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27 marzo 2012

(Almeno) un titulo per l'Inter




Finire la stagione con “Sero Tituli”. Una delle tante locuzioni incisive che José Mourinho ha regalato al giornalismo sportivo italiano, odiatissimo mantra ripetuto per mesi e anni dai tifosi interisti in tutti i bar del Paese, pareva giungere al naturale contrappasso. L'Inter, incagliatasi nell'ultima stagione nel pantano della mediocrità, era diretta verso il girone dei Senzatitoli.

Eppure la società nerazzurra un trofeo, anche importante, lo ha appena alzato: sotto gli occhi di Massimo Moratti l'Inter ha sollevato la coppa della Next Gen Series, il torneo, riservato ai ragazzi under 19, dove sono state impegnate le migliori squadre d'Europa e che nel giro di un paio di stagioni diventerà ufficialmente la Champions giovanile con il beneplacito dell'Uefa, che sta ora solo monitorando la competizione. Nella finale di Londra ha battuto l'Ajax, ai rigori, in una partita di orgoglio e sofferenza, in puro stile Inter, giocando 20 minuti e tutti i supplementari con un uomo in meno. La squadra olandese, probabilmente quella con maggiore talento in tutta la manifestazione, aveva fatto fuori anche il Barcellona nei quarti e umiliato il Liverpool in semifinale (6-0, il finale).

Alla guida della pattuglia vincente nerazzurra, Andrea Stramaccioni, 34 anni e un'esposizione mediatica eccessiva, in queste settimane, a causa della ottima competenza (ha già fatto bene nel settore giovanile della Roma) e per i continui inciampi della prima squadra del concittadino Ranieri. L'anno passato l'Inter vinceva il Torneo di Viareggio con Fulvio Pea, oggi ottimo trainer al Sassuolo, con una squadra mentalmente solida: le fondamenta sono rimaste (uomini chiave come Lorenzo Crisetig e Marek Kysela), l'architettura si è modificata mettendo al centro della manovra un brasiliano del 1993, finalmente pronto al grande salto.

Gli esperimenti tattici di “Strama” non hanno mai prescisso da Daniel Bessa, una delizia palla al piede fin dai tempi dell'Atletico Paranaense, dove il talent scout Pierluigi Casiraghi lo ha scovato. Il carattere c'è sempre stato, nonostante brutti periodi causati da problemi familiari, ma in campo, e non solo, la testardaggine e la grande personalità sono divise da un confine molto labile, e comunque spesso definito solo a posteriori, a seconda della riuscita o meno della giocata. Nella finale di ieri si è continuamente messo le mani al volto, nonostante non sia l'ultima partita dell'anno, ci teneva forse più di tutti, in una partita così importante, a dimostrare quello che è diventato: un giocatore vero, e non solo per l'assist che ha regalato al Samuele Longo in occasione del vantaggio nerazzurro.

L'anno prossimo giocherà tra i grandi, all'Inter o in qualche altro club in prestito, così come altri suoi compagni, a cominciare da Duncan, ragazzo ghanese dal sinistro educatissimo e dalla grande potenza fisica. Con un po' di enfasi, l'Amministratore Delegato dell'Inter Ernesto Paolillo, ha parlato di nascita di una Scuola Inter, tra i giovani, dopo quelle, arci-citate, di Barça e Ajax. Il campo senza barriere di Interello è pronto ad accogliere nuovi gioielli, ma la vera rivoluzione dovrebbe venire dalla Federazione: perché non facciamo giocare queste squadre Primavera, che praticano anche un gioco esteticamente godibile, con i professionisti della Lega Pro? Ad alzare la Coppa dei giovani non sarebbe solo l'Inter ma, finalmente, tutto il movimento calcio del Belpaese. In questo momento, più di una vittoria.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Max

24 marzo 2012

Bielsa: Inter, Italia cosa ci siamo persi! O no?





Cosa ci siamo persi. Marcelo Bielsa, dopo l’improvvisa partenza di Leonardo era stato contattato da Massimo Moratti per sedere sulla panchina dell’Inter: aveva tuttavia già un accordo con il futuro presidente dell’Athletic Bilbao e nei Paesi Baschi era destinato. Al numero uno nerazzurro era giunto solo il messaggio, in stile Bielsa, profondo, elegante e circostanziato, ma non il sì agognato. Un peccato, non solo e non tanto per l’Inter, quanto per il calcio italiano tutto. A Bilbao, Bielsa sta proponendo il calcio esteticamente più gradevole del Vecchio Continente, in Europa League ha appena eliminato il Manchester United (sic), andando a dominare pure a Old Trafford. Ma questo è il meno.

Il personaggio Bielsa è qualcosa che fa bene al calcio, e poi regala aneddoti davvero unici. Uno che “vive e respira futbol”, ma che salta di netto la lettura delle pagine sportive dei quotidiani per quelle di approfondimento e potrebbe raccontare nei dettagli la crisi della scuola pubblica cilena, uno dei tanti argomenti che gli sta a cuore, lui, fratello di un ex ministro della Repubblica Argentina. Se non ci credete potete chiederglielo direttamente, se passate a orari impensabili, di solito la mattina presto, sul lungomare di Las Arenas, nelle vicinanze dell’Hotel Embarcadero, dove ancora abita. Bielsa è unico. Dove è nato, a Rosario, dove ha giocato e allenato, al Newell’s, è un mito inarrivabile, tanto che è titolare del nome dello stadio del club.

Un idolo è anche in Cile, dopo aver portato la Nazionale dove mai era arrivata in un Mondiale. Bielsa è il primo a riconoscere che i risultati sono tutto, però l’aurea mitologica che lo circonda in ogni posto dove va (e oggi quindi anche a Bilbao, dopo un iniziale scetticismo), non dipende da un 3-0 in più o in meno. Perfezionista, esigente, carismatico, all’Inter sarebbe probabilmente l’unico a non perdere il confronto su questi campi con José Mourinho. A cui lo accomuna anche la fede cattolica, vissuta in profondità ma mai esibita, esattamente come nello Special One. Il loro approccio para-scientifico alla professione di tecnico contiene pure un retroterra di fede vissuta anche in maniera preconciliare, miracolistica ma con inserti culturali “progressisti”. Mou è figlio del cattolicesimo ai limite della superstizione del Portogallo ma anche di un Paese che ha respirato l’euforia “socialista” nel dopo Salazar, Bielsa proviene da una borghesia illuminata in un Paese però in cui la Chiesa, al di là di sparute eccezioni, non ha vissuto le stagioni di impegno sociale tra i Settanta e gli Ottanta, nell’America Latina incendiata dalla Teologia della Liberazione.

Ha fatto rumore, nella Spagna che ancora conserva anime distinte, una fortemente anticlericale l’altra al limite del bigottismo, l’ “Enigma Clarisa”. Durante il match contro l’Osasuna, Bielsa ha fatto appiccicare alla panchina un foglio con un oscuro riferimento alle clarisse: “ E’ stato un gesto fatto per provocare felicità, nulla di più.” L’arcano fu svelato giorni dopo: Bielsa, con la moglie, aveva visitato un paio di settimane prima il Convento di Santa Clara, a Guernica, quella di Picasso e del bombardamento nazista. “Sono argentino e alleno l’Athletic, potrei entrare?”, si sarebbe presentato a mezza voce così. Suor Teresa ha svelato il mistero: “ Ci ha detto che una zia monaca ha rafforzato la sua fede, ci ha chiesto di pregare per lui. Ci avrebbe anche ringraziato e salutato dalla sua panchina. Ci ha fatto piacere: ma noi non abbiamo la tv, abbiamo sentito tutto per radio.”

