L'Inter, dopo 45 anni, ritorna sul tetto d'Europa, dopo un'incredibile serie di peripezie. Ci ritorna dopo aver battuto l'élite del football continentale: i campioni d'Inghilterra (Chelsea), quelli di Spagna (Barcellona) e, in finale, il Bayern re di Germania. La squadra italiana è certo cresciuta mentalmente e, nelle sfide decisive, ha trovato una superiorità tecnico tattica che gli ha permesso di spuntarla: l'Inter di José Mourinho ha grande consapevolezza, vive di certezze e riesce a cambiare faccia a seconda dell'avversario, riuscendo magnificamente ad adattarsi ad ogni situazione. Non è la migliore squadra europea né per profondità di rosa né per qualità, questo è evidente, però riesce sempre ad avere una identità chiara durante la partita ed è un vantaggio che unito al forte spirito di gruppo ha portato la squadra dello Special One alla vittoria anche nell'ultimo match.
COMPATTEZZA E RADDOPPI DEI NERAZZURRI. L'Inter non ha a disposizione l'unico uomo - Thiago Motta - che può pulire le giocate nella prima fase di costruzione dell'azione, e considerato anche che non deve dare spazio a Olic (utilizzato da prima punta è stato il giocatore chiave della stagione del Bayern) Mourinho sceglie di giocare con tanta densità davanti alla difesa; ciò gli serve pure per i raddoppi su Robben (a triplicare ci penserà l'attaccante). L'olandese è l'uomo che può cambiare la partita per i bavaresi e parte quasi sempre palla al piede e in uno contro uno: Chivu è solo il primo ostacolo, l'Inter deve fare in modo che il rumeno sia costantemente supportato, per questo è importantissimo non concedere mai la transizione primaria al Bayern: Robben deve partire da fermo e il centrocampista e/o la punta devono essere pronti a raddoppiare. L'obiettivo è quasi sempre raggiunto: il Bayern gira palla orizzontalmente ma non muove mai la difesa a sufficienza e, soprattutto, non coglie mai impreparata la parte sinistra dove agisce Robben: l'olandese è un fuoriclasse, riesce comunque ad avere spunti interessanti sia cercando il passaggio filtrante sia provando il tiro ma non genera mai elevata pericolosità alla retroguardia nerazzurra.
MEDIOCRE TRANSIZIONE BAVARESE. In fase di possesso l'Inter deve trovare la possibilità di fare giocare Diego Milito uno contro uno con i centrali difensivi. Soprattutto, è necessario sfruttare la mediocre transizione difensiva del Bayern, finora coperta da qualche alchimia di van Gaal ma che proprio nei suoi interpreti non ha le caratteristiche per essere efficace. Nei secondi successivi alla perdita di palla, i bianco-rossi non sono sempre decisi nella fase di pressione, soprattutto non sono coordinati: è una fase delicatissima e deve essere sempre precisa, altrimenti la squadra si spacca, con giocatori che si alzano e altri che rinculano, producendo confusione e, soprattutto, spazi che Milito è deputato ad occupare (Sneijder deve essere sempre pronto centralmente a sfruttare e "punire" il primo raddoppio dei tedeschi, che arriva spesso coi tempi sbagliati dai centrocampisti centrali o dai terzini). Proprio la relativa qualità della transizione difensiva del Bayern uccide la partita, producendo occasioni per l'Inter. Non sono solo i gol, è pure il sorgere di dubbi nella testa dei tedeschi, il notare che le cose non funzionano alla perfezione che mina le certezze del Bayern e, di contro, fa crescere la consapevolezza dell'Inter. Non intervengono situazioni che modificano il corso della partita né van Gaal trova antidoti nei cambi. La Coppa va, dopo 45 anni, e meritatamente, alla Milano Nerazzurra.
BAYERN MONACO (4-4-1-1): Butt; Lahm, Van Buyten, Demichelis, Badstuber; Robben, Van Bommel, Schweinsteiger, Altintop (dal 18’ s.t. Klose); Mueller; Olic (dal 38’ s.t. Gomez). (Rensing, Contento, Gorlitz, Pranjic, Tymoshchuk). All. van Gaal.
INTER (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Samuel, Chivu (dal 23’ s.t.Stankovic); Zanetti, Cambiasso; Eto’o, Sneijder, Pandev (dal 33’ s.t. Muntari); Milito (dal 46’ s.t. Materazzi) (Toldo, Cordoba, Mariga, Balotelli). All. Mourinho.
Gol: Milito al 35′ p.t. e al 25′ s.t.
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24 maggio 2010
29 aprile 2010
[Champions] Finale Inter - Bayern

Intervista a fine match a José Mourinho
Su Van Gaal:
"In questa città (Barcellona) ha fatto un lavoro fantastico ed è uscito senza rispetto... poi ha fatto un passaggio spettacolare in Olanda con una squadra piccolina, arriva al Bayern ed è in finale di Champions, di Coppa ed è primo in campionato... E' un grande uomo e un grande allenatore"
La Chiave della partita:
"E' una partita in cui io non volevo la palla (perché ci sono partita in cui non vuoi la palla). Io non la volevo perché il Barcellona vuole pressare la palla e se noi non l'abbiamo come possono pressare? La palla doveva essere loro, anche col 95% di possesso e il loro "tiki taka". Però noi sembravamo giocare con undici perché gli spazi erano ben occupati. Quando si pensa a una partita in 10 si pensa a Julio Cesar migliore in campo: Julio ha fatto qualche parata ma niente di più: la squadra ha risolto i problemi e questo è possibile perché noi abbiamo giocato a zona con un blocco molto compatto. La squadra ha difso molto bene, con un carattere assolutmente incredibile."
21 aprile 2010
[San Siro] Inter - Barcellona 3-1. Spunti
Il Barça è la migliore squadra del Mondo. Lo rimane anche se l'Inter vince meritatamente la semifinale di andata di Champions e acquisisce un vantaggio in vista del ritorno del Camp Nou. Lo rimane perché non rinuncia mai al suo stile di gioco (che non è solo il possesso palla), anche in una serata difficile, una delle più difficili dell'éra Guardiola, e dove l'avversario strategicamente gli è superiore. Gli uomini di Mourinho vogliono la finale ma anche solo con questa prima tranche di semi dovrebbero essere orgogliosi per aver fatto qualcosa di veramente speciale: battere meritatamente i più forti.
LA SCELTA DEL MODULO NERAZZURRO. Si capisce subito che l'Inter è disposta bene in campo e senza complessi mentali (scoglio, quest'ultimo, non da sottostimare quando si incontra il Barça, vedi tre-quarti dei match della Liga). La scelta di Mourinho è prima logica che vincente: l'obiettivo principe dei nerazzurri deve essere la ricerca della profondità e contro il Barça è obbligatorio avere più di un centravanti che sappia battersi centralmente e spalle alla porta. E' necessario trovarla sugli esterni, con esterni che però sappiano trovare adeguati tempi e modalità di pressione e di scivolamento all'indietro: Eto'o e Pandev sono ottimi per questo lavoro, Balotelli, per mentalità e per evidenti limiti di lettura del gioco, no. Ergo, scelta obbligata davanti. Mourinho ci aggiunge una fase di pressing alta ma non altissima, lasciando la circolazione sulla linea dei difensori e attaccando la palla appena più avanti. Nella fase di possesso se la riconquista è a centrocampo l'ordine è la verticalizzazione immediata, la ricerca diretta (provata con insistenza da Thiago Motta, soprattutto), meglio se con palle alle spalle dei difensori, centrali o laterali: si deve sfruttare la fase più delicata, anche a costo di qualche errore di misura, perché in quella frazione di tempo il Barça, avendo la mentalità che ha, è in evidente disequilibrio. C'è il contropiede, bene; non c'è, si gestisce, provando il cambio di gioco veloce evitando di farsi intrappolare su un lato dal pressing furioso dei catalani. A dirlo si impiegano poche righe, realizzarlo e, più, convincere i giocatori della bontà del piano, all'attenzione (unico errore: il difetto di comunicazione Cambiasso-Maicon-Lucio sulla percussione di Maxwell in occasione della rete blaugrana) e al sacrificio necessario, anche quando la squadra va sotto di un gol, anche quando il Barça ti umilia con il suo possesso palla favoloso: ecco il vero miracolo del portoghese in panchina.
SPONDA CATALANA. Pep Guardiola sceglie Messi dietro Ibrahimovic, Sergio davanti la difesa alta a 4 e Pedro a destra Keita a sinistra e l'immenso Xavi nel vivo del gioco. La circolazione è buona ma non a livello-Barça (Guardiola si lamenterà anche del fatto che il terreno non è stato bagnato, ma Pep è un signore: "nessuna polemica, giocavano in casa loro e scelgono loro"), i due centrocampisti in mezzo più la posizione di Sneijder (un "triangolo" fastidioso che si forma continuamente) e i due attaccanti abbassatosi sui lati danno fastidio. Il miglior Barça è quello dell'ultima parte del primo tempo, quando guadagna campo, ma non è mai incisivo e Messi è costretto a uno contro tutti che, stavolta, non gli riescono. In fase di non possesso i catalani sono spaventosi: spendono le prime frazioni di secondo del momento in cui perdono la sfera alla ricerca immediata del pallone, con organizzazione e straordinaria determinazione, uno spettacolo ( e la vera arma in più del Barça di Guardiola). Dopo l'1-1 della prima frazione, il Barça parte addirittura con un 442, ma viene subito infilzata da un grande contropiede (bravissimo Pandev)e perdendo palla dopo un'uscita sbagliata (altre fase delicatissima: attento e deciso Thiago Motta) lascia il gol del pesante 3-1 all'Inter. L'ultima frazione del match il Pep la gioca senza un centravanti fisso (negli ultimi minuti sposta Piqué là davanti), con Pedro e Maxwell esterni d'attacco e un giro palla furibondo che provoca mischie e paura diffusa in casa nerazzurra.
IBRAHIMOVIC. L'Idea che ha perseguito Guardiola, nel formulare la richiesta alla sua dirigenza al fine di trovare un attaccante forte fisicamente e con qualità, era certamente quella di aggiungere un'opzione offensiva all'arsenale blaugrana. L'appoggio alla manovra di Ibra è lineare: Lucio e Samuel lo hanno raramente anticipato. Però Ibra non ha prodotto nemmeno uno spunto dei suoi, sostanzialmente non ha mai tirato in porta, limitando la sua azione in una zona intermedia e quasi sempre spalle alla porta. Ovviamente, poi, lo svedese non ha la predisposizione al pressing ultra offensivo della squadra. E' un Ibra annacquato, sicuramente in parte debilità dalla convalescenza appena superata, che subisce, lui re di San Siro per anni, addirittura l'onta della sostituzione dopo una partita in cui ha combinato pochino.
ALTRO SPETTACOLO. Finisce 3-1 la gara di andata, ma c'è ancora una partita da giocare e tutto è ancora aperto. Al di là di tifo, antipatie e simpatie, preferenze e analisi: avercene di spettacoli del genere nel calcio, è questa la differenza tra a Champions League e tutte le altre manifestazioni per club. E tra una settimana è già pronto un altro show, imprevedibile e imperdibile.
INTER (4-2-3-1): Julio Cesar, Maicon (28' st Chivu), Lucio, Samuel, Zanetti, Cambiasso, Thiago Motta, Eto'o, Sneijder, Pandev, D. Milito (30' st Balotelli). (21 Orlandoni, 2 Cordoba, 23 Materazzi, 11 Muntari). All.: Mourinho.
BARCELLONA (4-1-3-2): Valdes, Dani Alves, Piqué, Puyol, Maxwell, Sergi Busquets, Pedro, Xavi, Keita, Messi, Ibrahimovic (17' st Abidal). (13 Pinto, 4 Marquez, 18 G.Milito, 24 Touré, 11 Bojan, 14 Henry). All.: Guardiola.
Gol: 0-1 19' Pedro, 1-1 30' Sneijder, 2-1 48' Maicon, 3-1 61' D.Milito.
LA SCELTA DEL MODULO NERAZZURRO. Si capisce subito che l'Inter è disposta bene in campo e senza complessi mentali (scoglio, quest'ultimo, non da sottostimare quando si incontra il Barça, vedi tre-quarti dei match della Liga). La scelta di Mourinho è prima logica che vincente: l'obiettivo principe dei nerazzurri deve essere la ricerca della profondità e contro il Barça è obbligatorio avere più di un centravanti che sappia battersi centralmente e spalle alla porta. E' necessario trovarla sugli esterni, con esterni che però sappiano trovare adeguati tempi e modalità di pressione e di scivolamento all'indietro: Eto'o e Pandev sono ottimi per questo lavoro, Balotelli, per mentalità e per evidenti limiti di lettura del gioco, no. Ergo, scelta obbligata davanti. Mourinho ci aggiunge una fase di pressing alta ma non altissima, lasciando la circolazione sulla linea dei difensori e attaccando la palla appena più avanti. Nella fase di possesso se la riconquista è a centrocampo l'ordine è la verticalizzazione immediata, la ricerca diretta (provata con insistenza da Thiago Motta, soprattutto), meglio se con palle alle spalle dei difensori, centrali o laterali: si deve sfruttare la fase più delicata, anche a costo di qualche errore di misura, perché in quella frazione di tempo il Barça, avendo la mentalità che ha, è in evidente disequilibrio. C'è il contropiede, bene; non c'è, si gestisce, provando il cambio di gioco veloce evitando di farsi intrappolare su un lato dal pressing furioso dei catalani. A dirlo si impiegano poche righe, realizzarlo e, più, convincere i giocatori della bontà del piano, all'attenzione (unico errore: il difetto di comunicazione Cambiasso-Maicon-Lucio sulla percussione di Maxwell in occasione della rete blaugrana) e al sacrificio necessario, anche quando la squadra va sotto di un gol, anche quando il Barça ti umilia con il suo possesso palla favoloso: ecco il vero miracolo del portoghese in panchina.
