17 dicembre 2005

[applausi] Alberto Malesani

Ho appena rivisto sul sito della Gazzetta la conferenza stampa del Male dopo il pareggio con l'Iraklis e la contestazione del pubblico. Tra le tante vergate dello sfogo mi piace sottolineare " con voi (giornalisti) e con i tifosi bisogna dire bugie e essere ruffiani, io non lo sono, cazzo!" Stravedo per Malesani, mi piace come lavora, ricordo il suo Verona che faceva il calcio più bello d'Italia e retrocesse, segnando per sempre l'anima di questo veronese purosangue. Fece ritrovare Mutu, reduce da una stagione disastrosa, inventò Camoranesi e Oddo. Lo incontrai nella sede dell'Hellas per una chiacchierata. Eccola.


ALBERTO MALESANI, ALLENATORE DELL’HELLAS VERONA (serie A 2001-2002) – INVERNO 2001 -

Verrebbe voglia di gridarlo che Malesani non è quello che si dipinge sui giornali. Lo meriterebbe. L’impressione che ci lascia dopo un colloquio vis à vis è quella di aver dialogato con una persona che ascolta e che utilizza il cervello per andare a trovare la formula linguistica che più si adatta a quanto sta per dire, a costo di qualche silenzio prolungato. Il Male non è scontato, non riutilizza, per parlare di calcio, né le vecchie frasi rituali che ci portiamo dietro da Carosio o Brera, né un lessico banalmente specialistico che spesso maschera concetti vaghi.

Ma questo approccio credo gli venga naturale, Alberto Malesani non vende fumo. “L’allenatore è soprattutto quello che si muove sul campo” ha asseverato con tono deciso durante l’incontro che mi ha gentilmente concesso, intendendo, ho scoperto, che quanto avviene praticamente sul campo è ciò che distingue un tecnico. Non che gli manchino, ma questo credo sia universalmente riconosciuto, competenze tattiche.

Ma anche nel menzionarle ritorna quella mai banale semplicità di esposizione che arriva a tutti e che, soprattutto, delinea contingenze che è possibile, con un po’ di osservazione, ritrovare durante la visione delle partite. Il concetto dell’osservazione è poi basilare nella didattica della sua idea di calcio. Che poi sarebbe condivisa da tutti, ma sono pochi quelli che ad essa destinano attenzioni: quante volte ricordate, nelle interviste ai mister, anche i più appassionati di didattica, vengono sollevate queste punti di vista? Ci provo io: pochine. Quanti arrivano a parlarti dei giovani così? Idem.

Tra l’altro questo approccio è tipico dei tecnici della nouvelle vague calcistica ma non utilizzate questo termine con Malesani, che di questa compagnia è certamente quello che ha vinto di più- in relazione, se vogliamo, ai mezzi disponibili - e ha parlato di meno. Malesani non accetta: “Questo parlare di nouvelle vague ha creato solo una contrapposizione sbagliata tra vecchi allenatori e giovani emergenti, ma il calcio è sempre stato lo stesso.” Espressione, quest’ultima, non assunta come luogo comune pedissequamente ripetuto ma come verità constatata e, successivamente, accolta. Anche se vanno annotati i necessari distinguo.

In ultimo, mi pare che il tecnico veronese cerchi sempre di sedersi dall’altra parte del tavolo per capire le ragioni di chi dialoga o litiga con lui, atteggiamento non da poco per un ruolo, quello di allenatore di calcio, che nelle interpretazioni più frequenti impone il delirio di onnipotenza, oltre che la superficialità fatta a sistema.

