14 febbraio 2012

Kalusha e Hegel. Zambia campione d'Africa/2





C’era una volta, giù nello Zambia, laggiù nella zona dell’Africa più celebrata dall’Inghilterra vittoriana, un presidente, Kenneth Kaunda, che sognava un umanesimo africano e costruiva con un’icona della Decolonizzazione, il tanzaniano Julius Nyerere, una ferrovia che avrebbe dovuto smuovere anche quella parte del Continente. Poi, sono arrivate le privatizzazioni e le grandi imprese straniere, europee ma soprattutto cinesi, che si sono prese tutto lo Zambia, togliendo a tanti zambiani anche la speranza.
C’era una volta una Nazionale di calcio che faceva sognare tutti gli zambiani, una squadra che all’Olimpiade di Seul, nel 1988, aveva scherzato contro i fenomeni italiani e aveva battuto gli azzurri per 4-0. Poi, un incidente aereo a Libreville, in Gabon, nell’aprile del 1993, aveva cancellato quegli uomini e quei sogni. Ma non ne ha allontanato mai lo spirito: che sopravvive nel cuore di ogni zambiano.

Questo spirito ha preso il sopravvento, e si è intromesso nell’appena conclusa Coppa d’Africa, giocata proprio in Gabon, riscrivendo tutto il finale della sceneggiatura a favore dei Chipolopolo, come vengono chiamati i rappresentati dello Zambia, e che significa “proiettili di rame”, il materiale di cui è ricco il sottosuolo del Paese e che ne ha rappresentato insieme la ricchezza e, in un certo senso, anche la sciagura.
C’è infatti qualcosa di ultra terreno nella vittoria della Coppa d’Africa, raggiunta dallo Zambia nella notte di domenica, dopo aver battuto, ai rigori, la Costa d’Avorio di Didier Drogba.

Un gruppo di ragazzi interessanti ma sconosciuti ai più, qualche elemento di classe stagionato (il capitano Christopher Katonga, eletto MVP della manifestazione), un ottimo tecnico (il giovane parigino Hervé Renard), non sono sufficienti per dominare la Coppa d’Africa. Non dovrebbero essere sufficienti. Deve centrare sicuramente qualcos’altro. Lo sa uno dei simboli di quel Paese, Kalusha Bwalya, il prospetto di un fuoriclasse, pallone d’oro africano 1988, l’unico elemento che si salvò dalla tragedia di Libreville del 1993 perché giocava già in Europa, nel PSV più forte di sempre. Lo sa perché, oggi, Kalusha è il presidente della Federcalcio del suo Paese, e lo certifica con una lacrima che gli solca il viso e che accompagna le lacrime di gioia e i canti di festa di un Paese intero.

La pioggia di Libreville bagna il trofeo più importante del Continente Nero, già nelle mani dei Chipolopolo, e pare fare da suggestivo sfondo a un rito sciamanico di una bellezza sconvolgente. Hegel sosteneva come sia impossibile scrivere una Storia dell’Africa: non ci aveva capito troppo, ma almeno, per la più classica eterogenesi dei fini, un brandello di senso lo aveva percepito, quello dell’incredibile sensibilità, della profonda umanità di questo popolo. Razionalizzare un evento come quello di domenica sera è impossibile, così come spiegarlo con le sole parole. Per fortuna.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Max

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