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22 giugno 2012

Europei 2012: il Portogallo di Paulo Bento

Ho scritto per il Guerin Sportivo il pezzo di presentazione sul Portogallo, prima degli Europei.


Esaurita ormai definitivamente l'era della Geração de Ouro, quella dei Luis Figo e dei Rui Costa, il Portogallo mantiene una posizione d'élite nel football continentale non solo per la presenza in squadra di un fuoriclasse come Cristiano Ronaldo.  L'attaccante del Real Madrid è evidentemente al centro del progetto, e non solo in termini esclusivamente sportivi, tuttavia il rischio in questi casi è quello di costruire una squadra che appassisce dietro il talento dell'isola di Madeira, invece di esaltarlo. E' una questione tecnica e psicologica, coinvolge il terreno di gioco ma non può limitarsi ad esso. Per sviluppare tale compito la federazione portoghese ha scelto, dopo il regno di Felipe Scolari e il flop di un tecnico preparato e ammirato come Carlos Queiroz, di affidarsi a Paulo Bento. Ex centrocampista dal cervello fino, tecnico delle giovanili dello Sporting promosso in prima squadra, Paulo Bento è arrivato presto alla Nazionale. E da subito ha mostrato idee chiare. Dal primo giorno il commissario tecnico ha voluto una squadra che aggredisse l'avversario e la partita: in campo si vedono subito i primi risultati. Ma era soprattutto importante “ripulire” l'ambiente dopo le polemiche intestine del periodo legato all'era Queiroz. E non era facile. L'ex tecnico del Real Madrid, protagonista in panchina di tutte le vittorie a livello giovanile della Generazione d'Oro del futebol portoghese, non è riuscito a trovare una linea condivisa e ferma nella gestione, e i brusii dello spogliatoio sono presto diventati boati impossibili da accomodare. Paulo Bento ha deciso di costruire il gruppo, di edificare lo spirito di squadra senza fare sconti a nessuno ed è arrivato a scontrarsi con diverse personalità forti del calcio portoghese, fuori e dentro il terreno di gioco. Con alcune il dibattito acceso ha trovato una via d'uscita proficua, con altre, come Ricardo Carvalho e Bosingwa, c'è stato uno strappo che non è stato ricucito e che ha portato alla non convocazione dei reprobi, condita da velenose polemiche accese sui giornali. Almeno finora, però, il tecnico ha avuto il supporto dei risultati, ha ripreso un girone di qualificazione iniziato male sotto la passata giurisdizione e nei playoff ha spazzato via senza problemi la temibile Bosnia e Erzegovina di Dzeko e Pjanic. Grazie soprattutto alla compattezza, e nonostante i diversi infortuni, che lasceranno peraltro lontano da Polonia e Ucraina il bomber dello Zenit, Danny. La Federazione lusitana, in passato non certo brillantissima nella gestione tecnica, ha stavolta giustamente rinnovato almeno fino ai Mondiali 2014 il contratto di Paulo Bento: ci crede. Diversi i meriti che il CT può appuntarsi al petto. Uno in particolare ha convinto tanti commentatori e dirigenti. La capacità di gestire molto bene le partite importanti è stato un segnale davvero forte per l'ambiente, che Paulo Bento ha trovato decisamente depresso e alquanto sfiduciato. Tale capacità distingue certamente questo Portogallo dalle versioni precedenti, anche se permangono, ormai è un classico portoghese esattamente come un film di Manuel de Oliveira, l'assenza in squadra di un centravanti finalizzatore così come di un portiere di fiducia. In porta, Rui Patricio  deve ancora dimostrare di valere appieno quanto di buono si è sempre detto su di lui fin dalle giovanili dello Sporting, mentre Eduardo, dopo l'anno disastroso col Genoa, si è ritrovato spettatore non pagante nelle partite del Benfica, scavalcato con merito dall'ex Roma Artur. In avanti si punterà su Hugo Almeida, non esattamente un cecchino, o sull'ex grande promessa (mai mantenuta) Helder Postiga, nella speranza che la buona vena di Cristiano Ronaldo e di Nani possa improvvisamente accenderli.
Cristiano in questa Nazionale rimane sempre il discrimine tra un'aurea mediocritas e l'élite assoluta. Il solo fatto di essere in campo, come dimostra la straordinaria stagione di quest'anno sotto José Mourinho al Real Madrid, è di per sé un grande vantaggio per la sua squadra, poi nelle giornate dove il fuoriclasse di Madeira è illuminato, il Portogallo può usufruire di un paio di giocate che cambiano l'inerzia di una partita. L'importante, comunque, è quello di metterlo in condizione di fare male agli avversari. La situazione in cui gli si recapita la palla tra i piedi nella speranza che, da fermo, possa inventarsi chissà cosa (cliché consumato in passate gestioni) è doppiamente controproducente; primo, perché quando  le giocate non gli riescono, la grande responsabilità che tutti, naturalmente, gli consegnano e che il ragazzo sente tantissimo, lo spinge a forzare situazioni non produttive; secondo, perché la squadra, in quei frangenti, smette di giocare in maniera compatta, anzi spesso proprio smette letteralmente di giocare, perdendo concentrazione e attenzione e regalando opportunità agli avversari.
 Alla Selecçao manca anche un numero 10, un regista offensivo che era una presenza fissa negli ultimi anni, da Rui Costa a Deco: sarà il ritmo, la pressione alta a stabilire i tempi di gioco. Il giocatore brasiliano in forza al Fluminense ha detto addio alla sua nazionale adottiva, così come hanno salutato la maglia con gli scudi sul petto anche Paulo Ferreira, Miguel, Simão e Tiago. Mica poco, considerando che i portoghesi sempre poco più di dieci milioni di anime rimangono.
Senza un creativo in mezzo, il commissario tecnico ha optato per il 4-3-3. Ha qualche chances di finire tra i titolari del centrocampo anche Miguel Veloso del Genoa, mentre ad oggi paiono intoccabili, in mezzo, Raul Meireles e João Moutinho. Accantonato un po' per scelta e un po' per l'indisponibilità di Carvalho, l'esperimento (tra l'altro poco fruttuoso) di Pepe davanti alla difesa, il centrale brasiliano naturalizzato portoghese sarà l'uomo chiave del pacchetto arretrato, supportato da Bruno Alves e con due laterali di grande spinta come João Pereira e il madridista, ex ala sinistra, Fabio Coentrão.
Sui generis, l'Europeo è tradizionalmente un torneo molto competitivo già dal primo incontro e il Portogallo ha un girone, tutt'altro che agevole, che comprende una delle favorite, la Germania, una outsider pericolosa e talentuosa come l'Olanda più la Danimarca, che ha vinto il gruppo di qualificazione dei lusitani. Il rischio è quello di deragliare subito. Ma la squadra ha oggi molta fiducia e se riesce a consolidarla durante il tortuoso percorso del torneo può arrivare fino alla stazione finale. Magari riuscendo a cancellare l'impresa al contrario, tipicamente portoghese, che ha visto i lusitani attapirati spettatori dei festeggiamenti della Cenerentola Grecia, nell'Europeo casalingo del 2004.


CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

23 maggio 2012

I prossimi Padroni d'Europa - Rassegna della stagione 2011/2012

Sono giovani e sono affamati di gloria, onori, denari e di trofei. Eccoli i prossimi padroni dell’Europa.
Cominciamo viaggiando nella novità tecnica che il football europeo ha proposto quest’anno. La rivoluzione bielsista nell’Athletic Bilbao. Il calcio di Bielsa non è solo il più offensivo d’Europa, e del Globo, ma è un calcio piacevole esteticamente e di grande movimento. In questo sistema si è definitivamente affermato, quest’anno, un ragazzo del dicembre ’92 che ha l’etichetta da predestinato, Iker Muniain. Navarro di Pamplona, esordio con l’Athletic a 16 anni e 7 mesi, il più giovane di sempre della compagine simbolo dei Paesi Baschi. Il calcio di perenne profondità di Bielsa esalta la tecnica e la velocità di un ragazzo che in altri contesti non avrebbe forse avuto una definizione certa. Oggi è, insieme a Javi Martinez, centrocampista reimpostato sulla linea difensiva dal Loco, l’oggetto del desiderio di tanti top club europei, uno dei giocatori più ricercati e con una quotazione che supera abbondantemente i 30 milioni di euro. In terra di Spagna non ha eguali come talento, solo come potenziale può pareggiarlo Thiago Alcantara. Vero che un altro giovane, Tello, ha conquistato le copertine negli ultimi mesi, per la capacità di andare a segno, ma il figlio di Mazinho, ex Lecce e Fiorentina, può essere considerato un potenziale titolare della squadra più forte del Mondo, il Barça di Guardiola. Ogni selezione giovanile che lo ha visto protagonista ha ammirato il suo talento e il suo carisma quasi eccessivo, che gli aveva procurato il soprannome di “Ego” Alcantara: ma senza quella elevata fiducia nei propri mezzi e nelle proprie possibilità, non si scambia alla velocità della luce, a quell’età, il palloni con Messi o Xavi, non si sta in campo senza nemmeno un tremore al Camp Nou.
La Spagna è certamente un campionato sommerso dai riflettori, e se fai bene, come bene sta facendo Philippe Coutinho, dall’Inter in prestito all’Espanyol, ti riconosce il Mondo.

Meno riconosciuto ma sempre più al centro delle attenzioni degli appassionati e ora anche degli investitori danarosi anche la Ligue 1. E lì ci giocano due ragazzi che sono da tempo nel mirino proprio dei nerazzurri milanesi. L’ottimo campionato del Montpellier e del Tolosa è certamente merito di due uomini, per differenti aspetti, cardine di queste compagini. Younes Belhanda è il creatore di gioco nel football di oggi. Tecnico, veloce, dinamico e con personalità. Gioca dietro la prima punta Olivier Giroud nel 4231 organizzato da René Girard, ma ha le capacità per arretrare anche alcuni metri, per pulire l’azione nel suo avvio, come ha mostrato più di una volta nella Nazionale marocchina del CT Eric Gerets. Etienne Capoue è un centrocampista difensivo. Meno pubblicizzato di Yann M’Vila del Rennes, Capoue ha maggiori margini di miglioramento. Sottovalutato come costruttore di gioco, ha poi stazza, colpo di testa e offre una protezione ottima alla difesa. Giocatore posizionale, nel senso buono del termine, ha buonissima corsa e sempre più fiducia nelle sue doti di incursore. Classe 1988 e senza ancora l’occhio di bue addosso, potrebbe essere una bella mossa non a un elevatissimo prezzo, nel prossimo mercato.

Non un super affare come quello che invece ha realizzato il Porto quando un paio d’anni fa ha messo sotto contratto James Rodriguez. Cresciuto in uno dei migliori settori giovanili della Colombia, quello dell’Envigado, ha spopolato nel piccolo Banfield, in Argentina. Ci voleva scommettere l’Udinese, ma poi è spuntato Pinto da Costa, che l’ha portato in Portogallo. L’anno scorso, nel Porto di Villas Boas che ha vinto tutto ha assaggiato più volte la titolarità, maturando tantissimo. Sinistro da favola, grande capacità nell’uno contro uno, con l’ex collaboratore di Mourinho Villas Boas è cresciuto anche nella capacità di riconoscere le situazioni. Quest’anno è un protagonista, sotto Vitor Pereira, e in Nazionale, nonostante la carta d’identità segnali 1991 come anno di nascita, è già un leader, con un “specialista” dei giovani in panchina come José Pekerman (3 mondiali giovanili vinti con l’Argentina). In Portogallo, all’altra parte della rivalità del Paese lusitano, sta giocando una fantastica stagione Axel Witsel. Di più, sembra quasi che Jorge Jesus abbia adattato il suo sistema tutto-dinamismo alle capacità e ai ritmi dell’ex Standard. Intelligenza calcistica superiore, eleganza anche di corsa Witsel è uno degli uomini più importanti nella stagione europea del Benfica.