- Quale deve essere la Regola della squadra di Alberto Malesani?
Giocare sempre in 11. Sia la fase offensiva che quella difensiva deve avere, se possibile, la partecipazione di tutta la squadra, che deve accompagnare bene l’azione.
- Quindi gli attaccanti, in fase difensiva li reclama dietro la linea della palla?
Se possibile sì; D’altronde si allena la squadra anche all’opportunità che ciò non si verifichi.
- Negli ultimi anni ha scelto la difesa a tre. Non crede che muovendosi così si lasci troppa opportunità di scelta agli esterni che condizionano fortemente l’equilibrio della formazione?
Puoi giocare con tre, con quattro o con cinque, situazioni, queste, che sempre si verificano poiché non sempre si è a tre o a quattro, ovviamente, il concetto fondamentale è, però, quello della coordinazione della linea. Naturale che ci saranno alcuni momenti nei quali sei scaglionato, ma la linea deve rappresentare la partenza. E’ visivamente decisivo.
- Ma sul lato debole cosa avviene: il laterale si abbassa per la diagonale o stringe verso la palla…
Questo concetto di diagonale è un po’ , diciamo così, inventato: vedi, a ogni attacco ci deve essere un copertura o delle coperture adeguate. Esaminiamo un attacco, dove va la palla c’è un uno contro uno, subito dopo bisogna essere bravi a coprire, nella situazione in cui si verifichi di perdere la disputa; così, a cascata, fino ad arrivare al portiere, che è l’ultimo, tutti devono avere attitudine alla copertura. Per assurdo, su un primo attacco, con la squadra tutta dietro la palla, ci sono dieci uomini che possono eventualmente rimediare all’errore. Questa è la cosa importante.
- Quindi non esistono principi diversi a seconda della formula difensiva?
C’è maggiore difficoltà nell’interpretazione dell’esterno, forse, ma i concetti sono sempre gli stessi, secondo la mia opinione. E’ vero però che la linea più folta dà più problemi di coordinazione, è logico visto che maggiori sono i giocatori che devono parteciparvi. E’ un problema “numerico”, non concettuale: quello che insegnano coi tre o coi quattro è la stessa cosa.
- Una squadra che gioca bene, però, deve…
Nel calcio tutto è relativo: tu puoi insegnare i più bei movimenti, ma se la società vede che perdi ogni domenica ti cambia. Noi, ad esempio con l’Atalanta, secondo quanto penso io, a livello dell’applicazione dei concetti siamo andati meglio, però abbiamo perso
Quindi il calcio non è tutto lì, a livello di concetti. Io ho le mie idee,credo che siano universali, valgono per tutti gli allenatori, per Trapattoni, per Sandreani: il calcio è quello. Le differenze sono altre, ad esempio le qualità della squadra…
- Qualità individuali?
Certo, i giocatori, come sono motivati, come vengono gestiti, e altro. Non è detto che una squadra tatticamente perfetta debba vincere, anzi, di solito le grandi squadre sono quelle da cui bisogna prendere meno esempio sotto questo aspetto, però ci sono grandi qualità individuali che rimediano a carenze tattiche, grandi giocatori che vogliono vincere, che sono forti dentro.
- Però Malesani, in quanto appartenente alla nouvelle vague calcistica…
Qui ci sono da fare dei distinguo. Sono etichette che vogliono mettere in contrapposizione, in maniera sbagliata: il calcio non è cambiato, è sempre quello a livello concettuale come ho già detto.
E’ vero nel calcio non ci sono rigidi protocolli in cui si stabilisce: questo si fa così, quest’altro deve essere fatto in maniera diversa… c’è solo la scuola di Coverciano che ti dà un’infarinatura generale, ma non esiste un approfondimento, esistono pensieri condivisi di tutti i migliori tecnici: non si va mai sul particolare, tutto è, teoricamente, opinabile
- Ha detto: “Quando ero al bar criticavo Trapattoni, poi, da allenatore, mi sono reso conto della sua bravura”, c’è un passaggio decisivo tra buona parte degli spettatori e gli addetti ai lavori…
