo senza attenzione nel primo derby della 14ª giornata di Premier League: continuano le polemiche attorno al coach spagnolo. I Blues avevano iniziato però bene la gara. Rafa cambia il modulo e, dopo l’esperienza con Romeu davanti alla difesa e due intermedi, scegli di tornare al 4-2-3-1, col doble pivote formato da Mikel e Ramires, come ai tempi di Di Matteo (sempre invocato dai tifosi del Chelsea). Approccio molto buono dei Blues che spingono bene coi terzini, specie Azpilicueta a destra. Frequenti le ricezioni semplici dei tre dietro Torres, molto ispirato all’inizio, poi lentamente sparito. E proprio dal Niño nasce il vantaggio, taglio in profondità ben pescato da Moses, ricerca del fondo e poi palla dietro: le coperture del West Ham sono disastrose, e Mata mette facilmente dentro, al 13’: per l’ex Valencia è l’ottavo gol della stagione (più undici assist, niente male). Allardyce che è senza Andy Carroll (un mese out), propone l’ex Carlton Cole davanti: il senegalese Diamé parte stranamente dalla panchina. Il primo tempo è dominio Blues, ma rimane un solo gol di vantaggio. Allardyce cambia tutto nella ripresa, dentro finalmente Diamé: si alza il ritmo, il pubblico entra in gioco e il risultato si riequilibria per una rete di Cole (62’), che forse commette fallo nello stacco su Ivanovic (male comunque la difesa Blues). La gara si apre e fioriscono palle gol un po’ ovunque (la più ghiotta è il palo di Mata su punizione, al 65’), ma sempre il senegalese del West Ham è decisivo: assist di Cole e rete di Diamé all’86’, chiude Maiga (errore di Ashley Cole), nel recupero.

Bloccato in casa il Manchester City da un ottimo Everton. Mancini dirotta in panchina Balotelli, Aguero e Javi Garcia: davanti Tevez con Dzeko, Barry-Yaya Toure davanti alla difesa. L’Everton di David Moyes organizza dei blitz di pressione ultra offensiva, per poi scivolare indietro e prendere bene l’attacco posizionale del City. Che fa molta fatica, anche a causa della pessima vena di Nasri e David Silva (salirà di colpi nella seconda parte). Proprio da un recupero alto di palla giunge, dopo un match piuttosto equilibrato, la rete del vantaggio dei Toffees, al 33’: la palla viene girata a sinistra dove crossa Baines, deviazione in area che allunga la traiettoria sul secondo palo dove Fellaini sovrasta Zabaleta: compie un miracolo Hart, ma il secondo tocco del belga è decisivo. Ottava rete della straordinaria stagione di Marouane Fellaini, uomo chiave della squadra sia nel gioco diretto dove è imbattibile di testa, sia nella gestione dell’attacco a terra, apparendo in diverse zone del campo. Unica macchia della partita dell’ex Standard, la trattenuta in area compiuta ai danni di Dzeko su traversone da corner: trasforma il rigore Tevez al 43’. Seconda parte con Mancini che si gioca la carta Aguero, qualche fiammata di Maicon, ma senza costrutto: pochissime comunque le conclusioni verso le due porte, anche se la riconquista veloce della palla da parte del City permetteva agli uomini di Mancini di condurre il ritmo della gara. Dieci minuti di Balotelli nel finale, non aggiunge molto al forcing del City, che produce solo qualche mischia.