Ha fatto bene in Champions anche Xerdan Shaqiri. Nato in Kosovo nel 1991 ma svizzero da sempre, uno dei due giovani gioielli del Basilea (l’altro è il centrocampista Xhaka), conosce già il suo futuro: giocherà nel Bayern Monaco, che ha anticipato tutte le numerose pretendenti. Esterno d’attacco, ha enorme personalità, quasi sfacciataggine, non per caso è riuscito a conquistare da tempo il posto in Nazionale con Ottmar Hitzfeld, non certo un adoratore degli sbarbati. In Germania sfiderà, ad altissimo livello, Marco Reus. L’anno scorso ha salvato, con un suo gol, il Borussia Mönchengladbach. Quest’anno, proprio sotto un tecnico svizzero, l’ottimo Lucien Favre, ha raggiunto la vera maturità, gestendosi meglio in campo, impegnandosi in diverse posizioni (dal trequartista all’esterno da 442) e trovando una continuità impressionante in zona gol. La transizione veloce è il suo pane, ed è perfetto per il sistema di Klopp, l’allenatore del Borussia Dortmund, dove giocherà l’anno prossimo: per 17,5 milioni di euro, infatti, Reus torna là dove ha mosso i primi passi da uomo e da giocatore. Potrebbe cambiare maglia anche un altro che ha il gol facile nel sangue, anche se John Guidetti, segna a raffica nel Feyenoord ma è di proprietà del Manchester City. Il nome è una retaggio del nonno italiano: Italia che avrebbe potuto ritrovare. Svedese cresciuto in Kenya, se lo sono conteso anche Roma, Lazio e Inter: il potere dei soldi lo ha portato da Mancini. Troppe mezzepunte? Chiudiamo con un grande difensore e un grande attaccante. Miglior prospetto da qualche stagione, ma quest’anno avvero sbocciato Jan Verthongen dell’Ajax: comanda la difesa, sa impostare l’azione e, non guasta, mette sempre qualche gol nella rete avversaria. Davanti, Vagner Love e Didier Drogba hanno davvero un erede, Seydou Doumbia, l’esclusivo realizzatore dello Young Boys, oggi per il CSKA (e prestissimo con continuità nella nazionale ivoriana) fa anche gioco e regala assist.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo - Aprile 2012

31 dicembre 2011

2011 - I Migliori under 20 in circolazione

Ce lo ripetono come un mantra: bisogna puntare sui giovani, bisogna puntare sui giovani... Per svecchiare il nostro calcio, stante l’attuale condizione economica che non ci permette di arrivare agli interpreti già affermati e riconosciuti, anche le squadre di punta devono anticipare le mosse, e fiondarsi sui giovani di maggiore talento. Individuarli, poi metterli sotto contratto e poi imparare a gestirli: il club che riesce a operare al meglio in queste tre fasi raggiungerà costantemente i propri obiettivi. Noi del Guerin, che ormai da tempo sposiamo la causa dei giovani, stavolta indossiamo i panni delle società, e partiamo per un viaggio alla scoperta dei migliori prospetti del globo. Ua sola condizione, prenderemo in esame esclusivamente ragazzi della classe 1991, o inferiore. Partiamo.