Più di un giocatore perpetua il medesimo ritornello: “mai nessun altro tecnico mi aveva chiesto quello che mi chiede Bielsa”. Eppure gli allenamenti sono vissuti con un bello spirito: in uno di questi, recentemente, dell’Athletic il Loco Bielsa ha chiesto a un bambino che stava in tribuna se poteva scendere e dargli una mano: “mi ha chiesto di ripetere ogni volta a Susaeta di calciare forte i corner”, è l’incredibile resoconto del niño. Bielsa è un riconosciuto Maestro dell’organizzazione di gioco e produttore di un calcio talmente offensivo che pure il Barça, al confronto, pare un gruppo di catenacciari trovatisi la sera prima della partita. Proprio dalla Catalogna BlauGrana, che qualcuno sibila possa essere la sua prossima destinazione, giunge il complimento più pesante: per Guardiola, Bielsa è semplicemente “l’allenatore migliore del mondo”. E il Loco, come gli ha risposto? “Grazie”, stop. Semplicemente unico.


CARLO PIZZIGONI

Fonte: Max

17 marzo 2012

Roberto Di Matteo, l'uomo del Destino





L’uomo del Destino. Ci voleva l’eroe per caso Roberto Di Matteo a riportare il Chelsea a respirare un po’ di gloria anche in Europa. Eliminando il Napoli e qualificandosi per i quarti di finale (con la possibilità di andare pure oltre: in semi c’è il Benfica) l’ex centrocampista della Lazio ha già fatto meglio dell’illustre predecessore Carlo Ancelotti, che coi Blues si era fermato agli ottavi. In tema di Italian Job ha fatto ombra anche aRoberto Mancini, che dopo la debacle nel girone di Champions è riuscito anche a farsi eliminare in Europa League dal non irresistibile Sporting Lisbona: il suo City mantiene quindi una sola leadership, quella degli stipendi e delle spese folli per ammonticchiare giocatori di talento.

È quindi Di Matteo, l’italiano che ci dà maggiore lustro all’estero: italiano vero perché è sì nato in Svizzera, a Sciaffusa, ma da genitori proveniente da Paglieta, in Abruzzo, e non ha mai ceduto alle lusinghe rossocrociate, attendendo la chiamata della Nazionale Azzurra, dove ha collezionato alla fine 34 presenze. «Sono cresciuto giocando a calcio. Ero nella Serie B svizzera, occupando un posto da straniero. Mi dissero: potrai fare molta più carriera diventando svizzero. Ma io avevo già deciso: sarei rimasto italiano anche per fare l'operaio, sarei tornato in Italia pure per lavorare in fabbrica».

Il Destino, non si sa se per premiarlo per questa dichiarazione strappalacrime, decide di scartare Mirafiori e di farlo approdare alla Lazio di Zoff. Cacciato il numero 1 di Spagna ‘82 è Zdenek Zeman a servirsi delle sue qualità in mezzo al campo: gioca più di ottanta partite in biancoceleste ma dopo un errore in una gara contro l’Inter il Boemo gli mette una croce sopra e lo emargina. Tocca di nuovo al Destino occuparsi di lui, e lo spedisce a Stamford Bridge, dove diventa un idolo: serio, lavoratore, uomo di poche parole e tanti fatti, cresciuto con gli emigranti italiani, ne ha ereditato i tanti pregi, con il plus di possedere due buoni piedi e un grado elevato di QI calcistico.

Si guadagna un paio di Coppe d’Inghilterra e soprattutto l’affetto dei tifosi del Chelsea quando saluta definitivamente i Blues e il calcio. Diventa telecronista ma da Lassù c’è un nuovo intervento. Quasi per caso diventa manager, e fa benissimo col West Bromwich Albion, portandolo in Premier League. Tanti gli preconizzano un futuro da ottimo tecnico e lui, invece di attendere la chiamata di una grande squadra, decide di sedersi tranquillo e di fare da vice ad André Villas Boas, già assistente di Mourinho e vincitore di tutto col Porto.

Qui però gli sceneggiatori si fanno prendere un po’ la mano: il portoghese che tutti volevano a inizio stagione (Abramovich ha sborsato 15 milioni cash al Porto per averlo) fallisce, Robbie si mette in panchina e non sbaglia un colpo: vince in campionato e Coppa e fa fuori dalla Champions una delle squadre più in forma d’Europa, il Napoli di Mazzarri. Fermarsi qui? Vediamo cosa ne pensano lassù.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Max

12 marzo 2012

Il bravo Stefano Pioli, il nuovo Bologna e la fortuna di incontrare un Presidente Tafazzi





Maurizio Zamparini ha l’abitudine di pentirsi. Uomo senza filtri, pensa solo dopo aver agito, e rientra spesso alla perfezione nella sagoma di Tafazzi. Pure peggio, il Presidente del Palermo confessa che non si limita più a fracassarsi i gioielli di casa come il celebre personaggio di MaidireGol, oggi si “mangerebbe un testicolo”. Per la rabbia, il rimorso di aver licenziato dopo nemmeno due mesi e prima dell’inizio del campionato, Stefano Pioli, oggi alla guida del Bologna, davanti in classifica ai rosanero e soprattutto celebrato come uno dei migliori tecnici della nostra Serie A.

L’incredibile estate di Pioli, che ieri ha sdraiato la Lazio all’Olimpico, era cominciata con il corteggiamento da parte della Roma. Il “Progggetto” della nuova Roma americana poteva cominciare con lui: il DS Sabatini lo aveva incontrato almeno un paio di volte e, certamente, fosse dipeso solo da lui, oggi l’allenatore parmense sarebbe a Trigoria. L’Uomo per far ripartire i giallorossi viene invece individuato da Franco Baldini, deus ex machina della “Magica”, in Luis Enrique, anche per dare un segnale di forte rottura rispetto a tutto l’ambiente interno e esterno.

Sabatini però una telefonata al suo ex datore di lavoro, Maurizio Zamparini, la fa: “Pioli è uno buono”, e Zampa allunga immediatamente un biennale al tecnico reduce da una bella stagione al Chievo. Punta Raisi però ha appena visto i decolli di Javier Pastore e Salvatore Sirigu, direzione Parigi-Charles de Gaulle, hanno salutato anche altri elementi importanti come Mattia Cassani e Cesare Bovo: i rosanero devono ricostruire.

La pazienza non è tra le prime virtù dello Zampa, che dopo un paio di amichevoli e l’esordio sfortunato in Europa League, decide che Pioli non è l’allenatore per lui: passerà Mangia e ora c’è, ma non si sa per quanto, Lino Mutti. Dalla centrifuga estiva salta fuori qualcosa di interessante in autunno, per il nostro: il Bologna, la squadra dove Pioli aveva cominciato ad allenare, coi giovani, anni fa, lo vuole per sostituire l’esonerato Bisoli. Destino. E immediato successo. L’ex giocatore di Juve e Fiorentina, costruisce la squadra attorno a Perez e Mudingayi, rudi professori di metacampo, cervelli fini che lasciano la vetrina al talento da fuoriclasse di Gaston Ramirez e permettono le giocate a Diamanti e al capitano Di Vaio.

Pioli domina a San Siro contro l’Inter, vince all’Olimpico, è vicino alla salvezza e può osare anche qualcosa di più. Soprattutto, più di tutto, ha ridato dignità calcistica ai rossoblù, oggi il Bologna è tornato finalmente a proporre calcio dall’estetica apprezzabile e dalla grande sostanza: merito di un’estate di rifiuti e di un uomo troppo incline al pentimento.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Max

05 marzo 2012

Non è un Paese per interisti? L'Inter ovvero l'impossibilità di essere ordinari

Dell’impossibilità a essere ordinari, ovvero l’Inter. La squadra nerazzurra nel maggio 2010, a occhio e croce quindi non un secolo fa, vinceva tutto in Italia e in Europa, e avrebbe poi vinto anche il Mondiale per Club nella stagione successiva. Oggi, marzo 2012, dopo una stagione nata male e proseguita peggio, è diventata popolata da incompetenti e San Siro è ritornato insofferente, mugugna a ogni passaggio e si lamenta perché le conclusioni non finiscono sempre nella porta avversaria.

