06 maggio 2015

Comincia l'Europeo under 17

Ci siamo quasi.

Manca poco e inizierà l'Europeo Under 17 in Bulgaria. Sarà la prima manifestazione che seguiremo noi di MondoFutbol. Sì, perché con un gruppo di amici, sinceri democratici e soprattutto grandi appassionati di calcio internazionale, stiamo costruendo un sito che si occuperà totalmente della nostra passione.
Siam quasi pronti. Le difficoltà tecniche avremmo dovuto metterle in preventivo, ma l'eccesso di passione ci ha fatto concentrare più sul futbol che su tutto il resto. Cosa sarà Mondo Futbol (naturalmente la grafia è quella spagnola, il castigliano, in tutte le sue declinazioni, è la lingua del calcio)? sarà contenuti scritti e multimediali, ma è inutile raccontarlo già ora, presto sarete sul sito e lo scoprirete da soli. Eccovi, qui, su questo vecchio sito che sarà per ora il nostro punte sul futuro, un esempio di come trattiamo il futbol, di seguito la prima parte della presentazione dell'Europeo under 17 che grazie al grande lavoro di Nello Luciano abbiamo preparato.

Diteci cosa ne pensate anche su twitter, @MondoFutbolCom o alla nostra mail
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EUROPEO UNDER 17


Inizia da Burgas la quattordicesima edizione dell’Europeo U17.
Un pugno di case affacciate sul Mar Nero, srotolate con leggerezza dall’entroterra verso la costa, nel grembo di un porto che negli anni ha saputo accogliere turisti, navi mercantili e giovani promesse del calcio come Savio Nsereko e Alberto Quadri, approdati nella squadra locale alla ricerca dell’ennesimo riscatto.
Sulla stessa erba calpestata dai due bresciani, uno di nascita e l’altro d’adozione, Spagna e Austria daranno il via ad manifestazione sulla quale sono riposte alte aspettative.
I motivi di tale attesa sono presto detti.
Una fase finale allargata per la prima volta a sedici squadre, una formula che ha riservato un posto a tutte le migliori nazionali di categoria, eccezion fatta per il Portogallo, eliminato nell’Elite round dalla Croazia, una delle favorite della vigilia, e un nuovo sistema di accesso ai mondiali, con un turno play-off riservato alle perdenti dei quarti che regalerà due preziosi pass da spendere il prossimo ottobre in Cile.

GIRONE A

AUSTRIA
Mina vagante del girone, l’Austria di Manfred Zsak mira a replicare il cammino europeo dei conterranei dell’U19, accomodatasi al tavolo delle grandi del continente (sconfitta in semifinale dalla Germania che poi vinse il titolo iridato, nda) meno di un anno fa. L’organizzazione e la continuità è la medesima , anche se l’accento sull’aspetto fisico è più marcato rispetto al gruppo cooptato da Heraf per Ungheria 2014.
E non potrebbe essere altrimenti se il piccolo
Das Team si ritrova in casa un ariete come Arnel Jakupovic, radici bosniache e un mancino di rara potenza. L’attaccante dell’Austria Vienna dispone comunque di una discreta mobilità, utile nella fasi di ripiegamento, ed è piuttosto disinvolto con la palla fra i piedi al cospetto dei suoi centimetri.
Forza e ritmo sono pure le carte migliori di
Kevin Danso, padre ghanese (così come per Oppong, ala mancina ancora da sgrezzare) e una formazione calcistica che abbina la scuola inglese a quella tedesca. Al momento vive in Baviera e per i bianco-verdi dell’Augsburg rompe trame di gioco e si propone in avanti come ogni box-to-box che si rispetti. Quotazioni in ascesa e probabile star della manifestazione a braccetto con capitan Sandi Lovric, su cui hanno messo gli occhi numeri club internazionali, inclusi Juventus e Inter. Centrocampista moderno, di quelli che ricamano e creano senza lasciare nulla di intentato. Ha già debuttato in prima squadra e a breve, seppur in squadre e campionati differenti, potrebbe seguirlo Anes Omerovic, che con il compagno di nazionale condivide le origini balcaniche (slovene Lovric, bosniache il mediano dell’Aston Villa), una spiccata personalità e un intrigante mix di tecnica e attitudini difensive. Insomma, una coppia che da un lato protegge la retroguardia, in cui spicca il terzino sinistro Florian Prirsch, uno che, oltre ad essere utilizzabile come centrale, ha chiuso le porte della convocazione all’erede di Alaba al Bayern Monaco (il classe ’98 Marco Friedl), e dall’altro assiste il tridente affilato dalle accelerazioni di Oliver Filip, altro figlio di mamma Jugoslavia.
Non potranno dire la loro, esclusi dalla lista dei diciotto arruolabili, Daniel Hautzinger, un passato negli Allievi dell’Udinese, e Michael Augustin, difensore del Burgeland che aveva preso parte a tutte le gare di qualificazione, meno l’ultimo turno della Fase Elite in quanto squalificato.

