16 novembre 2005

[reportage] Costa d'Avorio

Ho una profonda simpatia per la Costa d'Avorio. Ci sono stato lo scorso giugno e ho assistito alla vittoria casalinga della nazionale guidata da Henri Michel ( con me, sotto nella foto) contro l'Egitto. Dovevano ancora arrivare la sconfitta contro il Camerun e il rigore di Wome nell'ultimo match che ha messo il timbro sul passaporto per la Germania. Per la rivista Calciatori.com Magazine ho scritto un lungo pezzo, pubblicato sul numero di ottobre, sugli Elefanti. Eccolo.

A giugno piove sempre ad Abidjan. Piove, smette, piove e c’è sempre caldo.
Da qualche anno però non se ne accorge più nessuno.
Ovunque ci sono militari, specie sulla strada che collega l’aeroporto alla città. Divise militari, armi in bela vista e quel clima di emozione e paura quando ti si punta addosso la lampada all’ennesimo posto di blocco. Passaporto, s’il vous plait, lo sguardo che passa continuamente e velocemente dal tuo documento ai tuoi occhi. E così per dice venti volte al giorno. La Costa d’Avorio, per la prima volta dopo l’indipendenza ha un problema interno, che qui tutti chiamano “crise”. La pioggia scava nel cemento dissestato delle strade che nessuno mette più in ordine. Sembra il giorno prima della battaglia, un giorno che non può avere futuro, con la disoccupazione che aumenta ogni giorno e la corruzione dilagante che incancrena il resto.
Nel momento più brutto della sua storia, la Costa d’Avorio possiede la miglior generazione calcistica di sempre. Non è vero che gli Elefanti ( il nomignolo assegnato alla squadra nazionale, come d’abitudine in ogni stato africano) sono Drogba e altri dieci. D’altronde, Yves Didier Drogba Tébily l’ha più volte segnalato. In patria c’è chi lo chiama Fenomeno, pronunciato come fosse una parola tronca dato che i francesi in questo Paese qualcosa contano (per gli ivoriani contano troppo…), ma lui gradisce veramente poco. Al ritiro della nazionale è sempre disponibile con la gente. Berretto da pescatore abbassato sui capelli stirati, pantalone corto, ciabatte e calze al ginocchio, l’abbiamo avvicinato all’Hotel Golf Club nel ritiro della nazionale prima della gara di qualificazione ai mondiali contro l’Egitto. Ecco, incontro ai giornalisti smette il sorriso: “ la storia della mia vita la conoscete più di me, perché continuate a chiedermela?” Per convincere Tito, come lo chiamava la mamma, ci vuole ben altro. Il rito gli piace poco, anche se ha sopportato le solite domande alla conferenza stampa d’ordinanza con molta professionalità e sbriciolando, con movimenti del collo, increspature delle labbra e voce ferma, il culto della personalità che alcuni dirigenti e molti giornalisti gli vogliono disegnare addosso. E forse per questo che manda a vuoto il nostro continuo inseguimento, alla ricerca della infinitesimale curiosità che può illuminarci sul suo carattere: Drogba è sempre il ragazzo di Gnaprahio, timido, dal profilo basso. Mezzi straordinari gli hanno permesso di arrivare in una delle squadre più ambite del mondo, il Chelsea, concedendosi il lusso di fare la differenza anche a quelle latitudini. Gli analisti distratti, che non sempre superano quelli in malafede o peggio, fanno fatica addirittura a riconoscerlo nell’ élite assoluta del gioco. Cosa, questa, che farebbe impazzire tre quarti dei suoi colleghi e che invece, incarnando alla perfezione la mentalità africana a cui hanno infilato sottopelle l’istinto di confessare l’altrui egemonia, non scalfisce più di tanto il suo ego. Piuttosto gli ruga parecchio aver dovuto abbandonare la sua squadra del cuore, uno dei rarissimi anelli di congiunzione tra il Nord Africa a maggioranza culturale araba e l’Africa Nera: l’Olympique Marsiglia, universalmente adorata a sud di Lipari.
Il Golf Club dove ci intratteniamo con Drogba, ha una hall luminosissima. La mente di tutti tenta di piegare in un angolo le brutte sensazioni di questi mesi, gli attacchi dei ribelli dal nord,la possibilità della guerra civile: ognuno ha il diritto di rilassarsi, di sentirsi sollevato per qualche ora, e poi domani provvederà Qualcuno, lassù. Una sensazione di sollievo che non si ha più all’Hotel Ivoire, per anni simbolo della pacifica Abidjan, dove tutti i presidenti francesi ospiti, da De Gaulle in avanti, riconoscevano una piccola Parigi. L’hotel dà direttamente sulla laguna della città, dall’altro capo c’è lo stadio “Houphouet Boigny”, già padre della patria ivoriana e titolare di qualsiasi cosa importante di questo paese, aeroporto compreso. Uno stadio che le incurie della crisi avevano ridotto male e che ultimamente ha subito lavori di restauro, finanziati, nell’ombra, dallo stesso giocatore di cui parlavamo sopra: quanti che conosciamo avrebbero indetto una conferenza stampa urbi et orbi per benedire l’evento?