Si sa, in Italia, non solo al Meazza, si reagisce male a ogni stagione storta, o vinci (nel caso dell’Inter stravinci, in ossequio all’assenza di ordinarietà del club) e sei un semidio o “devi andare a lavorare”. Non è solo l’assenza di cultura sportiva del nostro Paese, è proprio non riuscire ad accettare l’idea che professionisti seri, pur lavorando al massimo possano, in una stagione, non riuscire a trovare una quadratura d’insieme (ma non succede così anche nelle aziende di tutto il mondo?): no, se non vinci, te ne freghi, te ne basti, sei un infame. Punto.

L’Inter ieri è finita sotto due a zero contro il Catania, probabilmente la squadra con la migliore proposta di calcio di tutto il campionato, ma non si è mai arresa: Forlan (miglior giocatore dell’ultimo Mondiale e reduce dal successo in Coppa America), ha collezionato un gol e un assist, giocando in un ruolo totalmente inedito (e inadatto alle sue caratteristiche), così come Milito, declassato da Principe dei sogni delle notti di Champions a infido mercenario, che si è scoperto tappabuchi di fascia, e ha segnato la rete del pareggio.

Tra incitamenti random della curva, lamentele dei distinti, fischi e applausi, il top della serata si è avuto con il boato nel momento della sostituzione di Esteban Cambiasso, uno dei cardini dell’Inter vincente di questi anni, dentro e fuori dal campo. Sì, perché il Cuchu, secondo la vulgata semplicistica e per questo accreditatissima, sarebbe uno dei “senatori” - cancro che sta affossando la squadra con non meglio definiti poteri di veto su campagna acquisti e schieramento in campo. Ma siccome all’Inter non si fanno mancare nulla, non sono sufficienti le critiche al presidente Moratti, che avrà anche avuto fortuna nella vita, ma è stato lui l’inventore di Roberto Mancini come tecnico di alto livello ed è stato sempre lui a volere a Milano José Mourinho, uno dei miglior allenatori della storia del calcio (cfr. anche la stagione in corso).

All’Inter esagerano per statuto: le colpe principali sarebbero del direttore sportivo: tutto vero. La prima squadra al mondo che critica il DS. Cioè Marco Branca l’uomo che ha portato all’Inter per due soldi (in alcuni casi manco per quelli) Julio Cesar, Maicon, Lucio, Cambiasso, Sneijder e compagnia, senza parlare di Ibrahimovic ed Eto’o, è ricoperto di contumelie da stampa e tifosi, perché quest’anno ha sbagliato mercato, prendendo Alvarez e Jonathan. Sbagliare, perché lavorando si sbaglia (e vince chi sbaglia meno), è vietato. Lo sa bene anche Villas Boas, finito nel tritacarne Chelsea dopo aver vinto tutto, nella scorsa stagione, col Porto: la mai silenziosa maggioranza rimane ferma lì: o vinci, sempre, o rubi i soldi che ti danno.

Se il feeling con le anime forti dello spogliatoio del Chelsea era doloso lo sapremo subito, vedendo la reazione che i giocatori avranno col nuovo tecnico Di Matteo. Noi che non crediamo alla teoria del “vincente nato”, sappiamo che Villas Boas potrà imparare anche da questa esperienza per dimostrare in futuro di essere un ottimo professionista. Dove? Mourinho abbandonò il Chelsea (Abramovich ancora rimpiange quel distacco) per vincere tutto nell’Inter, Villas Boas parla già italiano e non crediamo sia un pirla: ad Appiano Gentile potrà ribadirlo, citando il suo connazionale e cercando di far pentire l’oligarca russo.

Fonte: Max

28 febbraio 2012

Sulley Muntari, eroe nel giorno sbagliato




Galliani e Agnelli più Marotta. Conte e Allegri. E Buffon, Chiellini, Ambrosini, Mexes... La moviola in campo, le polemiche nei bar, gli insulti in televisione. Le mille pagine dei giornali. Tutto più o meno normale, da noi. Un attimo. Però ci si è dimenticati dell'eroe di quel secondo e sei centesimi, il tempo in cui la palla è rimasta nella porta di Buffon: Sulley Muntari, l'uomo che aveva probabilmente selezionato l'indirizzo dello Scudetto 2011/12.

Il suo gol-non gol è stato l'inizio di tutti i mali. Eppure, la sceneggiatura sembrava essere stata scritta da uno di quegli stregoni che il CT del Ghana ha accusato giorni fa per avergli rovinato le prestazioni dei suoi giocatori nella recente coppa d'Africa. Muntari era in campo nella notte che aveva riportato dopo un'era geologica la Champions all'Inter, giocò gli ultimi dieci minuti di quella straordinaria favola nerazzurra. Era giunto ad Appiano come succedaneo di Frank Lampard, difeso da José Mourinho aveva fornito un discreto contributo ai successi nerazzurri e in molti ricordano il suo gol proprio contro la Juve.

L'improvviso ritorno all'inferno dell'Inter, lo aveva messo nel mirino dei tifosi: Muntari aveva preso, nella sostanza, il posto dei Gresko, dei Fresi e dei Morfeo: era l'uomo su cui San Siro vomitava il proprio inarrivabile disprezzo, il giocatore simbolo di una stagione troppo distante da quel Triplete, sognato da una vita e consumato in un paio di giorni, per poi rituffarsi nei calciomercati di sempre. Muntari entrava in punta di piedi a San Siro, ed era un concerto di pernacchie: impossibile continuare.

Gli stregoni di cui sopra, assaporavano una vendetta gustosa e lo trascinavano dall'altra parte del Naviglio, azzoppando uno ad uno i possibili concorrenti di Muntari nel centrocampo di mediani rossoneri. Così Sulley, dopo una Coppa d'Africa non esattamente convincente, si permette la titolarità dopo un paio di allenamenti a Milanello. A Cesena fa il suo esordio, e timbra la vittoria con una rete: nella partita più importante dell'anno, il posto è suo.

Segna il gol del possibile 2-0, poi gli stregoni, dispettosissimi, si rivoltano: la terna arbitrale non si accorge che Buffon raccoglie il pallone dietro la linea di porta, e qualche tempo dopo ecco il nostro con la faccia immersa completamente nel terriccio instabile del prato di San Siro. Muntari è in ginocchio: lo juventino Matri ha appena segnato la rete dell'1-1. Tutto troppo in fretta, forse. La vendetta è piatto da servire dopo necessario passaggio in frigorifero: a maggio, probabilmente, gli spiriti si ricorderanno di lui.

CARLO PIZZIGONI


Fonte: Max

20 febbraio 2012

Muriel e Cuadrado, a Lecce nascono stelle





Serse Cosmi, a fine match arriva trafelato e un po’ zoppicante davanti alle telecamere, rivendicando una sorta di primogenitura e annunciando la nascita di due nuove stelle del firmamento calcistico. Si tratta dei due ragazzi colombiani che hanno deciso, con gol e giocate decisamente di un livello superiore, la sfida salvezza tra Lecce e Siena: Luis Muriel e Juan Cuadrado.

L’attaccante ha segnato il primo gol e ha prodotto una giocata alla Ronaldo procurandosi il rigore della sicurezza, Cuadrado ha messo in mostra un coast-to-coast concluso con un elegante pallonetto finito in fondo alla rete. I due ragazzi vivono questa stagione salentina in attesa di ritornare all’Udinese, il club che ha la proprietà del loro cartellino. Entrambi sono stati pescati in Colombia dagli osservatori di Pozzo, ed entrambi sono cresciuti attraverso il percorso costruito ad hoc dagli ottimi uomini dell’Udinese.

