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08 febbraio 2012

Palacio vista mare

Fonte: Max






Adesso anche il gol di tacco al volo. I gesti tecnici di Rodrigo Palacio sono ultimamente fuori registro (straordinaria la sua rete contro il Napoli, pure). Corre il rischio che qualcuno si accorga del suo incredibile talento, offuscato solo dal basso profilo di cui si può fare vanto. Concedeteglielo, però: la rete contro la Lazio era probabilmente per celebrare il suo trentesimo compleanno, e per ricordare ai tanti smemorati di questo pseudo paese calcistico, quello che in realtà non ama per nulla il gioco del calcio in quanto tale, che forse è il caso di ricordarsi di lui. Di Rodrigo.

Palacio fatidicamente, regala il tacco d'antologia nella giornata in cui la squadra che lo ha più corteggiato in estate (e ci ha “provato” pure nel mercato invernale) stava crollando a Roma. Nell'ultimo mercato, infatti, Gian Piero Gasperini, giunto a sorpresa sulla panchina dell'Inter, aveva chiesto alla sua dirigenza proprio l'attaccante di Bahia Blanca, lo stesso paese di nascita di un altro fenomeno, però del parquet, Manu Ginobili. La piazza nerazzurra, prima ancora di parte della società, era insorta qualificando la richiesta del mister come la prova della provincialità del suo tecnico: “ma questo ha capito che siamo l'Inter e vogliamo i fuoriclasse?”.

Dodici gol in 16 partite in una squadra non esattamente di prima fascia e alle prese con molti problemi di identità, è stata la risposta sul campo del genoano. Arrivare all'Inter, con l'allenatore che in Europa lo ha meglio sfruttato, utilizzandolo da attaccante esterno in un sistema di gioco molto adatto alle sue qualità, avrebbe coronato una rincorsa iniziata tanti anni fa nella provincia argentina. Provincia, dove il pregiudizio di troppi addetti ai lavori lo aveva confinato salvo poi scoprire che le giocate che regalava ai tifosi del Banfield, poteva realizzarle anche nel Boca Juniors. Vince campionati e alza pure una Copa Libertadores coi Bosteros, dove forma il Pa-Pa insieme al massimo cannoniere, e idolo incontrastato, della storia Azul y Oro, Martin Palermo.

L'occasione di venire in Europa è continuamente rimandata, finché una flessione di rendimento in Argentina fa pensare al colpaccio a Preziosi, che lo porta a Genova nel calciomercato del 2009. Arriva come uno dei tanti, come sempre nell'ombra, senza che nessuno si periti di sponsorizzarlo: nessun procuratore che prenota le tv per esaltarlo come il migliore degli acquisti possibili, nessuno, o pochi addetti ai lavori, che ne illustrino le enormi qualità. Sola concessione al look, un codino kitsch che accompagna i suoi capelli rasati, fuori moda e fuori tempo: a Palacio, per fortuna, resta la legge del campo, che non mente. Il circo che sta attorno al calcio non lo celebrerà mai, al Genoa e ai genoani va benissimo così.

01 febbraio 2012

Fredy Guarín, volontà e lotta, eredità del sangue



Il Dipartimento di Boyacá è una zona chiave nella storia della Colombia. Lì ci sono stati i più sanguinosi scontri per l'Indipendenza dalla Spagna: prevalsero gli uomini del Libertador, Simon Bolivar. In Colombia c'è sempre profondo rispetto per l'anima boyacense (il cui valore è anche riconosciuto nel testo dell'inno nazionale) e per quell'area del Paese, una zona centrale situata nell'area andina. Nasce proprio lì, a Puerto Boyacá, Fredy Alejandro Guarín Vásquez, Fredy Guarin, il nuovo centrocampista dell'Inter. Nasce e subito inizia la sua lotta personale per diventare un calciatore vero. Primi calci a Cortuluá, poi tour nel centro della Colombia con passaggio al Cooperamos Tolima e inizio della sua reale parabola nel calcio con l'Envigado. Con la squadra dell'area di Medellin, celebre nel far crescere campioncini (qui hanno iniziato anche James Rodriguez, oggi al Porto, e un talento incompreso come Giovanni Moreno), esordisce come professionista. Presenza fissa nelle selezioni giovanili colombiane, diventa celebre per la sua capacità di calciare, e segnare, da distanze siderali: soprattutto in Nazionale gli trovano il suo vero ruolo. Da centravanti arretra in mezzo al campo, e raccoglie l'interesse del Boca Juniors che lo vuole inserire nel suo progetto giovanile. Il “Coco” Basile, all'epoca allenatore dei Bosteros lo nota nel Precampionato e gli concede l'onore dell'esordio in prima squadra: è il primo febbraio 2006, sei anni dopo posterà su Twitter la foto della sua firma per l'Inter: “Un día lo pensé, un día lo soñé, un día lo logre”, pensato, sognato, realizzato: avrebbe coronato con queste parole il suo desiderio nerazzurro. Lottatore, ma giocatore con grandi capacità tecniche e senz'altro di spiccata personalità, Guarin sbarca in Europa, in Francia, al Saint Etienne ma si impone nel Porto di Villas Boas: la cessione di Raul Meireles gli spalanca le porte dell'undici titolare e diventa uno dei protagonisti della straordinaria cavalcata dell'erede di José Mourinho nei Dragoni: vince nella stessa stagione Campionato, coppa e Europa League ( è suo l'assist a Radamel Falcao nella rete che decide la finale). Entra nel mirino di tanti club, ma la Juventus riesce a bloccarlo grazie al lavoro di Fabio Paratici, assistente di Beppe Marotta. Il giocatore è sicuro di arrivare a Torino ma nella scelta dell'unico extracomunitario tesserabile mister Antonio Conte opta per Caceres, chiedendo alla sua dirigenza anche un centrocampista molto più dinamico, anche se meno tecnico di Guarin, come Simone Padoin. A questo punto l'Inter, che ha seguito il giocatore da anni anticipa le altre concorrenti, anche con l'intermediazione di Ivan Ramiro Cordoba, una istituzione in Colombia. Inizia una nuova battaglia per il guerriero boyacense vestito ora di nerazzurro.

CARLO PIZZIGONI


Fonte: Max


Il giovanissimo Guarín

16 gennaio 2012

Capitan Zanetti, campione non celebrato dal calcio usaegetta d'oggidì


Fonte: Max



Apertura con Tevez, chiusura di Milito; la settimana di gioia vissuta dagli interisti è ancora una volta all’insegna dell’Argentina. Ma in mezzo a un sempre più promettente golfista come Carlitos (ultima partita ufficiale datata settembre, poi tante mazze e campi verdi sottratti ai ragazzi) e al tanguero dalla faccia triste che nell’ultimo anno sotto porta ha vestito i panni di Calloni (noto centravanti mangiagol del Milan ma di fede interista) c’è una grandezza invariabile.

Monotono come una sua dichiarazione pre e post partita, l’uomo delle partite vissute “come finali”, Javier Zanetti, regala a 38 anni suonati ogni maledetta domenica, sempre la solita, noiosa certificata performance, il cui grado oscilla tra il buono e l’ottimo. Tra le dichiarazioni meno pubblicizzate di José Mourinho, ce n’è una che lo riguarda e lo gratifica, nella stagione da sogno del Triplete nerazzurro: «la mia Inter non farà mai a meno di Javier». Il calciomercato sembra, tristemente, sempre più appassionare i tifosi di calcio rispetto al gioco: e il desiderio di facce nuove, tutti campioni (o presunti, molto presunti, tali), diventa l’unico vero sogno dei supporter, persi nelle chiacchiere di guitti della tv.

La percussione di capitan Zanetti, che nell’ultimo derby taglia a fetta la migliore difesa del campionato e offre la palla a Milito per il gol-vittoria, non emoziona più la maggioranza dei supporter, sintonizzati già sulle ultimissime dell’ultimissimo esperto che racconta, in esclusiva, ovvio, come Tevez o simile alle 12,22 del 16 gennaio sia “più-vicino-a”. Zanetti è ormai senza tempo e vive come tutti noi lo sconforto, consapevole o meno, di una società dal costante presente dove tutto si attraversa solo in superficie: si consuma senza più assaporare nulla.

Il principale artefice dell’ennesima vittoria nerazzurra ritornerà ad essere già da oggi, per tanti tifosi interisti, il ras del “Patto dell’Asado”, il Nerone del presunto club argentino che muove il pollice per segnalare il gradimento sui nuovi giocatori, tutti fenomeni impossibilitati ad entrare ad Appiano a causa sua, e per gli avversari, un mediano che non alza la testa palla al piede. Fino alla prossima partita, la pausa tra una sessione di mercato e un’infornata di gossip, un dimenticato rito pagano per pochi appassionati, che riescono ancora ad amare il gioco ed emozionarsi di fronte a un gesto tecnico come le sgroppate del vecchio Javier Zanetti, l’uomo senza tempo.