SPONDA CATALANA. Pep Guardiola sceglie Messi dietro Ibrahimovic, Sergio davanti la difesa alta a 4 e Pedro a destra Keita a sinistra e l'immenso Xavi nel vivo del gioco. La circolazione è buona ma non a livello-Barça (Guardiola si lamenterà anche del fatto che il terreno non è stato bagnato, ma Pep è un signore: "nessuna polemica, giocavano in casa loro e scelgono loro"), i due centrocampisti in mezzo più la posizione di Sneijder (un "triangolo" fastidioso che si forma continuamente) e i due attaccanti abbassatosi sui lati danno fastidio. Il miglior Barça è quello dell'ultima parte del primo tempo, quando guadagna campo, ma non è mai incisivo e Messi è costretto a uno contro tutti che, stavolta, non gli riescono. In fase di non possesso i catalani sono spaventosi: spendono le prime frazioni di secondo del momento in cui perdono la sfera alla ricerca immediata del pallone, con organizzazione e straordinaria determinazione, uno spettacolo ( e la vera arma in più del Barça di Guardiola). Dopo l'1-1 della prima frazione, il Barça parte addirittura con un 442, ma viene subito infilzata da un grande contropiede (bravissimo Pandev)e perdendo palla dopo un'uscita sbagliata (altre fase delicatissima: attento e deciso Thiago Motta) lascia il gol del pesante 3-1 all'Inter. L'ultima frazione del match il Pep la gioca senza un centravanti fisso (negli ultimi minuti sposta Piqué là davanti), con Pedro e Maxwell esterni d'attacco e un giro palla furibondo che provoca mischie e paura diffusa in casa nerazzurra.
IBRAHIMOVIC. L'Idea che ha perseguito Guardiola, nel formulare la richiesta alla sua dirigenza al fine di trovare un attaccante forte fisicamente e con qualità, era certamente quella di aggiungere un'opzione offensiva all'arsenale blaugrana. L'appoggio alla manovra di Ibra è lineare: Lucio e Samuel lo hanno raramente anticipato. Però Ibra non ha prodotto nemmeno uno spunto dei suoi, sostanzialmente non ha mai tirato in porta, limitando la sua azione in una zona intermedia e quasi sempre spalle alla porta. Ovviamente, poi, lo svedese non ha la predisposizione al pressing ultra offensivo della squadra. E' un Ibra annacquato, sicuramente in parte debilità dalla convalescenza appena superata, che subisce, lui re di San Siro per anni, addirittura l'onta della sostituzione dopo una partita in cui ha combinato pochino.
ALTRO SPETTACOLO. Finisce 3-1 la gara di andata, ma c'è ancora una partita da giocare e tutto è ancora aperto. Al di là di tifo, antipatie e simpatie, preferenze e analisi: avercene di spettacoli del genere nel calcio, è questa la differenza tra a Champions League e tutte le altre manifestazioni per club. E tra una settimana è già pronto un altro show, imprevedibile e imperdibile.
INTER (4-2-3-1): Julio Cesar, Maicon (28' st Chivu), Lucio, Samuel, Zanetti, Cambiasso, Thiago Motta, Eto'o, Sneijder, Pandev, D. Milito (30' st Balotelli). (21 Orlandoni, 2 Cordoba, 23 Materazzi, 11 Muntari). All.: Mourinho.
BARCELLONA (4-1-3-2): Valdes, Dani Alves, Piqué, Puyol, Maxwell, Sergi Busquets, Pedro, Xavi, Keita, Messi, Ibrahimovic (17' st Abidal). (13 Pinto, 4 Marquez, 18 G.Milito, 24 Touré, 11 Bojan, 14 Henry). All.: Guardiola.
Gol: 0-1 19' Pedro, 1-1 30' Sneijder, 2-1 48' Maicon, 3-1 61' D.Milito.
01 aprile 2010
[San Siro] Inter - CSKA Mosca 1-0. Spunti
L'Inter vince la gara d'andata dei quarti di Champions' coi russi del CSKA: rimane il rimpianto per non aver gonfiato il tabellino con altre reti, situazione ampiamente alla portata dei nerazzurri che nel secondo tempo martellano la porta degli avversari con una serie di conclusioni pericolose, senza tuttavia giungere al meritato raddoppio.
IL PRIMO TEMPO. L'approccio alla gara non è semplice, l'Inter deve fare la partita senza accendere le ripartenze russe, l'arma che sostanzialmente ha condotto fin qui il CSKA. I nerazzurri controllano la partita, hanno una predominanza netta del possesso palla, inibiscono i contropiedi russi ma non alzano mai il ritmo, che rimane compassato. La mancanza di un uomo come Thiago Motta sulla linea centrale rallenta la circolazione, che manca di tempi adeguati, con la palla che fa fatica ad arrivare pulita ai tre attaccanti e con uno Sneijder acciaccato (problemi e caviglia e interno coscia) raramente trova la giocata giusta. I russi pur difendendo basso riescono così a portare raddoppi nella zona della palla senza problemi, mantenendo le due linee di 4 compatte: soprattutto non soffrono i cambi di gioco che sono troppo lenti e prevedibili. Fisicamente sono dominanti, specie negli uomini di difesa, e levano tanti appoggi centrali della manovra della squadra di Mourinho.
PRESSING OFFENSIVO. La partita cambia poco dopo l'ora di gioco con il gol di Milito ma aveva già preso una piega definita nel secondo tempo quando l'Inter alza la linea e l'intensità del pressing, che da offensivo diventa ultra offensivo. Merito degli attaccanti, del sacrificio di Eto'o e Pandev sui lati, ma merito soprattutto della gara di Cambiasso e Stankovic: monumentali. I due centrocampisti recuperano un numero impressionante di palle oltre la metacampo, soprattutto la loro vigoria inibisce le ripartenze russe, prima nella testa che nei piedi: il CSKA perde convinzione e, dopo il gol, prende paura e si limita esclusivamente a difendere. L'Inter apre in due la partita con i due mediani del 4231 voluto da Mourinho che giocano quindici metri più avanti senza necessità di arretrare, Materazzi e Samuel tengono la linea alta senza rischiare e i nerazzurri producono trenta minuti che sono un susseguirsi di palle gol.
MILITO. Controllo e rapidissima conclusione dal limite dell'area di rigore rubando il tempo al portiere: così l'ex attaccante del Racing svergina il tabellino del match. Un gran gol, da vero centravanti. Diego Milito non sarà la punta più forte del mondo ma ha grande istinto da goleador e una grande coscienza dei suoi mezzi, anche dei suoi limiti: non tenta mai nessuna giocata ad effetto, resta concreto e, come ha dimostrato in questo quarto di finale, lui che la Champions l'ha sempre e solo vista in tv, non abbandona mentalmente la partita nemmeno dopo un primo tempo in cui la fisicità della linea difensiva russa lo tiene a bada. Dopo il gol, gioca mezz'ora di qualità elevatissima, entra praticamente in ogni azione pericolosa, diventa quel perno centrale che mancava nel primo tempo, quel riferimento sicuro di tutte le mezze transizioni che fanno malissimo ai russi obbligati anche a coprire tutta l'ampiezza del campo (specie a sinistra con Eto'o largo che mette palle interessanti, come quando manda Sneijder davanti ad Akinfeev). E lo fa alla maniera di Milito, con linearità, determinazione e concretezza, senza fronzoli.
IL CSKA. Fisicamente i russi sono impressionanti e pur difendendo con linee basse riescono di norma ad innescare ripartenze veloci che fanno male agli avversari (esaltando le caratteristiche ad esempio del sero Krasic). L'Inter riesce però benissimo a coprire la prima fase di questi ribaltamenti: pressando alto nega o rallenta sempre il passaggio di apertura, limitando così la caratteristica più devastante del CSKA. Che si limita al lancio lungo per Necid, perso nella morsa di Samuel e Materazzi: proprio il tecnico Slutsky chiama dalla panchina il gioco diretto verso l'attaccante ceco e chiede ai centrocampisti di accomapagnare la seconda palla. Ma la negazione quasi totale dell'appoggio offensivo mina anche il morale dei russi che piano piano si limitano alla sola fase difensiva. L'allenatore russo non cambia mai sistema di gioco: i sostituti surrogano ruoli e competenze dei titolari, senza incidere granché. Nota di merito per il portiere Akinfeev, personalità e grandissimo senso della posizione: non è necessario volare plasticamente da un palo all'altro per essere un vero numero uno.
INTER (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Materazzi, Samuel, J.Zanetti; Stankovic, Cambiasso; Pandev (93’ Mariga), Sneijder, Eto'o; Milito. A disposizione: Toldo, Cordoba, Chivu, Muntari, Quaresma, Arnautovic. All.: Mourinho.
CSKA MOSCA (4-4-1-1): Akinfeev; V.Berezutski, A.Berezutski, Ignashevich, Schennikov; Krasic, Aldonin (75’ Rahimic), Semberas, Mamaev (71’ Gonzalez); Honda (62’ Dzagoev); Necid. A disposizione: Chepchugov, Nababkin, Odiah, Guilherme,. All.: Slutsky.
Gol: 65’ Milito
IL PRIMO TEMPO. L'approccio alla gara non è semplice, l'Inter deve fare la partita senza accendere le ripartenze russe, l'arma che sostanzialmente ha condotto fin qui il CSKA. I nerazzurri controllano la partita, hanno una predominanza netta del possesso palla, inibiscono i contropiedi russi ma non alzano mai il ritmo, che rimane compassato. La mancanza di un uomo come Thiago Motta sulla linea centrale rallenta la circolazione, che manca di tempi adeguati, con la palla che fa fatica ad arrivare pulita ai tre attaccanti e con uno Sneijder acciaccato (problemi e caviglia e interno coscia) raramente trova la giocata giusta. I russi pur difendendo basso riescono così a portare raddoppi nella zona della palla senza problemi, mantenendo le due linee di 4 compatte: soprattutto non soffrono i cambi di gioco che sono troppo lenti e prevedibili. Fisicamente sono dominanti, specie negli uomini di difesa, e levano tanti appoggi centrali della manovra della squadra di Mourinho.
PRESSING OFFENSIVO. La partita cambia poco dopo l'ora di gioco con il gol di Milito ma aveva già preso una piega definita nel secondo tempo quando l'Inter alza la linea e l'intensità del pressing, che da offensivo diventa ultra offensivo. Merito degli attaccanti, del sacrificio di Eto'o e Pandev sui lati, ma merito soprattutto della gara di Cambiasso e Stankovic: monumentali. I due centrocampisti recuperano un numero impressionante di palle oltre la metacampo, soprattutto la loro vigoria inibisce le ripartenze russe, prima nella testa che nei piedi: il CSKA perde convinzione e, dopo il gol, prende paura e si limita esclusivamente a difendere. L'Inter apre in due la partita con i due mediani del 4231 voluto da Mourinho che giocano quindici metri più avanti senza necessità di arretrare, Materazzi e Samuel tengono la linea alta senza rischiare e i nerazzurri producono trenta minuti che sono un susseguirsi di palle gol.
MILITO. Controllo e rapidissima conclusione dal limite dell'area di rigore rubando il tempo al portiere: così l'ex attaccante del Racing svergina il tabellino del match. Un gran gol, da vero centravanti. Diego Milito non sarà la punta più forte del mondo ma ha grande istinto da goleador e una grande coscienza dei suoi mezzi, anche dei suoi limiti: non tenta mai nessuna giocata ad effetto, resta concreto e, come ha dimostrato in questo quarto di finale, lui che la Champions l'ha sempre e solo vista in tv, non abbandona mentalmente la partita nemmeno dopo un primo tempo in cui la fisicità della linea difensiva russa lo tiene a bada. Dopo il gol, gioca mezz'ora di qualità elevatissima, entra praticamente in ogni azione pericolosa, diventa quel perno centrale che mancava nel primo tempo, quel riferimento sicuro di tutte le mezze transizioni che fanno malissimo ai russi obbligati anche a coprire tutta l'ampiezza del campo (specie a sinistra con Eto'o largo che mette palle interessanti, come quando manda Sneijder davanti ad Akinfeev). E lo fa alla maniera di Milito, con linearità, determinazione e concretezza, senza fronzoli.
IL CSKA. Fisicamente i russi sono impressionanti e pur difendendo con linee basse riescono di norma ad innescare ripartenze veloci che fanno male agli avversari (esaltando le caratteristiche ad esempio del sero Krasic). L'Inter riesce però benissimo a coprire la prima fase di questi ribaltamenti: pressando alto nega o rallenta sempre il passaggio di apertura, limitando così la caratteristica più devastante del CSKA. Che si limita al lancio lungo per Necid, perso nella morsa di Samuel e Materazzi: proprio il tecnico Slutsky chiama dalla panchina il gioco diretto verso l'attaccante ceco e chiede ai centrocampisti di accomapagnare la seconda palla. Ma la negazione quasi totale dell'appoggio offensivo mina anche il morale dei russi che piano piano si limitano alla sola fase difensiva. L'allenatore russo non cambia mai sistema di gioco: i sostituti surrogano ruoli e competenze dei titolari, senza incidere granché. Nota di merito per il portiere Akinfeev, personalità e grandissimo senso della posizione: non è necessario volare plasticamente da un palo all'altro per essere un vero numero uno.
INTER (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Materazzi, Samuel, J.Zanetti; Stankovic, Cambiasso; Pandev (93’ Mariga), Sneijder, Eto'o; Milito. A disposizione: Toldo, Cordoba, Chivu, Muntari, Quaresma, Arnautovic. All.: Mourinho.
CSKA MOSCA (4-4-1-1): Akinfeev; V.Berezutski, A.Berezutski, Ignashevich, Schennikov; Krasic, Aldonin (75’ Rahimic), Semberas, Mamaev (71’ Gonzalez); Honda (62’ Dzagoev); Necid. A disposizione: Chepchugov, Nababkin, Odiah, Guilherme,. All.: Slutsky.
Gol: 65’ Milito
19 marzo 2010
[Stamford Bridge] Chelsea - Inter 0-1 - Spunti
DA STAMFORD BRIDGE, LONDRA
A fine partita il presidente dell'Inter Massimo Moratti attraversa il campo di Stamford Bridge tra gli osanna dei tifosi nerazzurri, unici rimasti nello stadio ormai svuotato dai delusi tifosi di casa, e si illumina di un sorriso nuovo. E' consapevole che dopo tanti anni di presidenza questa è forse una svolta importante per la sua squadra. L'Inter passa il turno, batte ed elimina il Chelsea con una personalità che mai aveva dimostrato in Europa, proprio nella partita più delicata di questi ultimi anni. Maturità e carattere, finalmente, dopo tanti anni di investimenti, errori e rodimenti di fegato Moratti ha trovato la strada giusta?