Cuadrado è arrivato in Italia nel 2009 e ha giocato solo spezzoni a Udine: giocatore di tanta corsa, a Udine hanno ritenuto giusto fargli fare esperienza in un club dove potesse giocare tanti minuti, così da accumulare fiducia e confidenza nelle sue enormi qualità fisiche e, ma qui stiamo ancora lavorando, riconoscere le diverse situazioni di gioco, mantenendo sempre la concentrazione giusta per tutto il match.

Muriel è un ragazzo che il sito di Max ha presentato in anteprima al pubblico italiano, diversi mesi fa. Lo avevamo scelto perché aveva già fatto intravedere giocate interessanti: pescato in Colombia, l’Udinese lo aveva portato in Europa ma lo aveva fatto cresce nel Granada, l’altra squadra di proprietà dei Pozzo, giunto nella massima divisione proprio quest’anno. L’idea comune è quella di farli maturare poco alla volta e, almeno nel caso di Muriel, beniamino di questo sito, è possibile che ci potremmo trovare di fronte ad un altro Alexis Sanchez. A Udine sono abituati a gestirli, i talenti. Così come il Niño Maravilla, oggi titolarissimo del Barcellona al fianco di Messi, era stato scovato giovanissimo in Cile e gli si era costruita una carriera che prevedeva una serie di step graduali, la possibilità di crescere con calma, fino a esplodere, così sarà per Muriel e Cuadrado. Che oggi vivono tranquilli a Lecce, si ritrovano a mangiare le arepas in casa del maggiore dei due (Cuadrado ha 23 anni, Muriel solo 20) e costruiscono, con calma, il loro futuro di stelle.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Max

08 febbraio 2012

Palacio vista mare

Fonte: Max






Adesso anche il gol di tacco al volo. I gesti tecnici di Rodrigo Palacio sono ultimamente fuori registro (straordinaria la sua rete contro il Napoli, pure). Corre il rischio che qualcuno si accorga del suo incredibile talento, offuscato solo dal basso profilo di cui si può fare vanto. Concedeteglielo, però: la rete contro la Lazio era probabilmente per celebrare il suo trentesimo compleanno, e per ricordare ai tanti smemorati di questo pseudo paese calcistico, quello che in realtà non ama per nulla il gioco del calcio in quanto tale, che forse è il caso di ricordarsi di lui. Di Rodrigo.

Palacio fatidicamente, regala il tacco d'antologia nella giornata in cui la squadra che lo ha più corteggiato in estate (e ci ha “provato” pure nel mercato invernale) stava crollando a Roma. Nell'ultimo mercato, infatti, Gian Piero Gasperini, giunto a sorpresa sulla panchina dell'Inter, aveva chiesto alla sua dirigenza proprio l'attaccante di Bahia Blanca, lo stesso paese di nascita di un altro fenomeno, però del parquet, Manu Ginobili. La piazza nerazzurra, prima ancora di parte della società, era insorta qualificando la richiesta del mister come la prova della provincialità del suo tecnico: “ma questo ha capito che siamo l'Inter e vogliamo i fuoriclasse?”.

Dodici gol in 16 partite in una squadra non esattamente di prima fascia e alle prese con molti problemi di identità, è stata la risposta sul campo del genoano. Arrivare all'Inter, con l'allenatore che in Europa lo ha meglio sfruttato, utilizzandolo da attaccante esterno in un sistema di gioco molto adatto alle sue qualità, avrebbe coronato una rincorsa iniziata tanti anni fa nella provincia argentina. Provincia, dove il pregiudizio di troppi addetti ai lavori lo aveva confinato salvo poi scoprire che le giocate che regalava ai tifosi del Banfield, poteva realizzarle anche nel Boca Juniors. Vince campionati e alza pure una Copa Libertadores coi Bosteros, dove forma il Pa-Pa insieme al massimo cannoniere, e idolo incontrastato, della storia Azul y Oro, Martin Palermo.

L'occasione di venire in Europa è continuamente rimandata, finché una flessione di rendimento in Argentina fa pensare al colpaccio a Preziosi, che lo porta a Genova nel calciomercato del 2009. Arriva come uno dei tanti, come sempre nell'ombra, senza che nessuno si periti di sponsorizzarlo: nessun procuratore che prenota le tv per esaltarlo come il migliore degli acquisti possibili, nessuno, o pochi addetti ai lavori, che ne illustrino le enormi qualità. Sola concessione al look, un codino kitsch che accompagna i suoi capelli rasati, fuori moda e fuori tempo: a Palacio, per fortuna, resta la legge del campo, che non mente. Il circo che sta attorno al calcio non lo celebrerà mai, al Genoa e ai genoani va benissimo così.

01 febbraio 2012

Fredy Guarín, volontà e lotta, eredità del sangue



Il Dipartimento di Boyacá è una zona chiave nella storia della Colombia. Lì ci sono stati i più sanguinosi scontri per l'Indipendenza dalla Spagna: prevalsero gli uomini del Libertador, Simon Bolivar. In Colombia c'è sempre profondo rispetto per l'anima boyacense (il cui valore è anche riconosciuto nel testo dell'inno nazionale) e per quell'area del Paese, una zona centrale situata nell'area andina. Nasce proprio lì, a Puerto Boyacá, Fredy Alejandro Guarín Vásquez, Fredy Guarin, il nuovo centrocampista dell'Inter. Nasce e subito inizia la sua lotta personale per diventare un calciatore vero. Primi calci a Cortuluá, poi tour nel centro della Colombia con passaggio al Cooperamos Tolima e inizio della sua reale parabola nel calcio con l'Envigado. Con la squadra dell'area di Medellin, celebre nel far crescere campioncini (qui hanno iniziato anche James Rodriguez, oggi al Porto, e un talento incompreso come Giovanni Moreno), esordisce come professionista. Presenza fissa nelle selezioni giovanili colombiane, diventa celebre per la sua capacità di calciare, e segnare, da distanze siderali: soprattutto in Nazionale gli trovano il suo vero ruolo. Da centravanti arretra in mezzo al campo, e raccoglie l'interesse del Boca Juniors che lo vuole inserire nel suo progetto giovanile. Il “Coco” Basile, all'epoca allenatore dei Bosteros lo nota nel Precampionato e gli concede l'onore dell'esordio in prima squadra: è il primo febbraio 2006, sei anni dopo posterà su Twitter la foto della sua firma per l'Inter: “Un día lo pensé, un día lo soñé, un día lo logre”, pensato, sognato, realizzato: avrebbe coronato con queste parole il suo desiderio nerazzurro. Lottatore, ma giocatore con grandi capacità tecniche e senz'altro di spiccata personalità, Guarin sbarca in Europa, in Francia, al Saint Etienne ma si impone nel Porto di Villas Boas: la cessione di Raul Meireles gli spalanca le porte dell'undici titolare e diventa uno dei protagonisti della straordinaria cavalcata dell'erede di José Mourinho nei Dragoni: vince nella stessa stagione Campionato, coppa e Europa League ( è suo l'assist a Radamel Falcao nella rete che decide la finale). Entra nel mirino di tanti club, ma la Juventus riesce a bloccarlo grazie al lavoro di Fabio Paratici, assistente di Beppe Marotta. Il giocatore è sicuro di arrivare a Torino ma nella scelta dell'unico extracomunitario tesserabile mister Antonio Conte opta per Caceres, chiedendo alla sua dirigenza anche un centrocampista molto più dinamico, anche se meno tecnico di Guarin, come Simone Padoin. A questo punto l'Inter, che ha seguito il giocatore da anni anticipa le altre concorrenti, anche con l'intermediazione di Ivan Ramiro Cordoba, una istituzione in Colombia. Inizia una nuova battaglia per il guerriero boyacense vestito ora di nerazzurro.

