23 novembre 2011

La Cina e il Calcio, Camacho non è Matteo Ricci


La Cina e il Calcio, scrivevo questo pezzo prima del definitivo addio ai sogni mondiali per la squadra di Camacho. La difficoltà di non avere affrontato problemi culturali alle radici di questa imprevista debacle.



Il Dragone spiumato. La Cina, se non vuole uscire anzitempo dalle qualificazioni per il Mondiale del 2014, è costretta a fare risultato nei prossimi due matches. Ma se la trasferta col modesto Singapore desta relative preoccupazioni, la partita di venerdì contro l’Iraq (prevista in campo neutro a Doha, Qatar) sarà la più importante della fin qui non esaltante gestione Camacho. L’ex difensore del Real Madrid, che ha firmato per la federazione cinese pochi giorni prima di Ferragosto, ha già subito un tunnel da Zico, convincente CT dell’Iraq: in ottobre a Shenzhen, con una partita poco brasiliana fatta di tanta difesa e qualche ripartenza, il Galinho ha incassato l’intera posta grazie a un solo gol. La Cina, che era già scivolata (2-1) ad Amman contro la Giordania, leader del gironcino dove si qualificano solo in due per la fase successiva, è quindi spalle al muro. Inaspettatamente. Grandi sponsor e FIFA si attendono da tempo l’esplosione di un mercato che ha numericamente un potenziale infinito; quest’anno è nata una competitiva Chinese Super League che ha attirato giocatori di buon livello e, ad esempio, il finanziere Liu Yongzhuo ha voluto per il suo Guangzhou, oggi leader del campionato, Dario Conca, miglior giocatore del campionato brasiliano nel 2010, a cui versa 10,6 milioni di euro l’anno. Senza un risultato importante della Nazionale, però, queste premesse servono a poco.
All’inizio del 2010 l’ex boss del calcio cinese Nan Yong è stato arrestato per corruzione e scommesse illegali hanno compromesso anche il predecessore di Nan, Xie Yalong.
La macchia è stata lavata ma l’idiosincrasia del fenomeno calcio in Cina ha origini molto più profonde: contrappasso beffardo per chi sostiene di averlo inventato, celebrando un gioco diffuso già nell’XI a.C., denominato Tsu-Chu, come l’antesignano del football. José Antonio Camacho ha avuto ampio credito da parte della federazione: quattro anni di contratto e poteri illimitati anche sulle selezioni giovanili. Eppure è l’ex bandiera del Madrid, dopo i xiè xiè, “grazie” in mandarino, dei primissimi giorni (col cinese più o meno ci siamo fermati lì, pare) a denunciare oggi i limiti del calcio made in China: intravedendoli nella mentalità. Dopo l’improvvida, discutibile e non certo gradita, dall’establishment che regge i destini della Cina Popolare, uscita sui difetti della legge del figlio unico, che limiterà pure il problema demografico ma produce ragazzi viziati ed egoisti, il 56enne murciano, parlando coi media di casa, definisce i limiti dei suoi calciatori: poca concentrazione e intensità e “quando devono contrastare pare dicano ‘prego, prima lei’ ”, anche se poi, addolcendo la pillola, sostiene che sono “molto disciplinati”. La Cina è una cultura, una civiltà prima che un Paese: padre Matteo Ricci che la visitò nel ‘500, ne comprese l’unicità e non cercò di cancellare Confucio ma evangelizzò incinesizzando il Vangelo. Se vuole rimanere a lungo a Pechino, Camacho deve seguire le orme del gesuita maceratese e trasformare il ruolo di CT in quello di mediatore culturale-calcistico.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Extra Time - Gazzetta dello Sport dell'8 novembre 2011


Iraq - Cina 1-0

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