Sì, quando sono andato in una grande squadra mi sono reso conto di quanto è difficile vincere. Quindi, al di là della effettiva forza della Juve di quei tempi, il Trap è stato bravo perché ha vinto: è riuscito a gestire i suoi giocatori dandogli sempre le motivazioni giuste, mantenendo in loro la voglia di vincere.
- L’allenatore, quindi, è soprattutto un motivatore?
Anche un motivatore. Insieme alla società. La motivazione può anche essere un palese e incondizionato appoggio al tecnico:il giocatore nota questo atteggiamento, semplificando: la società, pensa il calciatore, è vicino al tecnico, quindi io ascolto il mister, così si crea un clima di fiducia che fa rendere al meglio tutti.
Sembra una stupidaggine, una banalità, ma è importante. L’elemento motivazionale è dunque il frutto di una serie di azioni messe in atto da soggetti diversi
- Risultando, quindi, decisivo…
Importante, di decisivo non c’è niente. E’ meglio avere buone motivazioni e buona organizzazione tattica, piuttosto che una grandissima voglia e nessuna organizzazione. O viceversa. Ci vuole il giusto mix.
- Come si prepara un tecnico: ci sono dei testi di riferimento, visiona partite, scambia opinioni nell’ambiente…?
Guarda partite, le idee spesso vengono da lì. Io ho anche giocato a calcio, ho ascoltato i miei allenatori e, soprattutto, i miei compagni. I giocatori sono grandi ispiratori di idee, tu devi essere bravo a captare le soluzioni tattiche adeguate
- Parla di giocatori di alto livello?
Anche di basso livello, anche delle giovanili, esagero. Io, ad esempio, ho ricevuto spunti da ragazzi molto bravi che a livello di campionati giovanili prendevano soluzioni interessanti.
- Si impara anche dai ragazzi?
Sicuramente, l’aspetto visivo è la cosa più importante: l’osservazione è determinante. Qua non bisogna essere Einstein. Non nego le necessarie capacità comunicative di gestione, ma a livello pratico è essenziale avere una didattica semplice, chiara, che ha una logica ed è frutto di tanta osservazione.
- Ieri: Malesani impiegato Canon
Mi ha aiutato molto come organizzare il lavoro, come gestire le persone. Ho lavorato 12 anni, i primi tempi lavoravo e allenavo.
- Oggi: la scelta dell’ Hellas Verona?
Beh, io sono veronese, penso sia il massimo allenare la squadra della propria città, poi volevo rientrare, visto che già mi stufavo senza far niente. Tra l’altro Verona è, posso dirlo dopo aver girato tanto, una delle più belle città del mondo, qui ho la mia famiglia, i miei amici.
- A Parma, le hanno spesso rimproverato di non vivere la città in cui allenava
Ho fatto migliaia di chilometri per stare insieme alla mia famiglia. L’ambiente, e questo è uno dei motivi, non mi ha mai preso bene. Forse è stato anche un mio limite… Io dico, però, che un allenatore deve essere giudicato per quello che fa sul campo, nel mio caso non è stato sempre così, ma non ce l’ho con nessuno.
- La sua storia di allenatore nasce col Chievo. Quali sono i rapporti attuali con l’altra squadra di Verona?
Buoni.
- Anche se lei non voleva acquistare DelVecchio, come ha detto Campedelli qualche mese fa al Corriere dello Sport…
No, un attimo, qui bisogna chiarire. Forse, quando sono andato via dal Chievo, dopo sette anni, c’è stato qualcosa… ci siamo allontanati, poi ravvicinati, loro dicono per troppo amore, nel senso che si sentivano molto vicino a me e il fatto di andare via è stato vissuto come un abbandono, ma questa è una professione velocissima, devi cogliere subito le occasioni che ti si presentano, altrimenti le perdi. Successivamente tutto si è aggiustato senza problemi, poi c’è stata la scelta di Verona (infatti nell’intervista Campedelli, sollecitato, parla di “ quello che allena il Verona”, non citando mai il