BULGARIA
Formazione tutta scoprire quella dei padroni di casa, un po’ per i risultati positivi raccolti nei test di avvicinamento alla rassegna (affermazione convincente contro Turchia e Svizzera, assenti in questa edizione ma avversarie di accertata tradizione), un po’ per i dubbi che stanno tormentando il coach Alexander Dimitrov, indotto a testare varie soluzioni tattiche e a diramare due pre-liste di convocati a distanza di pochi giorni. Partire dal campionato locale di riferimento sembra essere al momento l’unico punto fermo. In altre parole spazio al blocco del DIT Sofia, al primo titolo U17 della sua brevissima storia, e a chi, nonostante le difficoltà incontrate, ha assimilato insegnamenti attraverso la UEFA Youth League e il Ludogorets, allo stato attuale il meglio che il calcio bulgaro sia in grado di mostrare al mondo. Facendo qualche nome non si può evitare di citare Georgi Rusev, il cui obiettivo dichiarato è quello di bucare la porta avversaria così come l’omonimo attore faceva con gli schermi televisivi a cavallo fra gli anni ’70 e ’80. Se il caratterista di Kostenets è rimasto fisso nella mente dei cinefili come maestro dei ruoli cosiddetti di secondo piano, il giovane fantasista del DIT conta di interpretare un ruolo da protagonista assoluto.
Dimitrov, non per niente, sta costruendo le basi dell’undici titolare partendo dall’egregio repertorio tecnico del ragazzo. Dribbling, tagli in velocità e innato fiuto per il gol sul piatto del compagno di club
Assen Chandurov, numero 9 sulle spalle come si suole agli attaccanti innamorati dell’area, e Tonislav Yordanov, vice-capocannoniere fra i coetanei ad una tacca di distanza da Valentin Yoskov, sulle cui condizioni aleggia una nube di mistero. E non è il solo. Purtroppo per i tifosi de I Leoni non sono al meglio e restano in forse pure i centrocampisti Fabien Georgiev e Georgi Yanev, tesserati rispettivamente con lo Slavia e il Levski, due delle quattro squadre della capitale che disputano l’A-PLF. Una situazione che, abbinata al credo calcistico del ct, porterà ad affrontare le tre gare del girone a viso aperto, puntando su molto, se non tutto, sull’aggressività e sull’autostima dei ragazzi a disposizione. Qualcosa di molto simile al 4-2-4 proposto da Antonio Conte ai tempi di Bari, con baricentro basso e rapide ripartenze palla a terra.
I presupposti per fare bene ci sono ma, come anticipato, le residue speranze di passaggio del turno sono legate a doppio filo al genio di Rusev e alla posizione che egli occuperà sul terreno di gioco: dirottato in fascia sulla falsariga di quanto visto in campionato o sulla trequarti?
In attesa di una risposta dal campo, altro osservato speciale è senz’altro
Petko Hristov, centrale difensivo del 1999 con ottimi fondamentali e recentemente in prova al Wolverhampton Wanderers. Bocciato, invece, Rosen Krastev, punta dell’Albinoleffe e l’esperimento che vedeva Pavel Golovodov, centrocampista veloce ed esplosivo, nel ruolo di terzino sinistro. Non è detto che l’opzione verrà accantonata in maniera definitiva ma la chiamata ricevuta da Mateo Stamatov dell’Espanyol farebbe pensare al contrario.


CROAZIA
Dai Balcani al nord del Bosforo con al collo l’etichetta di schiacciasassi.
Del resto i numeri parlano chiaro.
Cinque vittorie ed un pareggio, diciotto reti realizzate e solo due, ininfluenti, subite, stracciando i curricula di Israele, unica nazionale a non subire la furia degli attacchi croati, Serbia e Portogallo.
Mai come in quest’edizione le Vatreni si sono presentati ai blocchi di partenza con queste credenziali e chance di salire sul podio, obiettivo centrato solo nel 2001 quando il torneo era ancora riservato agli Under 16.
Il materiale umano per proseguire sulla strada imboccata con le qualificazioni è affidabile e di prim’ordine.
Una diga centrale composta da Vinko Soldo, sinistro puro e sviluppato senso della leadership, dietro e in mediana da Neven Đurasek, reinventato centrocampista difensivo da Dario Baši e costretto a fare i lavori forzati per l’assenza dell’ultima ora di Borno Borovec, rimpiazzato Saša Uroševi, promettente ’99.
Mente e corsa per sostenere un modulo, il 4-2-3-1, interpretato, secondo i dettami del giovanissimo tecnico croato, in maniera elastica sul modello, leggermente riveduto, della Dinamo Zagabria, con il quale gran parte dei convocati sono stati svezzati.
Un fattore che conferisce ulteriore omogeneità, compattezza, e, perché no, convinzioni nei propri mezzi (nel 2013 molti dei presenti in Bulgaria vinsero coi Giovanissimi modri la prestigiosa Nike Cup, nda).
L’imperativo massimo resta comunque quello di tenere la palla a pelo d’erba e trasferirla velocemente sugli esterni, fra gli ingranaggi dell’oliata catena Borna Sosa - Josip Brekalo, o in direzione del trequartista e capitano Nikola Moro, il perno intorno al quale ruotano le certezze della squadra a scacchi. Brekalo soprattutto, ha attirato le attenzioni di tanti osservatori stranieri: veloce e resistente ( fino a pochi anni fa, alternava il calcio all'atletica leggera), segna e vede gioco, autorevole fonte offensiva della squadra.
È grazie alle sue intuizioni, affinate nel corso del campionato cadetto, che Davor Lovren, fratello del difensore del Liverpool Dejan, Karlo Maji, centravanti di movimento finito ben presto sui taccuini degli scout del Manchester City, e il già citato Josip Brekalo, possono dormire sonni tranquilli e nel contempo sognare e far sognare.