11 gennaio 2012

Messi Tri-Pallone d'oro e quelli che malpensano





Pensare e scrivere un articolo “contro” Lionel Messi, nel giorno in cui riceve il terzo Pallone d’Oro consecutivo, è affare per masochisti. Il piccolo-grande Leo è un super in campo e, fuori, una calamita di aggettivi non superlativi: umile, misurato, sobrio. Però, come sosteneva quel genio tedesco, dato che è ormai difficile trovare posto dalla parte dei fan, ci sediamo nei palchetti deserti del torto e, tra realtà e finzione, ricostruiamo i fumetti di quelli che malpensano di Leo. Il primo è certamente quello che lo ha accompagnato in tutte le premiazioni, lo ha osservato sempre dai gradini più basso dell’ipotetico podio:
Xavi. “ Bravo Leo, ma io che gioco 15 metri più indietro, faccio girare questa squadra che appartiene già alla leggenda perché devo accontentarmi di un paio di sottolineature, prima dell’immancabile “però uno come Messi...” ? Caro Leo, poi, se le Coppe blaugrana le abbiamo alzato insieme, tu ci mettevi i gol, io gli assist e la regia, come la mettiamo coi Mondiali? Io e Andres lo abbiamo dominato e non mi pare di averti visto in campo con la maglia rosso fuoco, anzi, se ricordo bene avevi abbandonato da un po’ il Sudafrica, mentre noi ci passavamo quell’oggettino d’oro massiccio. In più, ci lasci sempre il lavoro sporco: per farti rendere al massimo abbiamo dovuto spedire a Milano quel tipo svedese che ti toglieva spazio. Però mentre tu ti chiudevi nello stanzino con Pep per criticarlo, noi lo abbiamo affrontato occhi negli occhi. E ora ti godi la solitudine del nostro attacco.”

Un altro che avrebbe due o tre cose da dire a Messi, gioca ora dall’altra parte del Mondo, in Nuova Zelanda, all’Auckland City FC, ma ha ricevuto da Leo diversi assist quando entrambi frequentavano il Mini Estadi, focolare del Barça B, fucina dei talenti blaugrana. Si chiama Manel Exposito. “ Complimenti Leo, però anch’io nel mio piccolo, ho vinto la Champions. D’accordo, è quella dell’Oceania, e mentre palleggiavamo all’ombra del Camp Nou, mi immaginavo qualcosa di diverso. Però qui sono un idolo, anche se fuori dal campo di allenamento faccio fatica a trovare una palla sferica: qui la allungano e se la passano con le mani, pare siano anche bravini nell’esercizio. Sarò franco: una parolina, tu che sei buono e giusto, alla persona giusta, per farmi abbandonare queste lande e acchiappare un’opportunità europea, potresti anche spenderla. Eri il più piccolo tra noi, eppure con la maglia blaugrana addosso, i tuoi assist sono diventati gol grazie al fiuto del sottoscritto...

Spegniamo l’invidia dei colleghi, eccellenti o meno, e indoviniamo le pretese di tanti tifosi al di là dell’Atlantico. Prima l’hincha del Newell’s, la squadra del cuore di Messi.
“ Sei di Rosario e, bontà tua, hai sempre preferito noi lebbrosi (nomignolo dei supporter rossoneri) alle canaglie del Central. Hai cominciato con la nostra maglia, nelle giovanili, e forse potevi rimanere qualche anno in più con noi. Lo so, dicono tutti che sei andato in Spagna per curarti. Però il tuo medico, che è un nostro tifoso, ci disse che a quel tipo di disfunzione poteva provvedere anche da qui. E poi non capiamo perché tu debba scegliere l’Inter quando giochi con la playstation! Puoi rimediare però: Perché non ci metti per iscritto che terminerai la carriera qui? Dopo il Loco Bielsa, a cui abbiamo dedicato lo stadio, e il “Tata” Martino, che ha rifiutato la Colombia per tornare da noi, quest’anno, se vinci qualcosa col Newell’s potrai diventare finalmente un idolo, almeno qui, lontano dai porteños di Buenos Aires...

Il neo-tri-Pallone d’Oro è l’argentino più amato del Mondo, fuori dall’Argentina. Conta il carattere schivo, non esattamente un’abitudine fra i vialoni di Buenos Aires, ma è la criptonite della maglia della Seleccion che ha fatto disamorare i più. Quando indossa il bianco-celeste Messi smette di essere decisivo e, perso in giocate individuali velleitarie, abbandona i super poteri. Fuori dall’Argentina è consacrato non solo erede di Maradona, ma addirittura in corsia di sorpasso su Diego, in Patria non tiene la targa di Carlitos Tevez, il giocatore nettamente più amato dal popolo, ora impegnato in partite di golf e pranzi luculliani con fotografi al seguito. Caro Leo, com’è che l’Altro con un’armata brancaleone al seguito ci ha portato sul tetto del Mondo e tu, che hai al servizio giocatori veri, non riesci nemmeno a renderci competitivi ( dobbiamo ricordarti che abbiamo lasciato l’ultima Copa America, organizzata in casa, alla provincia uruguaya?)?

Un sorriso quasi imbarazzato ha accompagnato a Zurigo Messi nel sollevamento del Pallone d’Oro, specialità in cui eccelle. Noi, quelli che malpensano, lo abbiamo scambiato per un ghigno, nei nostri confronti e in quello di quei pochissimi pazzi che non credono che Lionel Messi sia oggi il più grande giocatore del Mondo. E un domani potremmo probabilmente anche abolire il carattere transitorio dell’assunto, per renderlo assoluto ed eterno.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Giornale del Popolo - Lugano del 10 gennaio 2012

10 gennaio 2012

Mattia Destro, unico talento italiano


Fonte: Max




Dal giorno in cui Mario Balotelli ha portato il suo infinito talento (e tutto il resto) a Manchester, esiste nel nostro campionato un solo giovane attaccante italiano dal sicuro avvenire: Mattia Destro. Nel weekend, col suo Siena, ha firmato una doppietta che ha steso la Lazio ed è stato unanimemente giudicato il migliore in campo. Gol e titolo a cui aveva fatto l’abitudine già da adolescente con la maglia dell’Inter. Figlio d’arte, papà Flavio ha giocato anche in serie A, ad Ascoli (dove Mattia è nato) l’attuale attaccante della Robur ha percorso tutta la trafila delle giovanili nerazzurri, cominciando a Interello nella categoria Giovanissimi.

Leitmotiv, si diceva, il feeling con la porta: ha cominciato da seconda punta (da qui la sua abilità a muoversi, anche oggi, lontano dall’area) ma è diventato un centravanti vero con la crescita fisica. Più giovane di un anno rispetto a Balotelli, Mattia ha vestito la sua maglia e ora potrebbe lui pure vivere un futuro lontano dall’Inter.

A dirla tutta, Destro oggi non ha alcun vincolo coi nerazzurri, ceduto prima in comproprietà al Genoa, la squadra di Moratti lo perse quando Preziosi si impuntò sul suo nome come contropartita nell’affare Ranocchia. Nei giorni scorsi il procuratore Vigorelli ha però precisato che esiste un accordo morale tra il presidente e la società nerazzurra che manterrebbe una specie di prelazione, quando il Genoa deciderà di farlo partire.

La situazione è però complicata dal fatto che ora proprio il Siena ha acquisito metà del cartellino del giocatore, e pare lo abbia promesso alla Juventus. Intervistato da Sportitalia prima di Natale, Destro ha riferito che gli piacerebbe tornare all’Inter ma naturalmente non esclude altre destinazioni. Una guerra di retrovia quella che i due club, ormai nemici per sempre dopo le vicende di Calciopoli, stanno conducendo da tempo.

Una guerra che forse meriterebbe una maggiore attenzione di tifosi e media, dato che la posta in palio è il prossimo centravanti della Nazionale. E Destro ha davvero tutto per raggiungere questo traguardo. Come la fortuna di aver incrociato un tecnico come Sannino: troppi elogi e troppa bambagia lo avevano invece circondato prima. Mattia ora deve solo lavorare duro per rimanere al passo con il suo illimitato talento. A Siena, dopo un inizio controverso, ha ritrovato il feeling col mister e con la squadra: i gol sono arrivati e arriveranno, copiosi. E per molti anni. Vedremo con quale colore di maglia.

24 dicembre 2011

Eduardo Vargas, un Reality che vale davvero



Non ci sono più gli oratori. Nemmeno in Cile. Uno delle maggiori promesse del futbol mondiale, l’attaccante cileno Eduardo Vargas, appena acquistato dal Napoli di De Laurentis, è “costretto” a iniziare la carriera in tv.