nome di Malesani, ndr) e c’è stato un conseguente riallontanamento come dimostrato dall’intervista che hai citato, ma, vedi, io sono sicuro che loro mi vogliono bene, e anch’io mai e poi mai, nemmeno una volta, potrei parlar male del Chievo, è grazie a loro che sono arrivato qui. Quindi c’è una specie di gioco delle parti. Poi, la dichiarazione su DelVecchio è esagerata: non è assolutamente andata così. Ma noi abbiamo un buonissimo rapporto, ci diamo del tu, andremo, più avanti, non adesso, anche a mangiare insieme, non ci sono problemi perché ho capito, come ho detto, cosa c’è dietro questa uscita. Io ringrazierò sempre la famiglia Campedelli.
- Cambiando decisamente quadro non crede che nei suoi confronti ci sia un astio, un’antipatia malcelata da parte di una larga fetta dell’ambiente calcistico.
Io non ce l’ho con nessuno, ma a tanta gente bisognerebbe rispondere che io sono l’ultimo allenatore italiano ad avere vinto una coppa europea, perché è difficile rispondere altrimenti a chi ti dice, come mi hai detto tu, che non sarei allenatore da serie A, ci sarà dell’invidia, io, comunque, non me ne curo e non sono così
- Non crede di pagare il fatto di non essere stato un calciatore di alto livello?
Io credo di no. Anche Zaccheroni, ad esempio, non ha un passato calcistico, probabilmente ha un’immagine diversa. Forse pago un po’ quello che sono, la mia immagine, ricordati che “ l’immagine conta più dell’attitudine”
(Sono stato a Jesolo qualche tempo fa, per un convegno nel quale si trattava il tema dell’adolescenza, lì il rappresentante del Vaticano per lo sport mi ha detto: devo ammettere che l’immagine che avevo non è quella che mi sono fatto ora che l’ho conosciuta di persona)
Io salto perché mi piace, per festeggiare il gol, la vittoria; per essere allenatori di serie A bisogna mettersi giacca e cravatta, stare seri, posati, fare interviste secche, dire solo cose scontate. Il calcio, all’eccesso, è lo specchio della vita: devi avere l’Immagine. Io, non so, mi presento in pantaloni corti in sede, vado a parlare vestito così da Tanzi, da Cecchi Gori, lo so che è una cosa non troppo normale, è colpa anche mia… io, però, mi sento più libero. Se ho delle carenze da questo punto di vista, guadagno, dall’altra parte, in libertà. Anche quando lavoravo in Canon,e mi ero costruito una buona posizione, andavo alle riunioni, ad Amsterdam, in jeans e maglietta, capello lungo – a me sono sempre piaciuti - e credo che venissi giudicato per quello facevo come è giusto che sia. E, fino ad ora, grazie a Dio qualcosa ho fatto.
- Una curiosità, è vero che durante il viaggio di nozze lei è andato a vedere gli allenamenti di Cruijff a Barcellona?
Sì, è vero. Sono sempre stato appassionato di calcio. Per dirti della mia passione: una volta la Gazzetta metteva anche le formazioni delle squadre dell’Interregionale. Con un mio amico ero riuscito a imparare tutte le squadre che esistevano in Italia! Ripetevo, “Canicattì: Sarti, Burnich, Facchetti,…” cito questa perché oggi che non ho più memoria ed è l’unica che ancora ricordo.
- Tornando a bomba, prima di chiudere, sui discorsi che faceva in precedenza, in questo calcio dove esistono allenatori che imparano le regole base dei manager aziendali e hanno particolare cura dei rapporti con la stampa, come si muove?
Io non li curo. E’ ovvio che dopo alcuni anni che vivo questo mondo ho anche persone a cui sono più legato, tra i giornalisti. Però non ho una particolare attenzione, sono istintivo, se uno mi è più simpatico intrattengo di più un rapporto rispetto a un altro, anche se, sinceramente, devo ammettere di non avere grossi rapporti con i giornalisti: quando ho finito la mia giornata di lavoro voglio staccare, e quando vuoi staccare hai meno tempo.

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