CARLO PIZZIGONI


Fonte: Max


Il giovanissimo Guarín

25 gennaio 2012

Coppa d'Africa. Storie. Houphouët, l'Academie e Drogba: ma quando inizia vincere la Costa d'Avorio?




Regala spesso pioggia il cielo di Abidjan, la città più importante della Costa d'Avorio. Per evitare di camminare tra le pozzanghere hanno coperto di ghiaia il viale per arrivare alla località di Sol Beni. E' il percorso che ogni ragazzo ivoriano ha sempre sognato di compiere. In fondo alla via c'è un muro marrone, oltre quella barriera sorge infatti l'Academie, la più incredibile scuola calcio dell'intera Africa.

Nella Nazionale della Costa d'Avorio, che ha debuttato da favorita, ieri, nella Coppa d'Africa battendo 1-0 il Sudan, sette ragazzi dei primi undici della lista ufficiale (senza contare quelli in panchina) hanno percorso quel viale sassoso, anni fa. I due Touré, Kolo e Yaya, Tiené, Gervinho, Lolo, Kalou e il portiere Barry sono stati “creati” nell'Academie, legata al club più tifato del Paese, l'ASEC, per volere del presidente Roger Ouegnin e di un visionario maestro di calcio come Jean Marc Guillou (ex nazionale di Francia).

Hanno tutti cominciato a tirare calci a un pallone, a piedi nudi, quando ancora la Costa d'Avorio cercava pacificamente di trovare il successore di Félix Houphouët-Boigny, non solo l'uomo dell'Indipendenza del Paese ma anche il creatore di una specie di Svizzera sul Golfo di Guinea. Non tutto è eterno, e l'ex “Piccola Parigi” Abidjan è stata teatro fino a pochi mesi fa di feroci scontri, esattamente come tutto il Paese, attraversato da una guerra civile strisciante che ci si augura terminata. Anche per rendere omaggio all'edificio più noto voluto da Papà Houphouët, nella sua Yamoussoukro (capitale della Costa d'Avorio e non a caso suo villaggio natale), la basilica di “Nostra Signora della Pace”, che è la copia carbone della Cupola di San Pietro. “Grandeur” che da un po' di tempo gli ivoriani si possono permettere solo su un campo di calcio, avendo a disposizione una delle Nazionali più celebrate e ammirate (pure il neo-parigino Carlo Ancelotti disse di volere occupare la panchina degli Elefanti).

Alla Costa d'Avorio manca però il sigillo: questa squadra, con i migliori academiciens (e nel secondo match tornerà anche Zokora, aumentando la pattuglia di Sol Beni), e con uno dei migliori giocatori di sempre del calcio africano, Didier Drogba, cresciuto nelle periferie francesi, non ha mai vinto nulla. Questa Coppa d'Africa, orfana di tante big (non si sono qualificate l'Egitto campione uscente, il Camerun di Eto'o, la Nigeria e il Sudafrica) sembra fatta apposta per la definitiva celebrazione degli Elefanti, che riunirebbe un Paese che ha vissuto diviso per troppi anni. La sceneggiatura è già scritta, ci saranno guastafeste anche stavolta?

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Max

16 gennaio 2012

Capitan Zanetti, campione non celebrato dal calcio usaegetta d'oggidì


Fonte: Max



Apertura con Tevez, chiusura di Milito; la settimana di gioia vissuta dagli interisti è ancora una volta all’insegna dell’Argentina. Ma in mezzo a un sempre più promettente golfista come Carlitos (ultima partita ufficiale datata settembre, poi tante mazze e campi verdi sottratti ai ragazzi) e al tanguero dalla faccia triste che nell’ultimo anno sotto porta ha vestito i panni di Calloni (noto centravanti mangiagol del Milan ma di fede interista) c’è una grandezza invariabile.

Monotono come una sua dichiarazione pre e post partita, l’uomo delle partite vissute “come finali”, Javier Zanetti, regala a 38 anni suonati ogni maledetta domenica, sempre la solita, noiosa certificata performance, il cui grado oscilla tra il buono e l’ottimo. Tra le dichiarazioni meno pubblicizzate di José Mourinho, ce n’è una che lo riguarda e lo gratifica, nella stagione da sogno del Triplete nerazzurro: «la mia Inter non farà mai a meno di Javier». Il calciomercato sembra, tristemente, sempre più appassionare i tifosi di calcio rispetto al gioco: e il desiderio di facce nuove, tutti campioni (o presunti, molto presunti, tali), diventa l’unico vero sogno dei supporter, persi nelle chiacchiere di guitti della tv.

La percussione di capitan Zanetti, che nell’ultimo derby taglia a fetta la migliore difesa del campionato e offre la palla a Milito per il gol-vittoria, non emoziona più la maggioranza dei supporter, sintonizzati già sulle ultimissime dell’ultimissimo esperto che racconta, in esclusiva, ovvio, come Tevez o simile alle 12,22 del 16 gennaio sia “più-vicino-a”. Zanetti è ormai senza tempo e vive come tutti noi lo sconforto, consapevole o meno, di una società dal costante presente dove tutto si attraversa solo in superficie: si consuma senza più assaporare nulla.

Il principale artefice dell’ennesima vittoria nerazzurra ritornerà ad essere già da oggi, per tanti tifosi interisti, il ras del “Patto dell’Asado”, il Nerone del presunto club argentino che muove il pollice per segnalare il gradimento sui nuovi giocatori, tutti fenomeni impossibilitati ad entrare ad Appiano a causa sua, e per gli avversari, un mediano che non alza la testa palla al piede. Fino alla prossima partita, la pausa tra una sessione di mercato e un’infornata di gossip, un dimenticato rito pagano per pochi appassionati, che riescono ancora ad amare il gioco ed emozionarsi di fronte a un gesto tecnico come le sgroppate del vecchio Javier Zanetti, l’uomo senza tempo.

10 gennaio 2012

Mattia Destro, unico talento italiano


Fonte: Max




Dal giorno in cui Mario Balotelli ha portato il suo infinito talento (e tutto il resto) a Manchester, esiste nel nostro campionato un solo giovane attaccante italiano dal sicuro avvenire: Mattia Destro. Nel weekend, col suo Siena, ha firmato una doppietta che ha steso la Lazio ed è stato unanimemente giudicato il migliore in campo. Gol e titolo a cui aveva fatto l’abitudine già da adolescente con la maglia dell’Inter. Figlio d’arte, papà Flavio ha giocato anche in serie A, ad Ascoli (dove Mattia è nato) l’attuale attaccante della Robur ha percorso tutta la trafila delle giovanili nerazzurri, cominciando a Interello nella categoria Giovanissimi.

Leitmotiv, si diceva, il feeling con la porta: ha cominciato da seconda punta (da qui la sua abilità a muoversi, anche oggi, lontano dall’area) ma è diventato un centravanti vero con la crescita fisica. Più giovane di un anno rispetto a Balotelli, Mattia ha vestito la sua maglia e ora potrebbe lui pure vivere un futuro lontano dall’Inter.

A dirla tutta, Destro oggi non ha alcun vincolo coi nerazzurri, ceduto prima in comproprietà al Genoa, la squadra di Moratti lo perse quando Preziosi si impuntò sul suo nome come contropartita nell’affare Ranocchia. Nei giorni scorsi il procuratore Vigorelli ha però precisato che esiste un accordo morale tra il presidente e la società nerazzurra che manterrebbe una specie di prelazione, quando il Genoa deciderà di farlo partire.