Ricordate il reality “Campioni”, quello del Cervia allenato da Ciccio Graziani che faceva la formazione coi suggerimenti del pubblico? Ecco, Vargas, dopo alcuni abboccamenti con le formazioni giovanili del Palestino, si mette in mostra neLa Disciplina del Futbol, il programma di Fox Sports che mette uno contro l’altro, davanti alle telecamere, tanti ragazzi cileni che ci sanno fare con la palla al piede.

Sotto i riflettori ci finisce anche Felipe Seymour, oggi al Genoa. Insomma, dal punto di vista tecnico, nulla a che fare con il programma condotto da Ilaria D’Amico, che ci propinava ragazzi simpatici sì, ma non esattamente futuribili nel grande calcio. E invece Vargas, giocatore dell’anno in Cile, è in lizza per il premio di miglior interprete del Sudamerica a fianco di colossi come Neymar e Ganso.

Quando le luci dello showbiz si spengono, su Vargas entra in gioco il Cobreloa, il club che ha cresciuto anche l’altro campioncino cileno, Alexis Sanchez. Dalle giovanili della squadra passa in prima e conquista subito la maglia da titolare: ci mette poco la Universidad de Chile ad accorgersi di lui. Il Cobreloa mantiene comunque il 35% del cartellino del giocatore, che frutta alla fine circa 4 milioni di dollari, stante la missione del Napoli chiusa a circa 14,5 milioni.

Alla prima partita con la U va subito in rete, seguono altre gemme. Ma esplode quest’anno. Merito anche del visionario tecnico Jorge Sampaoli che dopo essere stato preferito a Diego Simeone per la panchina della Universidad de Chile, si inventa un ipnotico 3313 mutuato dalla di lui stella polare, Marcelo Bielsa, sogno irrealizzato di Massimo Moratti a inizio stagione.

Da attaccante esterno Vargas mostra la sua velocità e, soprattutto, segna con disarmante continuità: è lui la copertina della U che domina la Copa Sudamericana. E’ pronto per l’Europa, e il gioco di Mazzarri è disegnato dal sarto per esaltarne le sue caratteristiche. Hasta pronto Varguitas.

Fonte: Max

06 dicembre 2011

Victor Ibarbo si presenta con una gemma



La rete contro il Catania, partendo dal lato corto dell’area, bevendosi prima il difensore Spolli, poi danzando sulla linea di fondo prima di beffare con un colpo sotto il portiere Andujar è la presentazione al campionato italiano di Victor Ibarbo. Nel Cagliari aveva già impressionato nel precampionato e, inserito in spezzoni di partita, aveva destato l’attenzione di tanti tifosi e addetti ai lavori: quasi un metro e novanta, andatura caracollante, ottima tecnica, a Milano di recente aveva ricevuto a fine match gli auguri e i complimenti del connazionale celebre Ivan Ramiro Cordoba, con cui aveva scambiato, contento come un bambino, la maglia. Entrambi si sono imposti in Colombia nel Nacional di Medellin, formazione cha ha segnato un’epoca non solo nel calcio sudamericano sotto la guida di Pacho Maturana: una Libertadores vinta e la sconfitta in finale di Intercontinentale solo ai supplementari e per colpa di una punizione sghemba di Chicco Evani. Ibarbo ha vissuto però un’altra Colombia e un’altra Medellin, il cui celebre cartello aveva fatto di Pablo Escobar l’uomo più temuto e probabilmente ricco del globo. Cresce con la nonna Ibarbo e la statura subito colossale gli impone il ruolo di portiere nelle infinite partite tra le vie della piccola Tumaco. Il papà è lontano, però lo aiuta economicamente appena si presentano le prime squadre disposte ad investire su quel corpaccione. Quando può Victor, mostrando discrete doti anche da elettricista, dà una mano al genitore in lavoretti casa per casa, appena la Cable Union di Cali decide di sforbiciare il numero del personale a disposizione e mette una X anche sul cognome Ibarbo. Gli osservatori italiani (quorum ego) si accorgono di lui nel Sudamericano Under 20 del 2009: gioca in mezzo al campo con la Colombia e ricorda, con quel suo modo di accorciare il passo prima del calcio e per la sua altezza, il giovane Patrick Vieira. L’Udinese anticipa come al solito tutti, ma alla fine la sua offerta si incaglia sulle formule di pagamento e il ragazzo rimane al Nacional di Medellin, la squadra da dove partì la favolosa parabola di Tino Asprilla. E proprio ispirandosi al Tino, Ibarbo sembra essersi inventato quel gol contro il Catania, dopo che nei primi mesi di Italia è diventato prima una mezzapunta, nell’interregno Donadoni, poi un attaccante sotto Ficcadenti e Ballardini. Di certo c’è che ha cominciato a stupire, e Victor Ibarbo sta sprintando (lui che pare avere un personale sotto gli 11 secondi sui 100 metri) per diventare un giocatore dell’élite che conta nella nostra serie A.

Fonte: Max

22 novembre 2011

Philipe Coutinho, il sorriso dell'Inter





Fonte: Max

Il sorriso di Philippe Coutinho è davvero un raggio di sole nella bruma che accompagna questa stagione dell'Inter. Succede nella vita di ognuno che il caso, il destino ci proponga una situazione favorevole: al giovane carioca, destinato all'ennesima panchina da Mister Ranieri, è successo nell'ultima domenica a San Siro, essa pure grigia, contro il renitente Cagliari. Lo speaker ha già annunciato “con il numero 10 Wesleyyyyy”, attendendo la risposta che lo stadio riconosce subito in “Sneijder”, la distinta distribuita in tribuna stampa porta in campo l'olandese. E invece dal tunnel esce Coutinho: “Zanetti mi ha avvisato dell'infortunio di Wes, poi Ranieri mi ha detto di cambiarmi.”

Il tecnico non ha nemmeno il tempo per modificare la formazione, il diciannovenne carioca gioca nella posizione preferita di trequartista, e può giocare dinamico, con la velocità di gambe e soprattutto di testa che lo hanno sempre reso un unicum anche nelle selezioni giovanili brasiliane. Philippe, nel deserto tecnico offensivo dell'Inter di questi giorni, dove le combinazioni sono al massimo tra due giocatori e partono spesso da iniziative individuali, evidenzia subito le intuizioni per cui è stimato anche in Patria. La forza di quel sorriso che lo accompagna sempre fuori dal campo rientra nella serenità che all'interno del prato verde non gli fa perdere serenità per una giocata non riuscita: Philippe non si spaventa, sa giocare a un tocco e in profondità, conosce le regole del'uno-due, forse non ancora la fiducia di tutti i suoi compagni, specie di Pazzini, che però sta già iniziando a riconoscerne le doti. L'Inter ha difficoltà ad allargare le maglie della difesa del Cagliari, fatica a trovare la profondità d'azione sui lati e non riesce a sfondare. Nel secondo tempo Coutinho è relegato a sinistra, la posizione che può giocare offensivamente solo se supportato da una squadra che ha velocità d'azione; da fermo il brasiliano è veloce nei primi passi ma non potente e iniziando sempre l'uno contro uno da fermo ha difficoltà a vincerlo con continuità.

Tuttavia, quando l'Inter riparte in contropiede, Coutinho sa giocare negli spazi e sa concludere: quel tiro rasoterra sul palo vicino che dà il 2-0 all'Inter è solo per finissimi intenditori. Poi l'esultanza “lenta”, come un gol sulla spiaggia di Botafogo, davanti alla casa dove è nato e cresciuto. E quel sorriso contagioso, che non fa prigionieri, esattamente come il suo destro. E' finalmente sbocciata una stella?

08 settembre 2011

Miralem Pjanić, perla bosniaca a Roma




Fonte: Max on line

È arrivato all’ultimo minuto ma è destinato a lasciare il segno. Miralem Pjanić è stato l’acquisto meno pubblicizzato del mercato della Roma guidato dal DS Walter Sabatini ma è certamente quello di maggior valore.

Ventuno anni di spropositato talento, un piede destro da favola e quella capacità di vedere calcio propria dei geni dei Balcani. Figlio di una famiglia di bosniaci musulmani, nasce proprio durante la sanguinosa guerra slava, viene presto trasportato da papà Fahrudin, giocatore della seconda divisione yugoslava, e mamma Fatima in Lussemburgo, dopo una breve sosta in Germania.

Cresce nel Granducato, senza troppi soldi in tasca ma con la compagnia dei fratelli Mirza e Emina e soprattutto di quell’oggetto sferico con il quale ha subito elevata confidenza. Tira i primi calci al FC Schifflange e frequenta da subito le nazionali giovanili del Granducato: lì lo pescano quelli del Metz, 50 chilometri dalla frontiera lussemburghese e lo portano in una delle terre più appassionate di calcio dell’intera Francia, la Lorena.