RITMO DELLA GARA. Il segreto nemmeno tanto nascosto del match è stato il completo controllo del ritmo della gara da parte dell'Inter. Il 4231 di Mourinho che ha sorpreso tutti è stato il modulo perfetto per gestire la partita. Tolti i 10 minuti finali del primo tempo i nerazzurri hanno giocato la palla con personalità, facendola girare al ritmo adeguato, trovando il cambio di lato o la profondità con semplicità di tocchi. Fondamentale il lavoro dei due esterni d'attacco, Pandev e Eto'o, bravi nell'appoggiare l'azione e concentrati nella fase passiva (aiutati anche dall'estrema compattezza della squadra che non li obbligava a rincorse sfibranti ma a rientri in cui potevano essere utili con lucidità). Il Chelsea non aveva spazi e non producendo un'azione veloce si impantanava in scarichi laterali con poco costrutto o lanci diretti verso Drogba, stretto nella marcatura di Samuel e Lucio (anche ieri quasi perfetti): unica azione credibile la ricerca di Malouda (il più in palla dei Blues) esterno a sinistra che però si limitava all'uno contro uno e faceva relativamente male alla difesa. L'Inter non ha concesso praticamente nulla nelle transizioni (l'arma in più del Chelsea che fu di Mourinho) e i Blues se giocano a questo ritmo non hanno uomini che a questi livelli possono fare la differenza partendo da fermi palla al piede.
LA PROVA DI ETO'O. Il gol decisivo, dopo un paio di errori sotto porta, è il suo segno su questa partita, ma non l'unica cosa positiva. Giocare così, palla a terra, combinando movimenti e scarichi utilizzando l'ampiezza del campo, valorizzando il possesso palla, è il modo migliore per ritrovare l'attaccante del Camerun, non sempre brillante in questo inizio d'anno. Eto'o può giocare anche esterno d'attacco ma deve essere sollecitato, coinvolto sempre nella manovra, non esclusivamente lanciato nello spazio. Le combinazioni con Maicon (col supporto di Cambiasso, a destra nel Doble Pivote di Mourinho in mezzo al campo) sono stata un'arma fondamentale per tanti sbocchi delle azioni offensive dell'Inter.
LA QUALITA' DI SNEIJDER (E IL RUOLO DI MOTTA). Tutte le giocate di qualità, che hanno mandato in porta un giocatore nerazzurro, sono partite dai piedi (destro e sinistro non fa differenza) di Wesley Sneijder. Impreciso, stavolta, solo sulle punizioni l'ennesimo scarto del Real Madrid ha mostrato che le insistenze di Mourinho, questa estate, per averlo, erano altamente giustificate. Importante in quest'ottica anche la solida partita di Thiago Motta: Sneijder non può e non deve abbassarsi con continuità per rendere qualitativo la prima fase di possesso palla ma deve entrare nella fase successiva, in cui, come ha fatto col Chelsea puòmettere davanti alla porta i compagni. Bene, Motta, può essere quell'elemento che "pulisce" da subito la giocata, che conosce i tempi di gioco e ha il piede per valorizzare l'apertura dell'azione.
CHELSEA. Male i Blues, la cui unica opzione pericolosa è parsa la forza fisica sui calci d'angolo, un po' poco. Da quando Mourinho ha tolto la chance dell'appoggio su Anelka ( e di Kalou o Malouda) in zona intermedia, come nella prima ora di gioco dell'andata di San Siro, il Chelsea non ha più trovato contromisure, lasciando sempre l'inerzia del ritmo ai nerazzurri non riuscendo mai a scuotersi (provare a cambiare struttura di squadra sarebbe servito?). Levate pure le transizioni con i rimorchi di Lampard, la squadra di Ancelotti è stata spesso solo il lancio diretto per Drogba (accusa a fine match fatta sua da Malouda) senza nessuna giocata qualitativa nei 16 metri. Troppo poco.
CHELSEA (4-3-3): Turnbull; Ivanovic, Alex, Terry, Zhirkov (73' Kalou); Ballack (62' Cole), Obi Mikel, Lampard; Anelka, Drogba, Malouda. A disp.: Taylor, Carvalho, Sturridge, Belletti, Bruma. All.: Ancelotti.
INTER (4-2-1-3): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Samuel, J.Zanetti; Cambiasso, Thiago Motta (92' Materazzi); Sneijder (84' Mariga); Pandev (74' Stankovic), Milito, Eto'o. A disp.: Toldo, Cordoba, Quaresma, Santon. All.: Mourinho.
Gol: 78' Eto'o
A fine partita il presidente dell'Inter Massimo Moratti attraversa il campo di Stamford Bridge tra gli osanna dei tifosi nerazzurri, unici rimasti nello stadio ormai svuotato dai delusi tifosi di casa, e si illumina di un sorriso nuovo. E' consapevole che dopo tanti anni di presidenza questa è forse una svolta importante per la sua squadra. L'Inter passa il turno, batte ed elimina il Chelsea con una personalità che mai aveva dimostrato in Europa, proprio nella partita più delicata di questi ultimi anni. Maturità e carattere, finalmente, dopo tanti anni di investimenti, errori e rodimenti di fegato Moratti ha trovato la strada giusta?
RITMO DELLA GARA. Il segreto nemmeno tanto nascosto del match è stato il completo controllo del ritmo della gara da parte dell'Inter. Il 4231 di Mourinho che ha sorpreso tutti è stato il modulo perfetto per gestire la partita. Tolti i 10 minuti finali del primo tempo i nerazzurri hanno giocato la palla con personalità, facendola girare al ritmo adeguato, trovando il cambio di lato o la profondità con semplicità di tocchi. Fondamentale il lavoro dei due esterni d'attacco, Pandev e Eto'o, bravi nell'appoggiare l'azione e concentrati nella fase passiva (aiutati anche dall'estrema compattezza della squadra che non li obbligava a rincorse sfibranti ma a rientri in cui potevano essere utili con lucidità). Il Chelsea non aveva spazi e non producendo un'azione veloce si impantanava in scarichi laterali con poco costrutto o lanci diretti verso Drogba, stretto nella marcatura di Samuel e Lucio (anche ieri quasi perfetti): unica azione credibile la ricerca di Malouda (il più in palla dei Blues) esterno a sinistra che però si limitava all'uno contro uno e faceva relativamente male alla difesa. L'Inter non ha concesso praticamente nulla nelle transizioni (l'arma in più del Chelsea che fu di Mourinho) e i Blues se giocano a questo ritmo non hanno uomini che a questi livelli possono fare la differenza partendo da fermi palla al piede.
LA PROVA DI ETO'O. Il gol decisivo, dopo un paio di errori sotto porta, è il suo segno su questa partita, ma non l'unica cosa positiva. Giocare così, palla a terra, combinando movimenti e scarichi utilizzando l'ampiezza del campo, valorizzando il possesso palla, è il modo migliore per ritrovare l'attaccante del Camerun, non sempre brillante in questo inizio d'anno. Eto'o può giocare anche esterno d'attacco ma deve essere sollecitato, coinvolto sempre nella manovra, non esclusivamente lanciato nello spazio. Le combinazioni con Maicon (col supporto di Cambiasso, a destra nel Doble Pivote di Mourinho in mezzo al campo) sono stata un'arma fondamentale per tanti sbocchi delle azioni offensive dell'Inter.
LA QUALITA' DI SNEIJDER (E IL RUOLO DI MOTTA). Tutte le giocate di qualità, che hanno mandato in porta un giocatore nerazzurro, sono partite dai piedi (destro e sinistro non fa differenza) di Wesley Sneijder. Impreciso, stavolta, solo sulle punizioni l'ennesimo scarto del Real Madrid ha mostrato che le insistenze di Mourinho, questa estate, per averlo, erano altamente giustificate. Importante in quest'ottica anche la solida partita di Thiago Motta: Sneijder non può e non deve abbassarsi con continuità per rendere qualitativo la prima fase di possesso palla ma deve entrare nella fase successiva, in cui, come ha fatto col Chelsea puòmettere davanti alla porta i compagni. Bene, Motta, può essere quell'elemento che "pulisce" da subito la giocata, che conosce i tempi di gioco e ha il piede per valorizzare l'apertura dell'azione.
CHELSEA. Male i Blues, la cui unica opzione pericolosa è parsa la forza fisica sui calci d'angolo, un po' poco. Da quando Mourinho ha tolto la chance dell'appoggio su Anelka ( e di Kalou o Malouda) in zona intermedia, come nella prima ora di gioco dell'andata di San Siro, il Chelsea non ha più trovato contromisure, lasciando sempre l'inerzia del ritmo ai nerazzurri non riuscendo mai a scuotersi (provare a cambiare struttura di squadra sarebbe servito?). Levate pure le transizioni con i rimorchi di Lampard, la squadra di Ancelotti è stata spesso solo il lancio diretto per Drogba (accusa a fine match fatta sua da Malouda) senza nessuna giocata qualitativa nei 16 metri. Troppo poco.
CHELSEA (4-3-3): Turnbull; Ivanovic, Alex, Terry, Zhirkov (73' Kalou); Ballack (62' Cole), Obi Mikel, Lampard; Anelka, Drogba, Malouda. A disp.: Taylor, Carvalho, Sturridge, Belletti, Bruma. All.: Ancelotti.
INTER (4-2-1-3): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Samuel, J.Zanetti; Cambiasso, Thiago Motta (92' Materazzi); Sneijder (84' Mariga); Pandev (74' Stankovic), Milito, Eto'o. A disp.: Toldo, Cordoba, Quaresma, Santon. All.: Mourinho.
Gol: 78' Eto'o
26 febbraio 2010
[San Siro] Inter - Chelsea 2-1. Spunti
L'Inter guadagna un minimo vantaggio nella sfida dell'andata degli ottavi di finale di Champions'. Vince 2-1 contro il Chelsea, probabilmente nell'accoppiamento più equilibrato che la competizione continentale sta offrendo.
INTER SENZA PRESSING ALTO. Le indicazioni proposte dal match non devono necessariamente rappresentare un giudizio definitivo sulle due squadre. Però è evidente, per quel che riguarda l'Inter che, almeno con squadre di questo livello e di tale forza, è impossibile proporre con continuità un calcio simile a quello proposto in campionato dai nerazzurri. Possesso palla e, soprattutto, pressing alto sono stati inibiti dalla potenza del Chelsea.
Partiti con il 4312 gli uomini di Mourinho hanno subito trovato la rete con una bella azione in verticale che ha fatto giungere la palla in area a Milito, bravo a saltare di netto Terry e freddare Cech sul primo palo. Da quel momento l'Inter ha però iniziato a difendere medio basso e a ripartire. Il Chelsea ha concluso solo da fuori area( e pericolosamente soprattutto con una punizione di Drogba, finita sulla traversa) ma ha governato il ritmo della partita, disponendo fisicamente di un tonnellaggio davvero superiore (Obi Mikel, Ballack, Lampard) e di una strategia che prevedeva Kalou (ottimo) e Anelka in una posizione intermedia alle spalle di Drogba. I due attaccanti ricevevano facile e potevano organizzare la manovra d'attacco, Thiago Motta e Stankovic non riuscivano mai a prenderli e Cambiasso era il solito schermo difensivo ma ormai il fisico non gli consente di coprire molti metri: si salva con scelte di testa e tentativi di giocare sulle linee di passaggio, e non sempre riesce negli obiettivi.
La vera vittoria dell'Inter è stata però quella di non fare entrare in azione Drogba: si è preferita una densità difensiva bassa in funzione di maggiore copertura dell'attaccante ex OM a scapito di una riconquista alta e di maggiori opzioni di ripartenza. Infatti, nonostante il possesso palla del Chelsea nettamente superiore dei Blues Mourinho non cambia nulla a metà tempo e lascia i primi 11. Il tutto riesce anche per la superlativa prova di Lucio: il capitano della nazionale brasiliana non sbaglia niente, anticipa, chiude, riparte pure, San Siro lo elegge migliore in campo tributandogli una serie di cori gonfi di entusiasmo.
L'INGRESSO DI BALOTELLI. Il Chelsea trova il gol su una mezza papera di Julio Cesar a seguito di un tiro di Kalou dal limite non irresistibile (buona l'ennesima sovrapposizione di Ivanovic, scopertosi davvero ottimo terzino destro, ormai). L'Inter è brava e fortunata ad avere uno scatto d'orgoglio e a trovare il nuovo vantaggio con Cambiasso. Mourinho inserisce proprio dopo il gol del 2-1 Balotelli, per Thiago Motta, ristrutturando la sua squadra con il 4231. In realtà i principi di gioco rimangono affini: Thiago Motta aveva la funzione di "secondo" facitore di gioco una volta "coperto" Sneijder. SuperMario ne eredita le funzioni seppur in una zona diversa del campo: la squadra si appoggia molto su di lui e, partendo dal lato ha anche il vantaggio di inibire le sovrapposizioni di Malouda, che nel secondo tempo Ancelotti ha voluto più aggressivo, e che poteva diventare un fattore nella partita (significativo anche questo particolare: l'ex tecnico milanista è rimasto sempre in piedi davanti alla panchina senza dare grandi indicazioni ai suoi con l'eccezione del secondo tempo in cui allargava continuamente le braccia suggerendo una maggiore ampiezza di gioco ai suoi). Balotelli sulla destra è una fonte di gioco importante e procura seri grattaccapi al Chelsea che deve anche spostare Lampard per il raddoppio sull'attaccante.
CENTROCAMPO CHELSEA. In mezzo al campo la squadra inglese gira palla senza difficoltà, ha una netta predominanza fisica (tante palle guadagnate anche di testa), non va praticamente mai in difficoltà per il pressing dell'Inter ma è pericoloso solo con i tiri da fuori (uno in particolare di Ballack, che Julio Cesar vede all'ultimo momento): pochi gli inserimenti (ci prova Lampard nel secondo tempo ma è un'azione sporadica) e pochi gli uno contro uno per provocare la giocata pericolosa. Il pallino del gioco nella metacampo interista è rimasto quasi sempre in mano a Kalou e Anelka, i centrocampisti si limitavano ad appoggiarsi a questi due attaccanti, e per l'Inter era comunque il minore dei mali.
FATICA. La fatica mentale e fisica del match, sommata a quella di sabato scorso contro la Samp, dove l'Inter ha giocato per larghi tratti in 11 contro 9, si fa sentire sul finire della partita: Milito non difende più un pallone, mentre a inizio match aveva uccellato più volte Terry e Carvalho, Sneijder si impegna in tante rincorse ma non ha più la lucidità nella giocata. L'inter si ferma e la partita si blocca: finisce 2-1, tutto è ancora aperto.