La situazione è però complicata dal fatto che ora proprio il Siena ha acquisito metà del cartellino del giocatore, e pare lo abbia promesso alla Juventus. Intervistato da Sportitalia prima di Natale, Destro ha riferito che gli piacerebbe tornare all’Inter ma naturalmente non esclude altre destinazioni. Una guerra di retrovia quella che i due club, ormai nemici per sempre dopo le vicende di Calciopoli, stanno conducendo da tempo.

Una guerra che forse meriterebbe una maggiore attenzione di tifosi e media, dato che la posta in palio è il prossimo centravanti della Nazionale. E Destro ha davvero tutto per raggiungere questo traguardo. Come la fortuna di aver incrociato un tecnico come Sannino: troppi elogi e troppa bambagia lo avevano invece circondato prima. Mattia ora deve solo lavorare duro per rimanere al passo con il suo illimitato talento. A Siena, dopo un inizio controverso, ha ritrovato il feeling col mister e con la squadra: i gol sono arrivati e arriveranno, copiosi. E per molti anni. Vedremo con quale colore di maglia.

28 dicembre 2011

Dall'Egitto a Pep, a Simone Farina: il 2011 è l'anno delle Rivoluzioni sportive

Le grandi manifestazioni, fatte di tanta gente, che reclamano un nuovo futuro. Ecco la copertina, non solo di TIME, di questo 2011, l'anno delle Rivoluzioni. Egitto, Tunisia, Libia, rivoluzioni che in pochi si aspettavano, almeno nei termini in cui si sono concretizzate. Il mondo del calcio, lo sport maggiormente praticato e amato anche a quelle latitudini, ha veicolato esso stesso messaggi che hanno contribuito a sviluppare queste rivoluzioni. In Egitto il football è davvero una malattia e gli ultras dei due maggiori club della capitale, l'Al Ahly e lo Zamalek, non mancano di sconfinare le pagine dello sport per accaparrarsi le righe della cronaca. E' successo anche stavolta: i supporter dei due team del Cairo, erano insieme, per una volta dopo una vita a sbeffeggiare l'altrui parte, fianco a fianco in Piazza Tahrir, per reclamare un futuro diverso, per cercare di far crescere da lì, uniti, un Paese nuovo.

In Libia la Nazionale di Calcio non ha atteso nemmeno la caduta di Gheddafi per celebrare un nuovo percorso di vita. Quando ancora si bombardava su buona parte del territorio libico, la Selezione guidata saggiamente dal carioca Marcos Paquetà, ha deciso di schierarsi: prima del match chiave di qualificazione alla Coppa d'Africa contro il Mozambico, la maglia della Libia portava impressa sul cuore la bandiera rosso-verde-nero degli insorti. Da lì a poco sarebbe caduto il Rais, e per la Libia, seppure Paese i cui indici economici e sociali erano certamente tra i più alti dell'Africa, era tempo di cambiare, tempo di potere scegliere, anche solo i propri idoli sportivi. E così, il volto posterizzato di Gheddafi ha lasciato spazio a quello di Samir Aboud, quarantenne portiere che coi suoi balzi ha mantenuta intonsa la propria porta contro lo Zambia, e qualificato miracolosamente la sua squadra alla prossima Coppa d'Africa. Con una maglia e uno spirito diverso.

Uniforme e cuore differente si registrano anche in Tunisia, non tanto nella Nazionale ma in una delle squadre simbolo del regime di Ben Ali, l'Espérance. La squadra giallorossa della capitale per anni è stata gestita da Slim Chiboub, ex anonimo pallavolista diventato potente grazie alle nozze con una delle figlie del Presidente. Con lui l'Espérance ha vinto tutto, specialmente in patria, in un modo o nell'altro. Quest'anno la squadra ha alzato al cielo la sua seconda Champions League dell'Africa, e l'artefice principale del successo è certamente stato l'allenatore Nabil Maaloul, ragazzo cresciuto nel club e poi estromesso, con metodi diventati triste routine a Tunisi, proprio da Slim Chiboub: non c'era, sportivamente parlando, modo migliore per celebrare la Rivoluzione dei Gelsomini.

Se l'apporto del calcio, non solo a livello simbolico, è stato importante in diverse pieghe delle Rivoluzioni nordafricane, questo sport all'interno del terreno di gioco ha vissuto la concretizzazione della sua Rivoluzione. Il Barcellona di Pep Guardiola ha vinto la Champions League, sotterrando in finale una nobile rappresentate del Grande Calcio che fu, il Manchester United, e da pochi giorni si è incoronata Campione del Mondo per Club scherzando contro il Santos. La Rivoluzione non sta tanto nella vittoria di questi prestigiosi titoli in serie, quanto nella modalità del raggiungimento della stessa: il Barça ha inventato un nuovo modo di giocare a calcio. Con Pep Guardiola sono spariti i concetti stessi di ruolo, non esistono più centrocampisti, difensori e attaccanti ma giocatori sostanzialmente universali messi in condizione, in un sistema di gioco corporativo, fluido-e-compatto, di esaltare le proprie sovrannaturali (almeno in 4-5 elementi) caratteristiche individuali.

L'esaltazione di questi fenomeni ha un nuovo, incredibile megafono: Twitter. Gli sportivi, atleti e appassionati, giornalisti e tifosi, hanno in questo 2011 visto crescere in maniera esponenziale il ruolo di questo social network. Comunicati stampa e conferenze appaiono già come qualcosa di stantio, inutilmente riproposto: vecchio. Anche nello sport Twitter è la nuova frontiera, pure in Italia, dove ormai alcuni giocatori hanno una dimestichezza da hacker nell'utilizzarlo. Belpaese che però, anche calcisticamente parlando, non si può concedere troppo svago. L'ennesima indagine sul calcio-scommesse getta un'ombra squalificante su tutto il movimento. In attesa di saperne un po' di più, è però importante riconoscere l'unico raggio di sole della vicenda, quello rappresentato da Simone Farina, il difensore del Gubbio che ha denunciato il tentativo di combine: il CT azzurro Cesare Prandelli lo ha invitato a Coverciano per premiare il suo gesto. La Rivoluzione italiana, deve cominciare, forse non solo in ambito sportivo, da questi gesti, da questa differente mentalità, da questo responsabile e coraggioso modo di comportarsi: agendo così, il 2012 sarà certamente un anno migliore. Per tutti.

24 dicembre 2011

Eduardo Vargas, un Reality che vale davvero



Non ci sono più gli oratori. Nemmeno in Cile. Uno delle maggiori promesse del futbol mondiale, l’attaccante cileno Eduardo Vargas, appena acquistato dal Napoli di De Laurentis, è “costretto” a iniziare la carriera in tv.

Ricordate il reality “Campioni”, quello del Cervia allenato da Ciccio Graziani che faceva la formazione coi suggerimenti del pubblico? Ecco, Vargas, dopo alcuni abboccamenti con le formazioni giovanili del Palestino, si mette in mostra neLa Disciplina del Futbol, il programma di Fox Sports che mette uno contro l’altro, davanti alle telecamere, tanti ragazzi cileni che ci sanno fare con la palla al piede.

Sotto i riflettori ci finisce anche Felipe Seymour, oggi al Genoa. Insomma, dal punto di vista tecnico, nulla a che fare con il programma condotto da Ilaria D’Amico, che ci propinava ragazzi simpatici sì, ma non esattamente futuribili nel grande calcio. E invece Vargas, giocatore dell’anno in Cile, è in lizza per il premio di miglior interprete del Sudamerica a fianco di colossi come Neymar e Ganso.