Il presidente del club, Carlo Molinari, sulle cui origini c’è poco da discutere, se ne innamora subito, ma all’ombra della splendida cattedrale dedicata a Santo Stefano, in cui anche Marc Chagall volle misurare il suo talento, tutti impazziscono per il suo calcio. A Metz, dove sono passati, tra gli altri, Ribery e Drogba, il calcio lo capiscono: riconoscono che dopo il centro di formazione e una sola stagione nella prima squadra, il giovane bosgnacco, seppure imberbe, appartiene a un altro livello di football.

E infatti arriva il ras del calcio francese, Jean-Michel Aulas, a portarlo a Lione, consegnandogli l’eredità di un simbolo del club lionese come Juninho Pernambucano: la maglia numero 8. Nel frattempo Pjanić sceglie di difendere la maglia della patria natia, optando per la Selezione maggiore della Bosnia: le pratiche per l’ottenimento del passaporto sono però lunghe e, si dice, osteggiate da qualche funzionario che certifica come, nei fatti, la simpatia tra i popoli slavi che hanno partecipato alla guerra deve ancora ritrovarsi.

Si muove Željko Komšić in persona per vidimare il documento: l’attuale presidente della Bosnia Erzegovina, che gode di poca simpatia tra i nostalgici di Franjo Tudjman, “regala” al giovane Miralem il sogno di giocare per la sua patria. Uno così, con una storia così, non si turba per un paio di polemiche su Totti o Luis Enrique, i tifosi giallorossi possono rimanere tranquilli: il gioiello bosniaco è pronto a farli sognare.


Carlo Pizzigoni

21 maggio 2011

Il Porto di Villas Boas vince l'Europa League





Al Porto sono proprio bravi. Pochi giorni fa hanno vinto l’ennesima coppa internazionale, l’Europa League, spolverando una sala trofei che fa invidia a tante big del Vecchio Continente e comprende, tra gli altri, due Champions League e due Coppe Intecontinentali. Trofei vinti senza l’appeal del blasone né con i quattrini dell’annoiato sceicco di turno ma solo con la capacità di fare calcio, di sapere individuare potenziali talenti in tutto il mondo, di scegliere, soprattutto, gli uomini giusti. Nel gennaio dell’anno passato si stava consumando il matrimonio tra lo Sporting Lisbona e André Villas Boas reduce dalla prima esperienza da allenatore-capo sull’Academica di Coimbra: tre mesi in cui l’ex assistente storico di José Mourinho aveva fatto intravedere grandi cose. La leggenda narra che il presidente del Porto, Pinto da Costa, protagonista di tutte le vittorie dei Dragoni negli ultimi trent’anni (è titolare dello scranno dal 1982), lo abbia chiamato e convinto ad aspettare la chance nella sua città. Dom Luís André de Pina Cabral e Villas Boas è infatti figlio della buona società portense. Di più: ha sangue blu nella vene, di derivazione lusitana ma anche inglese. La nonna, Margaret Neville Kendall, nuora del visconte di Golhomil, è quella che gli ha insegnato la lingua d’Albione. Che è venuta davvero comoda per assecondare la vera passione del rampollo aristocratico: il calcio.
Giovincello, André attendeva l’ascensore al fianco di Bobby Robson, all’epoca tecnico del Porto, la squadre del cuore di Villas Boas. Sciolta l’emozione, con un inglese fluente e una dose massiccia di faccia tosta l’attuale allenatore del Porto ha suggerito a Robson come utilizzare al meglio il suo idolo, l’allora attaccante Domingos. Non l’omonimo, proprio l’allenatore attuale dello Sporting Braga che ha conteso l’Europa League a Villas Boas: pare la sceneggiatura di un film da cassetta, e invece è tutto vero, lieto fine incluso. Robson rimane sorpreso dall’acume e dalla sfacciataggine e lo invita al campo d’allenamento dei Dragoni. Dopo intere giornate a divertirsi con Championship Manager, il gioco al computer che simula la gestione di una squadra di calcio, suo passatempo preferito, comincia così, nemmeno maggiorenne, la carriera di André Villas Boas. L’ereditiero aristocratico ci mette tutto se stesso nel nuovo “lavoro”, collabora a vario titolo con diverse selezioni giovanili dei Dragoni e da mascotte che era si trasforma in pupillo. E’ già in nuce un allenatore del Nuovo Millennio, istruito come deve essere un erede di una famiglia nobile, affabulatore aggraziato e profondo, attento alle scienze sociali e a quelle motorie, oltre che innamorato del possesso palla. “Chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio”, avrebbe sentenziato, alcuni lustri più tardi, José Mourinho, che lo prende con sé quando Pinto da Costa setaccia il mercato allenatori e sceglie l’uomo di Setubal per il Porto. Coi Dragoni lo Special One vince tutto, replica parecchi successi al Chelsea, in Inghilterra, e all’Inter, sempre con al fianco Villas Boas che al video analizza gli avversari di turno situazione per situazione, evidenziando i punti deboli. Piccoli capolavori che non sono tangenziali ai successi di Mourinho. “ José diventerà il più grande allenatore della storia del calcio - dirà l’appena ribattezzato “Principezinho” -, io voglio però seguire la mia ambizione”, così si dividono le strade. L’ambizione lo aveva portato a inviare, ventenne, un curriculum che mentiva sull’età alle Isole Vergini: “hai perso 9-0 con le Bermuda e vuoi fare l’allenatore?”, lo canzonava Mourinho, impegnato diversi anni più tardi a contrattare per lui l’uscita dall’Inter e a regalargli suggerimenti via sms nei primi mesi dell’avventura portoghese all’Academica.
Oggi non ne ha più bisogno e anzi, per quel che è possibile, cerca di affrancarssi dal pesante e inevitabile accostamento. Simili nella metodologia di lavoro (riassunti per brevità nella formula “ Periodização Táctica”, la base dei nuovi tecnici lusitani), con caratteri in qualche modo paragonabili, figli però di un Portogallo diverso (il Post Salazar e l’apertura all’Europa) e di una classe sociale distante (la piccola borghesia mourinhana contro l’aristocrazia) Mourinho e Villas Boas sono entrambi il prodotto di un club che sbaglia assai raramente, e che due giorni fa ha incamerato l’ennesimo trofeo. Non l’ultimo, forse sempre con André al comando.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Corriere del Ticino

01 ottobre 2009

C'era una volta Luis Fabiano

Ripropongo un mio vecchio pezzo su Luis Fabiano. Era il 2004 e io ero giù in Brasile. L'articolo fu pubblicato su Indiscreto.it di Stefano Olivari


San Paolo, lunedì 17 maggio 2004

Un figlio, per cambiare una vita. La bionda Juliana è pronta per dare alla luce Giovana, prima erede di quello che per noi è il più completo centravanti
del mondo. Niente condizionali, né giri di parole: Luís Fabiano Clemente, attaccante del São Paulo leader del campionato brasiliano, è un fuoriclasse.

Longilineo (182 cm di altezza e 79 chili sulla bilancia), calcia indifferentemente con ogni parte di entrambi i piedi e, grazie a una non indifferente forza fisica, con precisione e vigore anche da fermo, dentro e nei pressi dell'area. Elegante, possiede un ottimo controllo del proprio corpo nella copertura della palla e, senza essere Ronaldinho, che appartiene a un'altra galassia per tutti, è esemplare nella lettura delle situazioni anche spalle alla porta. Ha tutto, ma aspetta ancora il vagito della primogenita per maturare definitivamente. Almeno così sostengono molti, qui in Brasile, abituati per anni a subire le mattane di questo genio, un professionista nell'arte di farsi cacciare prima della fine della partita, un fine prosatore dell'insulto.
Al fatto che stia cambiando noi crediamo poco. E abbiamo il nostro testimone, Serginho, difensore del São Caetano: ''Luís Fabiano è il giocatore più scorretto del Brasile; voi della stampa non potete nemmeno immaginare quello che fa dentro al campo. E' violento per tutta la partita e continua a tirare gomitate'', ha detto dopo un incontro dell'ultimo campionato paulista. La stampa tutta del Brasile, però, dopo averlo insultato senza pietà alcuna, ha cambiato idea, anche perché per trovare uno così ci vorranno anni. Lui, in questo mondo dominato da marketing & apparenza (come sa bene il suo manager, José Fuentes), ci ha messo del suo: ''E' vero, in passato ho commesso degli errori. Adesso, però, vado da un psicologa per migliorare il mio auto-controllo e i risultati si vedono''. La psicologa in questione, cui, stranamente, senza problemi riusciamo a carpire il nome, Regina Brandao, non ci risparmia la sua morale, immaginiamo profondamente e scrupolosamente meditata: ''Nel calcio, i commentatori valorizzano spesso giocatori aggressivi, creando dei personaggi. E se non sei aggressivo non sei un buon giocatore. E' importante che Luís Fabiano non si lasci coinvolgere da questa etichetta e si concentri sul gioco. Ora è in un momento importante della sua vita, sta diventando padre, ha un ottimo procuratore (sic, sottolineatura maligna, mia), sta giocando bene e vuole cambiare'' , e il pubblico del Parioli cadde in deliquio....Durante tutte queste sessioni di terapia, iniziate ( e annunciate ai quattro venti) nel novembre del 2003, il nostro centravanti pare aver trovato la chiave di tutto: ''La psicologa mi ha spiegato che il lato destro del cervello è quello della calma, quello sinistro quello del nervosismo. Tempo fa il mio lato sinistro era enorme, adesso è più tranquillo''. Mitico.