SPAGNA
Strano a credersi, considerata la storia e il palmares delle nazionali giovanili spagnole, ma le piccole Furie Rosse torna a giocare l’ultima fase di un Europeo U17 dopo un lustro in aspettativa.
Motivo per il quale mister Santi Denia ha preferito concentrarsi anche sull’aspetto psicologico dei selezionati, lavorando con umiltà, a fari spenti. Una metodologia modesta e razionale incarnata alla perfezione da Daniel Olmo ( figlio di Miquel, ex allenatore del Sabadell), che in estate ha salutato i compagni de La Masia a Barcellona per trasferirsi alla Dinamo Zagabria, raccogliendo il testimone di quel fenomeno in miniatura chiamato Alen Halilovic. Non una rinuncia (sul ragazzo, si dice, c’erano anche gli occhi del Chelsea) ma un piano ponderato, scevro da contraccolpi rispetto ad eventuali aspettative disilluse, fatto di step graduali: ha già esordito coi grandi, nel campionato croato. Rapido, può giocare da prima punta, con l'opzione preferita nel gioco in profondità, o da esterno d'attacco, come è molto più probabile venga impiegato. Dall'esterno crea situazione di vantaggio: è una delle opzioni più credibili della squadra spagnola. Valida opzione è pure Carles Pérez Sayol, favoloso giocatore di uno contro uno che deve crescere nel gioco coi compagni ma che vede, eccome, la porta, vecchio compagno nella Juvenil B blaugrana (dove ha uno score davvero considerevole), come una delle ali del tridente che agirà alle spalle di José Luis Zalazar, per tutti Kuki, attaccante figlio d’arte (suo padre vestì la camiseta de la Celeste uruguaiana a metà degli anni ’80, oltre che di Albacete e Cadice, dove è diventato un idolo ) che tanto piace al di là della Manica. Con cinque gol, Kuki è stato il giocatore decisivo ai fini della qualificazione. Presto arriverà il debutto ufficiale nel Malaga, dove ha già assaggiato il campo, in amichevole.
L'uomo chiave per l'equilibrio della squadra è il capitano, Carlos Aleña, capitano del Barça, oltre che di questa nazionale. Può giocare in mezzo alla Busquets (bravo nelle letture senza palla, capacità di giocare lungo e con buoni ritmi di regia) , ma anche accompagnare l'azione in zone più avanzate del campo con il suo educatissimo sinistro.
Al talaverano Rubén Fernández Serrano e a Francisco Villalba, funambolico rifinitore del Valencia, i restanti posti disponibili. Fuori a sorpresa il sempre presente Daniel Villanueva, ala tornante di casa Villareal e miglior assist-man della Fase Elite.
Pertanto il compito di tenere alto il numero di serpentine, alimentando la fase attiva della squadra, spetterà anche al terzino sinistro Cucurella: un clone di Marcelo e non solo per la testa cosparsa di riccioli e per l’agilità di gamba ma anche per una concentrazione difensiva sempre a livelli di guardia, cosa che non si può dire certo di Jose Luis García Vayá detto Pepelu, volante ordinato e dal cervello fino e tiro potente, José Alejandro “Alex” Martín, marcatore in grado anche di impostare il gioco e rendersi pericoloso sui calci da fermo.
La Spagna nelle giovanile ha spesso messo da parte il tiki-taka e il suo futuro sta iniziando a costruirselo anche con un atteggiamento più pragmatico e consapevole delle tipicità dei singoli elementi a disposizione.

GIRONE B

BELGIO
La rinascita del calcio belga, frutto di una programmazione decennale, è tanto innegabile quanto scarsamente supportata dai risultati, un divario ancora più visibile se si tratta di selezioni giovani. Nella fattispecie i Diavoli Rossi non centravano una qualificazione ad un Europeo U17 dal 2006 (l’anno dopo entrarono di diritto alla fase finale in quanto membri organizzatori), la seconda in ordine cronologia per questa specifica fascia di età.
Una sorta di incompiutezza ma anche di attesa che sembra accompagnare anche i prescelti di Bob Browaeys.
Qualche difetto emerso nelle gare preliminari (mancanza di “peso” nella zona nevralgica del campo, svagatezza difensiva, manovra tendenzialmente lenta) è stato limato con l’inserimento di un paio di novità emerse durante la stagione nelle Jugend e la pirotecnica doppia amichevole con la Spagna (5-4 e 1-6 lo score) disputata nel settembre appena trascorso: Rubin Seigers, difensore del Genk che ha dato sicurezza al pacchetto arretrato, Orel Mangala, mezz’ala nata in Congo generosa e forte nel dominio del pallone, e l’ambidestro Alper Ademoglu, discendenze turche (ad Istanbul è nato e cresciuto e con le Ay-Yıldızlılar ha giocato fino all’U15) e raffinate doti da playmaker nelle vene.
Chi ha mantenuto un rendimento costante lungo tutto l’arco delle qualificazione è stato Christophe Janssens, osservato pure al Torneo di Viareggio di tre mesi or sono: interessante struttura fisica e tempi di inserimento sui piazzati, fondamentale nel quale è pure uno specialista. Con Ademoglu, un’arma da aggiungere all’arsenale immagazzinato da Ismail Azzaoui, stellina del Tottenham, Dennis Van Vaerenbergh, re dei gol di rapina, e Lennerd Daneels, agile esterno offensivo del PSV Eindhoven, medesimo ruolo e club di Matthias Verreth, schierabile pure come centrocampista di raccordo. Azzaoui, soprattutto, dovrebbe essere il ragazzo che disequilibra offensivamente, con la sua velocità e una davvero ottima tecnica di base. Cresciuto, come molti altri compagni di questa nazionale, nell'Anderlecht, società abbandonata dopo la succulenta offerta del Tottenham, dove ha subito impressionato, partendo da sinistra e entrando spesso dentro il campo, per le sue giocate ( il destro è il suo piede forte).

GERMANIA
Il desiderio proibito e nemmeno tanto nascosto della Germania di Christian Wück è quello di raggiungere gli amici del biennio seguente (l’U19, ad ottobre, difenderà il titolo campione d’Europa conquistato un calendario fa) e i big capitanati da Lahm nell’Olimpo dei vincenti, centrando una storica tripletta.
Chimera o possibilità concreta? La soluzione del rebus sembra propendere verso la seconda risposta, perché la
Die Mannschaft, saltate direttamente alla Fase Elite in virtù della prima posizione nel ranking UEFA, ha sofferto solo i pari età italiani ma giocando in inferiorità numerica per un’ora e ha liquidato, nel rinomato Torneo di Algarve, le compagini di Portogallo, Inghilterra e Olanda, lasciando immacolata la porta di Constantin Frommann, estremo difensore del Friburgo, tutto possanza e riflessi.
Esplosiva la corsa di Mats Köhlert, che ricorda l’interista Podolski nei movimenti e nella posizione occupata in Nazionale, e la carica di Felix Passlack, centrocampista poliedrico in forza al Borussia Dortmund allo stesso modo di Janni-Luca Serra, quest’ultimo in lizza con Johannes Eggestein per una maglia da titolare al centro dell’attacco. Passlack è il miglior talento delle giovanili del Dortmund, che sta cercando di proteggerlo ( blindato fino al 2018) e sostenerlo ( gli hanno già fatto assaggiare la prima squadra, nello stage invernale).
Passaporto turco e colpi risolutivi nelle tasche di Görkem Sağlam ( esattamente come i compagni del Bochum,
Erdinc Karakas e Gökhan Gül), che si alterna a Niklas Schmidt nella costruzione dell’azione con continui cambi di posizione e fitte reti di passaggi, il cui fine ultimo è sempre la ricerca della profondità. Davanti, finalizza il bomber del Werder Brema, Johannes Eggestein
REPUBBLICA CECA
Pur collocata al settimo posto per coefficiente fra le sedici sorelle rimaste in lizza, la Repubblica Ceca non gode dei favori della stampa. Le prestazioni fornite nel recente passato da Alex Král, punta di diamante della nidiata ceca, e compagni non sono state sufficienti, perlomeno sotto l’aspetto della spettacolarità, per tessere lodi e nutrire chissà quali sogni di gloria. Recitare il ruolo di terzo incomodo però non costa nulla e Václav Černý, timoniere della truppa, fa bene a crederci. Non avere i pronostici dalla propria parte, fra l’altro, ha fatto sì che i rapporti di campo fra gli adolescenti cechi si cementassero a tal punto da formare un blocco, magari poco appariscente, ma arduo da scalfire, in cui tutti si danno una mano, senza mollare di un solo metro la presa sul rivale di turno. Le individualità aggiungono quel tocco di imponderabile che non guasta. Vada per Král, regista dello Slavia Praga dotato di caparbietà e passo, ma anche Ondřej Žežulka, ora mediano ora difensore, il centrocampista quindicenne Michal Sadílek, ritenuto in patria molto più di una promessa, e la mezzapunta Ondřej Lingr avranno il tempo per dire la loro.
Per buona pace di addetti ai lavori, semplici appassionati e scommettitori.