Quando le luci dello showbiz si spengono, su Vargas entra in gioco il Cobreloa, il club che ha cresciuto anche l’altro campioncino cileno, Alexis Sanchez. Dalle giovanili della squadra passa in prima e conquista subito la maglia da titolare: ci mette poco la Universidad de Chile ad accorgersi di lui. Il Cobreloa mantiene comunque il 35% del cartellino del giocatore, che frutta alla fine circa 4 milioni di dollari, stante la missione del Napoli chiusa a circa 14,5 milioni.

Alla prima partita con la U va subito in rete, seguono altre gemme. Ma esplode quest’anno. Merito anche del visionario tecnico Jorge Sampaoli che dopo essere stato preferito a Diego Simeone per la panchina della Universidad de Chile, si inventa un ipnotico 3313 mutuato dalla di lui stella polare, Marcelo Bielsa, sogno irrealizzato di Massimo Moratti a inizio stagione.

Da attaccante esterno Vargas mostra la sua velocità e, soprattutto, segna con disarmante continuità: è lui la copertina della U che domina la Copa Sudamericana. E’ pronto per l’Europa, e il gioco di Mazzarri è disegnato dal sarto per esaltarne le sue caratteristiche. Hasta pronto Varguitas.

Fonte: Max

13 dicembre 2011

Real Madrid - Barcellona, una boiata pazzesca?




Miliardi di telespettatori adoranti, migliaia di giornalisti accreditati: Real Madrid - Barcellona è l’ennesima partita del secolo. A furia però di fare i conti attorno al campo e di cadere in deliquio ad ogni presentazione in HD, non si rischia di dimenticare di guardare quello che succede in campo? Scusate, possiamo dire una cosa noi? Il Clasico giocatosi sabato sera al Santiago Bernabeu è stata una boiata pazzesca! (cit.) Un festival di errori cominciato dopo nemmeno un minuto.

Busquets dà al portiere una palla senza senso, Victor Valdes sparacchia via male, proprio in direzione di un avversario, poi inizia un batti e ribatti fantozziano in area di rigore con il beato Gerard Piqué (ovviamente il miglior “centrale del mondo”), che si gusta lo spettacolo invece di pensare a mettere in fuorigioco Benzema, che segna senza problemi. Una rete che, l’avessimo vista confezionata dalle maglie di Sudtirol e Acitrezza, avremmo riso di gusto e ci saremmo divertiti a svillaneggiare per settimane i calciatori responsabili di tale gollonzo.

Il suddetto Piqué, ammaliato forse dalle anche che non mentono di Shakira, ha continuato a non risparmiarci lanci lunghi senza motivo, finché Messi in persona ha detto stop ed è sceso fino alla trequarti difensiva per reclamare la palla: poi si è fatto fuori metà difesa madridista, in stile Maradona-Inghilterra-1986, e ha dato la palla in profondità ad Alexis Sanchez (tenuto in gioco dal disastroso Fabio Coentrao, e di lui ci occuperemo poi), che ha pareggiato la partita.

Anche Leo-Palloned’orosullafiducia ci ha messo del suo, prima coprendo di insulti l’arbitro (cosa che ormai capita ad ogni match che il dio del Calcio, sicuramente uno di casa Messi, manda in terra), poi rifilando a Xabi Alonso un calcione a metà campo che poteva costargli un rosso, ma lo sguardo contrito - e la volontà di non rovinare la partita, ovviamente del secolo - ha intenerito l’anonimo Borbalan, che avrebbe dato il la alle ironie di Mourinho a fine match.

Ma anche il nostro José, ci ha messo del suo, nel Clasico degli incubi: Fabio Coentrao terzino destro ne ha combinate di ogni: oltre all’errore sul gol di Sanchez, si fa anticipare sulla corsa, lui che è un keniano, da Cesc Fabregas, che gli frega il tempo e segna il gol che chiude la partita.

Una partita che doveva segnare la rimonta di Cristiano Ronaldo su Messi alla rincorsa per il Pallone d’oro. Invece il portoghese si divora due occasioni da rete che manco Pacione ai tempi d’oro e si impegna a calciare punizioni in modo inverecondo. Il più grande spettacolo del week end finisce col solito finale tiki taka e nella maniera classica. Si sbadiglia, ma per fortuna finisce presto: la prossima volta facciamo il film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco?


Fonte: Max

06 dicembre 2011

Victor Ibarbo si presenta con una gemma



La rete contro il Catania, partendo dal lato corto dell’area, bevendosi prima il difensore Spolli, poi danzando sulla linea di fondo prima di beffare con un colpo sotto il portiere Andujar è la presentazione al campionato italiano di Victor Ibarbo. Nel Cagliari aveva già impressionato nel precampionato e, inserito in spezzoni di partita, aveva destato l’attenzione di tanti tifosi e addetti ai lavori: quasi un metro e novanta, andatura caracollante, ottima tecnica, a Milano di recente aveva ricevuto a fine match gli auguri e i complimenti del connazionale celebre Ivan Ramiro Cordoba, con cui aveva scambiato, contento come un bambino, la maglia. Entrambi si sono imposti in Colombia nel Nacional di Medellin, formazione cha ha segnato un’epoca non solo nel calcio sudamericano sotto la guida di Pacho Maturana: una Libertadores vinta e la sconfitta in finale di Intercontinentale solo ai supplementari e per colpa di una punizione sghemba di Chicco Evani. Ibarbo ha vissuto però un’altra Colombia e un’altra Medellin, il cui celebre cartello aveva fatto di Pablo Escobar l’uomo più temuto e probabilmente ricco del globo. Cresce con la nonna Ibarbo e la statura subito colossale gli impone il ruolo di portiere nelle infinite partite tra le vie della piccola Tumaco. Il papà è lontano, però lo aiuta economicamente appena si presentano le prime squadre disposte ad investire su quel corpaccione. Quando può Victor, mostrando discrete doti anche da elettricista, dà una mano al genitore in lavoretti casa per casa, appena la Cable Union di Cali decide di sforbiciare il numero del personale a disposizione e mette una X anche sul cognome Ibarbo. Gli osservatori italiani (quorum ego) si accorgono di lui nel Sudamericano Under 20 del 2009: gioca in mezzo al campo con la Colombia e ricorda, con quel suo modo di accorciare il passo prima del calcio e per la sua altezza, il giovane Patrick Vieira. L’Udinese anticipa come al solito tutti, ma alla fine la sua offerta si incaglia sulle formule di pagamento e il ragazzo rimane al Nacional di Medellin, la squadra da dove partì la favolosa parabola di Tino Asprilla. E proprio ispirandosi al Tino, Ibarbo sembra essersi inventato quel gol contro il Catania, dopo che nei primi mesi di Italia è diventato prima una mezzapunta, nell’interregno Donadoni, poi un attaccante sotto Ficcadenti e Ballardini. Di certo c’è che ha cominciato a stupire, e Victor Ibarbo sta sprintando (lui che pare avere un personale sotto gli 11 secondi sui 100 metri) per diventare un giocatore dell’élite che conta nella nostra serie A.