INTER (4312): Julio Cesar, Lucio, Maicon, Samuel, Zanetti; Stankovic (84’ Muntari), Cambiasso, Motta (58’ Balotelli); Sneijder; Eto’o (68’ Pandev), Milito. A disp.: Toldo, Cordoba, Mariga, Quaresma. All.. Mourinho
CHELSEA (4321): Cech (62’ Hilario), Ivanovic, Carvalho, Terry, Malouda, Ballack, Mikel Obi, Lampard; Anelka, Kalou (78’ Sturridge); Drogba. A disp.: Alex, Belletti, Bruma, Cole, Borini,. All.: Ancelotti
Gol: 3’ Milito, 51’ Kalou, 55’ Cambiasso
INTER SENZA PRESSING ALTO. Le indicazioni proposte dal match non devono necessariamente rappresentare un giudizio definitivo sulle due squadre. Però è evidente, per quel che riguarda l'Inter che, almeno con squadre di questo livello e di tale forza, è impossibile proporre con continuità un calcio simile a quello proposto in campionato dai nerazzurri. Possesso palla e, soprattutto, pressing alto sono stati inibiti dalla potenza del Chelsea.
Partiti con il 4312 gli uomini di Mourinho hanno subito trovato la rete con una bella azione in verticale che ha fatto giungere la palla in area a Milito, bravo a saltare di netto Terry e freddare Cech sul primo palo. Da quel momento l'Inter ha però iniziato a difendere medio basso e a ripartire. Il Chelsea ha concluso solo da fuori area( e pericolosamente soprattutto con una punizione di Drogba, finita sulla traversa) ma ha governato il ritmo della partita, disponendo fisicamente di un tonnellaggio davvero superiore (Obi Mikel, Ballack, Lampard) e di una strategia che prevedeva Kalou (ottimo) e Anelka in una posizione intermedia alle spalle di Drogba. I due attaccanti ricevevano facile e potevano organizzare la manovra d'attacco, Thiago Motta e Stankovic non riuscivano mai a prenderli e Cambiasso era il solito schermo difensivo ma ormai il fisico non gli consente di coprire molti metri: si salva con scelte di testa e tentativi di giocare sulle linee di passaggio, e non sempre riesce negli obiettivi.
La vera vittoria dell'Inter è stata però quella di non fare entrare in azione Drogba: si è preferita una densità difensiva bassa in funzione di maggiore copertura dell'attaccante ex OM a scapito di una riconquista alta e di maggiori opzioni di ripartenza. Infatti, nonostante il possesso palla del Chelsea nettamente superiore dei Blues Mourinho non cambia nulla a metà tempo e lascia i primi 11. Il tutto riesce anche per la superlativa prova di Lucio: il capitano della nazionale brasiliana non sbaglia niente, anticipa, chiude, riparte pure, San Siro lo elegge migliore in campo tributandogli una serie di cori gonfi di entusiasmo.
L'INGRESSO DI BALOTELLI. Il Chelsea trova il gol su una mezza papera di Julio Cesar a seguito di un tiro di Kalou dal limite non irresistibile (buona l'ennesima sovrapposizione di Ivanovic, scopertosi davvero ottimo terzino destro, ormai). L'Inter è brava e fortunata ad avere uno scatto d'orgoglio e a trovare il nuovo vantaggio con Cambiasso. Mourinho inserisce proprio dopo il gol del 2-1 Balotelli, per Thiago Motta, ristrutturando la sua squadra con il 4231. In realtà i principi di gioco rimangono affini: Thiago Motta aveva la funzione di "secondo" facitore di gioco una volta "coperto" Sneijder. SuperMario ne eredita le funzioni seppur in una zona diversa del campo: la squadra si appoggia molto su di lui e, partendo dal lato ha anche il vantaggio di inibire le sovrapposizioni di Malouda, che nel secondo tempo Ancelotti ha voluto più aggressivo, e che poteva diventare un fattore nella partita (significativo anche questo particolare: l'ex tecnico milanista è rimasto sempre in piedi davanti alla panchina senza dare grandi indicazioni ai suoi con l'eccezione del secondo tempo in cui allargava continuamente le braccia suggerendo una maggiore ampiezza di gioco ai suoi). Balotelli sulla destra è una fonte di gioco importante e procura seri grattaccapi al Chelsea che deve anche spostare Lampard per il raddoppio sull'attaccante.
CENTROCAMPO CHELSEA. In mezzo al campo la squadra inglese gira palla senza difficoltà, ha una netta predominanza fisica (tante palle guadagnate anche di testa), non va praticamente mai in difficoltà per il pressing dell'Inter ma è pericoloso solo con i tiri da fuori (uno in particolare di Ballack, che Julio Cesar vede all'ultimo momento): pochi gli inserimenti (ci prova Lampard nel secondo tempo ma è un'azione sporadica) e pochi gli uno contro uno per provocare la giocata pericolosa. Il pallino del gioco nella metacampo interista è rimasto quasi sempre in mano a Kalou e Anelka, i centrocampisti si limitavano ad appoggiarsi a questi due attaccanti, e per l'Inter era comunque il minore dei mali.
FATICA. La fatica mentale e fisica del match, sommata a quella di sabato scorso contro la Samp, dove l'Inter ha giocato per larghi tratti in 11 contro 9, si fa sentire sul finire della partita: Milito non difende più un pallone, mentre a inizio match aveva uccellato più volte Terry e Carvalho, Sneijder si impegna in tante rincorse ma non ha più la lucidità nella giocata. L'inter si ferma e la partita si blocca: finisce 2-1, tutto è ancora aperto.
INTER (4312): Julio Cesar, Lucio, Maicon, Samuel, Zanetti; Stankovic (84’ Muntari), Cambiasso, Motta (58’ Balotelli); Sneijder; Eto’o (68’ Pandev), Milito. A disp.: Toldo, Cordoba, Mariga, Quaresma. All.. Mourinho
CHELSEA (4321): Cech (62’ Hilario), Ivanovic, Carvalho, Terry, Malouda, Ballack, Mikel Obi, Lampard; Anelka, Kalou (78’ Sturridge); Drogba. A disp.: Alex, Belletti, Bruma, Cole, Borini,. All.: Ancelotti
Gol: 3’ Milito, 51’ Kalou, 55’ Cambiasso
27 novembre 2009
Barça - Inter 2-0. Filosofia e applicazione
Le ultime uscite dell'Inter avevano illuso che si fossero consolidate certezze all'interno del progetto nerazzurro. E in effetti in campionato l'ultima prova di Bologna è stata molto buona: sicurezza e organizzazione. Il problema è che il Barça è una squadra unica e giocare nell'ampio Nou Camp le regala anche notevoli vantaggi, psicologici e tecnici. C'è ampio dibattito su come si debba cercare di fermare i Blau-Grana in casa propria. L'Inter di Mourinho sceglie di giocarsela uscendo palla al piede, evitando il lancio lungo e il gioco diretto sulle punte, seguendo la nuova mentalità suggerita dalla società allo Special One: più palla a terra, e in quest'ottica si legge anche la rinuncia a un attaccante come Ibrahimovic. La scelta dei centrocampisti è tutta discutibile, ma è ovvio che in nerazzurro si sta assistendo a una rivoluzione che non ha ancora visto la fine, anzi: il percorso è appena iniziato. Tornando alla gara del Nou Camp, le assenze di Ibra e Messi hanno forse illuso molti ma, quantunque giocatori di altissima levatura, non sono il Barça. Il Barça ha una filosofia di squadra che non può mutare, specie se in campo ci sono fenomeni come Xavi e Iniesta, giocatori-chiave ancor di più degli attaccanti assenti. Il Barcellona ha dominato la partita, non tanto per le occasioni da gol (in fin dei conti non così tante) quanto per come ha disposto dell'avversario, a piacimento, tanto per testimoniare come il Barça sia, anche da questo punto di vista, "più di un club", appartiene a un'altra galassia ( e questo, i Moratti di questa terra dovrebbero riconoscerlo a mente fredda, non si costruisce in un anno). Cercare di battere il Barça sul proprio campo, quello del palleggio, mi pare davvero impossibile, almeno oggi. Vero che nella partita di andata l'Inter aveva giocato un buon venti minuti di possesso palla ordinato e efficace, mettendo sotto il Barça. Ma la differenza l'ha fatta il pressing ultra-offensivo dell'altra sera, facilitato (bestemmia) dalla non presenza in campo soprattutto di un giocatore come Ibra: Pedrito e Henry (anche questo Henry) sono più funzionali per una situazione di pressing rispetto allo svedese. Inoltre, proprio non disponendo di un appoggio sicuro come Ibra davanti devi riconquistare palla il più alto possibile e Guardiola ha esasperato il suo pressing offensivo, già di norma abbastanza alto (secondo me la vera arma in più targata Pep, nel Barça che possiede una filosofia definita almeno dopo l'era Cruijff). La pressione del Barça non è solo esercitata nei confronti dei giocatori più vicini alla palla ma è necessario che la linea difensiva (davvero ottimo Piqué) sia altissima nei momenti giusti, per ridurre lo spazio tra le linee. I giocatori riconoscono quando devono salire per pressare o scivolare per riequilibrare. Una volta riconquistata palla il Barça, grazie alla qualità che possiede, la gira come vuole, allarga il campo, trova spazio ovunque, sa dove e quando entrare, con giocatori che, tranne rarissime eccezioni, hanno capacità di calcio, anche lungo, molto preciso e buone doti di corsa.
C'è di più: subire questo tipo di gioco, essere al centro del "torello" è altamente frustrante, specie per una squadra che si considera legittimamente di alto livello, e l'autostima si autodistrugge quando si prende il gol dopo aver continuamente barcollato.
Il 2-0 di Pedrito: la filosofia del Barça
C'è di più: subire questo tipo di gioco, essere al centro del "torello" è altamente frustrante, specie per una squadra che si considera legittimamente di alto livello, e l'autostima si autodistrugge quando si prende il gol dopo aver continuamente barcollato.
Il 2-0 di Pedrito: la filosofia del Barça
04 novembre 2009
[San Siro] Milan - Real Madrid 1-1 - Spunti
- GENERALE. Un punto per uno: più recriminazioni che soddisfazioni, ma alla fine pareggio sostanzialmente equo, il Madrid tira molto di più in porta (oltre venti conclusioni), il Milan ha le occasioni migliori e gli viene annullato un gol che pare valido (più spalla che braccio il controllo di Pato prima del tiro vincente all'angolo destro di Casillas che avrebbe dato il 2-1 ai rossoneri).
- MILAN. Può piacere o non piacere. Persuadere o meno (a me, ad esempio, non convince del tutto), ma il Milan ha trovato una struttura di squadra in cui sembra credere. Questo 4213 piace ai giocatori, a Leonardo e, almeno finora, ha funzionato. Da quando è stato utilizzato i rossoneri hanno sempre festeggiato un risultato positivo. Nel primo tempo soffre tantissimo, e gli unici flussi di gioco sono quelli diretti agli attaccanti: lancio lungo di Pirlo, che si abbassa sulla linea della difesa, o lancio lungo di Dida. Tante le palle perse, però quando si riesce a innescare Pato, soprattutto, o Ronaldinho, il Milan è molto pericoloso. Vero è che gioca contro una squadra in costruzione e non con un grande equilibrio, però i fatti sono questi: palla a Pato, uno contro uno (o contro due) e l'azione pericolosa arriva, senza soffrire più di tanto dietro. Difesa con blocco medio-basso, squadra lunga e contropiede, mantenendo tre uomini sopra la linea della palla. Nel secondo tempo il Milan guadagna più campo, riesce a sviluppare un abbozzo di manovra, in cui comunque la soluzione privilegiata resta il gioco diretto sulle punte, con la variante Seedorf (non troppo esplorata) dietro la linea dei tre, dove anche Borriello vince qualche duello.
- REAL MADRID. Pellegrini sceglie la panca per Raul e un 4222 che dà qualche frutto nel primo tempo. Non esattamente razionale ma almeno c'è un abbozzo di manovra, un'idea, con la partecipazione dei terzini. Quando sale Sergio Ramos il Milan soffre, solo che non trova sempre il tempo né il movimento e gli assoli dei compagni lo favoriscono. Nella prima mezz'ora si sceglie anche come passaggio d'apertura l'appoggio ad Arbeloa, a sinistra che, come suo solito, tende più a pasticciare che a produrre: la manovra rimane però di una squadra "larga", che utilizza le fasce, come dovrebbe. Dopo il gol potrebbe controllare la partita e invece, sorpreso da un inserimento di Zambrotta, il Madrid subisce l'azione del rigore e smette quel briciolo di razionalità che possedeva. Comincia ad attaccare centralmente, sempre palla al piede con uno-due velleitari che Nesta e Thiago Silva controllano agevolmente: in tutto il secondo tempo la squadra di Pellegrini lascia perplessi: solo tentativi di percussione in mezzo, abbandono totale delle fasce: Arbeloa rimane dietro, attaccato a Pato, ma non riesce mai ad anticiparlo e si arrangia con una serie di calcioni a palla lontana, Sergio Ramos rimane ai margini del match. Marcelo si accentra ancora di più, Kakà non è mai decisivo e vuole solo palla sui piedi per avanzare a testa bassa. In tutto ciò brilla l'assenza di leadership in mezzo di Xabi Alonso, pure insolitamente impreciso con i piedi. Ma non è una questione di uomini: il calcio del Real è solo frenesia, non c'è un minimo di cervello e sinceramente anche Pellegrini non possiede, almeno ora, l'autorità per cambiare le cose. L'allenatore cileno "subisce" la partita, non riesce a modificarla con i cambi (Higuain pascola per il campo per più di un'ora non vincendo nessun duello individuale), non cambia mai l'assetto nemmeno quando nel secondo tempo il Milan guadagna campo. Nella prima parte (quella migliore dei Blancos), invece, si alza in piedi più volte cercando di richiamare un pressing alto che si rivela anche efficace (recupero palla alto) ma che il Madrid non ha assimilato e non ha nella testa dei giocatori che, come detto, pian piano ritornano a muoversi istintivamente e senza costrutto. Albiol e Pepe, in mezzo alla difesa, non sono sempre perfetti e, insieme a Lassana Diarra, coltivano una continua pressione sul portatore di palla e la ricerca spasmodica e non sempre intelligente della conquista della sfera con la pressione individuale: la tecnica dei giocatori del Milan non dovrebbe sempre incoraggiare tale pratica, invece per gli uomini del Madrid pare essere il primo comandamento: l'idea di coprire, rallentare l'azione, attendere raddoppi (non previsti) non rientra nella logica dei madridisti... Il lavoro per l'ex tecnico del Villareal è ancora lungo ma cominciamo a chiederci se ha davvero le caratteristiche giuste per allenare questa squadra. Pur stimando molto il cileno, dopo ieri sera ho diversi dubbi lo sia: in considerazione anche della struttura societaria del Real che, Valdano in primis, non mi pare criticamente costruttiva.