SLOVENIA
Il pesce, si dice, puzza sempre dalla testa ma se esistesse un’accezione impropria e positiva del famoso proverbio il capo della Slovenia sarebbe un tripudio di odori piacevoli per qualsiasi naso. Perché lì, all’estremità dell’undici base che si cela la forza del team allenato da Igor Benedejcic e conduce ad una sola identità, quella di Jan Mlakar, laureatosi leader della classifica marcatori delle qualificazione a Euro U17 2015 con 8 reti in sei partite. Maurizio Niccolini e Stefano Cappelletti, responsabili dell’Area Reclutamento della Fiorentina, sono stati lesti nel prelevarlo dal Domžale nella finestra di mercato invernale, eludendo aste e concorrenza.
Un finalizzatore nato che si prodiga nel lavoro di cooperazione legato allo sviluppo della manovra, offrendo una sponda ai compagni o dettando il passaggio nello spazio, gesti naturali per uno a cui Madre Natura ha donato prontezza di testa e di gambe.
Proveranno ad assisterlo nel migliore dei modi Sandi Ogrinec, colui che detta i tempi del pressing, Oskar Cvjetičanin, stopper del Southampton arcigno e avversario ostico nei duelli aerei, e i laterali Timi Elšnik e Jacok Novak, chiamati a sacrificarsi in copertura e a sfruttare le proprie qualità (resistenza, tecnica, tiro dalla distanza) e quelle di Dejan Petrovič e Vitja Valenčič (visione di gioco, precisione balistica).

 NELLO LUCIANO (con CARLO PIZZIGONI)

16 novembre 2014

Con il genio di Alaba e la generazione Okotie si rivernicia la storia dell'Austria

Passata la prova del nove. Pur senza il fenomeno Alaba ( fermo ai box per un brutto infortunio), la nuova Austria di Koller ha battuto ieri la Russia di Capello. Una squadra di ottima prospettiva. Qui un mio pezzo comparso settimane fa su Gazzetta Gold.



Domenica sera, uno dei tempi del calcio, il Prater di Vienna, poi ribattezzato “Ernst Happel Stadion”, in onore di una delle più grandi teste di football di sempre, ha ripreso a ruggire. E il boato di felicità interrompe la corsa del numero otto in maglia rossa. David Alaba stava procedendo palla al piede verso la porta del Montenegro, che aveva portato tutta la squadra in area di rigore avversaria, in vista dell'ultima occasione del match, un calcio d'angolo poi rivelatosi poco fruttuoso. L'arbitro aveva fischiato tre volte, certificando la vittoria dell'Austria, che coi tre punti messi via ora in classifica guarda dall'alto la Russia di Capello e la Svezia di Ibrahimovic.
Alaba quasi non si accorge del segnale del direttore di gara e prosegue la sua corsa: è giusto al centro del campo quando si accorge che è tutto finito. Allora, si leva la maglia e festeggia coi compagni. E' lui il leader della Nuova Austira del Fussball, anche se la carta d'identità lo indica come il più giovane fra i titolari di una squadra piena di gente poco sopra i vent'anni che si è unita all'ultima miglior generazione del calcio austriaco, quella del 1987, che a livello di Under 20 raggiunse una semifinale al Mondiale. 
Rubin Okotie faceva parte di quel gruppo e domenica ha deciso con un gol la partita contro il Montenegro sfruttando l'assist di Marko Arnautovic, intravisto nell'Inter del Triplete: tanto talento ma pure testa disabitata per gestire una carriera da calciatore ad alto livello.



Ruben Okotie è nato in Pakistan da mamma austriaca e papà nigeriano, ed è stato sostituito nel finale di gara da un ragazzo del '96, Valentino Lazaro, un talento che un paio di anni fa si era accordato per venire ad allenarsi al Centro Sportivo Facchetti, dove cresce il settore giovanile dell'Inter, e invece alla fine i genitori hanno declinato l'invito nerazzurro. I genitori sono un angolano e una greca.
Che non sia più l'Austria dei nostri padri ce lo garantisce proprio David Alaba. Papà George è un rapper-DJ nigeriano, mamma Gina una infermiera filippina, si sono conosciuti a Vienna, dove Olatokunbo è nato. Olatokunbo, certo, “La ricchezza che giunge da oltre mare”, seconda la lingua degli Yoruba, il gruppo etnico di cui è originario il padre, e che per lui ha scelto quel nome, anche se ci ha appiccicato anche un più semplice David.
David fai fatica a non notarlo, ma non ci riferiamo solo a ieri sera. Alaba è stato un pezzo chiave del Bayern del Triplete Campionato-Coppa-Champions di Jupp Heynckes e uno dei principali motivi per cui Pep Guardiola sta trasformando il Bayern nella squadra più d'avanguardia del calcio mondiale. Tatticamente, Alaba è probabilmente il giocatore più completo al Mondo. Se la gioca con il suo compagno nel Bayern Thomas Mueller, uno che offensivamente può adattarsi ovunque. Non è un caso che entrambi siano entrati in pianta stabile, nella prima squadra dei bavaresi sotto Louis van Gaal.
Tirato i primi calci in una squadretta della capitale austriaca, papà George lo porta subito nel settore giovanile dell'Austria Vienna, dove gioca a tutto campo: il Bayern si accorge del suo talento. “Puoi giocare terzino sinistro”, dice il santone olandese. Non ci crede nessuno, forse nemmeno David, e invece nella notte del 25 maggio 2013, quando il Bayern vince la sua quinta Coppa dei Campioni, nel ruolo di terzino sinistro dei bavaresi, c'è lui. Partendo da sinistra, diventa sempre pezzo chiave della fase di costruzione, sempre più avveniristica, del Bayern di Pep Guardiola.
A vent'anni gioca un calcio irreale a un livello altissimo: presto anche il pensiero comune gli leverà l'etichetta di ottimo giocatore, per affibbiargliene una più impegnativa. Da quanto tempo non accadeva con un giocatore nato nei pressi della Cripta dei Cappuccini?
“La ricchezza che giunge da oltre mare”, l'Austria, per sua fortuna, gli ha aperto le porte.