Il Mondiale under 20 è la principale vetrina di tutti i giovani talenti. In Colombia, nello scorso agosto, si sono messi in luce ragazzi che oggi cominciano fare intravedere elevate qualità oppure signorini che già pretendono e/o ottengono l’occhio di bue della platea. Chi sta impressionando davvero in questa prima porzione di stagione è Rodrigo del Benfica. Storia particolare la sua: nato a Rio de Janeiro nel 1991, cresciuto con la mamma, ha seguito poi il padre, professionista nel Calcio a 5, in Spagna. Ottenuta la cittadinanza del paese iberico è riuscito anche a farsi apprezzare dal Real Madrid, dove è cresciuto. Centravanti che sa andare in gol in tante maniere Rodrigo ha già conquistato il tecnico del Benfica Jorge Jesus, che lo ha lanciato più volte titolare: le Aquile di Lisbona lo hanno acquisito con una cervellotica formula: pagando una cifra concordata nelle prossime due stagioni, i bianchi di Madrid possono però riportarselo a casa. Rodrigo in Colombia ha rappresentato la Spagna, raggiungendo le semifinali, grazie a una squadra che ha fatto comunque onore alla recente tradizione futbolistica del Paese. In mezzo al campo ha dominato Oriol Romeu (1991), uno dei miglior talenti del Barça Atletic allenato dall’attuale tecnico della Roma Luis Enrique: Romeu, grande fisico, ottimo nel recuperare palla e lineare nell’impostazione è stato prestato al Chelsea, con una clausola che lascia qualche chance anche ai Blues, e Villas Boas lo ha già fatto debuttare in Champions League. Nelle giovani Furie Rosse impossibile non citare anche il talento offensivo Isco (1992), passato in estate dal Valencia al Malaga, e il leader difensivo Marc Bartra (1991), che in Colombia ha avuto il suo momento di celebrità, dato che in ogni report viene sempre classificato all’ombra di Marc Muniesa (1992) assente al Mondiale, altro giovane prospetto difensivo del Barça, che non a torto viene considerato un futuro titolare della squadra dei sogni. Ha deluso in Colombia Sergio Canales (1991) che il Real Madrid ha voluto cedere al Valencia per testarne le qualità, che potenzialmente sono immense per un centrocampista che può fare tutto. La scuola spagnola punta forte sui giovani, ormai da tempo: chiudiamo la parentesi segnalando altri ragazzi che in Liga stanno vivendo un momento d’oro. Iker Munian (1992), esterno di qualità dell’Athletic Bilbao, può vivere sotto la guida di Marcelo Bielsa la stagione della consacrazione, così come un altro diamante, Thiago Alcantara (1991, figlio dell’ex Lecce e Fiorentina Mazinho), può iniziare a diventare l’erede di Xavi nel Barcellona, la qualità non manca, e nemmeno la faccia tosta. Il Campionato Spagnolo ha mostrato a inizio stagione sorprese non da poco, per quel che riguarda i giovani: Inigo Martinez (1991) centrale mancino della Real Sociedad e Lass Bangoura (1992) mezzapunta guineana del Rayo Vallecano hanno dimostrato di possedere grandi qualità. Torniamo in Colombia per rendere il giusto omaggio alla squadra vincitrice del torneo, il Brasile, che ha messo in mostra una interessante batteria di giovani. Premessa indispensabile: la Nazionale verdeoro non ha schierato al Mondiale due ragazzi già protagonisti nella Coppa America con la Seleçao, ma che erano stati protagonisti nella vittoria del Campionato Sudamericano under 20: trattasi della veloce mezzapunta Lucas (1992), ricercato da tutta l’Europa che conta, ragazzo che ha nel controllo, nella rapidità dei primi passi e nei cambi di direzione le sue principali caratteristiche e poi di Neymar. Neymar da Silva Santos Júnior, nasce nel 1992 a Mogi Das Cruzes, comune dello Stato di San Paolo che presto diventerà luogo di culto grazie al suo figliolo più famoso: è chiaramente il miglior giovane del globo e si contano i giorni in cui verrà a mostrare il suo talento in Europa, molto probabilmente lontano dall’Italia e con il solo cassiere del Santos a fregarsi le mani. La generazione dei ‘91-’92 è di ottimo livello nel più grande paese del Sudamerica. Nella vittoria colombiana hanno brillato a inizio torneo l’interista Philippe Coutinho (1992), e nel finale ha deciso Oscar(1991), miglior giocatore del torneo a nostro giudizio, e mezzapunta che potrà diventare anche una mezzala di qualità un giorno: cresciuto al San Paolo ha lasciato la casa madre per sistemarsi all’Internacional, ora pronta a sentire le offerte del Vecchio Continente, anche il Barça si è aggiunto alla lista, tanto per testimoniare la qualità del soggetto. Sono già pronti per atterrare qui in Europa Danilo (1991), terzino o interno di centrocampo già prenotato dal Porto, e Casemiro (1992), centrocampista e all’occorrenza difensore centrale del San Paolo, ricercato anche dall’Italia. ma la truppa brasiliana ha messo in mostra anche il terzino sinistro Alex Sandro (1992), trasferitosi al Porto, Dudu (1992), inventiva mezzapunta rilevata dalla Dinamo Kiev, Allan(1991), destro tutto fare del Vasco e Henrique (1991), centravanti del San Paolo e capocannoniere del Mondiale. Le italiane sono state attirate da Gabriel Silva (1991), bloccato dall’Udinese, e, si dice, Juan (1991), centrale difensivo dotato di gran fisico che piace a tante big di casa nostra. Niente male anche la rosa della finalista Portogallo. Il portiere Mika(1991) e Nelson Oliveira (1991), attaccante veloce e “fisicato” (il 7 sulle spalle non è casuale) che ha già esordito in Champions League, sono il futuro del Benfica, mentre il Porto spera nella crescita di Sergio Oliveira (1992) talento offensivo mandato a farsi le ossa prima al Beira Mar e quest’anno al Malines e protetto da una clausola rescissoria di 30 milioni di lire. La terza grande lusitana, lo Sporting Lisbona, era poco presente in Colombia ma in casa ha tre gioiellini sotto traccia e pronti ad esplodere: l’attaccante nato in Guinea Bissau Zezinho (1992), il centravanti Betinho (1993) e Bruma (1994), lui pure nato nella piccola colonia portoghese