Gli apostoli sono in aumento, le giocate in amarelinha contro l'Ungheria di poche settimane fa, fanno gridare al miracolo, tanto che qualcuno si è spinto fino all'eresia: e se la numero nove la consegnassimo a lui? Gli eretici, però, spesso hanno solo il difetto di anticipare i tempi...Ma, un attimo, la fama di play-boy, i macchinoni ( l'ultima è una BMW), i profumi e i vestiti costosi, i pomeriggi al tennis club ( e fra un po' sarà il golf), sono ancora qui eppure non ispirano più sordidi e riprovevoli reportage della stampa... Prima della benedetta Redenzione, Luís Fabiano ha visto la polvere, ma non è una novela brasiliana: tutto maledettamente vero. Gli sforzi e i sacrifici di mamma Sandra Helena Clemente e del nonno Benedito tirano su il ragazzo a Campinas, grande città (un milione di abitanti!) alla periferia di São Paulo: ''se non ci fosse stato 'O meu Dito' (come l'attaccante chiama chi gli ha fatto da padre) oggi sarei in qualche prigione''. Capito l'ambiente? Del papà, tanto per aumentare le già non poche tribolazioni, poche notizie: Paulo César, questo dovrebbe essere il nome, rifiuta immediatamente la paternità e scompare prima ancora della nascita, tornando solamente, ma per pochi giorni e prima della definitiva fuga, quando il futuro campione ha sette anni. Dicono che adesso abiti a São Josè do Rio Preto, ma a Luís interessa poco. Il nonno lo prende per mano e, ancora piccolo, lo porta al campetto del Proença, un quartiere di Campinas. Guarani e Ponte Preta, i maggiori club della città, se lo contendono: la spuntano i secondi, titolari della prestigiosa coccarda di club più antico del Brasile.

Quando ha diciannove anni il Rennes decide di investire su alcuni giovani brasiliani, per valorizzare il già notevole vivaio: Luís Fabiano si imbarca per la Francia dopo aver fatto conoscenza con numeri che hanno diversi zeri in coda. Il nonno è ancora il pilota di tutto, la mamma assiste felice alla realizzazione di un sogno ma non si scompone, esattamente come quando, molti anni dopo, alcuni malviventi tentano di rapirla per chiedere il riscatto al figlio. Molta paura per Luís che prega la mamma di cambiare bairro : ''Io andare via dalla mia casa (un modesto appartamento in un condominio,ndr) per quattro disgraziati? non se ne parla'',la risposta della donna, che nella vita qualche ostacoluccio l'ha superato,una cosa normale se nasci, e vuoi sopravvivere, nella periferia della più grande città del Sudamerica. L'Atlantico, intanto, non porta fortuna a Luís e lo stantio refrain brasiliano è sempre d'ordinanza: ''L'allenatore voleva un calcio difensivo e fisico,e io non mi riuscivo ad abituare''. La dirigenza del Rennes è però sicura del giocatore e lo asseconda nella sua volontà di tornare in Patria solo con la formula del prestito. A São Paulo, Luís Fabiano rinasce, ed esplode. Adesso il Rennes non può più trattenerlo e, tornato nella capitale paulista,in coppia con Ricardinho l'attaccante di Campinas segna a raffica, anche se difficilmente finisce le partite, e non perché viene sostituito. ''Adesso però è un altro Luís Fabiano'', assicurano in molti, compresi Pizza Hut e Penalty (azienda di materiale sportivo), che ne hanno fatto il proprio uomo immagine. Al São Paulo, intanto, non si trova l'eletto che assecondi i desiderata del campione e divida la camera con lui: l'ultimo, Marquinhos, ''parlava troppo poco. Adesso provo con Rodrigo''. Luís Fabiano è così. Prendere o lasciare.Noi? Prendiamo, prendiamo...

CARLO PIZZIGONI

08 settembre 2009

Catania: Pablo Barrientos e Nicolas Spolli

Pablo Barrientos

Sul talento di Pablo Barrientos, mezzapunta appena acquistata dal Catania, dubbi non ce ne sono. Basta sfogliare anche i Guerin d'annata che lo segnalano protagonista: nel Sudamericano under 20 del 2005 era degno scudiero di quel Leo Messi che si stava presentando al Mondo e da giovanissimo (ora ha 24 anni) dispensava classe al lato del Pocho Lavezzi in un San Lorenzo davvero gradevole. Nel 2006 i russi si erano già messi in testa di dominare il calciomercato e, precipitatisi a caccia di campioncini in Sudamerica, avevano incontrato il gradimento anche del “Pitu”, desideroso di provare l'avventura europea. Barrientos è l'ennesima vittima di un calcio non ancora pronto per inglobare talenti in erba: l'avventura all'FC Mosca non decolla praticamente mai, il ragazzo nato in Patagonia è autore anche di buoni match ma non digerisce del tutto il futbol russo. Desiderosi di non perdere tutto il capitale investito l'FC Mosca nel 2008 decide di prestare Barrientos al club d'origine, per dargli una scossa e rianimarlo. L'aria del Boedo, il quartiere dove è nato il tango e dove sorge il San Lorenzo, fa ritrovare gli spunti di un tempo al “Pitu”: Miguel Angel Russo lo mette all'esterno sinistro del suo 442 e il Ciclon torna a giocarsela per il titolo, sfiorandolo: arriva a pari punti con Boca e Tigre nella classifica finale ed esce sconfitto dallo spareggio a tre. Barrientos torna a dribblare come un tempo e ricomincia ad avere intuizioni geniali su un campo verde. Tutto però finisce nella nuova stagione, un maledetto 22 febbraio 2009: Pablo si frantuma il crociato e, a conferma del suo ruolo chiave nel club, il San Lorenzo precipita in Libertadores e in campionato. Senza quel brutto infortunio, a causa del quale Barrientos non ha ancora assaggiato il debutto col Catania, la sua quotazione non sarebbe certo rimasta bloccata attorno ai quattro milioni di euro, la cifra investita dal presidente Pulvirenti per portarlo sotto l'Etna. C'è il dubbio legato al tempo di recupero completo, nemmeno un'incertezza sulla qualità: si raccomanda pazienza, il “Pitu” non deluderà.

CARLO PIZZIGONI


Nicolas Spolli

Nicolas Spolli, difensore centrale appena giunto a Catania, meritava da tempo una chance. Tanti buoni campionati nel Newell's Old Boys, dall'esordio nel 2005 fino a ieri, hanno sollevato più di un interesse in Europa e nel resto del Latino America. Diligente, con buon senso della posizione e tanta cattiveria agonistica, Spolli era sui taccuini di tanti osservatori che ricercavano un difensore solido per la propria squadra. Lo Monaco, che lo seguiva da tempo, ha sottoposto l'offerta giusta alla Lepra, il nomignolo che identifica il Newell's in Argentina. Dura tuttavia per Spolli lasciare quei colori che vive da sempre come una seconda pelle: nato a cinquanta chilometri da Rosario, Nicolas ha sempre adorato il rosso-nero Newell's: entrato nelle giovanili della squadra per cui fa il tifo anche Leo Messi, rosarino purosangue, ha ottenuto il posto da titolare appena Sebastián Dominguez è volato in Brasile per condividere il progetto Corinthians (che prevedeva anche Tevez e Mascherano ed è finito malissimo). Alto (192 cm), meglio sulle palle alte e nelle letture che nel disimpegno, non ha più abbandonato la linea difensiva della Lepra negli ultimi quattro anni, giocando indifferentemente a 4 o a 3 dietro. L'ultimo campionato Clausura, disastrosa per la Lepra, lo ha giocato in una difesa a tre (a destra) voluta dal tecnico Nestor Sensini per mantenere un minimo di equilibrio difensivo: senza soverchi risultati. L'ex Udinese e Parma assicura però che la mentalità e la disponibilità di Spolli possono far comodo al Catania. C'è da fidarsi.