Fonte: Max

29 novembre 2011

Adrian Mutu e il talento che risorge


Fonte: Max


Un rigore alla Panenka in totale scioltezza e uno straordinario destro qualche millimetro sotto l’incrocio dei pali sono due segnali di impotenza e di grandezza. Adrian Mutu, che ha mandato in delirio gli appassionati cesenati e godere tutti gli appassionati veri di calcio per le due perle contro il Genoa, ha certificato che il talento non lo si può nascondere. Lo si può violentare, combatterlo, ferirlo ma non ucciderlo
Così in un pomeriggio insignificante sbuca fuori e il verbo del calcio si reincarna in quel meraviglioso destro che ci racconta di chi poteva diventare Adrian Mutu, su un campo da calcio.
Tecnica, fisico compatto, inventiva, nel 2000 Mircea Lucescu lo consiglia all’amico Massimo Moratti e dalla Dinamo Bucarest il ragazzo rumeno giunge all’Inter, e mostra subito grande qualità. Diventa giocatore vero con l’Hellas Verona sotto la guida di Alberto Malesani, il primo a credere alle doti straordinarie del ragazzo. Il passaggio a Parma è il trampolino di lancio per la Premier. Giunge in un club dove il nuovo proprietario, un plurimiliardario russo spuntato dall’oscura stagione degli “oligarchi” post Eltsin si è messo in testa l’idea meravigliosa di portare alla vittoria una squadra senza storia. Nel Chelsea sta per giungere il protagonista del nuovo ciclo che compirà i sogni di Abramovich, José Mourinho. Tuttavia Mutu, anche sotto la gestione Ranieri, comincia a sentirsi onnipotente anche fuori dai campi di calcio. Il portoghese capisce subito che il ragazzo ha qualche problema di gestione, ne parla col procuratore di Mutu, che in un primo tempo prova a proteggere il ragazzo. Il giocatore intensifica il suo flirt con la polvere bianca che trova sempre alle feste dove ormai è un habitué: al Chelsea si sentono presi in giro, Mourinho è deluso e Abramovich non perdona: Mutu è fuori per sette mesi e riceve una super multa ( che ancora deve pagare).
La seconda vita italiana nasce a Torino e, con la rivoluzione di Calciopoli, prosegue a Firenze, dove ancora mostra la sua onnipotenza tecnica (si interessano a lui anche Barcellona e Real Madrid), ma non si lascia alle spalle quell’insana capacità di mettersi nei guai fuori dal campo. Risse, polemiche, delusioni, che inevitabilmente stoppano la sua carriera ad alti livelli. Il presidente Igor Campedelli crede fermamente in lui e gli offre le chiavi del Cesena di quest’anno, tra risate e condanne: per ora ila scommessa sta pagando.
Non sarà mai, Mutu non sarà più quello che avrebbe potuto essere, ma la perla contro il Genoa ci racconta di un talento che si può sì martoriare ma mai uccidere. E quel talento forse salverà in classifica il Cesena e fuori dal campo un uomo.

28 novembre 2011

Il City, lo Sceicco e il Sistema (che si deve costruire e non si può comprare)

Fonte: Max on line

Lo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyn, proprietario del Manchester City, non era presente al San Paolo, nella notte in cui il Napoli ha praticamente escluso la sua squadra dalla Champions League. Avrà visto il match in una delle sue stamberghe che possiede qua e là per il mondo. Uno dei suoi tanti consiglieri gli si sarà accostato all'orecchio per evidenziargli che la scorsa estate era stata montata una trattativa serrata, e conclusa con l'autografo dello sceicco stesso sotto un assegno di 35 milioni di sterline, per un omino argentino che nella partita più importante dell'anno ha giocato meno di dieci minuti.

Ma oltre ad Agüero, ci sarebbe anche il caso di Nasri, che ha trotterellato per il campo giusto una decina di minuti in più, per non parlare dell'ora e mezza di sbadigli di Clichy in panchina. Il ragioniere di casa Mansour, avrà anche aggiunto che un altro omino argentino, la notte del San Paolo non se l'è proprio filata, ed è rimasto a casa a vedere i cartoni animati controllando con la coda dell'occhio il bonifico che riceve settimanalmente dal City e che ammonta a circa 250.000 euro (sic). Ora, Mansour è un tipo tranquillo e riflessivo, uno che studia. E certo avrà notato che i tre tenori napoletani, saranno sì fenomenali, e potrebbero pure rientrare nella prossima lista della spesa che il suo tecnico gli sottoporrà in gennaio; tuttavia, i tre, giocano in un sistema che funziona e che parte da una fase difensiva che comprende un portiere che aveva deciso di chiudere la carriera in Turchia, un “fratellodi”, sempre considerato ( a torto) un raccomandato, uno che ha speso buona parte della sua carriera nel non inarrivabile Piacenza e Salvatore Aronica.

Aronica, quello che in ogni finestra di mercato deve essere sostituito dai Victor Ruiz o dai Fernandez di turno e poi, puntualmente, gioca. Perché Walter Mazzarri, creatore di questo Napoli non è così à la page da subire il nome esotico, e continua ad affidarsi a questo ragazzo, un po' ingobbito nella corsa, che è quello che meglio sa interpretare la sua difesa, già dai tempi di Reggio Calabria, dove lo ha incontrato nel lontano 2006.

Scuola Juve, esordio a Crotone, il palermitano Aronica nonostante il nome con poco appeal, l'età (ultratrentenne) e lo stile, non è per niente un comprimario nel Napoli che sta riuscendo nella storica qualificazione agli ottavi di Champions, così come è stato una vite fondamentale nell'ingranaggio perfetta che Mazzarri ha costruito nella splendida stagione dell'anno scorso in campionato. Non vincono sempre e solo i grandi giocatori, vince un sistema di calcio, ma come l'Amalgama di Massimino, caro Mansour, non si può comprare.

22 novembre 2011

Philipe Coutinho, il sorriso dell'Inter





Fonte: Max

Il sorriso di Philippe Coutinho è davvero un raggio di sole nella bruma che accompagna questa stagione dell'Inter. Succede nella vita di ognuno che il caso, il destino ci proponga una situazione favorevole: al giovane carioca, destinato all'ennesima panchina da Mister Ranieri, è successo nell'ultima domenica a San Siro, essa pure grigia, contro il renitente Cagliari. Lo speaker ha già annunciato “con il numero 10 Wesleyyyyy”, attendendo la risposta che lo stadio riconosce subito in “Sneijder”, la distinta distribuita in tribuna stampa porta in campo l'olandese. E invece dal tunnel esce Coutinho: “Zanetti mi ha avvisato dell'infortunio di Wes, poi Ranieri mi ha detto di cambiarmi.”

Il tecnico non ha nemmeno il tempo per modificare la formazione, il diciannovenne carioca gioca nella posizione preferita di trequartista, e può giocare dinamico, con la velocità di gambe e soprattutto di testa che lo hanno sempre reso un unicum anche nelle selezioni giovanili brasiliane. Philippe, nel deserto tecnico offensivo dell'Inter di questi giorni, dove le combinazioni sono al massimo tra due giocatori e partono spesso da iniziative individuali, evidenzia subito le intuizioni per cui è stimato anche in Patria. La forza di quel sorriso che lo accompagna sempre fuori dal campo rientra nella serenità che all'interno del prato verde non gli fa perdere serenità per una giocata non riuscita: Philippe non si spaventa, sa giocare a un tocco e in profondità, conosce le regole del'uno-due, forse non ancora la fiducia di tutti i suoi compagni, specie di Pazzini, che però sta già iniziando a riconoscerne le doti. L'Inter ha difficoltà ad allargare le maglie della difesa del Cagliari, fatica a trovare la profondità d'azione sui lati e non riesce a sfondare. Nel secondo tempo Coutinho è relegato a sinistra, la posizione che può giocare offensivamente solo se supportato da una squadra che ha velocità d'azione; da fermo il brasiliano è veloce nei primi passi ma non potente e iniziando sempre l'uno contro uno da fermo ha difficoltà a vincerlo con continuità.

Tuttavia, quando l'Inter riparte in contropiede, Coutinho sa giocare negli spazi e sa concludere: quel tiro rasoterra sul palo vicino che dà il 2-0 all'Inter è solo per finissimi intenditori. Poi l'esultanza “lenta”, come un gol sulla spiaggia di Botafogo, davanti alla casa dove è nato e cresciuto. E quel sorriso contagioso, che non fa prigionieri, esattamente come il suo destro. E' finalmente sbocciata una stella?