e già chiacchierato per un trasferimento al Tottenham. Altro team europeo che ha mostrato gioielleria interessante è certamente la Francia (terza classificata anche senza un dignitoso gioco di squadra). Francis Coquelin (1991) metodista di sicuro futuro ha già comandato il centrocampo dell’Arsenal di Wenger in questo inizio di stagione (dandosi il cambio con un altro bel prospetto, il ghanese Frimpong -1992). Gael Kakuta (1991) si fa le ossa nella provincia inglese in attesa di tornare al Chelsea mentre il capitano dell’under 20 Gueïda Fofana (1991), centrocampista dal grande fisico, ha lasciato Le Havre per il Lione dove ha trovato l’attaccante Alexandre Lacazette (1991). Chi deve ritrovare un certo equilibrio psicologico è un purosangue come Antoine Griezmann (1991): alla Real Sociedad pare si dia troppe arie, ed è finito in panchina dopo un ottimo inizio di temporada. In Francia, nella Ligue 1, nel Lorient gioca un grande protagonista del Mondiale e un futuro grande protagonista del calcio europeo, Joel Campbell (1991), attaccante dal sinistro favoloso, bravo a usare il corpo e con la giusta inventiva: Arsene Wenger ha digerito le bizze dell’entourage che accompagnava il costaricense pur di averlo, tempo per crescere ne ha, e ora è agli ordini di Christian Gourcouff per crescere. Tanti i talenti della squadra di casa della Colombia, a cominciare da James Rodriguez (1991) del Porto che vive la stagione dell’affermazione; attenzione però a un prospetto che potremo vedere esplodere qui in Italia, il centravanti Luis Muriel (1991) che gioca la sua prima stagione a Lecce, controllato dall’Udinese che lo acquisto due anni fa dal Deportivo Cali. Ha molto talento ma pare uscire da una macchina del tempo, tanto sembra un giocatore di classe anni 60-70 Michael Ortega (1991), genio del centrocampo bloccato dal Bayer Leverkusen: chissà se riuscirà ad adattarsi alla frenesia del calcio moderno. Insolitamente a secco di tanti prospetti l’Argentina, se si eccettua il romanista Erik Lamela (1992) e Juan Iturbe (1993), già al Porto, che però deve imparare a gestire la sua velocità. In patria sponsorizzano giustamente l’attaccante del Banfield Facundo Ferreyra, che possiede un radar per la rete avversaria.Matias Almeyda, tecnico del River Plate, giura sulle qualità di Lucas Ocampos (1994)
Al Mondiale giovanile non c’erano tutti, anzi mancavano due future superstar: Jack Wilshere (1992) non ha condiviso la débacle colombiana della nazionale inglese preferendo la pre-season dell’Arsenal, diverso il discorso su Mario Goetze (1992). Goetze, ormai titolare indiscusso anche nella Germania di Joachim Loew, è solo l’ultimo straordinario prodotto di una scuola tedesca che con la riforma del sistema giovanile federale sotto Horst Hrubesch, ha posto le basi per la straordinaria rinascita del calcio teutonico. Su di loro si può scommettere se si vuol vincere facile, esattamente come se si punta su Christian Eriksen (1992), nettamente il miglior prodotto del football del Nord Europa. Eriksen, grande tecnica, centrocampista offensivo con grande intelligenza calcistica, unico danese che può far rivivere il fascino di Michael Laudrup, è la star dell’Ajax, dove per altro non sfigura il connazionale Nicolai Boilesen (1992), terzino sinistro che avrà presto chance in altri top club. Il Calcio del Nord è spesso poco battuto dai nostri scout: rimediamo noi. Bashkim Kadrii (1991) esterno d’attacco, gioca nell’Odense ed è il miglior talento che gioca in Danimarca. In Norvegia punteremmo su Markus Henriksen (1992), centrocampista potente del Rosenborg, e su Vegar Eggen Hedestad (1991), dello Stabæk, terzino sinistro o centrocampista difensivo dalla tecnica non disprezzabile. In Svezia, se leviamo il talentuoso John Guidetti (1992), che gioca al Feyenoord ed è di proprietà del Manchester City, che lo ha soffiato a tanta concorrenza italiana, andiamo su Alexander Milosevic (1992), centrale difensivo dal grande fisico, uomo chiave dell’AIK e della nazionale under 21, e Robin Söder (1991), interessante attaccante del Goteborg. Nessuno dovrebbe mai perdere di vista il calcio dell’ex Jugoslavia: lì i talenti abbondano, ed è quasi impossibile registrare una mappa. Ci proviamo in un paio di righe, cominciando da un ragazzo di sicuro avvenire come Matija Nastasic (1993), che in Italia c’è già, grazie a una felice intuizione di Pantaleo Corvino che l’ha soffiato sul filo di lana all’Inter. Gioca all’estero un altro grande prospetto come Filip Duricic (1992), centrocampista dell’Heerenveen, mentre in patria tutti scommettono su Filip Jankovic (1995), mezzapunta della Stella Rossa. Altri nomi caldi? Nikola Ninkovic (1994) del Partizan, il centrocampista difensivo Srdan Mijailovic (1993) e il central Uros Cosic (1992) della Stella Rossa, oltre a Mateo Kovacic (1994), miglior giovane della Dinamo Zagabria dai tempi di Boban. Il nostro tour termina con la visita in Svizzera, mercato altamente sottovalutato: noi andiamo sul sicuro con tre nomi che diventeranno sicuramente grandi. Granit Xhaka (1992) regista di centrocampo dall’enorme carisma e personalità (che Hitzfeld in Nazionale ha provato pure da trequartista), Xherdan Shaqiri (1991) esterno d’attacco e miglior talento offensivo elvetico (ma a Basilea ha giocato anche da terzino) e Admir Mehmedi (1991): il “10” dello Zurigo ha potenzialità devastanti, anche se deve migliorare concentrazione e attitudine in campo. Completato il giro del Mondo ci viene però in mente che, oltre che guardare all’estero, le società italiane dovrebbe mirare a valorizzare i vivai interni: il Guerin gira il globo per voi ma non abbiamo visto con molta frequenza talenti del calibro, ad esempio, di Mattia Destro (1991), attaccante cresciuto nell’Inter e oggi nel Siena di Sannino. Supplichiamo le società di puntare anche su di loro, per rinascere e fare del nostro calcio un sistema che abbia di nuovo l’appeal di un tempo.

