05 luglio 2013

Da Thiago Silva a Chico Mendes, è un Nuovo Brasile?




Su la Testa. In campo, il Brasile ha distrutto la Spagna campione del Mondo e si è portato a casa la Confederations Cup, in un Maracanã che è tornato a ruggire dopo mesi di gru, ruspe e polemiche. Ma il torneo della FIFA ha lasciato anche altre foto ricordo, decisamente poco piacevoli. Le manifestazioni di piazza, i cortei più o meni violenti, le cariche della polizia, hanno accompagnato tutta la competizione, innescando polemiche dentro e fuori dal Brasile. Lo slogan per etichettare ad uso dei social network la “Rivolta” è già pronto: il Gigante si è svegliato. Il Brasile è stato per troppi anni, considerato periferia dell’Impero. Il BIC (Brasile, India, Cina, poi divenuto BRICS, con l’aggiunta di Russia e Sudafrica) l’acronimo coniato per indicare i Paesi con il maggiore sviluppo economico, era un miraggio e gli Stati guida del Mondo tendevano a scegliere altri interlocutori quando si trattava il tema del Sudamerica. E in un certo senso il Brasile è poco sudamericano. La dominazione portoghese è stata profondamente differente, non solo da quella calvinista e in generale protestante che ha interessato il Nord del Continente, ma anche da quella spagnola che, pur nelle necessarie distinzioni, ha abbracciato il resto del Latino America. Come raccontano i datati saggi dei primi sociologi che hanno studiato le radici del Paese (datati ma raccomandabilissimi: per capire, più di certi reportage odierni meglio sfogliare Sergio Buarque de Hollanda, Darcy Ribeiro, Gilberto Freyre), la componente africana è significativa. L’incredibile numero degli schiavi che i lusitani sbarcavano sulle coste del Paese che prende l nome da un albero (il Pau Brasil) erano usati come manodopera da sfruttare nelle grandi piantagioni ma si sono piano piano mescolati con la popolazione locale e con quella creola. Esistono notizie di rivolte nelle piantagioni, ma sono eccezioni: e sono state soffocate nel sangue. L’uomo brasiliano che nasce da quegli anni ha una mentalità individualista, non fa quasi mai causa comune, esattamente come in Africa, abbassa la testa. Tanto che, anni dopo, anche i tentativi dei piccoli sindacati vengono soffocati senza pietà dai fazenderos: vale come testimonianza paradigmatica l’uccisione di Chico Mendes, il simbolo della lotta dei Seringueiro (raccoglitori di caucciù) nello stato di Acre.
La coscienza sociale, quella che chiede meno sprechi, meno corruzione, è la voce del Terzo Stato. L’esperienza del Sindacato di Chico è alla base della creazione del PT, il Partito dei Lavoratori, che con Lula prima, e ora con Dilma ha portato il Brasile alla crescita economica. Il Brasile deve alzare la testa, vincere anche nel campo sociale, provvedere a riforme non più procrastinabili. E il calcio, il futebol che vince, può servire in un Paese che ha il calcio nelle sue vene. Una poetessa snob, figlia dell’aristocrazia carioca una volta mi disse: “il “nostro attentato a Kennedy” è stato il Maracanazo, il giorno in cui il Brasile poteva e doveva vincere il Mondiale e fu sconfitto dall’Uruguay. Sembrava il segno della fine della nostra illusione” Lì, come si nota bene nei romanzi di Jorge Amado, il Brasile ha rinnovato il suo pessimismo, chinando la testa e pensando di non essere “vincente”, di non potercela fare: le cose non cambieranno. E invece, no. Il Brasile ha vinto cinque Mondiali, e potrebbe scrivere HEXA, la prossima estate. Liquidato il CT Mano Menezes, anche per una guerra interna alla Federcalcio (figlia di una politica non sempre trasparente, pure qui...), serviva un nome forte, che riguadagnasse credibilità e possedesse carisma. La CBF ha puntato su Felipe Scolari, affiancandogli Carlos Alberto Parreira, cioè i due CT che hanno vinto il quarto e il quinto titolo Mondiale con la Seleção. E Felipão ha puntato ha costruire certezze in una Nazionale che con Mano era troppo fragile. Interessante la promozione sul campo di Luiz Gustavo, in ottica soprattutto difensiva. David Luiz e Thiago Silva hanno capacità balistiche notevoli, sono i primi registi della squadra e assicurano solidità dietro: fase difensiva a cui ha partecipato anche Hulk (preferito a Lucas), reduce da una tormentata stagione in Russia. Il Brasile ha una batteria di giocatori illimitata e di alto livello (Fernandinho, dopo l'esilio ucraino troverà convocazioni più frequenti, con l'approdo al Manchester City), ma deve proseguire sulla via della solidità. Anche perché, tra i maggiori rivali, l'affossamento della Invencible Armada, provocherà sconquassi all'interno della Spagna, anche se oggi si tende a minimizzare in terra iberica. La vittoria di domenica, il largo dominio è stata fondamentale, ha aumentato l'autostima di un gruppo che davanti a sé ha un anno che regalerà a tutti una pressione indicibile. Nessun altro Maracanazo, il Brasile deve vincere, per il futebol e per altro.
Quella coppa alzata domenica nel nuovo Maracanã, deve essere il simbolo di un Paese che sul campo e soprattutto fuori può, che ha le capacità per essere migliore di fronte a tante avversità. Rialzando la testa, di fronte alle polemiche e al Mondo: nasce un Nuovo Brasile?

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Giornale del Popolo - Lugano



Nessun commento:

Sociable