03 ottobre 2014

Federico Bonazzoli, i gol e la passione per il gioco di un interista



“Federico, Federico... hai sette anni, non puoi giocare con loro, sono più grandi: la tua squadra è questa!” Sono le prime parole da interista che si sente dire Federico Bonazzoli, golden boy del settore giovanile nerazzurro. Da pochi minuti è entrato nell'universo interista, ma è arrivato da Montichiari con un suo caro amico, che però è di un anno più vecchio. “Sono anch'io del '96!” 

E invece Federico Bonazzoli è nato a Manerbio il 21 maggio del 1997, ma è precoce, come in quel primo giorno nerazzurro. A 16 anni e 197 giorni esordisce in prima squadra, in Coppa Italia, tre giorni prima di soffiare su 17 candeline mette piede in campo in serie A, contro il Chievo. Oggi gioca in Primavera, e nella sua ultima uscita ha infilato quattro gol al Perugia. Giocare e segnare, le sue principali passioni. Federico non vuole perdere tempo e tante volte scendeva dal pulmino, che lo raccoglieva a Brescia, già cambiato, in uniforme calcistica, per raggiungere immediatamente il terreno di gioco. “ Vedere quel pallone che rotola, rincorrerlo, è il suo più grande divertimento – racconta Giuliano Rusca, responsabile dell'Attività di Base nerazzurra e uno dei primi tecnici del “Bona” - ha una una passione enorme. Noi, che ci occupiamo di questa fascia di età, abbiamo doveri educativi verso i ragazzi che alleniamo, dobbiamo proporre cose che divertano e stimolino, beh, quelle cose lui le ha già dentro: è un piacere per gli occhi vederlo giocare: ha la testa giusta per fare il calciatore.” 



“ Eppure nei primi tre mesi è stata dura” ricorda Bruno Casiraghi, il suo scopritore, oggi responsabile della Scuola Calcio Inter a Sarnico, finissimo talent scout “grazie alla compattezza del gruppo di lavoro che abbiamo qui, con il coordinamento di Roberto Samaden, una persona che ha aiutato molto la crescita di Federico”, precisa con modestia. “Federico qualche “caregnata” all'inizio l'ha fatta -continua Casiraghi-, perché non è facile per nessuno il continuo distacco dal paese, ricordo le parole preoccupate della mamma, ma l'amore per il gioco ha cancellato tutto. Io ancora oggi gli do del “crapù” del testone, siam tutti e due bresciani, Chicco l'ho visto crescere, diventare giocatore, e che giocatore, con quella voglia e quel fiuto del gol... a me sembra davvero forte, e dico a tutti gli interisti di supportare lui e tutti i nostri ragazzi del settore giovanile, sono il Cuore dell'Inter.” Si incrina la voce e si inumidiscono gli occhi di Casiraghi, che insieme a Rusca, è stato il primo a ricevere la telefonata di ringraziamento di Federico, dopo l'esordio coi grandi. Era entusiasta, anche perché Bonazzoli è nato interista. E calciatore. “ Lo vedi spesso guardare anche gli allenamenti degli altri, non è proprio una cosa comune” dice Salvatore Cerrone, quest'anno tecnico della Berretti nerazzurra e allenatore di Bonazzoli in tre diverse stagioni, a cominciare da quella dei Giovanissimi Nazionali, dove il Bona segna una tripletta in finale contro il Napoli e vince il suo primo scudetto. “E' cresciuto tantissimo nelle situazioni di gioco collettive, ogni giorno impara, proprio perché gli piace giocare a calcio.” E in area di rigore non sbaglia: “sa sempre dov'è la porta – dice il suo attuale tecnico in Primavera, Stefano Vecchi-, calcia convinto di segnare, con precisione e forza, e queste qualità da bomber non si insegnano.” A San Siro, sua prossima casa, sicuramente non sbaglierà spogliatoio

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport - Milano e Lombardia

13 gennaio 2014

Mario Piccinocchi, un "canterano" da Barça nella Primavera di Inzaghi

Mario Piccinocchi, classe '95, è stato il miglior in campo nel derby Primavera vinto dal Milan. Grandi capacità in costruzione, difensivamente gioca sulle linee di passaggio avversarie intercettando palloni grazie al superiore QI calcistico. Prima della partita avevo scritto di lui sulla Gazzetta dello Sport Edizione Milano e Lombardia. Ecco l'estratto:




Il derby Primavera, recupero dell'ottava giornata di campionato, che si gioca oggi al Centro Sportivo Facchetti (calcio d'inizio alle 14,30), è una gara che ruota attorno alla parola riscatto. Non solo per il Milan di Pippo Inzaghi, sconfitto e eliminato dalla Coppa Italia nell'equilibrata gara dei quarti di finale giocata poco prima di Natale e terminata, ai supplementari, 3-1 per l'Inter.
Il riscatto del derby deve essere il riscatto del calcio milanese. Più di un tifoso meneghino reclama maggiore attenzione verso i giovani dei nostri vivai, anche dopo l'exploit recente registrato a San Siro dall'esordio Bryan Cristante. “In Italia manca un po' il coraggio di lanciare i nostri ragazzi, ” ha detto poche settimane fa Beppe Bergomi, bandiera interista e grande conoscitore del calcio giovanile. Troppi condizionamenti, troppi pregiudizi. Quelli che hanno per esempio attraversato le incipienti carriere di due giocatori di estrema qualità, che reggeranno col loro fosforo la battaglia di centrocampo del derby di oggi: il rossonero Mario Piccinocchi e il nerazzurro Gennaro Acampora. Il primo, ragazzo di Cornaredo, hinterland milanese, ha iniziato all'Aldini, tradizionale fucina rossonera, per poi passare al Milan, assecondando il suo tifo giovanile. Il quoziente intellettivo calcistico sviluppatissimo ha cancellato il refrain sul suo fisico non da granatiere, tanto da guadagnarsi il soprannome di Xavinocchi tra i frequentatori assidui del Vismara. Contro il Barcellona ci ha anche giocato, in Youth League, raccogliendo l'attenzione e la stima del tecnico catalano Jordi Vinyals: “ davvero un ragazzo interessante il numero 5, sembra sia cresciuto con la nostra idea di gioco...” Complimenti che inorgogliscono “Picci”, uno sicuro dei suoi mezzi: “ Ho sempre giocato sulla linea mediana – ha detto Mario - dettando i tempi davanti alla difesa, da regista. E' da sempre il mio ruolo preferito.” E anche Inzaghi, con l'idea di far nascere l'azione da dietro, palla a terra, non ha mai rinunciato alla tecnica e alle letture di Mario. 

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport Edizione Milano e Lombardia

13 dicembre 2013

Allievi Inter '97 da record: futuro di Thohir è iniziato da tempo...


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Tredici su tredici vuol dire record. Lo ricorda anche una nota della Federazione: mai una squadra del campionato Allievi era riuscita a vincere tutte le partite del girone d'andata. L'Inter guidata da Gianmario Corti, con l'ultima vittoria, nel week end, in casa del temibile Varese, ha fatto fin qui filotto: 39 punti, 35 gol segnati e solo 7 subiti, più 7 punti in classifica sulla seconda, il Milan, che nello scontro diretto ha perso 3-0 a Interello. “Ci fa piacere – dice Roberto Samaden, responsabile del Settore Giovanile nerazzurro – ma il nostro giudizio non sarebbe cambiato con un pareggio o una sconfitta in più. La cosa importante, infatti, è che questo gruppo è pieno di ragazzi molto futuribili, che probabilmente arriveranno al calcio professionistico.” Di ottimo livello, aggiungiamo noi: fin qui questa annata 1997 pare addirittura più promettente di quella del '96, che sta ora facendo buonissima figura, mescolata ai '95, nella Primavera. “E' ancora presto per dirlo – aggiunge Samaden –, ma in comune hanno un gruppo solido formato a livello di pulcini, che è stata portato avanti e che ogni anno ha avuto innesti di qualità.” Quei pulcini si chiamavano Federico Bonazzoli, il più giovane debuttante in Prima Squadra, dopo Beppe Bergomi, nella storia dell'Inter, oggi “prestato” alla Primavera ma che in poche presenze tra gli Allievi ha segnato sette gol, Federico Dimarco, probabilmente il miglior giocatore italiano all'ultimo Mondiale under 17, Michele di Gregorio, portiere che ha sempre ricevuto elogi da Luciano Castellini, Fabio Della Giovanna, centrale di difesa molto tecnico, così come Saulo Brambilla, regista di centrocampo dall'alto QI calcistico, e l'esterno d'attacco Matteo Cassani. A questi ragazzi, si sono aggiunti elementi di sicuro avvenire. Quasi subito è arrivato Enrico De Micheli, centrocampista moderno e “pro” già nella testa, come il terzino destro Matteo Colombini, poi altri come la potente mezzapunta Loris Zonta (appena arrivato fu protagonista di un superlativo trofeo Scirea, dove fu votato miglior giocatore) e l'attaccante Samuel Appiah. Giunto molto piccolo, con mamma e fratello minore, a Pordenone dal Ghana, questa punta che ricorda per velocità Oba Martins, è stato pescato da Beppe Giavardi (che ha prelevato in estate anche Giorgio Piacentini dall'Albinoleffe), responsabile degli osservatori nerazzurri, al Fiume Veneto: arrivato all'Inter non ha mai smesso di segnare, quest'anno i suoi centri sono già dieci. Dà il suo contributo pure Mel Taufer, talento che gioca sotto-età ( è del '98). Lo scouting internazionale ha reso ulteriormente ricca la rosa col centrale romeno Ratzan Popa, l'esterno spagnolo Paulo De La Fuente e il portoghese Pedro Gomes Delgado. Thohir sarà contento di apprendere che la sua rivoluzione giovane era già iniziata prima della sua venuta, e ha già frutti ricchissimi.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport - ed. Milano e Lombardia

02 dicembre 2013

Futbol, il lato bello dell'Honduras




“Stiamo crescendo il nuovo Roberto Carlos”, “abbiamo l'attaccante del futuro”. Per quasi un mese, i titoli sul terzino sinistro Alvaro Romero e sull'esterno d'attacco Brayan Velásquez hanno occupato diverse pagine dei quotidiani. Non solo il giornale sportivo “Diez” ha però celebrato i due migliori giocatori della Nazionale dell'Honduras under 17, che ha sfiorato la semifinale nel recente Mondiale, giocato negli Emirati. Anche “La Prensa” e “Tiempo”, i quotidiani più diffusi, hanno macinato inchiostro sui due ragazzi prodigio e su tutta la Nazionale, seguita con affetto dalla gente, esasperata dalla violenza provocata dalle Maras, le gang giovanili nate in Salvador ma diffusesi e riciclatesi, nel tempo, nel Centroamerica e un po' ovunque. L'Honduras che vuole cancellare l'infamante etichetta che lo segnala solo come Paese con il più alto indice di omicidi del pianeta (86,5 ogni 100.000 abitanti, secondo i dati forniti dalla Commissione dei Diritti Umani), ha molte risorse. Dal futbol nascono quindi esempi positivi, ma anche azione diretta. Nelle elezioni per la Presidenza della Repubblica, svoltesi nel week end, ha ottenuto un ottimo risultato Salvador Nasralla, il più celebre giornalista sportivo del Paese, telecronista della Bicolor, la nazionale honduregna, e influentissimo opinionista. Nasralla ha fondato il Partido Anti Corrupción e attraversato tanti villaggi del Paese centroamericano per raccontare la sua volontà di cambiamento. 