CARLO PIZZIGONI


Fonte: Guerin Sportivo - Dicembre 2011

01 giugno 2010

Benfica: l'Aquila torna a volare





Wankdorfstadion (Berna), 31 maggio 1961: Benfica - Barcellona 3-2. Olympisch Stadion (Amsterdam), 2 maggio 1962: Benfica – Real Madrid 5-3. I portoghesi demoliscono i due colossi del Vecchio Continente e spolverano la propria bacheca col trofeo calcistico più importante. Il Portogallo si scopre riconoscibile sulle mappe calcistiche, finalmente. Il Benfica diventa un simbolo, un mito, e gestire un mito è complicato. Il fardello dell'uomo bianco-rosso comincia qui. Perché, quando hai dominato senza nessun limite territoriale, la tua condanna è quello di replicare ad libitum l'impresa. Anche senza la classe di Eusebio e Coluna in campo e l'intelligenza e il carisma di Béla Guttman in panchina.

“Somos Benfica” , non basta più: essere Benfica senza vincere vuol dire non essere più. E il tifoso non accetta di non essere più, in particolare il tifoso ( e i benfichisti raggruppano più della metà della popolazione del Portogallo) di un mito, di un mito vero. Lo ricercano, credono di vederlo all'orizzonte, e invece crollano delusi scoprendo che quella partita, quella vittoria, quella coppa era solo un segnale interlocutorio che non portava a nulla. Si attende sempre il ritorno, in un Paese che fin dal Cinquecento, ha alimentato per secoli l'attesa di Re Sebastiano (messa in musica dal genio bergamasco di Donizetti) , scomparso misteriosamente e che sarebbe rispuntato, un giorno, a risvegliare i cuori del Portogallo. Uno sguardo di un popolo di naviganti, pieno di angoscia, attese, illusioni, uno sguardo rivolto al mare infinito che hanno, immobile, di fronte, uno sguardo che è tutto ed è alla base della cultura e della visione del mondo che abita le note di una musica magica, il Fado, e l'anima di ogni lusitano. Ma Re Sebastiano non tornerà più, come quel Benfica. Attorno però a un nuovo Benfica si sta creando qualcosa di magico, qualcosa che sembra andare oltre le (poche) vittorie fallaci del secolo scorso (l'ultimo “scudetto” nel 2004, con Trapattoni in panchina, il penultimo nel lontano 1996). Il vento che sempre accarezza Lisbona sembra abbia portato, per una volta, qualcosa di nuovo. Una società che sta lavorando bene sul mercato e che in campo regala emozioni nuove e diverse dall'ordinario. Dietro la scrivania, Rui Costa, il “Maestro”, nato nelle viscere del “Glorioso”, passato a illuminare anche l'Italia e tornato a casa per appendere gli scarpini e inventarsi una carriera nuova altrettanto insigne. Sulla panchina un apprendista stregone che ha tutte le qualità per diventare un vero Maestro di calcio: Jorge Jesus è l'ultimo riuscito calco di una scuola futebolistica di allenatori lusitani segnata da un approccio sistemico che mescola modernità, internazionalità e pragmatismo. Dopo Quieroz (C.T. della “Geração de Ouro” che ha vinto tutto a livello giovanile, quella dei Figo e dei Rui Costa, poi straordinario uomo di campo di Ferguson allo United) e José Mourinho, Jorge Jesus sembra possedere le stimmate per appartenere alla storia del calcio continentale che verrà, e non è un caso che sia già associato a importanti club europei (ma ha firmato fino al 2011 per rimanere nelle Aquile). La classe media dei tecnici portoghesi è preparatissima: cresciuta in un ambiente permeabile alle contaminazioni (leggi: idee e codici di tecnici stranieri) ha elaborato una metodologia di lavoro moderno che si serve anche del contributo di diverse scienze umane e ha prodotto una serie di sistemi di allenamento all'avanguardia, a partire, ad esempio, dalla novità della “Periodização Táctica”, che vanta innumerevoli casi di applicazioni pratiche. Molti allenatori non hanno raggiunto le attese, notevoli, a cui era associata la loro ascesa nel calcio portoghese, come nel caso di José Peseiro, assistente al Real Madrid proprio di Queiroz, altri mantengono una rotta interessante. E Jorge Jesus è la rosa dei venti dell'attuale movimento nazionale. Dopo una grande stagione nello Sporting Braga, lo scorso anno (con il raggiungimento, pure, degli ottavi in Coppa Uefa ) e il progetto di un originale sistema di gioco, un 4-1-3-2 insieme propositivo, spettacolare e produttivo, Jorge Jesus giunge al Benfica e fa il bis. Trovare la disponibilità di uomini di seconda/terza fascia del campionato portoghese può non essere complicato: meno, si dice, far digerire un calcio del genere all'élite. Eppure il cinquantacinquenne tecnico di Amadora riesce nell'impresa: il 4-1-3-2 esposto al Da Luz è una favola per gli occhi, con due terzini di spinta, un unico mediano vero, Javi Garcia (cresciuto nelle giovanili del Real Madrid), tre giocatori dinamici a centrocampo (Ramires, Aimar e Di Maria), che da altre parti occuperebbero il ruolo di attaccante, e due punte: il bomber paraguayano Oscar Cardozo e Javier Saviola. Sì, sì, quel Saviola che dopo aver sbadigliato nei luccicanti spogliatoi del Camp Nou e del Bernabeu sta proponendo, a 28 anni e con una patente di “bollito” sulla schiena appiccicatagli dalla stampa iberica, la sua migliore stagione europea di sempre. Velocità, combinazioni tra più giocatori, movimento coordinato di palla e uomini, pressing, ripartenze, organizzazione e tanti tanti gol, così è tornato a fantasticare il popolo “Encarnados”, dall'alto del primo posto in classifica nel Campionato Portoghese, cosa che non si registrava da troppo tempo. Il passaggio a vuoto del Benfica nella Europa League, eliminato dal miglior Liverpool della stagione dopo aver estromesso il Marsiglia, ha solo in parte raffreddato l'entusiasmo dei tifosi. Per modalità e circostanze, l'avventura europea appena conclusa è valutata da molti osservatori come un passo in avanti deciso e un'esperienza messa in cascina e che servirà, a breve, nella competizione principe del Vecchio Continente. Tra le massime meno esplorate di un portoghese famoso, José Mourinho, c'è anche questa:“Non credo che, nel calcio di oggi, ci siano squadre allenate bene e altre male. Piuttosto, ci sono squadre adattate o meno al metodo di gioco dell’allenatore. Quello che si cerca è che la squadra si adatti allo sforzo che il sistema di gioco esige.” E qui l'allenatore è fondamentale, ma lo è, di conseguenza, il ruolo della società. Che deve assecondare il lavoro del mister e mettere a disposizione dello stesso giocatori adeguati al progetto. Il Benfica, anche qui, ha oggi tutte le carte in regola. La presidenza di Luís Filipe Vieira ha come copertina visibile l'acredine e le continue polemiche contro il padrone del calcio portoghese, impersonato dal Presidente del Porto Pinto da Costa. Nelle pagine interne, tuttavia, l'operazione della squadra di Lisbona è più interessante: i rivali del Nord sono stati presi da esempio per il loro modo di fare mercato e, grazie anche al lavoro di Rui Costa, da due anni diventato Direttore Sportivo del club, il sorpasso del Glorioso pare essere avvenuto. Capacità di scouting, contatti con i procuratori giusti e prontezza nella trattativa: così sono arrivati al Da Luz ragazzi di straordinaria prospettiva come David Luiz, pescato dal niente del Vitoria Bahia, e raggiunti giovani nella fase ascensionale della carriera, poco prima che i top club d'Albione o di Spagna dischiudessero il portafoglio, come nel caso di Angel Di Maria, prenotato durante i Mondiali giovanili, e Ramires, firmato poco prima della Confederations Cup che lo consacrò nel Brasile. E parliamo di gente che ora vale oro. Aggiungiamo una nutrita serie di giovani interessanti (Fabio Coentrao, Sidnei, Patric) e una lungo plotone di acquisizioni e prestiti nel sottobosco locale, tra massima serie e leghe minori. Ultimo degli arrivi, il promettente centravanti brasiliano Alan Kardec: appena ha fatto bene, nel Mondiale under 20 ultimo scorso, è approdato al Da Luz. Tutto gira per il verso giusto. Certo, non tornerà mai più il vecchio Benfica di Eusebio, ma all'orizzonte c'è forse qualcosa di vero e di grande, e ha un'Aquila sul petto.

