14 febbraio 2012

Il non dicibile. Zambia campione d'Africa /1





Non tutto si spiega con le parole, soprattutto in Africa. Sono spesso le sensazioni che raccontano il Continente Nero: osservi l’orizzonte e ti esplode qualcosa dentro. La Nazionale dello Zambia ha vinto per la prima volta nella sua storia la Coppa d’Africa, battendo in finale, ai rigori, dopo lo 0-0 dei 120 minuti di gara, i favoriti della competizione, la Costa d’Avorio di Dider Drogba. Hervé Renard, il tecnico che pare uscito da una casa di moda della sua città natale, Parigi, sempre con una camicia bianca perfettamente sbottonata per mostrare il petto glabro e scolpito, ha organizzato un calcio esteticamente gradevole, fatto di velocità, pressing e concentrazione, con un materiale umano sottovalutato dai più. Ha battuto con tali armi le migliori squadre del continente, prima il Ghana ( grazie a una rete di Emmanuel Mayuka dello Young Boys, uno dei migliori giocatori del torneo) e poi gli ivoriani. Ma durante la finale c’era qualcosa di “altro” che avvolgeva lo stadio di di Libreville, in Gabon. C’erano sensazioni diverse che attraversavano il cuore di tutti gli zambiani. C’era il ricordo del 1993. Il 27 aprile di quell’anno l’aereo che accompagnava la Nazionale dello Zambia a Dakar, per un match di qualificazione ai Mondiali si schiantava sul quartiere di Sabliére, proprio a Libreville: nessun superstite a bordo. A salvarsi era solo il giocatore più rappresentativo, Kalusha Bwalya, pallone d’oro africano nel 1988, che giocava già in Europa, al PSV Eindhoven, e che avrebbe raggiunto i compagni ( tra cui un fratello) direttamente con un volo dall’Olanda al Senegal. L’evento scosse il Paese, che attraversava l’ennesima crisi dovuta alla torbida campagna di privatizzazione di tante miniere di rame: sono ancora tantissime, in tutta la Nazione, le piazze e le vie dedicate ai ragazzi morti nel 1993, ragazzi che nell’Olimpiade di Seul avevano a loro volta scosso il Mondo del Pallone battendo per 4-0 l’Italia. Libreville è tornata d’attualità, col Presidente Bongo che ha preteso di rimodellare l’immagine del suo Paese organizzando una grande manifestazione sportiva, e Bwalya, dopo essere stato CT, è ora il Capo della Federcalcio Zambiana. Kalusha è oggi probabilmente la figura più amata del Paese, un’icona paragonabile solo a quella del padre della patria Kenneth Kaunda.
Qualcosa di non razionale, tipicamente africano, ha abitato tutta la partita, che lo Zambia ha condotto per larghi tratti: forse è anche intervenuto sul (generoso) calcio di rigore concesso agli ivoriani, che la superstar Drogba ha fatto volare in curva. Il livello emotivo, già elevatissimo, avrebbe poi raggiunto l’apice con l’appendice della lunghissima serie dei calci di rigore di fine partita. Le lacrime di gioia, avrebbero poi preso il posto di quelle, tristi, versate da Joseph Musonda, che a 34 anni abbandonava il campo per un infortunio dopo pochi minuti di match, e il cielo faceva la sua parte con una pioggia copiosa. In tribuna e a Lusaka molti hanno pensato che alla più grande festa sportiva del Paese abbia preso parte anche chi non c’è più. I Chipolopolo (proiettili di rame), come vengo chiamati i giocatori della Nazionale, evidenziando la ricchezza del sottosuolo zambiano, hanno vinto, il capitano Christopher Katongo è stato scelto come miglior giocatore del torneo. Lo Zambia ha una squadra giovane di enorme futuribilità. Tanti ragazzi giocano in patria, e sono meritevoli di attenzione dall’Europa, che dovrebbe avere un occhio di riguardo anche per Kalaba e Sunzu, che fanno parte della squadra congolese del TP Mazembe, forse la più all’avanguardia del Continente (hanno anche un aereo privato per le trasferte). Libreville ritorna nella storia dello Zambia: l’anima dell’Africa non si vede, ma ha qualcosa di forte, indicibile e profondo che arriva dritto nel cuore di tutti.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Giornale del Popolo - Lugano

Il promo della finale

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