- ARBITRO. Ok lasciar giocare, non fischiare troppo, ma il tedesco Brych esagera. Al di là dell'abbaglio sul gol di Pato, che ci potrebbe anche stare dato che la palla sbatte vicino al braccio, ma la tolleranza su certe entrate e certi spintoni proprio non ci sta. Non sarà un gioco per signorine, ma non è nemmeno il rugby. Poi: preparazione atletica? l'arbitro tedesco è sempre lontano dall'azione...
MILAN (4-2-1-3): Dida; Oddo, Nesta, Thiago Silva, Zambrotta; Ambrosini, Pirlo; Pato, Seedorf, Ronaldinho; Borriello (34' st Inzaghi). (Roma, Kaladze, Abate, Flamini, Gattuso, Huntelaar). All. Leonardo.
REAL MADRID (4-2-2-2): Casillas; Sergio Ramos, Albiol, Pepe, Arbeloa; L. Diarra, Xabi Alonso; Kakà, Marcelo; Higuain (30' st Raul), Benzema (37' st Van Nistelrooy). (Dudek, M.Diarra, Gago, Granero, Van der Vaart) All.: Pellegrini.
MARCATORI: nel pt 29 Benzema, 35' Ronaldinho su rigore.
- MILAN. Può piacere o non piacere. Persuadere o meno (a me, ad esempio, non convince del tutto), ma il Milan ha trovato una struttura di squadra in cui sembra credere. Questo 4213 piace ai giocatori, a Leonardo e, almeno finora, ha funzionato. Da quando è stato utilizzato i rossoneri hanno sempre festeggiato un risultato positivo. Nel primo tempo soffre tantissimo, e gli unici flussi di gioco sono quelli diretti agli attaccanti: lancio lungo di Pirlo, che si abbassa sulla linea della difesa, o lancio lungo di Dida. Tante le palle perse, però quando si riesce a innescare Pato, soprattutto, o Ronaldinho, il Milan è molto pericoloso. Vero è che gioca contro una squadra in costruzione e non con un grande equilibrio, però i fatti sono questi: palla a Pato, uno contro uno (o contro due) e l'azione pericolosa arriva, senza soffrire più di tanto dietro. Difesa con blocco medio-basso, squadra lunga e contropiede, mantenendo tre uomini sopra la linea della palla. Nel secondo tempo il Milan guadagna più campo, riesce a sviluppare un abbozzo di manovra, in cui comunque la soluzione privilegiata resta il gioco diretto sulle punte, con la variante Seedorf (non troppo esplorata) dietro la linea dei tre, dove anche Borriello vince qualche duello.
- REAL MADRID. Pellegrini sceglie la panca per Raul e un 4222 che dà qualche frutto nel primo tempo. Non esattamente razionale ma almeno c'è un abbozzo di manovra, un'idea, con la partecipazione dei terzini. Quando sale Sergio Ramos il Milan soffre, solo che non trova sempre il tempo né il movimento e gli assoli dei compagni lo favoriscono. Nella prima mezz'ora si sceglie anche come passaggio d'apertura l'appoggio ad Arbeloa, a sinistra che, come suo solito, tende più a pasticciare che a produrre: la manovra rimane però di una squadra "larga", che utilizza le fasce, come dovrebbe. Dopo il gol potrebbe controllare la partita e invece, sorpreso da un inserimento di Zambrotta, il Madrid subisce l'azione del rigore e smette quel briciolo di razionalità che possedeva. Comincia ad attaccare centralmente, sempre palla al piede con uno-due velleitari che Nesta e Thiago Silva controllano agevolmente: in tutto il secondo tempo la squadra di Pellegrini lascia perplessi: solo tentativi di percussione in mezzo, abbandono totale delle fasce: Arbeloa rimane dietro, attaccato a Pato, ma non riesce mai ad anticiparlo e si arrangia con una serie di calcioni a palla lontana, Sergio Ramos rimane ai margini del match. Marcelo si accentra ancora di più, Kakà non è mai decisivo e vuole solo palla sui piedi per avanzare a testa bassa. In tutto ciò brilla l'assenza di leadership in mezzo di Xabi Alonso, pure insolitamente impreciso con i piedi. Ma non è una questione di uomini: il calcio del Real è solo frenesia, non c'è un minimo di cervello e sinceramente anche Pellegrini non possiede, almeno ora, l'autorità per cambiare le cose. L'allenatore cileno "subisce" la partita, non riesce a modificarla con i cambi (Higuain pascola per il campo per più di un'ora non vincendo nessun duello individuale), non cambia mai l'assetto nemmeno quando nel secondo tempo il Milan guadagna campo. Nella prima parte (quella migliore dei Blancos), invece, si alza in piedi più volte cercando di richiamare un pressing alto che si rivela anche efficace (recupero palla alto) ma che il Madrid non ha assimilato e non ha nella testa dei giocatori che, come detto, pian piano ritornano a muoversi istintivamente e senza costrutto. Albiol e Pepe, in mezzo alla difesa, non sono sempre perfetti e, insieme a Lassana Diarra, coltivano una continua pressione sul portatore di palla e la ricerca spasmodica e non sempre intelligente della conquista della sfera con la pressione individuale: la tecnica dei giocatori del Milan non dovrebbe sempre incoraggiare tale pratica, invece per gli uomini del Madrid pare essere il primo comandamento: l'idea di coprire, rallentare l'azione, attendere raddoppi (non previsti) non rientra nella logica dei madridisti... Il lavoro per l'ex tecnico del Villareal è ancora lungo ma cominciamo a chiederci se ha davvero le caratteristiche giuste per allenare questa squadra. Pur stimando molto il cileno, dopo ieri sera ho diversi dubbi lo sia: in considerazione anche della struttura societaria del Real che, Valdano in primis, non mi pare criticamente costruttiva.
- ARBITRO. Ok lasciar giocare, non fischiare troppo, ma il tedesco Brych esagera. Al di là dell'abbaglio sul gol di Pato, che ci potrebbe anche stare dato che la palla sbatte vicino al braccio, ma la tolleranza su certe entrate e certi spintoni proprio non ci sta. Non sarà un gioco per signorine, ma non è nemmeno il rugby. Poi: preparazione atletica? l'arbitro tedesco è sempre lontano dall'azione...
MILAN (4-2-1-3): Dida; Oddo, Nesta, Thiago Silva, Zambrotta; Ambrosini, Pirlo; Pato, Seedorf, Ronaldinho; Borriello (34' st Inzaghi). (Roma, Kaladze, Abate, Flamini, Gattuso, Huntelaar). All. Leonardo.
REAL MADRID (4-2-2-2): Casillas; Sergio Ramos, Albiol, Pepe, Arbeloa; L. Diarra, Xabi Alonso; Kakà, Marcelo; Higuain (30' st Raul), Benzema (37' st Van Nistelrooy). (Dudek, M.Diarra, Gago, Granero, Van der Vaart) All.: Pellegrini.
MARCATORI: nel pt 29 Benzema, 35' Ronaldinho su rigore.
01 ottobre 2009
Alan Dzagoev
Ennesima perla ieri, in Champions col Besiktas, di Alan Dzagoev (classe 1990), super talento del Cska Mosca: cominciamo davvero ad esagerare...
17 settembre 2009
[San Siro] Inter - Barça pari. Tentativo di imitazione riuscito a metà
Un punto per parte dopo una partita senza gol ma non povera di spettacolo e di contenuti tecnici.
L'Inter prova nel primo tempo a giocare contro il Barça come il Barça. I risultati sono buoni: pressing ultraoffensivo, tentativo di orientare il gioco sulla fascia sinistra con il risultato di ottenere alcuni rinvii "liberatori" nella prima fase di costruzione dei catalani: un unicum, di questi tempi. Anche se l'estrema qualità che possiede gli permette di cavare sempre fuori occasioni da gol, ma sono estemporanee, non da Barça. Soprattutto, l'atteggiamento degli uomini di Mourinho smontano il piano di Guardiola che non si aspettava un blocco Inter così alto e compatto.
Nel secondo tempo, tuttavia, rinviene la normalità e il Barcellona torna a essere padrone del campo come avviene ormai su tutti i terreni di gioco d'Europa. L'Inter non riesce a salire di squadra, perde soprattutto concentrazione: la fatica mentale del primo tempo si fa sentire, specie se non sei abituato, per cultura e formazione, a giocare in quel modo. Ritorni a essere quello che sei sempre stato nel lustro precedente e col Barça non puoi che utilizzare la solita formula: blocco basso, densità davanti all'area e tentativi di raddoppi quando la palla va sull'esterno. L'Inter esegue bene e il risultato del tabellone non può che essere 0-0.
La sfida di Mourinho, quella di cambiare radicalmente una mentalità consolidata, continua, e siamo curiosi di vedere come prosegue (sono curioso di vedere l'Inter al Camp Nou, per esempio). Il Barcellona rimane ovviamente di un altro livello: ha i migliori giocatori per interpretare questo tipo di calcio, non solo per come fa girare la palla ma soprattutto ( e qui i meriti di Guardiola sono evidenti) per come difende, pressando alto appena perde palla e tenendo la linea alta in difesa, utilizzando spesso lo strumento del fuorigioco.
Eto'o e Ibra? A maglie invertite probabilmente i Blaugrana l'avrebbero spuntata...
INTER-BARCELLONA 0-0
Inter: 12 Julio Cesar; 13 Maicon, 6 Lucio, 25 Samuel, 26 Chivu; 4 Zanetti, 8 Thiago Motta; 10 Sneijder (35' st 39 Santon),11 Muntari (17' st 5 Stankovic); 9 Eto'o, 22 Milito (40' st 45 Balotelli).
A disposizione: 1 Toldo, 2 Cordoba, 14 Vieira, 19 Cambiasso;
Allenatore: José Mourinho.
Barcellona: 1 Valdes; 2 Daniel Alves, 5 Puyol, 3 Piqué, 22 Abidal; 6 Xavi Hernandez, 24 Touré, 15 Keita; 10 Messi, 9 Ibrahimovic, 14 Henry (32' st 8 Iniesta);
A disposizione: 13 Pinto, 4 Marquez, 16 Busquets, 17 Pedro Rodriguez, 19 Maxwell, 35 Jeffren.
Allenatore: Josep Guardiola.
L'Inter prova nel primo tempo a giocare contro il Barça come il Barça. I risultati sono buoni: pressing ultraoffensivo, tentativo di orientare il gioco sulla fascia sinistra con il risultato di ottenere alcuni rinvii "liberatori" nella prima fase di costruzione dei catalani: un unicum, di questi tempi. Anche se l'estrema qualità che possiede gli permette di cavare sempre fuori occasioni da gol, ma sono estemporanee, non da Barça. Soprattutto, l'atteggiamento degli uomini di Mourinho smontano il piano di Guardiola che non si aspettava un blocco Inter così alto e compatto.
Nel secondo tempo, tuttavia, rinviene la normalità e il Barcellona torna a essere padrone del campo come avviene ormai su tutti i terreni di gioco d'Europa. L'Inter non riesce a salire di squadra, perde soprattutto concentrazione: la fatica mentale del primo tempo si fa sentire, specie se non sei abituato, per cultura e formazione, a giocare in quel modo. Ritorni a essere quello che sei sempre stato nel lustro precedente e col Barça non puoi che utilizzare la solita formula: blocco basso, densità davanti all'area e tentativi di raddoppi quando la palla va sull'esterno. L'Inter esegue bene e il risultato del tabellone non può che essere 0-0.
La sfida di Mourinho, quella di cambiare radicalmente una mentalità consolidata, continua, e siamo curiosi di vedere come prosegue (sono curioso di vedere l'Inter al Camp Nou, per esempio). Il Barcellona rimane ovviamente di un altro livello: ha i migliori giocatori per interpretare questo tipo di calcio, non solo per come fa girare la palla ma soprattutto ( e qui i meriti di Guardiola sono evidenti) per come difende, pressando alto appena perde palla e tenendo la linea alta in difesa, utilizzando spesso lo strumento del fuorigioco.
Eto'o e Ibra? A maglie invertite probabilmente i Blaugrana l'avrebbero spuntata...
INTER-BARCELLONA 0-0
Inter: 12 Julio Cesar; 13 Maicon, 6 Lucio, 25 Samuel, 26 Chivu; 4 Zanetti, 8 Thiago Motta; 10 Sneijder (35' st 39 Santon),11 Muntari (17' st 5 Stankovic); 9 Eto'o, 22 Milito (40' st 45 Balotelli).
A disposizione: 1 Toldo, 2 Cordoba, 14 Vieira, 19 Cambiasso;
Allenatore: José Mourinho.
Barcellona: 1 Valdes; 2 Daniel Alves, 5 Puyol, 3 Piqué, 22 Abidal; 6 Xavi Hernandez, 24 Touré, 15 Keita; 10 Messi, 9 Ibrahimovic, 14 Henry (32' st 8 Iniesta);
A disposizione: 13 Pinto, 4 Marquez, 16 Busquets, 17 Pedro Rodriguez, 19 Maxwell, 35 Jeffren.
Allenatore: Josep Guardiola.
16 settembre 2009
[Champions] Ottimo Wolfsburg, favoloso Grafite
Tripletta per l'ex attaccante del San Paolo nell'esordio in questa Champions League (3-1 finale per il Wolfsburg contro il CSKA Mosca). Grafite, ormai stella della Bundesliga, trova la giista considerazione ad altissimo livello (a 30 anni) che gli è sempre stata negata. Rovinato il debutto di Juande Ramos.
PLUS:
Altri match.
Chelsea - Porto 1-0
Maccabi Haifa - Bayern Monaco 0-3
Besiktas - Manchester United 0-1
Atletico Madrid - Apoel Nicosia 0-0
Zurigo - Real Madrid 2-5
Tutto Cristano Ronaldo in Zurigo Real Madrid
Standard Liegi - Arsenal 2-3
Stoccarda - Rangers Glasgow 1-1
Dinamo Kiev - Rubin Kazan 3-1
Liverpool - Debrecen 1-0
Siviglia - Unirea 2-0
Olympiacos - Az Alkmaar 1-0
PLUS:
Altri match.