CARLO PIZZIGONI


Fonte: Guerin Sportivo

02 settembre 2009

Palermo: Nico Bertolo e Javier Pastore

NICOLAS BERTOLO

Quando nel 2006 Alfio Basile accettò l'incarico di selezionatore dell'Argentina lasciando il Boca Juniors, alla Bombonera pensarono che il nuovo allenatore, Ricardo Lavolpe, reduce da un gran Mondiale col Messico, doveva puntare forte sui giovani. Tecnico molto preparato ma fumantino e troppo rivoluzionario per l'ambiente bostero, Lavolpe finì presto i suoi giorni al Boca. Tuttavia, nell'intervallo di tempo in cui guidò la squadra più nota d'Argentina regalò diverse opportunità ai tantissimi talenti che il club “azul y oro” produce senza soluzione di continuità. Uno di questi ragazzi era Nicolás Bertolo, nuovo acquisto del Palermo. Classe 1986, centrocampista moderno, di corsa e di cervello, Bertolo piacque molto e subito per il suo dinamismo. La Controrivoluzione al Boca fece però cadere anche la testa di Nico: per lui si prospettò un prestito al Nacional di Montevideo. Il fatto che in Uruguay si ricordino ancora di lui mostra come il suo carisma e la sua disponibilità al sacrificio, doti apprezzatissime in tutta l'area del Rio de La Plata, sono indiscutibilmente sopramedia. Il Nacional non può confermarlo e Nico torna in patria. Marchiato al Boca, si accasa al Banfield. Nel club del sud bonaerense, che lanciò in passato anche Javier Zanetti, Bertolo scopre anche virtù realizzative che lo mettono in cima a tanti bloc notes di scouts europei. Prima Burruchaga, poi Falcioni, due ottimi allenatori a cui piace sviluppare un calcio propositivo, trovano un'arma importante in Bertolo: copre con giudizio la sua zona e ha grandi doti di inserimento. Falcioni soprattutto, giocando col 4312, impiega Nico nel ruolo in cui può dare di più, parte da centrocampo, a destra, recupera palloni e arriva spesso al tiro. Zenga ha previsto proprio questo sistema di gioco...

CARLO PIZZIGONI


JAVIER PASTORE

Javier Pastore è il talento più intrigante sbarcato in Italia in questo ultimo mercato. In poco meno di un metro e novanta vive tanta sapienza calcistica: la stagione appena terminata, nell'Huracan di Angel Cappa, è qualcosa più di una rivelazione. Eppure questo diamante, classe 1989, è rimasto nascosto fino all'anno scorso. Nel Globo, prima dell'arrivo dell'ex assistente di Cesar Menotti, se lo filavano in pochi e meno ancora al Talleres, società di Cordoba in cui “Huesito” è cresciuto e della quale è tifosissimo fin da piccolo. Eppure la stagione favolosa dell'Huracan, marchiata Pastore-Bolatti - De Federico, ha soprattutto nel giocatore voluto da Zamparini l'elemento più futuribile: a fronte dell'altezza Pastore è giocatore di costruzione, d'ordine e di finalizzazione. Ha grandi doti di lettura, con e senza palla, e non ha difficoltà a partire palla al piede o a farsi trovare smarcato: completa e equilibra naturalmente un trio con un centravanti mobile come Cavani e un brevilineo come Miccoli, abile nello stretto e veloce nella conclusione in porta. Zenga deve tuttavia organizzare il resto della squadra per valorizzare questo terzetto e per ora ha preso spunto proprio da quell'Huracan che vedeva De Federico (appena acquistato dal Corinthians) e Pastore dietro una punta, di norma Federico Nieto, passato dalle nostre parti (Hellas Verona, stagione 2006/07) senza lasciare grandi tracce. Molti hanno accostato il giovane talento argentino a Kakà, vedendolo forse partire palla al piede: ma Pastore non ha quel tipo di accelerazioni in campo aperto e quel talento fisico, piuttosto è un giocatore alla Lucho Gonzalez, anch'esso transitato dall'Huracan prima di affermarsi al River Plate, in Europa e in Nazionale. E' più intelligente che istintivo,sa fare un po' di tutto in campo e sa farlo bene. Manca un po' di esperienza, ma se prosegue sul viatico intrapreso quest'anno e non ha problemi di adattamento, a breve se lo contenderanno le big d'Europa (che si erano già interessate a lui, prima del blitz di Zamparini), a meno che a Palermo non arrivi davvero lo scudetto...

CARLO PIZZIGONI


Fonte: Guerin Sportivo

05 giugno 2009

Javier Pastore




Se la vita è un mistero, il calcio ci mette quel briciolo di follia in più e rende tutto più complicato.

Per esempio, testimoniare la vita di Javier Pastore, nuovo talento del calcio argentino, sembra come recitare una sceneggiatura con un numero eccessivo di “buchi” disseminati qua e là. Vediamo.

Correvano i primi mesi del 2007 a La Quemita, quartier generale dell'Huracan. Il presidente della squadra di Buenos Aires, Carlos Babington, osservava quasi distrattamente un match tra i puerperi dell suo Globo e il Talleres di Cordoba. Una, due, tre giocate: scusa, chiede in giro, ma li avete visti anche voi i numeri di quel numero 10 vestito in bianco-blu? Il pibe in questione risponde al nome di Javier Pastore. Chi ne detiene la procura si chiama Marcelo Simonian, dice niente? Simonian, menemista convinto nel periodo del sacco dell'Argentina da parte del presidente coi basettoni e i soldi nei caveau svizzeri, introdotto nel calcio da Guillermo Cóppola, l'arcinoto ex manager di Maradona, ha fondato l'agenzia sportiva “Dodici” più di dieci anni fa e da agente FIFA controlla un gran numero di giocatori argentini. Uno lo, diciamo così, conosciamo bene, è quel Leandro Grimi transitato non si capisce bene perché da Milanello con una fama immeritata e quasi immediatamente messo alla porta. Un'operazione poco comprensibile ma sicuramente non gratuita, dove il Simonian si è messo in tasca un bel gruzzolo di dollari. Ma torniamo a La Quemita. Il presidente dell'Huracan chiama Simonian e sonda la possibilità di portare a Parque Patricios il giovane talento. “No hay problema”. Anche perché, e qui i misteri continui, piacerebbe sapere perché il giovane Pastore continua a proporre evoluzione nelle selezioni giovanili quando la prima squadra del Talleres, disastrata come da tradizione, non azzecca una stagione: senz'altro, il team di Cordoba avrebbe bisogno di qualche contributo sostanzioso dei ragazzini, in Argentina, stante la situazione economica, forzatamente contigui alla formazione principale. Peggio: in realtà questo ragazzo nato a La Para, provincia di Cordoba, nel 1989, tifosissimo fin dall'infanzia della “T”, realizza il sogno di giocare per la sua squadra del cuore sul finire del 2006. L'ex attaccante della nazionale argentina Ricardo Gareca gli concede il debutto contro il Defensa y Justicia di Florencio Varela, Grande Buenos Aires, e lo lascia in campo in altre quattro partite. Poi, la dirigenza di Barrio Jardín, probabilmente per non concedergli il contratto da professionista, ma le interpretazioni sono diverse e sempre più fantasiose, lo confina ancora nelle giovanili. Perché? Mah...sta di fatto che Simonian, il suo agente, lo porta all'Huracan. Entrambi ci credono. Meno, molto meno i due tecnici che in quei tempi si susseguono sulla panchina del Globo, Osvaldo Ardiles e Claudio Úbeda. Nessuno riconosce il talento di Javier Pastore, troppo lungo (187 cm), troppo smilzo, e soprattutto senza tutta la grinta necessaria che occorre nel campionato argentino. Poi, a Parque Patricios arriva Ángel Cappa. In passato assistente di Jorge Valdano e Luis Menotti, il tecnico è reduce addirittura da una parentesi sulla panchina della squadra più ricca del Sudafrica, i Mamelodi Sundowns. Cappa punta forte su quel numero 10 che in tanti avevano messo all'angolo senza un fondato motivo, e Pastore fa volare l'Huracan, che torna a battersi per il titolo, una vita dopo l'unico titolo messo in bacheca nel 1973 da Luis Menotti. Buona tecnica, pulizia nella giocata, ottimo tempismo nell'inserimento, Pastore è un centrocampista offensivo che vede molto bene anche la porta. E al di qua dell'Atlantico se ne accorgono subito. Dopo le prime partite sono i club di piccolo-medio livello a farci un pensierino (il primo è stato il Rayo Vallacano, poi un gruppo di agenti voleva portarlo in Scozia), piano piano si alza il livello si alza fino a raccogliere l'interesse dell'Arsenal e, buon ultimo, il Manchester United che mette sul banco ben 10 milioni di euro. Sul banco di chi? Altro mistero. Eh sì, perché i diritti “federativi” appartengono ancora al Talleres di Cordoba, che all'Huracan ha solo prestato il giocatore. Mentre i diritti economici sono goduti dal suo agente e dalla Dodici, che l'ha protetto finora. Al di là delle scritture e dei contratti è comunque evidente che a tirare i fili sia proprio il potentissimo Simonian, che sta cercando la destinazione adeguata per il suo protetto. Vero che il suo Clausura è fenomenale ma un ragazzo di vent'anni come potrà adattarsi al calcio e all'ambiente europeo? Meglio andarci coi piedi di piombo, anche perché c'è il rischio che una certa indolenza in alcuni momenti della partita di Pastore possa etichettare negativamente il suo pupillo, bruciandolo definitivamente per i grandi palcoscenici. La preoccupazione di Pastore, per ora, è altrove. C'è da vincere il titolo con l'Huracan a fianco di compagni loro pure appetitissimi in Europa, a cominciare dal coetaneo, baby-bomber (170 cm scarsi) Matías De Federico, e dal concittadino cordobes Mario Bolatti, in prestito dal Porto (altro club interessatosi, tempo fa, a Pastore). In più piacerebbe al ragazzo cresciuto nelle giovanili del Talleres, che la sua squadra, della quale ha confessato di essere rimasto tifosissimo, tanto da dimenarsi come e più di un hincha a ogni partita che la interessa, potesse servirsi del denaro comparso nella casse a seguito della sua cessione per rinforzare la rosa e tornare a disputare la massima serie (attualmente è in “B”). Visto come è stato trattato a Barrio Jardin, non male pure questo di mistero. Ma al cuore, pare non si comandi. A questo pasticciaccio tecnico, sportivo, morale, affettivo pare si siano interessati anche in Italia. sicuri della cosa più chiara dell'enigma: sulla classe del giocatore c'è poco da aggiungere. Bisogna vedere se basta:la carta d'identità fa pendere la bilancia sul sì.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Guerin Sportivo