CARLO PIZZIGONI 
Fonte: Gazzetta.it

26 novembre 2012

Real Madrid quasi fuori: va KO a Siviglia col Betis




Abdica il Madrid? Brutta sconfitta per il Real in quel di Siviglia. La squadra di José Mourinho perde 1-0 contro il Betis, giocando un brutto calcio, e rimane lontanissimo, a otto punti, dal Barcellona che domani va a sfidare il Levante a Valencia.
Il Real Madrid inizia la partita con un buon ritmo, e riesce a sviluppare una buona transizione, rendendosi pericoloso in un paio di occasioni.  A difesa schierata fa però enorme fatica a trovare appoggi interni nello sviluppo della manovra. I padroni di casa reduci dalla brutta sconfitta contro i cugini del Siviglia (5-1) sono attentissimi nelle coperture e lasciano solo l’ex Madrid Juan Carlos ad appoggiare l’unico attaccante Ruben Castro, che cerca ricezioni sempre lateralmente, spesso nella zona di Arbeloa. Proprio da una pressione offensiva sulla sinistra, a seguito di un fallo laterale, nasce il primo tiro in porta del Betis: Di Maria rinvia male la palla, che giunge tra i piedi di Beñat al limite dell’area, eluso Khedira il basco trova l’angolo basso alle spalle di Iker Casillas. 1-0 al 17’. Il vantaggio è una iniezione di fiducia per gli andalusi, che raddoppiano le forze difensivamente e pungono in qualche contropiede (Iker è spettacoloso al 22’ su Ruben Castro). Raramente pericoloso il Real, a cui viene pure annullato, giustamente (fuorigioco), un gol a Benzema, poco ispirato stasera. Il Madrid prova a rimanere tranquillo senza lasciarsi prendere dalla frenesia, ma il ritmo si abbassa troppo, davanti non si accende mai Ozil tra le linee (unica eccezione alla mezz’ora: Di Maria va vicino al pareggio). Proprio il giocatore di origine turca rimane negli spogliatoi insieme al connazionale Khedira, all’inizio del secondo tempo: dentro Kakà e Modric.
Mourinho è nervoso e cerca disperatamente una reazione d’orgoglio dai suoi, che iniziano la ripresa con, almeno, maggiore intensità. Vanno vicino al pareggio in più di una occasione, con Ronaldo (58’) e Kakà (gran tiro da fuori, perfetto anche qui Adrian al 61’), il Betis di Pepe Mel, è costretto ad abbassarsi ma non perde concentrazione e sa essere lucido nelle ripartenze, in cui sfiora il raddoppio in più di una situazione. L’assalto finale del Madrid produce qualche mischia pericolosa in cui Adrian dimostra sicurezza. Il Real sabato sera gioca il derby contro l’Atletico: una gara già da ultima spiaggia per il campionato di Mourinho, che a fine partita va sportivamente a congratularsi con gli avversari e con Pepe Mel. Per lui,  una bella rivincita dopo la sconfitta pesante col Siviglia. Ma i taccuini saranno tutti per José, ancora una volta.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta.it

23 novembre 2012

Derby Allievi. La vittoria dell'Inter arriva da lontano

Difficile incrociare l'allenatore della squadra sconfitta che esordisce parlando della “bella giornata di sport” e dell' “assoluto fair play” in campo. Filippo Inzaghi, sconfitto 1-0 nel derby contro l'Inter, non recrimina sui due pali colpiti, non si appella alla sfortuna: riconosce i meriti dell'avversario ed è proiettato sulla successiva partita. “Anch'io faccio i complimenti al Milan – ricambia Salvatore Cerrone, allenatore nerazzurro. E' una bella squadra e ci ha messo in difficoltà, specie all'inizio. poi abbiamo ritrovato la nostra identità di gioco, quella che ci ha permesso di fare tante vittoria, ma il cammino è solo all'inizio, siamo solo alla decima giornata. Oggi, ci tengo a dirlo, si sono affrontate a viso aperto due ottime squadre, entrambe volevano vincere e ci hanno provato fino alla fine.”
Bello anche che una partita del genere abbia avuto una straordinaria cornice di pubblico. Familiari, amici, gli immancabili procuratori sportivi, più o meno famosi, ma anche tanti tanti appassionati. Segnale che il calcio giovanile possiede un respiro diverso, un senso di coinvolgimento che non si ferma allo spirito di parte, un interesse condiviso che rapisce anche spettatori neutrali, che hanno accolto con piacere anche l'iniziativa del sito Gazzetta che proponeva il match in diretta. Ha vinto l'Inter dopo novanta minuti di combattimento, ma senza nessun intervento scorretto, e si è guadagnata la nona vittoria stagionale grazie a una grande giocata di Simone Golia: da un suo uno contro uno sull'esterno è nato il gol di Dylan Romney. L'Inter ha giocato il suo calcio migliore, nella seconda parte di gara. Tutta la squadra ha beneficiato dell'entrata in campo di Federico Bonazzoli, un centravanti del 1997 promosso ormai stabilmente tra gli Allievi del 1996. Alcuni veri appassionati di calcio giovanile sugli spalti hanno ricordato gli esordi di Federico nei Pulcini C nerazzurri, la primissima categoria del calcio di base. I suoi compagni erano allora quelli di oggi: Matteo Lomolino, terzino sinistro, e Andrea Palazzi, centrocampista, due tra i migliore in campo anche nel derby. Dai pulcini C agli Allievi Nazionali e, pronosticano tutti, alla Primavera, poi chissà... Necessità economica o convinto e repentino cambiamento di rotta, è una politica che molte altre società stanno mettendo in atto, a cominciare dal Milan, che già quest'anno ha reso molto più combattuta la stracittadina in ogni categoria, e alcuni derby li ha conquistati meritatamente (l'ultimo, quello dei Giovanissimi Nazionali, proprio sul campo dell'Inter). L'Inter stasera festeggia anche guardando in Russia: un ex allenatore e un ex direttore del settore giovanile (Stramaccioni e Ausilio), più un numero considerevole di giocatori dell'attuale Primavera sono a Kazan per confrontarsi con il calcio europeo di alto livello. Il filo rosso unisce Prima Squadra e giovani, segno di un calcio che sta cercando di cambiare, nella direzione voluta dalle tante persone presenti ieri al derby di Interello.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport - Milano e Lombardia