11 luglio 2013

Uruguay in finale nel Mondiale under 20: continua il miracolo charrua, rivoluzionario fin dagli albori

L'Uruguay under 20 si qualifica per la finale Mondiale, che giocherà sabato contro la Francia. L'Uruguay è il vero miracolo del calcio: un Paese grande come la Lombardia che da sempre è competitivo ad altissimo livello. Ecco come tutto cominciò...




Si Inglaterra es la madre del futbol, Uruguay es el padre. Si dice questo nelle viuzze di Montevideo, e in tutta la República Oriental. Non è opinione, è storia: nell’ottobre del 1863 la Football Association organizzava il primo regolamento calcistico, la nazionale uruguayana vinceva le prime manifestazioni internazionali legate allo sport della pedata: le Olimpiadi del 1924 e del 1928, e il primo Mondiale, nel 1930. Il passaggio di consegne avviene in maniera diretta, sono naturalmente i britannici a sbarcare il football alle foci del Rio de La Plata. Nel 1891 nasceva l’Albion Football Club, ma l’accesso era esclusivo, così i giovani uruguayani, subito appassionatisi al gioco, avevano provveduto in proprio. Alcuni si erano infiltrati nel Central Uruguay Railway Cricket Club (CURCC), altri avevano fondato il Club Nacional de Futbol: prima di fine secolo era già nata la più grande rivalità del calcio uruguayano, Peñarol - Nacional. La sezione calcistica del CURCC avrebbe, infatti, preso a prestito il nome del quartiere dove era stata eretta la Empresa de Ferrocarril, la società delle ferrovie che stava ridisegnando logisticamente l’Uruguay. Nel 1751 la famiglia piemontese Crosa, originaria di Pinerolo, aveva costruito qui la propria “fazenda”, a cui aveva assegnato il nostalgico nome di Villa Peñarol, da qui il nome del barrio di Montevideo, e quindi la squadra che non a caso aveva scelto il giallo e il nero, i colori delle ferrovie inglesi. Il CURCC/Peñarol aveva sfidato l’Albion, in quella che sarà ricordata come la prima partita del calcio uruguayano, e i gialloneri saranno protagonisti anche del debutto internazionale, officiando una gara disputata a Buenos Aires. La Celeste, la nazionale dell’Uruguay, vince le prime edizioni della Copa America ( che era ancora chiamata “Campeonato Sudamericano de Selecciones”), nel 1916 e l’anno successivo. Il Paese viveva una straordinaria stagione, sia dal punto di vista economico (anche grazie agli investimenti inglesi, che da quello sociale, specialmente nei due mandati del presidente José Battle y Ordoñez (1903-07, 1911-15). Tra le riforme di quel periodo, quella della separazione tra Stato e Chiesa,  l’abolizione della pena di morte e del servizio militare obbligatorio, la nazionalizzazione della maggior parte dei servizi pubblici, il suffragio universale, l’apertura dell’università alle donne. In questa atmosfera si inserisce l’esordio di calciatori neri nella nazionale, un passo considerato tabù in altri paesi sudamericani. La gara d’esordio della Copa America del ’16, vede, per la prima volta la presenza di giocatori con discendenze africane, situazione che irrita fino al reclamo ( e alla richiesta di annullare il match) gli avversari del Cile: i due calciatori sono Juan Delgado e Isabelino Gradin, miglior giocatore e capocannoniere di quella competizione. Essi appartengono alla comunità Nera di origine africana che al principio del XIX rappresentava il 50% degli abitanti di Montevideo. Gli schiavi africani erano stati introdotti nel Paese a partire dal 1743, ma in maggioranza di essi erano destinati al lavoro nelle piantagioni di cotone e canna da zucchero, quindi al di fuori dell’Uruguay. Però a Montevideo attraccavano le navi, molte navi: nel giro di poco meno di cento anni si conta che giunsero circa 20 milioni di schiavi. L’Uruguay aveva un quarto della popolazione formato da Neri e meticci a inizio Ottocento, e aveva presto avviato un processo di emancipazione che li porterà, dopo l’Indipendenza del 1930, all’abolizione della schiavitù nel 1846. L’integrazione aveva naturalmente creato problemi, risolti, poco alla volta e almeno in parte, grazie ai successi sportivi di giocatori come Gradin, detto “ El Negro”. “ La gente si alzava in piedi quando lui si lanciava a velocità eccezionale, dominando la palla come se camminasse e senza fermarsi schivava i rivali e tirava in corsa”, annota il più grande scrittore di futbol, e non solo, del latino-america, Eduardo Galeano, lui pure uruguayano. Oltre alla forza fisica, c’è l’abilità mutuata anche dai balli africani: nasceva il dribbling, l’arte di aggirare gli avversari con la quale la Celeste stupì il pubblico alle Olimpiadi del 1924. In una Parigi che scopre diverse figure della cultura nera: i jazzmen, i pugili e la mitica Josephine Baker, la dark star delle Folies Bergère, che viene accreditata proprio di una love story con il calciatore uruguayano Andrade. Vinte le Olimpiade nella Ville Lumière, in finale contro la Svizzera (netto 3-0), la Celeste avrebbe bissato quattro anni dopo, per poi issare la coppa Rimet nel cielo di Montevideo, nel primo Mondiale giocato. La finalissima, contro l’Argentina, si giocava nell’avveniristico stadio Centenario (così nominato per festeggiare i cento anni dell’Indipendenza della nazione). Pochi mesi dopo un golpe e un governo militare avrebbe bloccato la grande età dell’oro uruguayana, che nel calcio aveva già fatto storia. La Storia.


CARLO PIZZIGONI
Fonte: Giornale del Popolo - Lugano


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