12 maggio 2009

C'era una volta Diego

Nella primavera del 2004 mi trovavo in Brasile, scrissi una serie di pezzi sul sito di Stefano Olivari, "Indiscreto". Uno di questi riguardava Diego, oggi promesso sposo bianconero. Lo ripropongo esattamente come lo scrissi all'epoca.


Mercoledì 5 maggio 2004

'Diego non viene', dice la ragazza; poi sventola i suoi lunghi capelli neri suscitando qualche tremore nei maschi che ha al fianco. Essi non possono fare a meno di abbassare lo sguardo verso la maglietta rigonfia: 100 % Santos, c'è scritto sopra. La curva Est dello Stadio 'Orlando Scarpelli' di Florianópolis è riempita dalla 'Gioventú Santista', un gruppo di ragazzi che non assomigliano agli ultras, mentre in campo, in attesa del match 'vero' c'è la partitella delle giovanili di Santos e Figueirense, come si faceva una volta anche negli stadi italiani. Ai bordi del rettangolo verde i ragazzi meraviglia del Santos osservano con le spalle rivolte ai propri tifosi; poi, Robinho si volta, piazza un sorriso, sale un urlo dei giovani santisti e tutti si avvicinano alla rete in prossimitá del campo: la giovane stella di Vila Belmiro si atteggia un po', trascina la gamba come se fosse al centro del palcoscenico e inizia a firmare autografi.

'Diego non viene', ripete la ragazza, insensibile al sette bianconero. Poi, invece, la giovane mezzapunta smette di parlare col grande Zito, si volta, ride per una battuta di Elano e si dirige verso il suo pubblico. 'Diego è arrivato', la ragazza non ha piú occhi per nessun altro, e io sono costretto a pensare se e quando questa esclamazione si rinnoverá sui quotidiani europei.
Dovesse bagnarsi con la pioggia di Londra o confondersi nell'anonimato di Manchester o Liverpool, pronosticheremmo la nomina a baronetto. Ma in Italia? Diego non puó correre e muoversi come una seconda punta classica, questo è certo. E, forse, piú di un tecnico italiano reclamerebbe maggiore dinamismo dal ragazzo: nelle situazioni di transizione o mezzo contropiede scordatevi che parta palla al piede e dopo 30-40 metri arrivi a concludere, anzi, si fida poco della sua corsa e dopo alcuni passi appoggia l'esterno al cuoio e alza la testa per leggere l'azione. Negli ultimi venti metri, peró, puó essere letale a tutte le latitudini: è svelto ( tira in un amen, si coordina all'istante), ha una tecnica fenomenale e la giusta capacitá di inventare giocate geniali in maniera continua durante il match. Il che non significa che non partecipi al gioco nel resto del campo: puó illuminare ovunque. In piú, nonostante i gridolini delle fans, che in mancanza della sua presenza si accontentano di baciare la copertina dei giornali non solo sportivi dove il Nostro, capelli lunghi sulla fronte e occhi stretti, simula la faccia da duro (ma il risultato resta a metá tra la pubblicitá L'Oreal dei parrucchieri e un dettaglio leoniano da spaghetti western), Diego , come urlerebbe qualcuno al primo anello di San Siro, non é un 'fighetto'. Anzi, sempre per rimanere al codice sansiresco, 'è uno che mette la gamba': possiede un buon tackle, anche per la compatta formazione fisica, e, piú importante, un'ottima predisposizione ad eseguirlo, come ci conferma Alessandro Penna, uno che il futebol brasiliano lo mastica davvero, come certificano le sue cronache sul Guerin Sportivo.

A questo punto, peró, appare l'asterisco, che semplifichiamo nella locuzione (o file) 'Questione Carnevale'. Sí, perché per il giornalista europeo l'acquisto
di un brasiliano possiede un grado di rischio legato alla volontá di passare il febbraio sopra un carro allegorico e in una scuola di samba, oppure, senza doppiare il viaggio di Cabral, il garotinho viene considerato eccessivamente scrupoloso sulla quantitá di cachaca (o di pinga) nella caipirinha, specie quando le lancette dell'orologio ricominciano a girare dall'inizio. 'Ehi, te lo ricordi Edmundo?' Qui peró interviene l'ingombrante figura del padre a proteggerlo, anche se temiamo che sará molto piú delicato (doloroso e pericoloso insieme) il distacco dal genitore, quando e se avverrá, rispetto a qualunque décolletés siringato di una showgirl in cerca di copertine. A suo favore potrebbe, paradossalmente, giocare l'esperienza dell'eliminazione nel torneo pre-olimpico, quando la preparazione della squadra brasiliana, costituita da molti santisti, era fatta piú con le pistole ad acqua che con il pallone. Diego, dopo la brutta esperienza, si é presentato in televisione quasi a implorare perdono dal suo Paese, e le sue lacrime ci sono sembrate vere. Diego non é una bufala, ma un prospetto di grande giocatore, il problema é che non dipende solo da lui: sono cosí tante le societá che avrebbero cura per il proprio investimento milionario?

Carlo Pizzigoni

04 maggio 2009

[Occhio a] Chinedu "Edu" Obasi

La marcia in più di Chinedu Obasi Ogbuke “Edu” si chiama esperienza internazionale. Si è rivelato nel 2005 al mondiale under-20 olandese, quando è stato protagonista, assieme al compagno John Obi Mikel (oggi al Chelsea), con la maglia di una Nigeria arresasi solo in finale all’Argentina di Leo Messi. Un copione che si è ripetuto anche alle ultime Olimpiadi; medaglia d’argento per le Aquile, ampi consensi per Ogbuke, tra i migliori giocatori della manifestazione. Sbarcato tre anni fa in Europa con i sodali Mikel, Bala e Sarki per vestire la maglia del Lyn di Oslo (esordio in Tippeliga il 10 aprile 2005 in Lyn-Fredrikstad 1-1, prima rete cinque mesi dopo al Brann), nel 2006 Ogbuke ha vinto il Kniksenprisen quale miglior giovane del campionato norvegese, chiudendo con un bottino di 13 presenze e 8 gol. La stagione successiva (il cui calendario, nei paesi scandinavi, segue l’anno solare) si è fermato a quota 5 (in 11 incontri), perché in estate è arrivato il passaggio in Germania all’Hoffenheim dopo due trasferimenti sfumati al Lokomotiv Mosca (l’offerta di 4.8 milioni di dollari fu accettata dal Lyn, ma presidente, allenatore e direttore sportivo del club russo furono licenziati in blocco proprio in quei giorni e il trasferimento fu annullato) e al Portsmouth (in questo caso l’ostacolo fu il permesso di lavoro). Attaccante veloce e potente, esplosivo nel breve, in nazionale Ogbuke viene spesso impiegato in posizione più arretrata, come esterno destro alto di centrocampo. In Zweite Liga contribuisce alla promozione del club di Sinsheim con 12 gol, nella prima parte della Bundesliga compone un tridente da urlo con Vedad Ibisevic e Demba Ba. Poi si infortunano entrambi, lasciando Ogbuke da solo e sgretolando l’Offensivfuβball di casa Hoffenheim

ALEC CORDOLCINI

Obasi nel Lyn


Punto di forza: Grande duttilità tattica che gli permette di svariare lungo tutto il fronte offensivo. Rapido nel breve, veloce in campo aperto.

Punto di debolezza: L’efficacia sottoporta può ancora essere migliorata. Qualità indiscutibili, ma deve essere più “presente” nel match.