Chelsea - Porto 1-0
Maccabi Haifa - Bayern Monaco 0-3
Besiktas - Manchester United 0-1
Atletico Madrid - Apoel Nicosia 0-0
Zurigo - Real Madrid 2-5
Tutto Cristano Ronaldo in Zurigo Real Madrid
Standard Liegi - Arsenal 2-3
Stoccarda - Rangers Glasgow 1-1
Dinamo Kiev - Rubin Kazan 3-1
Liverpool - Debrecen 1-0
Siviglia - Unirea 2-0
Olympiacos - Az Alkmaar 1-0
28 agosto 2009
[Champions Preliminari] Nessuna sorpresa nei play-offs
Ritorno dei preliminari di Champions:
Fiorentina - Sporting 1-1 Prandelli rischia giocando un primo tempo senza lena, poi l'inserimento di Stevan Jovetic (la sua partita) a inizio secondo tempo, destabilizza il match. Paulo Bento non trova le contromisure (e non è la prima volta: presto l'addio da Alvalade). Bene comunque Miguel Veloso e Moutinho.
Debreceni - Levski Sofia 2-0. Bella sorpresa quella di questi ungheresi, finalmente tornati in Champions.
Anderlecht - Lione 1-3. Una pura formalità dopo il massacro dell'andata. Ancora super Lisandro Lopez.
Olympiakos - Sheriff 1-0. Nessuna sorpresa: passano i greci.
Apoel Nicosia - FC Copenaghen 3-1. I ciprioti accedono alla fase a gironi di Champions, bel colpo.
Arsenal - Celtic 3-1. Passeggiata londinese.
Stoccarda - Timisoara 0-0
Atletico Madrid - Panathinaikos 2-0
Fiorentina - Sporting 1-1 Prandelli rischia giocando un primo tempo senza lena, poi l'inserimento di Stevan Jovetic (la sua partita) a inizio secondo tempo, destabilizza il match. Paulo Bento non trova le contromisure (e non è la prima volta: presto l'addio da Alvalade). Bene comunque Miguel Veloso e Moutinho.
Debreceni - Levski Sofia 2-0. Bella sorpresa quella di questi ungheresi, finalmente tornati in Champions.
Anderlecht - Lione 1-3. Una pura formalità dopo il massacro dell'andata. Ancora super Lisandro Lopez.
Olympiakos - Sheriff 1-0. Nessuna sorpresa: passano i greci.
Apoel Nicosia - FC Copenaghen 3-1. I ciprioti accedono alla fase a gironi di Champions, bel colpo.
Arsenal - Celtic 3-1. Passeggiata londinese.
Stoccarda - Timisoara 0-0
Atletico Madrid - Panathinaikos 2-0
25 agosto 2009
[Champions Preliminari] Sporting Clube de Portugal
Le amnesie in fase di non posseso del "rombo" portoghese (specie di Vukčević)
“Ganhar com o coração”, sono le parole di un commosso Paulo Bento, tecnico dello Sporting da cinque stagioni, al termine del terzo turno preliminare di Champions, che ha promosso i biancoverdi all'ultimo scontro, quello con la Fiorentina. Coraçao, cuore: nell'assedio finale per cercare la rimonta sul Twente i Leoni di Lisbona trovano il gol, nell'ultimo minuto di recupero, grazie a un colpo di testa del portiere, Rui Patricio... Cuore? Pure qualcos'altro visto che in campo lo Sporting ha dato il peggio di sé, e c'è stato bisogno di qualche ingenuità olandese e di un intervento dell'altissimo per avere ragione di una squadra oggettivamente inferiore. Il peggior Sporting degli ultimi anni: disordinato, impreciso, impaurito. E all'andata non era andata tanto meglio se si considera che il Twente era rimasto in dieci per circa un'ora, senza che la squadra di Paulo Bento costruisse un numero degno di occasioni da rete. Eppoi si è palesato, nuovamente, un fantasma che all'Alvalade, fieri del loro palleggio e della loro tecnica individuale, continuano perennemente a sottostimare: lo Sporting è una squadra fisicamente sovrastabile: deve scegliere ipotesi di gioco differenti, nuove.
Il dibattito interno sul sistema di gioca da adottare (442 in linea o a rombo, con la scelta poi caduta su quest'ultimo “modulo”) si è incagliato attorno a un deludente precampionato.
Attenzione però che una novità importante, nello Sporting, c'è: è l'unico investimento di peso (3,6 milioni di euro) concretizzato dalla società in questo mercato: l'acquisto di Matias Fernandez. E' una scommessa, non dalla quota bassissima ma che potrebbe pagare davvero tanto qualora venisse vinta. Giocatore dai colpi straordinari ma dalla latitante continuità, Mati è arrivato due anni fa al Villareal colmo di propositi e aspettative, eclissatesi di lì a poco nonostante l'iniziale fiducia di Manuel Pellegrini. E in Portogallo la musica è cambiata poco, almeno finora. Continua a essere un corpo estraneo alla squadra anche quando produce buone giocate individuali. Intendiamoci bene: il suo talento lo discutono in pochi e di norma viene esaltato nella sorprendente nazionale cilena di Marcelo Bielsa, ai vertici del Gruppo Sudamericano delle Qualificazioni ai Mondiali di Sudafrica 2010. Però Mati rimane giocatore particolarissimo e non esattamente etichettabile come classico 10: anzi, la possibile tentazione del suo nuovo mister sarebbe forse quella di schierarlo da interno “sui generis”.
Giubilato, forse con troppa fretta, “Pipi” Romagnoli, Paulo Bento ha scelto di puntare tanto su un giovane come Mati-gol, mezzapunta desiderosa di rilanciarsi. Rimane sicuramente l'”incastro” chiave della stagione dei Leoni di Alvalade: è a centrocampo che lo Sporting può fare il salto di qualità. Fuori per infortunio Izmailov (brutto colpo), gli arruolabili Joao Moutinho, Vukčević, Rochembach (se recupera la forma), un ritrovato Miguel Veloso e Pereirinha offrono un supporto di elevata qualità che deve però essere innescato da una scintilla, che solo un giocatore della qualità di Mati Fernandez può trovare. Anche per riaccendere un insolitamente spento Liedson, cannoniere dei biancoverdi negli ultimi anni e svagato in questo inizio di temporada, e per dare vigore alle nuove (Felipe Caicedo in prestito dal Manchester City) e alle eterne (Helder Postiga) promesse. La linea difensiva, finora, ha retto bene, specie per lo splendido esordio, al fianco di Anderson Polga, di Daniel Carriço, giovane centrale dal luminoso futuro, forgiato nell'insuperabile settore giovanile sportinguista, quello che ha già regalato i Figo e i Cristiano Ronaldo all'Olimpo di questo gioco. Oggi, lo Sporting è lontano dall'élite europea ma potrebbe bastare poco per ritrovare competitività: il solo Cuore, con la Fiorentina, non basterà certo...
CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo
19 agosto 2009
[Champions Preliminari] Sporting - Fiorentina 2-2
Alla fine la Fiorentina ottiene quello che cercava, ed è vicinissima alla qualificazione. La modalità per raggiungere il risultato può essere discutibile, data la differenza di forza in campo e soprattutto la mancaza di colontà di "fare" la partita anche nei momenti di superiorità numerica, tuttavia i conti a Prandelli tornano. Squadra bassa, pronta a contenere e poi a ripartire, è la solita Fiorentina: solo qualche sbavatura di troppo (sul secondo gol Miguel Veloso è libero di controllare e preparare la conclusione indisturbato) e parecchio nervosismo (manata di Gamberini a Liedson) che per fortuna dei viola l'arbitro tollera. L'essere passati in vantaggio subito, buona ripartenza e buco clamoroso di Pedro Silva nell'uno contro uno contro Vargas, agevola la strategia della Fiore che può impostare la partita esattamente come gli garba. Gilardino si muove bene e spalle alla porta gioca un buon match, in generale si resiste soprattutto perché la squadra rimane compatta dietro e copre tutti gli spazi, e quando lo Sporting riesce a concludere Frey è sempre attento.
Lo Sporting gioca probabilmente la miglior partita di questo inizio di stagione, Mati Feranndez non è decisivo ma è in costante crescita, Miguel Veloso sta tornando sui suoi livelli e Moutinho è sempre una garanzia, Vuckcevic trova il gol ma è l'elemento meno nobile del centrocampo,la zona dove lo Sporting possiede maggiore qualità. Davanti il solito disastro e se Liedson non ritrova il guizzo, sarà dura anche in campionato per i Leoni. In mezzo alla difesa meglio la giovane promessa Carriço rispetto a Anderson Polga, che si fa tagliare fuori colpevolmente nella rete del definitivo 2-2 di Gilardino.
Sporting (4312) Rui Patrício, Pedro Silva (Pereirinha 57'), Daniel Carriço, Polga, André Marques(Caneira 67'), M. Veloso, J. Moutinho, Vukcevic, Matias, Liedson e H. Postiga (Djaló 81'). Paulo Bento.
Fiorentina (4231) Frey, Comotto, Gamberini, Dainelli, Gobbi, Zanetti, Montolivo (Donadel 80'), Marchionni, Mutu (Jovetic 63'), Vargas e Gilardino. Cesare Prandelli.
Goal: Vargas 6', Vukčević 58', Miguel Veloso 66', Gilardino 79'.
Dagli altri campi:
Celtic - Arsenal 0-2
Copenaghen - Apoel Nicosia 1-0
Poli Timisoara - Stoccarda 0-2
Sheriff Tiraspol - Olympiakos 0-2
Lione - Anderlecht 5-1
Panathinaikos - Atletico Madrid 2-3
Ventspils - Zurigo 0-3
Salisburgo - Maccabi Haifa 1-2
04 agosto 2009
[Champions Preliminari] Un gol del portiere salva lo Sporting!
Miracoloso Sporting: un gol di testa del portiere Rui Patricio, al quarto minuto di recupero, mantiene i Leoni dell'Alvalade in lizza per la Champions. Eliminato e beffato il Twente, passato in vantaggio ad inizio match grazie a un gol di testa di Douglas. Lo Sporting approda al quarto turno preliminare di Champions grazie a tanta fortuna...
ALTRI CAMPI:
Grande rimonta del Panathinaikos ai danni dello Sparta Praga: dopo il 3-1 subito all'andata i verdi di Atene rovesciano il risultato vincendo 3-0 in casa.
Dinamo Zagabria - Red Bull Salisburgo 1-2
33' 0-1 Dusan Svento
47' 1-1 Dimitrios Papadopoulos [D.Z.]
83' 1-2 Robin Nelisse
ALTRI CAMPI:
Grande rimonta del Panathinaikos ai danni dello Sparta Praga: dopo il 3-1 subito all'andata i verdi di Atene rovesciano il risultato vincendo 3-0 in casa.
Dinamo Zagabria - Red Bull Salisburgo 1-2
33' 0-1 Dusan Svento
47' 1-1 Dimitrios Papadopoulos [D.Z.]
83' 1-2 Robin Nelisse
30 luglio 2009
[Champions Preliminari] Sporting - Twente 0-0
Lo Sporting getta una grossa opportunità per chiudere subito i conti contro il Twente di Mc Laren e approdare al quarto turno dei preliminari di Champions. Partito bene, con il solito gioco corto e palla a terra trova il rigore e l'espulsione del portiere olandese al 24': l'errore di Joao Moutinho dal dischetto esalta il portiere bulgaro (figlio d'arte) Mikhailov e accelera la frenesia di tutti gli uomini in biancoverde. Il controllo della partita è pressoché totale, buono il pressing ultraoffensivo con la riconquista alta ma manca sempre l'ultimo passaggio. Il Twente del secondo tempo è esclusivo contenimento, molto attento in mezzo all'area (non perdono un duello aereo) e nei raddoppi sugli esterni. Lo Sporting di Paulo Bento comincia col solito rombo in mezzo al campo con Rochemback in panca e Moutinho, Vuckcevic e Miguel Veloso (sorprendente partita, tornato su ottimi livelli finalmente!) a supporto di Mati Fernandez e della coppia Liedson - Helder Postiga (ne azzeccano pochissime): la squadra è alta( benissimo i due centrali difensivi Polga e il giovanissimo Carriço), pressa ordinata ma non trova mai la decisione e la cura nell'ultimo passaggio. Col passare dei minuti la fatica e la frenesia prende decisamente il comando della teste dei Leoni che si intestardiscono in tiri da fuori sballati e con poco senso. Nelle rare occasioni in cui arrivano conclusioni "intelligenti" c'è sempre Mikhailov a evitare la modifica del punteggio. Nel recupero N'Kufo si divora il gol della beffa assoluta, ma i fischi arrivano lo stesso, e copiosi e meritati, dall'Alvalade.
Carlo Pizzigoni
Da un giornale olandese:
Mikhailov sorregge il Twente.
C’è una luce nell’oscurità di una serata drammatica a Lisbona, dove i Tukkers sono riusciti a strappare con i denti un pareggio dopo aver disputato buona parte dell’incontro in dieci uomini. La luce si chiama Nikolaj Mikhailov, giovane portiere di riserva che ha tenuto a galla il Twente mantenendo intatta la possibilità di qualificazione al turno successivo.
Mikhailov non è propriamente uno degli elementi di spicco del Twente. Da buona parte dei compagni di squadra e dei tifosi è considerato un portiere che ama concedersi alla platea, senza però possedere la necessaria continuità per poter ambire ad una maglia da titolare.
Più spettacolo che continuità insomma, una peculiarità che Mikhailov sembra aver ereditato dal padre e dallo zio, entrambi portieri professionisti in Bulgaria. Papà Mikhailov ha raccolto 105 presenze nella nazionale maggiore, ed era amico nonché compagno di squadra di Tristo Stoichov, con il quale ha condiviso anche l’avventura al Mondiale del 1994 conclusasi con un quarto posto finale. Zio Mikhailov invece ha vestito la maglia del Levski Sofia circa 400 volte.
Nessuno finora aveva predetto al 19enne Mikhailov, arrivato al Twente nella stagione 2007-2008 in prestito dal Liverpool, un futuro da star, anche alla luce delle poche chance che l’estremo difensore era riuscito a ritagliarsi in prima squadra nel corso degli ultimi due anni (solo 6 presenze nello scorso campionato, alle spalle del 38enne Sander Bosckher).