CARLO PIZZIGONI

FONTE: GS - GUERIN SPORTIVO

01 dicembre 2009

Svizzera Campione del Mondo under 17 - Analisi

Tutto vero. La Svizzera ha vinto il Mondiale under 17, a cui partecipava per la prima volta in assoluto. Non ci credevano in tanti, manco al di là della Frontiera di Brogeda: il giornale più popolare del Paese, il Blick, relegava tra le brevi le prime, ottime prestazioni dei ragazzi elvetici in Nigeria. Poi il boxino che diventa la mezza pagina e esplode nello speciale a tre facciate confezionato per celebrare la vittoria. La Svizzera, per la prima volta, campione del Mondo in una competizione calcistica, non era forse l'obiettivo o la speranza del progetto costruito più di una dozzina di anni fa da Hansruedi Hasler, chiamato dalla Federazione Svizzera a risollevare il cupo incedere del calcio d'oltralpe. Eppure tutto è cominciato da lì, le giocate di Ben Khalifa, eletto secondo miglior giocatore del Mondiale (ma ci stava, eccome, pure il Pallone d'oro), i gol di Haris Seferovic, autore pure dell'unica rete della vittoriosa finale contro i padroni di casa nigeriani, le parate di Benjamin Siegrist, promessa dell'Aston Villa probabilmente non ci sarebbero state, almeno a questo livello, se tanti anni fa la Federazione non avesse intrapreso la strada della riorganizzazione del settore giovanile tramite un processo coerente e sistematico. All'inizio della sua avventura Hasler riferiva come “nel confronto internazionale, i nostri juniores migliori risentono di una formazione carente a livello tecnico, tattico e atletico”. Per vincere con Messico, Giappone e Brasile e superare la fase a gironi partendo da outsider, mettere sotto due favorite alla vittoria finale come Germania e Italia, disintegrare la Colombia in semifinale (4-0!) e prevalere nell'ultimo match si è partiti da lontano, alimentando un processo che ha visto nella creazione di tre Accademie di calcio sorte a Tenero (Ticino), Payerne (Romandia) e Emmen (Svizzera tedesca), elementi chiave alla funzionalità del sistema generale. In questi centri di formazione, per usare ancora le parole di Hasler, “si promuove l'eccellenza dei giovanissimi calciatori”, con allenamenti di elevata qualità dal punto di vista metodologico e cura del ragazzo anche fuori dal campo. Sono poi sempre più proficue le collaborazioni con le società e, negli ultimi anni, si è spinto per la costituzione di settori giovanili a base cantonale: non più, per fare un esempio, il Locarno o il Bellinzona che si organizzano per conto proprio, ma la creazione di “Team Ticino”, che raggruppa l'élite del calcio attorno al Monte Ceneri, e che ha infatti portato il proprio contributo alla vittoria di questo Mondiale con tre elementi: l'ottimo difensore Bruno Martignoni, e i meno utilizzati Matteo Tosetti e Igor Mijatovic. Mijatovic, non Rezzonico: già perché al di là delle strutture messe in piedi dalla Federazione, la Svizzera ha beneficiato anche dal fatto di essere diventato un Paese multietnico. I ragazzi che hanno alzato al cielo la Coppa del Mondo tra i mortaretti che esplodevano nella notte di Abuja sono anche i figli degli albanesi, dei tunisini, dei bosniaci, dei congolesi, dei portoghesi, dei cileni, dei croati, dei ghanesi, dei serbi (citando le nazionale rappresentate in questa squadra) che hanno scelto nella Svizzera la propria patria e che ora, insieme agli elvetici figli solo del cioccolato e degli orologi, hanno prodotto un melange che è diventato un iride Mondiale. Per assemblare ragazzi figli di tante culture differenti era necessario un pedagogo, oltre che un ottimo allenatore: professioni-qualità tutte contenute nel CT Dany Ryser, 52enne con alle spalle una carriera modesta come calciatore e, soprattutto, una cultura di formatore-educatore presso l'Associazione Svizzera di Calcio che gli è valsa la promozione a tecnico di questa under 17. Disegnata tatticamente con un 442 lineare dove certo eccellono i due fenomenali attaccanti Ben Khalifa (che ha già esordito nella SuperLeague svizzera col Grasshoppers: 10 presenze due gol, un predestinato) e Seferovic, la Svizzera di Ryser è un monolite compatto e aggressivo in mezzo al campo (molto “futuribili” Pajtim Kasami, tesserato per la Lazio, e Granit Xhaka), con una difesa attenta e sempre concentrata condotta da elementi di spicco come il portiere Siegrist e i due centrali Veseli (Manchester City) e Chappuis (Grasshoppers). Organizzazione e multiculturalità per avere ragione di potenze notevoli come Nigeria e Spagna, che ha chiuso al terzo posto. Gli africani, campioni in carica uscenti, hanno evidenziato una serie notevole di talenti, a cominciare dal Pallone d'Oro del torneo, l'attaccante Sani Emmanuel e dal terzo miglior giocatore, secondo la giuria della FIFA, l'ottimo centrocampista Ramon Azeez, senza dimenticare l'altra punta Stanley Okoro, già messosi in luce con i suoi Heartland nella Champions League africana: velocità, controllo e tiro (e con entrambi piedi) che hanno addirittura scomodato paragoni con Messi. La mancanza di una punta di peso e una certa frenesia malcontrollata dal CT John Obuh in diverse fasi chiave dei match, specie in finale, hanno prodotto solo un secondo posto per la Nigeria. Ma la squadra ha enorme potenziale. Così come la Spagna, come futuribilità forse addirittura una delle migliori Furie Rosse di sempre, con talenti come il centrale del Barça Muniesa, il basco Iker Munian (il più giovane giocatore ad avere segnato nella Liga, con l'Athletic), la strombazzata promessa del Real Madrid Pablo Sarabia e l'ottimo Isco (Valencia).

CARLO PIZZIGONI
(Ha collaborato Paolo Galli)


Fonte: Guerin Sportivo n.47/09

24 novembre 2009

Brasile dei giovani - Luci e ombre

Il Brasile è la terra del calcio. Lo è stato o lo è? Ronaldo e Ronaldinho, quelli veri, quindi non quelli che oggi ci regalano solo sprazzi della loro classe, sono stati i migliori giocatori del Mondo. Oggi, vista anche la fase non felicissima di Kaká, sono Messi e Cristiano Ronaldo a contendersi lo scettro di re. Se consideriamo le competizioni internazionali abbiamo ancora negli occhi il fallimento di Germania 2006, e a livello giovanile i verde-oro non vincono un Mondiale dal lontano 2003, anno in cui si aggiudicarono le rassegne under 20 e under 17. La nazionale di Dunga, dopo un inizio molto stentato ha recuperato quota, si è qualificato per Sudafrica 2010, giocando anche un calcio intelligente e produttivo. Ed è proprio la nazionale dell'ex centrocampista che ha prodotto un'idea di futebol di squadra se non del tutto nuova, certamente maggiormante più strutturata rispetto al passato. Il Brasile che stradominava in campo come nel Mondiale del 1970 è morto al Sarrià per merito di Paolo Rossi e Bearzot. Dopo una fase di ricerca e sperimentazione maldigerita (il “libero” di Lazaroni, episodio paradigmatico) il Brasile è tornato a vincere con CT pragmatici, Carlos Alberto Parreira e Felipão Scolari, che hanno cercato un equilibrio tattico senza limitare totalemnte il talento individuale e hanno battagliato parecchio per costruire un “gruppo” coeso. Il leggero passo indietro voluto sempre da Parreira agli ultimi Mondiali, con una squadra zeppa di superstar, quasi tornando a stilemi che parevano dimenticati per il calcio brasiliano, ma che in realtà rimangono vividi nell'idea di calcio si tanti appassionati nati a Rio De Janeiro e dintorni, è stato un completo fallimento. Dunga ha proceduto a una nuova svolta, che cercherà ancora di smuovere quell'idea di calcio antico a cui però tanti brasiliani pare non vogliano rinunciare. Ma l'ex centrocampista di Pisa e Fiorentina è ancora una mosca bianca nel settore tecnico brasiliano. Guardiamo al futuro, guardiamo ai giovani. I risultati non sono brillanti. Vero che il Brasile comanda a livello continentale ma non può certo accontentarsi di dettare legge in Sudamerica: ai recenti Mondiali under 20 ha raggiunto le finale, perdendola poi ai rigori col Ghana ma giocandola per almeno un'ora con un uomo in più, mostrando molte soffrenze con una rimaneggiatissima Germania e, in semifinale, col Costarica. L'Under 17, nei Mondiali svoltisi in Nigeria è riuscita nell'impresa di non superare nemmeno la prima fase a gironi. Mala tempora currunt, altro che “Ordem e Progresso”, come si legge sulla bandiera verde-oro...