Uno stadio che intravede in Drogba il finalizzatore del gioco ma che non lo ama come dovrebbe. Non c’è infatti dubbio che l’idolo assoluto della città e del Paese, è e resta: Aruna Dindane, fenomenale assist man, artista della linea di fondo, a cui anche Drogba – sempre grazie alla sua diversità – ad ogni passaggio decisivo ricevuto gli si inginocchia davanti lustrandogli la scarpa a mo’ di sciuscià. Aruna (sotto nella foto) è uno dei talenti più luccicanti dell’incredibile Accademie, una vera e propria università del calcio retta dal genio incontrollabile di Jean Marc Guillou. Ex calciatore di buon livello ma di straordinario talento ( più di un cronista lo eguaglia a Platini), ha scelto l’Africa per applicare le sue bizzarre teorie sul calcio. Guillou basa tutto il suo credo sulla tecnica. Questo autentico visionario, d’accordo con Roger Ouegnin, presidente dell’ASEC, l’équipe più amata di Abidjan, ha costruito un piccolo villaggio per giovani calciatori. Vagando per le strade della città, osservando migliaia di provini ha costituito il primo gruppo di accademiciens, una trentina di ragazzi che tutta la città ha preso ad invidiare e adorare da lì a poco. Una incredibile serie di esercizi per affinare la tecnica in giovani incredibilmente coordinati e spaventosamente dotati fisicamente. Rimanere a “Sol Beni”, il nome della cittadella sportiva, significava anche accedere a studi regolari dato che era prevista una scuola interna con insegnanti di buon livello, un vero privilegio. Il germe della tecnica, il gusto dell’uno contro uno che esalta la folla è un trait d’union diretto col Brasile, che è culturalmente, secondo più di un antropologo, una nazione africana in terra sudamericana. Come tutti i rivoluzionari, Guillou ha sopportato ben presto il clima del Terrore, e ha dovuto riparare in Belgio, costituendo al Beveren una enclave ivoriana.. Incomprensioni iniziali, accuse gravissime, insulti gratuiti: è finita male la sua storia ad Abidjan, che ormai lo dichiara “persona indesiderata”. Eppure metà dei giocatori dell’attuale nazionale proviene dalla sua scuola: Aruna, Kolo Touré, Zokora, Yapi, Boka, Kouassi, Tiene, tutta gente che si disimpegna bene in Europa. Guillou ha fondato un’altra scuola calcio, di cui però non si occupa direttamente, fuori Abidjan.
Ci vorrebbe più ghiaia. Il temporale ha reso davvero ostico per il nostro taxi arrivare a Sol Beni; smontiamo a cento metri dall’entrata io e la ragazza che mi ha accompagnato fin qui, una splendida ivoriana, Andrea, che non ha voluto rinunciare alla scarpa aperta e che ne pagherà le conseguenze per tutta la giornata. Abbiamo appuntamento con Pascal Theault, il nuovo plenipotenziario dell’Accademie, un tecnico francese che è rimasto più di vent’anni al Caen, lavorando soprattutto coi giovani ( tra le sue scoperte, Gallas). Con Theault parlare di calcio è davvero un piacere, anche se la mia provenienza gli stimola un po’ troppe invettive anti-catenaccio. L’ex Caen è professionalmente molto preparato. Conosce bene l’aspetto fisico del calciatore (assolutamente ignorato da Guillou), quello tecnico e quello tattico. E’ convinto che i suoi giocatori debbano conoscere tutti i sistemi di gioco e, non essendoci un vero e proprio campionato, può organizzare amichevoli quando vuole per sperimentare le informazioni che regala ai suoi “studenti”. Forse, troppe informazioni, ma questa è una sensazione, bisognerebbe frequentare l’Accademie, migliorata dai tempi di Guillou con scuole interne più strutturate e nuove proposte come film e altre attività rigorosamente organizzate come in un collegio, anche se con la flessibile modalità africana, che noi non cataloghiamo come negativa. Anche le strutture sono decisamente migliorate rispetto a un tempo, con due campi di erba perfetta, una sala pesi a trenta metri dal mare, e una copia della celeberrima (da noi) gabbia di Orrico, dove il pallone è sempre vivo.
Passeggiando per le aule raccolgo qualche fischio di approvazione dei ragazzi all’indirizzo dell’eleganza di Andrea, qualche simpatica ironia sulla mia fortuna nell’accompagnare una ragazza così, evito loro quindi le solite domande dell’inviato, mi pare evidente che la vita qui dentro non scorra come in un lager.