Dopo Lisbona il suo destino potrebbe essere cambiato. Mikhailov ha dovuto sostituire dopo una mezzora scarsa proprio il collega-rivale, espulso per un fallo da ultimo uomo su Helder Postina, lanciato in area da una carambola nata da un lancio di Kenneth Perez finito contro il corpo di un avversario. Nessun dubbio per l’arbitro tedesco; cartellino rosso per Boschker e calcio di rigore per lo Sporting Lisbona. Tocca a Mikhailov. Si sfila i pantaloni della tuta, si mette i guantoni e si getta nel catino bollente, di adrenalina e tensione, del Josè Alvalade. Di fronte a lui c’è il capitano dello Sporting João Moutinho. Rincorsa, tiro, parata. Un intervento con la freddezza del consumato veterano che fa esplodere la panchina del Twente, tanto che il tecnico Steve McClaren viene richiamato all’ordine dal quarto uomo Uefa.
Il primo tempo disputato dal Twente è stato tutto di buon livello. Con sorpresa dei supporter portoghesi i Tukkers sono partiti in quarta. Dopo soli 25 secondi dal fischio d’inizio il neoacquisto costaricano Bryan Ruiz si è trovato sui piedi la palla del vantaggio dopo uno spunto in area di rigore dello slovacco Miroslav Stoch (altro nuovo arrivo, in prestito dal Chelsea). Poi è toccato al portiere Rui Patricio sventare un calcio di punizione di Kenneth Perez, prima che Ruiz e Stoch sciupassero nuovamente un paio di buone opportunità. L’espulsione di Bosckher ha cambiato la serata, che da quel momento è diventata sangue, sudore e lacrime. La diga dei Tukkers però ha retto. McClaren può essere soddisfatto della sua squadra. E soprattutto di Mikhailov, che ieri ha davvero preso tutto.
Marcel van der Kraan, Algemeen Dagblad
Traduzione di Alec Cordolcini
Sporting: Rui Patrício, Pedro Silva (77’ Rochemback), Carriço, Polga, Caneira (57’ Pereirinha), Vukcevic (69’ Yannick), Veloso, Moutinho, Mati, Postiga, Liedson.
FC Twente: Boschker, Stam, Wisgerhof, Douglas, Rajkovic, Brama, Jansen, Perez (26’ Mihaylov), Ruiz (61’ Rukavytsya), Nkufo, Stoch (75‘ Tiotè).
Carlo Pizzigoni
Da un giornale olandese:
Mikhailov sorregge il Twente.
C’è una luce nell’oscurità di una serata drammatica a Lisbona, dove i Tukkers sono riusciti a strappare con i denti un pareggio dopo aver disputato buona parte dell’incontro in dieci uomini. La luce si chiama Nikolaj Mikhailov, giovane portiere di riserva che ha tenuto a galla il Twente mantenendo intatta la possibilità di qualificazione al turno successivo.
Mikhailov non è propriamente uno degli elementi di spicco del Twente. Da buona parte dei compagni di squadra e dei tifosi è considerato un portiere che ama concedersi alla platea, senza però possedere la necessaria continuità per poter ambire ad una maglia da titolare.
Più spettacolo che continuità insomma, una peculiarità che Mikhailov sembra aver ereditato dal padre e dallo zio, entrambi portieri professionisti in Bulgaria. Papà Mikhailov ha raccolto 105 presenze nella nazionale maggiore, ed era amico nonché compagno di squadra di Tristo Stoichov, con il quale ha condiviso anche l’avventura al Mondiale del 1994 conclusasi con un quarto posto finale. Zio Mikhailov invece ha vestito la maglia del Levski Sofia circa 400 volte.
Nessuno finora aveva predetto al 19enne Mikhailov, arrivato al Twente nella stagione 2007-2008 in prestito dal Liverpool, un futuro da star, anche alla luce delle poche chance che l’estremo difensore era riuscito a ritagliarsi in prima squadra nel corso degli ultimi due anni (solo 6 presenze nello scorso campionato, alle spalle del 38enne Sander Bosckher).
Dopo Lisbona il suo destino potrebbe essere cambiato. Mikhailov ha dovuto sostituire dopo una mezzora scarsa proprio il collega-rivale, espulso per un fallo da ultimo uomo su Helder Postina, lanciato in area da una carambola nata da un lancio di Kenneth Perez finito contro il corpo di un avversario. Nessun dubbio per l’arbitro tedesco; cartellino rosso per Boschker e calcio di rigore per lo Sporting Lisbona. Tocca a Mikhailov. Si sfila i pantaloni della tuta, si mette i guantoni e si getta nel catino bollente, di adrenalina e tensione, del Josè Alvalade. Di fronte a lui c’è il capitano dello Sporting João Moutinho. Rincorsa, tiro, parata. Un intervento con la freddezza del consumato veterano che fa esplodere la panchina del Twente, tanto che il tecnico Steve McClaren viene richiamato all’ordine dal quarto uomo Uefa.
Il primo tempo disputato dal Twente è stato tutto di buon livello. Con sorpresa dei supporter portoghesi i Tukkers sono partiti in quarta. Dopo soli 25 secondi dal fischio d’inizio il neoacquisto costaricano Bryan Ruiz si è trovato sui piedi la palla del vantaggio dopo uno spunto in area di rigore dello slovacco Miroslav Stoch (altro nuovo arrivo, in prestito dal Chelsea). Poi è toccato al portiere Rui Patricio sventare un calcio di punizione di Kenneth Perez, prima che Ruiz e Stoch sciupassero nuovamente un paio di buone opportunità. L’espulsione di Bosckher ha cambiato la serata, che da quel momento è diventata sangue, sudore e lacrime. La diga dei Tukkers però ha retto. McClaren può essere soddisfatto della sua squadra. E soprattutto di Mikhailov, che ieri ha davvero preso tutto.
Marcel van der Kraan, Algemeen Dagblad
Traduzione di Alec Cordolcini
Sporting: Rui Patrício, Pedro Silva (77’ Rochemback), Carriço, Polga, Caneira (57’ Pereirinha), Vukcevic (69’ Yannick), Veloso, Moutinho, Mati, Postiga, Liedson.
FC Twente: Boschker, Stam, Wisgerhof, Douglas, Rajkovic, Brama, Jansen, Perez (26’ Mihaylov), Ruiz (61’ Rukavytsya), Nkufo, Stoch (75‘ Tiotè).
[Champions Preliminari] KO lo Zurigo. OK Copenaghen
Lo Zurigo si è cacciato in una brutta situazione dopo l’andata del 3° turno di qualificazione per la Champions League. I campioni svizzeri, battuti per 3-2 al Letzigrund, avranno bisogno di un piccolo miracolo tra una settimana per ribaltare la situazione. Gli zurighesi hanno in particolare pagato a caro prezzo la serata no di Guatelli. Il portiere sostituto di Leoni ha vissuto un match da incubo, essendo responsabile in parte di tutti e tre le reti subite. Eppure le cose sembravano essersi messe per il meglio subito per lo Zurigo, in vantaggio dopo soli 3’ con Vonlanthen. Sprecate alcune occasioni per il raddoppio, gli ospiti con Tavares hanno ribaltato il risultato. Alla sbando, i campioni svizzeri sono stati rimessi in carreggiata dal solito Hassli. Ma ad inizio ripresa Pavlovic ha trovato la maniera di beffare nuovamente Guatelli direttamente su corner. Lo Zurigo ha poi sbagliato diverse occasioni per pareggiare, ma è pure stato risparmiato da Pavlovic, che ha sbagliato il rigore che poteva essere del KO definitivo.
Zurigo - Maribor 2-3
RETI: 3’ Vonlanthen 1-0; 12’ Tavares 1-1; 21’ Tavares 1-2; 29’ Hassli 2-2; 50’ Pavlovic 2-3.
ZURIGO (4-2-3-1): Guatelli; Lampi, Tihinen, Rochat, Gajic; Aegerter, Tico; Vonlanthen, Margairaz (64’ Nikci), Djuric (76’ Alphonse); Hassli.
MARIBOR (4-4-2): Ranilovic; Popovic, Lunder, Dzinic (77’ Kljajevic), Mejac (78’ Jurkic); Mertelj, Bacinovic, Mihelic, Pavlovic; Tavares, Volas (70’ Jelic).
NOTE: Letzigrund, 8.500 spettatori; arbitro Brahhaar (Ola).
Fonte: Il Giornale del Popolo
Copenaghen-Stabæk 3-1
Due parole infine sul derby scandinavo Fc Copenaghen-Stabæk, ovvero Davide contro Golia a livello economico, con i primi che possono essere considerati il Real Madrid del Nord Europa e i nerazzurri campioni di Norvegia costretti a tagliare gli stipendi dei proprio giocatori del 10-15%. A questi ultimi va dato atto di non essere scesi a Copenaghen per alzare le barricate, un atteggiamento che nemmeno appartiene al dna di questo club segnalatosi negli ultimi anni per il calcio frizzante ed estremamente offensivo. Ma il divario tecnico tra le due compagini è sensibile. Apre Jesper Grønkjær dopo dieci minuti su calcio d’angolo, raddoppia al 40’ il veterano Cesar Santin. Nella ripresa Palmi Palmason rimette in carreggiata lo Stabæk sfruttando un assist del giapponese Kobayashi (un giocatore vero il sostituto di Alanzinho, non un semplice affare di marketing). Incerto il portiere danese Jespen Christiansen, decisivo invece nel primo tempo a negare il gol a Daniel Nannskog, presentatosi solo davanti a lui. L’ennesimo guizzo di Santin a undici minuti dalla fine regala al Copenaghen un margine di sicurezza maggiore in vista del ritorno a Bærum. Dove tutto può succedere, anche se prevalere su questo Copenaghen appare davvero dura.
ALEC CORDOLCINI
Formazioni e cronaca della partita su VG
DAGLI ALTRI CAMPI:
Red Bull Salisburgo - Dinamo Zagabria 1-1
45' [1-0] A. Zickler - RB
63' [1-1] M. Mandzukic - DZ
Slovan Bratislava - Olympiakos 0-2
2' [0-1] Avraam Papadopoulos
21' [0-2] Leonardo
Apoel Nicosia - Partizan Belgrado 2-0
50' [1-0] Nenad Mirosavljevic
85' [2-0] Marcin Zewlakow
Celtic - Dinamo Mosca 0-1
7' [0-1] Alexander Kokorin
Levadia Tallinn - Debreceni VSC 0-1
70' [0-1] Leandro
Shakhtar Donetsk - FC Timisoara 2-2
20' [0-1] Gigel Bucur
60' [1-1] Olexandr Gladkiy
80' [1-2] Gigel Bucur
86' [2-2] Fernandinho
Anderlecht - Sivasspor 5-0
17' [1-0] T.D. Sutter
22' [2-0] M. Boussoufa
32' [3-0] T. Chatelle
76' [4-0] T.D. Sutter
90' [5-0] N. Frutos
Sparta Praga - Panathinaikos 3-1
26' [1-0] J. Holenda
32' [2-0] K. Vacek
67' [2-1] D. Salpigidis
86' [3-1] L. Kalouda
FC Baku - Levski Sofia 0-0
Aktobe - Maccabi Haifa 0-0
Ventspils - BATE Borisov 1-0
Sheriff - Slavia Praga 0-0
Zurigo - Maribor 2-3
RETI: 3’ Vonlanthen 1-0; 12’ Tavares 1-1; 21’ Tavares 1-2; 29’ Hassli 2-2; 50’ Pavlovic 2-3.
ZURIGO (4-2-3-1): Guatelli; Lampi, Tihinen, Rochat, Gajic; Aegerter, Tico; Vonlanthen, Margairaz (64’ Nikci), Djuric (76’ Alphonse); Hassli.
MARIBOR (4-4-2): Ranilovic; Popovic, Lunder, Dzinic (77’ Kljajevic), Mejac (78’ Jurkic); Mertelj, Bacinovic, Mihelic, Pavlovic; Tavares, Volas (70’ Jelic).
NOTE: Letzigrund, 8.500 spettatori; arbitro Brahhaar (Ola).
Fonte: Il Giornale del Popolo
Copenaghen-Stabæk 3-1
Due parole infine sul derby scandinavo Fc Copenaghen-Stabæk, ovvero Davide contro Golia a livello economico, con i primi che possono essere considerati il Real Madrid del Nord Europa e i nerazzurri campioni di Norvegia costretti a tagliare gli stipendi dei proprio giocatori del 10-15%. A questi ultimi va dato atto di non essere scesi a Copenaghen per alzare le barricate, un atteggiamento che nemmeno appartiene al dna di questo club segnalatosi negli ultimi anni per il calcio frizzante ed estremamente offensivo. Ma il divario tecnico tra le due compagini è sensibile. Apre Jesper Grønkjær dopo dieci minuti su calcio d’angolo, raddoppia al 40’ il veterano Cesar Santin. Nella ripresa Palmi Palmason rimette in carreggiata lo Stabæk sfruttando un assist del giapponese Kobayashi (un giocatore vero il sostituto di Alanzinho, non un semplice affare di marketing). Incerto il portiere danese Jespen Christiansen, decisivo invece nel primo tempo a negare il gol a Daniel Nannskog, presentatosi solo davanti a lui. L’ennesimo guizzo di Santin a undici minuti dalla fine regala al Copenaghen un margine di sicurezza maggiore in vista del ritorno a Bærum. Dove tutto può succedere, anche se prevalere su questo Copenaghen appare davvero dura.
ALEC CORDOLCINI
Formazioni e cronaca della partita su VG
DAGLI ALTRI CAMPI:
Red Bull Salisburgo - Dinamo Zagabria 1-1
45' [1-0] A. Zickler - RB
63' [1-1] M. Mandzukic - DZ
Slovan Bratislava - Olympiakos 0-2
2' [0-1] Avraam Papadopoulos
21' [0-2] Leonardo
Apoel Nicosia - Partizan Belgrado 2-0
50' [1-0] Nenad Mirosavljevic
85' [2-0] Marcin Zewlakow
Celtic - Dinamo Mosca 0-1
7' [0-1] Alexander Kokorin
Levadia Tallinn - Debreceni VSC 0-1
70' [0-1] Leandro
Shakhtar Donetsk - FC Timisoara 2-2
20' [0-1] Gigel Bucur
60' [1-1] Olexandr Gladkiy
80' [1-2] Gigel Bucur
86' [2-2] Fernandinho
Anderlecht - Sivasspor 5-0
17' [1-0] T.D. Sutter
22' [2-0] M. Boussoufa
32' [3-0] T. Chatelle
76' [4-0] T.D. Sutter
90' [5-0] N. Frutos
Sparta Praga - Panathinaikos 3-1
26' [1-0] J. Holenda
32' [2-0] K. Vacek
67' [2-1] D. Salpigidis
86' [3-1] L. Kalouda
FC Baku - Levski Sofia 0-0
Aktobe - Maccabi Haifa 0-0
Ventspils - BATE Borisov 1-0
Sheriff - Slavia Praga 0-0
29 luglio 2009
[Champions Preliminari] Preview Sporting - Twente
E' iniziato ieri il terzo turno dei preliminari di Champions, tra l'altro con lo Sparta Praga che seppelisce il Panathinaikos: 3-1 il finale, sarà caldo l'Olimpico di Atene al ritorno...