 
La gente lo ha ascoltato, e si è lasciata persuadere da un uomo che si è rimesso in gioco a 60 anni: le iperboli nate per le narrazioni calcistiche, sono risultate credibili anche in politica, nonostante l'ostruzionismo del Partido Nacional. La formazione governativa, infatti, gli ha tolto anche la possibilità di eseguire la telecronaca dell'ultimo match col Brasile, spostando in extremis luogo e data della chiusura della campagna elettorale. La nazionale honduregna, guidata dal C.T. colombiano Suarez, si è qualificata senza problemi al Mondiale: in questa realtà la Bicolor è il simbolo positivo per eccellenza, e la politica se la contende. Prima di Sudafrica 2010, il Paese aveva appena vissuto il colpo di stato militare, appoggiato dalle oligarchie, che aveva deposto il presidente Zelaya, eletto democraticamente: l'euforia per la qualificazione al Mondiale dell'Honduras, 28 anni dopo la prima partecipazione, pacificò un Paese che rischiava la guerra civile. Nella semifinale del campionato honduregno si sfidano il Real España di San Pedro Sula (il distretto industriale chiave del Paese, ma anche una delle città più pericolose del Mondo) e l'Olimpia della capitale Tegucigalpa: sono le due maggiori tifoserie catrachas, sono le squadre, rispettivamente, di Romero e di Velásquez, il futuro dell'Honduras. Nel calcio, ma forse non solo.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: ET - Extra Time - La Gazzetta dello Sport

15 novembre 2013

Colombia schiacciasassi, il Belgio va KO

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La Colombia oggi è più avanti di un'altra squadra attesissima a Brasile 2014, il Belgio. La sentenza giunge da Bruxelles, dove i cafeteros battono 2-0 i Diavoli Rossi grazie ai gol del solito Falcao e dell'esordiente Ibarbo. La fase difensiva deve essere meglio registrata in entrambe le formazioni, specie nella Nazionale di Wilmots.

Pekerman prova lo schieramento con quattro uomini offensivi, due mediani riequilibratori come Aldo Ramirez e Carlos Sanchez e due laterali profondi (Arias e Armero). La gestione di palla funziona specie se dopo la prima sponda, di solito di Falcao, riferimento offensivo, è James a condurre la giocata fronte alla porta. Meno sperimentale il Belgio con il 4-3-3 con un riferimento chiaro nel centravanti Benteke, quasi impossibile da anticipare dai centrali colombiani Perea e Zapata, e centrocampisti di grande accompagnamento verticale come Fellaini, Witsel e Defour. I Diavoli Rossi vivono le loro migliori situazioni in fase di transizione, sempre forzata, specie da Hazard, ma anche da De Bruyne. E' su iniziativa di quest'ultimo, da destra, che nasce la prima occasione del match: Benteke non riesce a concludere in porta, al termine del solito duello vinto di testa.Una delle poche fiammate della Colombia nella prima parte nasce dai piedi di Muriel, che non ha continuità ancora di rendimento, ma illumina con una giocata d'élite che fa fuori, con l'esterno piede, mezza difesa sulla trequarti, offrendo alla sovrapposizione di Arias, giunta coi tempi perfetti. In mezzo, è bravo Vermaelen ad arrivare prima di Falcao.
Prima parte con poche conclusioni, nella seconda la Colombia mette il turbo e dimostra di essere più avanti nella gestione della gara. James Rodriguez riceve poco oltre la linea di metacampo, non viene coperto da un mediano mentre la difesa avanza. Non tutta la linea è compatta:Alderweireld  rimane un paio di metri dietro, l'ex Porto lo fulmina con un passaggio in verticale per Falcao, tenuto in gioco dal terzino destro. Davanti alla porta Radamel non sbaglia mai: 1-0 al 51'. Nei successivi cinque minuti, sempre partendo da sinistra, i cafeteros sfiorano il raddoppio due volte, prima con l'uno contro uno di Cuadrado, poi con una elegante conclusione di Muriel. Fatica ora il Belgio a ripartire, scosso dall'accelerazione colombiana. Il raddoppio è firmato da Ibarbo, quando la Colombia possiede il comando della partita: lettura pessima generale di una punizione su cui Perea fa da sponda, il cagliaritano, subentrato a Muriel, si aggiusta la palla con il destro e col sinistro incenerisce le reti della porta di Mignolet: 2-0 al 71'. E' bravo a chiudere il vecchio Mondragon (aiutato dal palo), nell'azione che scuote gli europei a metà ripresa, in una situazione nata da gioco aereo, dove i belgi dominano. Un altro legno salva il numero uno colombiano all'80', dopo una grande iniziativa individuale del napoletano Mertens, subentrato ad Hazard. Nel finale c'è spazio per un paio di gol divorati da Jackson Martinez, dentro per Falcao, quando il Belgio ha già accettato la sconfitta, pensieroso sulla fase difensiva da registrare (quanto manca Kompany!).

CARLO PIZZIGONI su Gazzetta.it

0 - Belgio: Mignolet; Meunier, Alderweireld, Vermaelen, Vertonghen; Witsel, Defour (Mirallas, min. 57), Fellaini, De Bruyne (Lukaku, min. 57), Hazard (Mertens, min. 65)  Benteke (Dembelé, min. 73).
2 - Colombia: Mondragón; Arias, Perea, Zapata, Armero; Carlos Sánchez (Mejía, min. 83), Ramírez (Aguilar, min. 62), James Rodríguez (Torres, min. 78); Cuadrado (Guarín, min. 67), Muriel (Ibarbo, min. 59)  Falcao (Martínez, min. 70).
Goles: 0-1, min. 50: Falcao; 0-2, min. 65: Ibarbo;