Chinedu Obasi Ogbuke

Enugu (Nigeria), 01/06/1986
Attaccante, 188 cm x 78 kg
Passaporto: nigeriano
Club attuale: Hoffenheim
Scadenza contratto: 2012

Video

Piccolo scorcio del tridente delle meraviglie Ogbuke-Ibisevic-Ba

Il gol all’Argentina nella finale del Mondiale under-20 del 2005

23 aprile 2009

Andres Iniesta

Brutto autocitarsi (?)

Il 19 aprile del 2006 scrivevamo, a proposito di Iniesta, su questo blog:

Continuiamo a domandarci il perché venga continuamente sottovalutato: teniamo pure conto che è del 1984. Arrivato a 12 anni al Barça, tutti sommersero di risate il povero Joan Gaspart che a 17 anni aggiunse al contratto del ragazzo di Fuentealbilla (Albacete) una clausola liberatoria spaventosa. Preferirgli Van Bommel, come è stato più volte fatto in questa stagione, fa veramente specie. Mettiamolo a fianco di Deco e, quando tornerà, Xavi e che non se ne parli più!

Ieri sera: Barça - Sevilla 4-0. Evitiamo di aggiungere altro, chi può se lo riguardi!

22 aprile 2009

[Occhio a] Louis Clement Ngwat-Mahop

Attaccante di movimento rapido e dinamico, parte largo sulla fascia, preferisce accentrarsi cercando la triangolazione o proponendosi per la conclusione a rete piuttosto che raggiungere il fondo, svaria molto per creare spazio ai compagni. Più veloce che abile nel dribbling, conosce il calcio europeo grazie al Bayern Monaco, che lo preleva a 17 anni dal proprio paese natìo, il Camerun, dove giocava nella massima divisione nazionale vestendo la maglia del Dragon Club di Yaoundè. Un “diamante grezzo” secondo Hermann Gerland, allenatore della seconda squadra del Bayern Monaco, un impostore secondo il magazine Kicker e la dirigenza del club bavarese. Procediamo con ordine. Ngwat-Mahop conferma le proprie doti nella Regionnaliga Süd 2006/2007, gudagnandosi le attenzioni di Ottmar Hitzfeld, che lo precetta per la prima squadra. Nel maggio 2007 debutta in Bundesliga contro l’Energie Cottbus, poi inizia la preparazione estiva per la nuova stagione agendo come vice-Kroos, largo a sinistra (Ribery non era ancora arrivato...), nel 442. Il pasticcio avviene prima della partenza per una tournée ad Honk Kong; il camerunense dichiara di aver smarrito il proprio passaporto, battente bandiera francese (per giocare nella terza divisione tedesca è infatti necessario possedere la cittadinanza comunitaria). Viene scoperto che il documento è falso, appartenendo in realtà ad una donna residente a Parigi. Bufera in Germania. Dal campo si passa agli avvocati e alle carte bollate. Il Bayern rescinde il contratto che lo lega al giocatore. Lo “salva” il Red Bull Salisburgo, che ottiene dalla Fifa il placet per poterlo ingaggiare. Con Trapattoni fa la spola tra prima squadra e giovanili, con Adriaanse - tecnico eccellente nell’accrescere il rendimento dei singoli attraverso lo sviluppo di un sistema di gioco unitario, corale ed estremamente offensivo - diventa parte integrante dell’ambiziosa compagine austriaca. Esterno sinistro nel tridente, la sua velocità si integra bene con la fisicità delle punte Janko e Nelisse. La più che probabile partenza di Janko a fine stagione può rappresentare la grande chance da sfruttare.

ALEC CORDOLCINI

Red-Bull-Austria Kärntern 4-1 (Sandro (A), Ngwat-Mahop (RB), Janko (RB) 3)


Punto di forza: la rapidità e il continuo movimento

Punto di debolezza: da migliorare la lucidità sotto rete




Louis Clement Ngwat-Mahop

Yaoundé, 16/09/1987
Attaccante, 186 cm x 80 kg
Passaporto: camerunense
Club Attuale: Red Bull Salisburgo
Scadenza contratto: 2011

15 aprile 2009

[Figura] Hulk

Come? Sì, sì, il nome nuovo di questa Champions League, ormai orfana delle squadre italiane, è Hulk, attaccante del Porto che ha appena mandato a casa Agüero, Forlan, Maxi Rodriguez e le al solito mal riposte ambizioni dell'Atletico Madrid. Hulk è il nomignolo di un brasiliano, è una punta potente ma che si trova bene soprattutto quando parte dall'esterno, ha buona velocità di base e può liberare un sinistro degno del miglior Adriano: un missile. Poco aggraziato, il busto troppo eretto circondato da spalle belle larghe, Hulk non è quel calciatore che fa sempre la scelta giusta all'interno della giocata, eppure egli è in grado di cambiare la partita con un'accelerazione o una conclusione. In un calcio estremamente bloccato come quello che si gioca oggi, alle volte è più utile di tanti QI calcistici elevatissimi. Sotto il mister Jesualdo Ferreira ha imparato in fretta in quale zone del campo può rischiare: i consigli funzionano e ora il pubblico di Porto, molto scettico al suo arrivo, lo ha già eletto idolo.



L'eroe dei fumetti Marvel o forse la celebre versione televisiva con Lou Ferrigno nei panni del mostro verde erano l'imitazione preferita del piccolo Givanildo Vieira de Souza, e il nuovo battesimo giunge proprio dalla mamma. Il papà, Djovan Vieira, era stato un discreto attaccante nello stato brasiliano del Paraíba (territorio che ha dato i natali al grande Leo Junior), profondo Nordest del Paese, l'area più povera dello Stato. Il fisico c'è, la voglia di diventare un calciatore professionista pure: perché non tentare di lasciare Campina Grande e provare a crescere in Europa? Detto, fatto: a 15 anni, nel 2001, coi genitori evidentemente impossibilitati ad accompagnarlo, Givanildo si trova in Portogallo. Al Porto gli notano qualche chilo di troppo, per il ragazzo c'è la Vilanovense, club di Gaia, cittadina sempre del nord del territorio lusitano. Promette bene, col fisico che si ritrova e che a quell'età fa la differenza, segna col pallottoliere e risulta capocannoniere della squadra juniores della Vilanovense, dove però tutti lo chiamano “Ruca”, a cominciare dal presidente del club, Nélson Almeida. Proprio l'uscita di scena di Almeida chiude la prima puntata nel calcio del Vecchio Continente: Hulk sente tanta indifferenza intorno e i big teams non si muovono. La saudade fa il resto: si ritorna in patria. Le evoluzioni europee hanno però destato qualche interesse in Brasile, San Paolo, Corinthians, Vitoria Bahia invitano il ragazzo, anche se la reale crescita avviene nel Corinthians di Alagoas, altro stato nordestino. In quella squadra è cresciuto pure Pepe, attuale centrale del Real Madrid, ed è passato Deco, ora al Chelsea. E pure per Hulk diventa un trampolino. Ha la possibilità, con la sopraggiunta maggiore età, di andare in Giappone, un po' un'Europa minore per i brasiliani, che da tempo occupano la J League con tantissimi giocatori, speranzosi di una chiamata dal Vecchio Continente. Nel Paese del Sol Levante Hulk arriva in prestito al Kawasaki Frontale, mostra buone cose ma non convince appieno: l'esplosione avviene quando il club di proprietà della Fujitsu lo presta al Consadole Sapporo, 25 gol in 38 partite e un milione di euro da recapitare in Brasile per acquisire il cartellino dell'attaccante. L'interesse delle squadre europee, soprattutto del Paris Saint Germain giunge dopo le sue stagioni ai Tokyo Verdy che attorno al suo nome creano una vera e propria venerazione, giocando anche sul colore, verde, delle proprie maglie, che si lega a doppio filo all'eroe della Marvel. Nella capitale nipponica segna come non mai, giocando spesso da attaccante esterno. Quando tutto appariva pronto per la passerella nella Ville Lumière, ritorna in gioco il primo spasimante del giocatore, il Porto del presidente Pinto da Costa: la sua offerta è migliore, e probabilmente il legame con il procuratore, l'uruguayano di stanza in Brasile, Juan Finger, pure. Si torna in Portogallo. Un breve periodo di adattamento, qualche battuta salace di commentatori e tifosi, con quel nome che sa troppo di fumetto. Ma Jesualdo Ferreira è un tecnico attento, sa quello che può trovare in questo giocatore. Ci crede e il tridente con Lisandro Lopez e “Cebolla” Rodriguez è completato proprio dal brasiliano, che gioca e segna, convince e ricaccia in gola i risolini dei più, definitivamente eliminati quando il CT della nazionale brasiliana, Carlos Dunga, ammette di seguire da tempo l'evoluzione del giocatore, prospettandogli un futuro con l'Amarelinha. In campionato il Porto tiene distanti i rivali, per la Champions ci sono i quarti col Manchester United. Qui ci vuole un miracolo: spazio al super-eroe...

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo n.14/09