Tra i match clou di oggi, quello tra i portoghesi dello Sporting e gli olandesi del Twente. Di seguito, una breve presentazione delle due squadre.
Sporting
Non arrivano nel migliore dei modi i Leoni dell'Alvalade a questo turno preliminare, passaggio chiave per le casse sempre deserte del club di Lisbona. La prime uscite del time di Paulo Bento non sono certo state sfolgoranti: lo Sporting è ancora un cantiere, non a caso continuano ad arrivare giocatori: l'ultimo, Felipe Caicedo, in prestito dal Manchester City è stato convocato per stasera ma ha giusto fatto le foto di presentazione e qualche palleggio coi compagni, un po' poco per essere quella spalla di Liedson che i biancoversi cercano da tempo. Proprio l'attaccante brasiliano, ma ormai portoghese (tanto che il CT Carlos Queiroz ci ha fatto più di un pensierino...), rimane l'unica certezza di una squadra che ha sempre meno i mezzi economici per competere con le altre due big del Paese. La scommessa del mercato si chiama Mati Fernandez, giunto dal Villareal. Messo ai margini dal connazionale Pellegrini Mati cerca in Portogallo il rilancio ed è già fonte di discussione a Lisbona: dietro le punte o esterno del 442? Paulo Bento opterà per il centrocampo a rombo quindi Mati giocherà dietro a Liedson e Helder Postiga. Giubilato Romagnoli, l'allenatore ha provato anche Joao Moutinho da rifinitore con esiti discreti in fase di non possesso ma non esaltanti con la palla tra i piedi, specie per una squadra che non riesce a trovare una transizione credibile, almeno finora. Miguel Veloso (sempre nella lista dei possibili partenti) si gioca il posto con Rochemback, ma potrebbero essere entrambi nell'11 di partenza e per l'ex stella delle giovanili dello Sporting c'è anche l'opzione sulla fascia sinistra (favorito Caneira), una delle maggiori pecche della rosa dello Sporting, priva di esterni credibili (l'unico di ruolo sarebbe Leandro Grimi...). Peserà l'assenza di Izmailov, ma c'è fiducia in Vuckcevic e nel giovane Pereirinha. Recuperato Anderson Polga in mezzo alla difesa, davanti a Rui Patricio (atteso a un anno di conferme), giocherà insieme all'ennesimo talento uscito dall'Academia Sporting, Carriço, centrale di belle speranze.
CARLO PIZZIGONI
Twente
Il forte dubbio della passata stagione, Steve McClaren, si è trasformato nella certezza di quella attuale. Il tecnico inglese ha superato a pieni voti l’approccio con la realtà olandese, e il Twente riparte proprio di lui per ri-programmare una squadra privatasi di tre elementi fondamentali quali Arnautovic (passato all’Inter), Elia (Amburgo) e Braafheid (Bayern Monaco). I soldi incassati sono però stati spesi con giudizio e il progetto dei Tukkers, pur non privo di qualche ovvia incognita, risulta intrigante. Il modulo rimane il 433, con l’esperto Sander Bosckher tra i pali davanti ad una linea difensiva che prevede al centro i confermati Peter Wisgerhof e Franco Texeira Douglas (molto interessante questo centrale brasiliano classe 88 calcisticamente cresciuto in Olanda) supportati a destra da Nicky Kuiper (89), arrivato dal Vitesse per sostituire Braafheid, e a sinistra da Slobodan Rajkovic (89), talento serbo del Chelsea che ha prolungato il proprio prestito nel Twente proprio perché stimolato, parole sue, dalle opportunità professionali offerte da un ambiente in costante crescita. La mediana a tre è rimasta immutata rispetto allo scorso anno: a destra l’incontrista Cheik Tiotè (86), a sinistra Theo Janssen e il suo mancino tagliato, al centro l’esperto Kenneth Perez in qualità di playmaker. La grande novità è rappresentata dal nazionale iracheno Nashat Akram, campione d’Asia del 2007 e astro nascente (anche se è un 84) del calcio del Medio Oriente. Può giocare da numero 10 oppure interno. Il tridente d’attacco poggia sul fiuto del gol del confermato Blaise Nkufo, i cui anni iniziano però ad essere 34, ragion per cui è arrivato dal De Graafschap il frizzante Luuk de Jong (90), che ha già “testato” lo scorso anno, da titolare, i campi della Eredivisie. Volti nuovi invece per le fasce: a destra c’è il nazionale sudafricano Bernard Parker (86), arrivato dal Thanda Royal Zulu via Stella Rossa e recentemente visto all’opera con buon profitto nella Confederations Cup; sul lato opposto la novità si chiama Bryan Ruiz Gonzalez (85), nazionale costaricano prelevato dal Gand, con la cui maglia nell’ultima stagione è entrato nella top 11 della Jupiler Pro League. Tre giovanissimi infine scalpitano in panchina: la punta ghanese Ransford Osei (90), in prestito dal Maccabi Haifa, l’ala slovacca Miroslav Stoch, in prestito dal Chelsea, e l’esterno di centrocampo croato Dario Vujicevic (90), promosso dalle giovanili, dove ha fatto sfracelli. Una storia già sentita per un certo Marko Arnautovic.
ALEC CORDOLCINI
Tra i match clou di oggi, quello tra i portoghesi dello Sporting e gli olandesi del Twente. Di seguito, una breve presentazione delle due squadre.
Sporting
Non arrivano nel migliore dei modi i Leoni dell'Alvalade a questo turno preliminare, passaggio chiave per le casse sempre deserte del club di Lisbona. La prime uscite del time di Paulo Bento non sono certo state sfolgoranti: lo Sporting è ancora un cantiere, non a caso continuano ad arrivare giocatori: l'ultimo, Felipe Caicedo, in prestito dal Manchester City è stato convocato per stasera ma ha giusto fatto le foto di presentazione e qualche palleggio coi compagni, un po' poco per essere quella spalla di Liedson che i biancoversi cercano da tempo. Proprio l'attaccante brasiliano, ma ormai portoghese (tanto che il CT Carlos Queiroz ci ha fatto più di un pensierino...), rimane l'unica certezza di una squadra che ha sempre meno i mezzi economici per competere con le altre due big del Paese. La scommessa del mercato si chiama Mati Fernandez, giunto dal Villareal. Messo ai margini dal connazionale Pellegrini Mati cerca in Portogallo il rilancio ed è già fonte di discussione a Lisbona: dietro le punte o esterno del 442? Paulo Bento opterà per il centrocampo a rombo quindi Mati giocherà dietro a Liedson e Helder Postiga. Giubilato Romagnoli, l'allenatore ha provato anche Joao Moutinho da rifinitore con esiti discreti in fase di non possesso ma non esaltanti con la palla tra i piedi, specie per una squadra che non riesce a trovare una transizione credibile, almeno finora. Miguel Veloso (sempre nella lista dei possibili partenti) si gioca il posto con Rochemback, ma potrebbero essere entrambi nell'11 di partenza e per l'ex stella delle giovanili dello Sporting c'è anche l'opzione sulla fascia sinistra (favorito Caneira), una delle maggiori pecche della rosa dello Sporting, priva di esterni credibili (l'unico di ruolo sarebbe Leandro Grimi...). Peserà l'assenza di Izmailov, ma c'è fiducia in Vuckcevic e nel giovane Pereirinha. Recuperato Anderson Polga in mezzo alla difesa, davanti a Rui Patricio (atteso a un anno di conferme), giocherà insieme all'ennesimo talento uscito dall'Academia Sporting, Carriço, centrale di belle speranze.
CARLO PIZZIGONI
Twente
Il forte dubbio della passata stagione, Steve McClaren, si è trasformato nella certezza di quella attuale. Il tecnico inglese ha superato a pieni voti l’approccio con la realtà olandese, e il Twente riparte proprio di lui per ri-programmare una squadra privatasi di tre elementi fondamentali quali Arnautovic (passato all’Inter), Elia (Amburgo) e Braafheid (Bayern Monaco). I soldi incassati sono però stati spesi con giudizio e il progetto dei Tukkers, pur non privo di qualche ovvia incognita, risulta intrigante. Il modulo rimane il 433, con l’esperto Sander Bosckher tra i pali davanti ad una linea difensiva che prevede al centro i confermati Peter Wisgerhof e Franco Texeira Douglas (molto interessante questo centrale brasiliano classe 88 calcisticamente cresciuto in Olanda) supportati a destra da Nicky Kuiper (89), arrivato dal Vitesse per sostituire Braafheid, e a sinistra da Slobodan Rajkovic (89), talento serbo del Chelsea che ha prolungato il proprio prestito nel Twente proprio perché stimolato, parole sue, dalle opportunità professionali offerte da un ambiente in costante crescita. La mediana a tre è rimasta immutata rispetto allo scorso anno: a destra l’incontrista Cheik Tiotè (86), a sinistra Theo Janssen e il suo mancino tagliato, al centro l’esperto Kenneth Perez in qualità di playmaker. La grande novità è rappresentata dal nazionale iracheno Nashat Akram, campione d’Asia del 2007 e astro nascente (anche se è un 84) del calcio del Medio Oriente. Può giocare da numero 10 oppure interno. Il tridente d’attacco poggia sul fiuto del gol del confermato Blaise Nkufo, i cui anni iniziano però ad essere 34, ragion per cui è arrivato dal De Graafschap il frizzante Luuk de Jong (90), che ha già “testato” lo scorso anno, da titolare, i campi della Eredivisie. Volti nuovi invece per le fasce: a destra c’è il nazionale sudafricano Bernard Parker (86), arrivato dal Thanda Royal Zulu via Stella Rossa e recentemente visto all’opera con buon profitto nella Confederations Cup; sul lato opposto la novità si chiama Bryan Ruiz Gonzalez (85), nazionale costaricano prelevato dal Gand, con la cui maglia nell’ultima stagione è entrato nella top 11 della Jupiler Pro League. Tre giovanissimi infine scalpitano in panchina: la punta ghanese Ransford Osei (90), in prestito dal Maccabi Haifa, l’ala slovacca Miroslav Stoch, in prestito dal Chelsea, e l’esterno di centrocampo croato Dario Vujicevic (90), promosso dalle giovanili, dove ha fatto sfracelli. Una storia già sentita per un certo Marko Arnautovic.
ALEC CORDOLCINI
17 luglio 2009
[Champions Preliminari] Debrecen-Kalmar 2-0
Organizzazione batte talento 2-0. Non basta condurre il gioco se mancano concretezza e attenzione. E’ questa la lezione impartita dai campioni d’Ungheria del Debrecen a quelli di Svezia del Kalmar. Superiori, quest’ultimi, come palleggio e qualità della manovra, ma troppo svagati. Primo tempo sornione, di studio, con il Debrecen che prova a fare la partita sfruttando le sgroppate in fascia di Cvitkovics, pericoloso con il suo mancino tagliato. Davanti però il nigeriano Dudu ci mette chili e buona volontà, ma anche tanta approssimazione. Non pervenuto invece il compagno di reparto Rudolf. Osservato speciale nel Kalmar è Rasmus Elm, il più piccolo dei tre fratelli (ma Viktor se n’è andato a gennaio all’Heerenveen), tra i protagonisti all’Europeo under 21 con la Svezia. Se sulla carta Elm è un esterno destro, in campo parte come interno sinistro e svaria lungo tutta la mediana. Cerca la palla e si propone, dialogando con il fratello David, schierato prima punta, e con gli esterni del tridente Sobralense e Mendes. Sciagurato il primo nel divorarsi due comode palle gol (però che stile con l’attrezzo del mestiere tra i piedi), inarrestabile il secondo nel prodigarsi a cercare il fondo e scodellare al centro traversoni in serie. L’ex Lecce Poleksic però è sempre attento tra i pali. Il Kalmar accelera nella ripresa, puntando sul proprio maggiore tasso tecnico. Fino a quando le frivolezze di una difesa allegra presentano il conto. Decide la muscolare coppia di centrocampo Varga-Kiss; il primo finalizza uno spunto sulla destra del subentrato Olah nella più classica azione di contropiede, il secondo si inventa un pregevole destro di controbalzo dai venti metri. Lo stadio si infiamma per la prodezza di questo autentico idolo locale, nato a Debrecen, cresciuto nelle giovanili e da anni titolare in prima squadra. La difesa del Kalmar però è ferma. E compromette seriamente la qualificazione contro un avversario nettamente alla portata.
ALEC CORDOLCINI
Debrecen (4-4-2): Poleksic 6; Bernath 6, Meszaros 6.5, Matè 6, Leandro 5.5; Cvitkovics 6.5, Varga 6.5, Kiss 7, Szakaly 5.5 (Dombi sv); Rudolf 5 (Kantona sv), Dudu 5 (Olah 6.5).
Kalmar (4-3-3): Wasta 6; Nouri 5, Alander 5.5, Lantz 5, Larsson 5; Ericsson 6.5, Rydstrom 6, R. Elm 6.5; Sobralense 5, D. Elm 6 (Ricardo Santos sv), Mendes 7 (Dauda sv).
Marcatori: Varga 73’, Kiss 86’.
Stadio Olah Gabor Ut, 15/07/2009
MVP: Daniel Mendes, brasiliano nato a San Paolo il 14 luglio 1981, seconda punta, attaccante esterno sinistro, non velocissimo ma agile nel breve. Al Kalmar dal 2004 dopo sei stagioni nel Botafogo, ma non gioca nemmeno un minuto. Ci ritorna nel gennaio di quest’anno dopo essere stato il miglior marcatore effettivo dell’AIK Solna: 5 gol, tutti partendo dalla panchina. Una sua prodezza ha deciso la Supercoppa svedese. 4 reti nell’attuale Allsvenskan, dove è finalmente titolare. In Svezia ha giocato anche nel Superettan (serie B) con il Degerfors.
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