12 novembre 2013

Mohammed Aboutrika, l'ultimo Faraone




My Way. Ha chiuso a modo suo Mohammed Aboutrika: segnando (all'andata e al ritorno), vincendo (la Champions) e commuovendo. A fine gara, dopo essersi inchinato di fronte al pubblico dell'Al Ahly, il suo pubblico di sempre, ha festeggiato insieme ai compagni mostrando una sottomaglia col numero 72, il numeor delle vittime di Port Said. E rifiutandosi di mettersi in coda per ritarare la medaglia della vittoria, dal Ministro dello Sport egiziano di un governo che l'ultimo Faraone non gradisce. Nella foto ufficiale c'è lui con quella maglia, quel numero, quel ricordo. Prima della finale con gli Orlando Pirates, avevamo impegnato un po' di spazio di Extra Time, il settimanale della Gazzetta, per ricordare questo grande campione. Ecco il testo:
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Un falcata rotonda gestita con busto eretto, lo sguardo sempre alto, la palla accarezzata più che toccata, nel controllo, e un cambio di direzione degno di un ballerino, per eleganza: i prossimi due week end, durante le finali di andata e ritorno di Champions League Africana, potremmo goderci le ultime rappresentazioni di uno dei più grandi calciatori del Continente Nero: Mohamed Aboutrika. Questa meraviglia calcistica, non a caso nata a 500 metri dalla Piramide di Cheope, con la sua squadra di sempre l'Al Ahly, contenderà la coppa ai sudafricani degli Orlando Pirates. Poi, a 34 anni, dirà stop (anche se potrebbe esserci l'eventuale appendice del Mondiale per Club). Aboutrika è l'idolo di diverse generazioni di egiziani e del mondo arabo, e i suoi millanta trofei ( ha vinto, anche, quattro Champions e due coppe d'Africa) centrano fino a un certo punto. Centra la qualità del suo gioco, elegantemente unico, e le sue prese di posizione fuori dal campo, inequivocabilmente incisive. Difficile etichettarlo. Non sono riusciti a irreggimentarlo nemmeno le pompose etichette affibbiategli dalle agenzie dell'ONU e dai poteri locali, per i quali ha condotto svariate campagne di solidarietà, contro la povertà, in favore della donazione di sangue, mirate all'aiuto dei bambini malati di cancro. Laureato in filosofia all'Università del Cairo, molto credente, ha indossato la pettorina quando gli sembrava giusto farlo, ma allorché si è sentito di smarcarsi e, per esempio, appoggiare la causa di Gaza, non ha avuto problemi a mostrare, dopo un gol, una sotto-maglia a favore della causa palestinese, durante una gara di Coppa d'Africa. E se la CAF e la FIFA hanno poco gradito, pazienza. L'Europa ha tentato di sedurlo, senza successo: l'affetto della sua gente lo ha sempre trattenuto, lui che prima di un turbolento incontro tra Algeria-Egitto è stato l'unico, su suolo nemico, ad essere non solo risparmiato dagli insulti, ma addirittura applaudito: anche il più fanatico dei tifosi sa che i miti non si toccano. E un giocatore che durante la tragedia di Port Said, dove morirono 74 persone, accorse sulle tribune, maglia e calzoncini addosso, e portò a braccia negli spogliatoi un ragazzo di 14 anni moribondo per affidarlo alle cure del medico della squadra, è qualcosa di più di un semplice trequartista. Quell'evento ha segnato indelebilmente l'Egitto e Aboutrika, che ha caldo aveva annunciato l'addio (“questo non è più uno sport”) e per rispetto agli Ultras Alhawy si rifiutò di giocare finché non venissero accertate le responsabilità di quel disastro. “Giochiamo non solo col fine di vincere, ma soprattutto per fare divertire la nostra gente”, ha detto. Al contrario di tanti suoi compagni, impegnati a misurare il vento, ha parlato in favore dei ragazzi che manifestavano per cercare un altro Egitto, e ha sfidato più volte l'esercito, l'unico vero potere attualmente esistente nel Paese. Significativo che chiuda la carriera contro la squadra del cuore di Nelson Mandela, l'icona per eccellenza del Continente Africano. Gli Orlando Pirates, squadra di Soweto, provano a replicare l'unico successo in Champions del lontano 1995. Dopo aver eliminato a sorpresa in semifinale i favoriti dell'Espérance Tunisi, hanno davanti la Piramide più grande da scalare.

CARLO PIZZIGONI
FONTE: EXTRATIME - La Gazzetta dello Sport

04 novembre 2013

Luca Maniero e Davide Voltan, un giorno da nemici a Interello: finisce in pareggio

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Frena in casa l'Inter Primavera, che sbaglia al 90' un rigore con Capello. Finisce 1-1 la partita tra i nerazzurri e il Padova, come in parità termina la sfida tra due amici per la pelle, oggi, dopo otto anni, divisi per la prima volta da una maglia differente. Al 27' del primo tempo Luca Maniero, portiere che l'inter ha prelevato a inizio stagione dalla società biancorossi, aveva davanti il suo amico Davide Voltan: “Lui di solita incrocia sempre il tiro – dice questo numero 1 che farà strada -: mi ha fregato! Lo conosco bene, e lui conosce me...” Vantaggio patavino, ma il tempo per rifarsi, c'è: dopo il pareggio nerazzurro, all'ultimo secondo di gara, Voltan, esterno offensivo di talento, fa fuori un paio di avversari e si appresta alla conclusione: “ Sapevo che avrebbe tentato la giocata a giro sul secondo palo, appena ho visto che ah accenato al comvimento, sono andato a prenderla”: davanti al microfono di Alessandro Villa di Inter Channel descrive così il miracolo di fine partita, Maniero. In mezzo alla disputa tra amici c'è stata un Inter che ha giocato una partita con troppi strappi, senza la necessaria continuità. Il pareggio lo ha ottenuto a inizio ripresa: bella azione di Capello, schierato centravanti (il titolare del ruolo, Puscas, è con la prima squadra), assist in mezzo per Gaston Camara che appoggiava in rete. Velocità supersonica, il ragazzo della Guinea sta imparando tanto e rapidamente a livello tattico: “ qui, stare in campo, è molto diverso rispetto a dove giocavo. A Conakry mi ha notato l'osservatore Mauro Cevoli e sono venuto in Italia.” 

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Gazzetta dello Sport - Ed. Milano e Lombardia