Aruna ha passato cinque anni all’Anderlecht, ottimi campionati con la solita scarsa visibilità. Avrebbe voluto il palcoscenico inglese, anche di una piccola, ma l’offerta migliore, quando i belgi hanno realizzato che il matrimonio era, nei fatti, terminato, l’ha allungata il Lens e così Aruna ha preso l’autostrada verso sud e si accontenterà della coppa Uefa. E la strada per farsi riconoscere il talento ridiventa in salita, se proprio non dovesse bastargli l’amore incondizionato della sua terra.
Se è vero che dell’Accademie non si interessano molto i media italiani, qualcuno ci pensa: Luciano Moggi. Che ha fatto seguire Didier Zokora, noto qui sul golfo di Guinea col soprannome di Maestro. Zokora gioca nel Saint Etienne, nasce difensore centrale poi si specializza nel recuperare palloni in mezzo al campo e fa la sua fortuna: presto qualche squadra di casa nostra gli concederà la chance. La sua sberla da fuori, stampatasi sulla traversa nel match di qualificazione al Mondiale contro il Camerun, ha mandato all’ospedale più di una persona e gettato nello sconforto tutti gli altri.
Solo un fastidioso infortunio alla testa ci ha tolto una serata all’Allocodrome ( un locale all’aperto dove si mangia anche la banana fritta) con Marc Zoro. Incontrato al bar dell’hotel ci ha illustrato, insieme al suo amore per Zeman e ai suoi ringraziamenti per Sonetti, la considerazione che tutti hanno per l’Accademie. “Kalou – ci ha detto il difensore del Messina - è un giocatore tecnicamente fenomenale, impressionante, una rarità: pensare che non ha nemmeno lavorato con Guillou!”
Bonaventure Kalou, nuovo idolo del PSG, ha debuttato nell’AS Oumé, paesotto a circa 300 chilometri a nord di Abidjan. Le due squadre della capitale economica del Paese, l’Africa Sport e l’Asec, hanno lottato per accaparrarselo con quest’ultima che ne è uscita vincitrice. Partner d’attacco, il burkinabè Mamadou Zongo, che raccoglie gloria da anni in Olanda (Vitesse e De Graafschap, le sue fermate) . In panchina un santone giramondo, l’argentino Luis Oscar Fullone, apprezzatissimo da queste parti. Avvistato dai miglior talent scout, Kalou cade nelle fauci dei più scaltri: gli olandesi da secoli girano il mondo col fiuto per gli affari; al Feyenoord ha passato sei ottime stagioni allargandosi sulla fascia. Riportato dietro la prima punta da Guy Roux all’Auxerre ha mostrato ancora il suo gioco fatto di frequenti appoggi e di molte carezze alla palla. Quest’anno, una partenza sprint ne ha già fatto l’idolo del Parco dei Principi. Molto interesse aveva destato il fratellino, Salomon (un 1985), cresciuto, ovviamente, nell’Accademie. Anche qui, il Feyenoord si è mosso per tempo e ha in mano un gioiellino che, sotto forte pressioni sta decidendo di prendere la cittadinanza olandese.
Salomon Kalou è uno dei tanti nomi della nuova generazione ivoriana. Gente da segnarsi sul bloc notes (i primi: Bakary del Nizza, Arouna Koné al Feyenoord, Fae del Nantes) e che costituirà l’ossatura della nuova nazionale dietro gli Zokora e i Kolo Touré. Proprio quest’ultimo, affermato e velocissimo centrale dell’Arsenal può riconoscercene due: il fratello Yaya, quest’anno all’Olympiacos ed Emmanuel Eboué, suo compagno a Londra. Entrambi sono in mano ad ottimi tecnici, Sollied al Pireo e Wenger: soprattutto due allenatori che amano lavorare e migliorare i giocatori che hanno a disposizione. Questo il segreto di pulcinella della crescita dei giovani. Da qualche anno, sotto la guida diretta della federazione ivoriana, in primis dello svizzero Ammann, il paese sta sviluppando un interessante progetto per una prima formazione di base dei giovani calciatori. Proprio Ammann, arrivato ad Abidjan per l’amore di una donna di qui, ci ospita nel suo ufficio e ricostruisce la genesi del suo progetto con un’attenzione maniacale ai particolari e ci invita allo spettacolo degli incontri (organizzati proprio dalla federazione) tra i bambini di dieci anni che giocano a piedi nudi in meta campo. “Bisogna conoscerli bene i giovani, le loro vite, le loro difficoltà quotidiane, questa non è l’Europa. Mi viene in mente un ragazzo, Marco Né, ora al Beveren. Un giocatore super, riempito da mille attenzioni, mille richieste dei maggiori club europei ma con un carattere particolare, troppo chiuso, che gli nega continuità in campo. Per me è il miglior talento di questo paese, se si sblocca, abbiamo uno dei centrocampisti migliori d’Europa.”
Piove ancora ad Abidjan, il calcio non può cancellare la crisi e la paura rimane tanta, troppa. Qualcuno però riesce ancora a chiudere un occhio e sognare.

fonte: Calciatori.com Magazine

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