Abbiamo assistito (sconfortati) a una conferenza stampa di Rogerio Lourenço, tecnico della selezione under 20, all'ultimo Mondiale, in Egitto, dove il CT insisteva su come l'avversario che ha avuto di fronte, la Germania, “nonostante il talento a disposizione ha giocato una partita difensiva.” Caricando l'intervento di totale disgusto. Il fatto reale è però che la Germania, pur perdendo, ha messo in estrema difficoltà il Brasile perché ha giocato sì una partita difensiva, ma soprattutto una partita organizzata, ha giocato una gara con intelligenza e con un piano partita definito in cui tutti gli uomini sapevano cosa fare. Ha perso perché il talento medio era almeno di una paio di spanne inferiore e per qualche errore di troppo a livello individuale. Altro punto deprimente: la tipologia di allenamenti del time sudamericano, quasi sempre poco intensi, con la partitella come evento principe oltre a una serie di situazioni su palle inattive. Rogerio Lourenço è un classico allenatore che si incontra nella federazione brasiliana, e che si sposa appieno con l'idea di calcio maggioritaria nel Paese. Possiede certo una cultura tattica superiore a un allenatore brasiliano di qualche lustro fa ma, in generale, la gestione della squadra rimane sempre affidata a comportamenti e modi di pensare e agire datati. Non si chiede a un brasiliano di fare l'europeo, solo di elaborare una metodologia che si sposi col calcio moderno fatto di elevata intensità: Dunga potrà fallire ma in questo senso ha già prodotto qualcosa di nuovo. Molti tecnici federali, invece, no. Forse anche perché non c'è un segnale forte da parte dei vertici, impegnati più a far di conto che pronti a elaborare progettualità.

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: il talento giovanile brasiliano è sempre di prim'ordine: è vero che l'Argentina recentemente ha avuto una fase incredibile in cui aveva a disposizione una serie di prospetti favolosi, la “Generazione Messi”, ma ora vive una fase di riflusso e il Brasile è tornato ad avere la migliore argenteria. All'ultimo Mondiale under 20, la migliore cartina al tornasole per giudicare un movimento calcistico, il Brasile ha messo in mostra giocatori come Giuliano (per tanti osservatori il miglior giocatore del torneo), Alex Teixeira, Alan Kardec, Paulo Henrique “Ganso”, Souza, Douglas, Maylson, Diogo, Rafael Toloi, Dalton, Rafael, solo per citare quelli che hanno fatto meglio,e che certamente hanno di fronte un grandissimo futuro. Non basta. Per volontà dei club (e una mancanza di polso della FIFA) non hanno risposto alla convocazione una serie incredibile di talenti, teoricamente in età per disputare la competizione: a cominciare da Pato, passando per Dentinho (Corinthians), Sandro (Internacional), Rafael Carioca (Spartak Mosca), Sidnei (Benfica), Breno (Bayern Monaco), Rafael e Fabio (Manchester United), Renan Oliveira (Atletico Mineiro) e terminando con Neymar, stellina del Santos impegnato con l'under 17. En passant: anche l'under 17 ha fatto una figura pessima al Mondiale di categoria in Nigeria, dove era uno dei favoriti, e anche qui il talento certo non mancava, vedi pure la presenza di Philippe Coutinho, grande speranza del Vasco da Gama già bloccato dell'Inter per una cifra vicina ai 4 milioni di euro, senza dimenticare prospetti interessanti come Gerson (Gremio), Wellington Silva (Fluminense) e Felipinho (Internacional). L'esperimento under 17 pur se esemplificativo e, nei risultati, vergognoso per una squadra come il Brasile, non è del tutto probante proprio per la giovanissima età dei ragazzi, però anche a questo livello, al di là delle considerazioni tattiche, che qui pesano meno, esiste il problema della gestione dei giocatori. Il Brasile è una terra di procuratori, ormai. Grandi società totalmente estranee dal mondo del calcio, stanno investendo pesantemente sul mercato del futebol, finanziando o costituendo agenzie sportive ad hoc con procuratori che non sempre sanno gestire il ragazzo. Togliendogli serenità e rendendolo uno pseudo professionista prima del tempo. Un attimo: non è certamente facile la gestione di un ragazzo che molto spesso, almeno in Brasile, giunge alla notorietà dopo un'infanzia non sempre facile. Non esistono formule sicure e vincenti, quindi nessuno si erge a giudice, moralizzatore o altro: sicuro però è che non sempre il talento diventa quel che può e deve diventare, e oggi è più difficile di ieri gestirsi e gestire un calciatore. Il Brasile, terra di calcio, vive più a fondo queste problematiche. Il talento c'è, è però necessario coltivarlo, bene, con metodo e con un po' di fortuna. La terra rimane florida, quasi magica. Il calcio cambia, il Brasile resta, tocca però adeguarsi.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo n.46/09

03 novembre 2009

[reportage] Avaí



Quando giocava in Europa Gustavo Kuerten, splendido tennista vincitore di tre Roland Garros a cavallo del 2000 e senza nessun dubbio massima icona brasiliana vivente nel post Ayrton Senna, aveva sempre le occhiaie. Alcuni giorni andava a letto tardi, ma non si perdeva dietro donne e bacco, no: Guga si chiudeva nella camera d'albergo e si attaccava a internet o telefono per ascoltare le cronache dell'Avaì, la squadra di Florianopolis di cui è da sempre accesissimo torceador. Se visitate la Ressacada, il non enorme stadio dei biancoblu a Florianopolis, potete chiedere a chiunque dove si trova la “cadeira”, il seggiolino di Kuerten. Sarà quindi contento Guga, soprannome con cui tutti lo conoscono in città, la semplicità è la miglior dote del personaggio, dato che oggi, è l'Avaì la bandiera calcistica di Florianopolis, splendida località del sud del Brasile, tranquilla e con benessere piuttosto diffuso, e con (dicono loro) cento spiagge diverse per godersi il mare. Abissatosi nella serie B il Figueirense, che per anni è stata la sola squadra di Floripa nella massima serie, ora è il turno dei “Leoni dell'Isola”. Promossi quest'anno in Serie A, vittoriosi nel Campionato Catarinense, il torneo statale che si disputa prima del Brasilerao, l'Avaì ha iniziato la stagione giocando un discreto calcio ma non raccogliendo troppi punti. Era necessario cambiare. Il tecnico protagonista di questa stagione di rinascita dei biancoblu è Paulo Silas, favoloso centrocampista ammirato anche in Italia, dove ha vestito le maglie del Cesena e della Sampdoria. Silas, dopo un'ottima carriera da giocatore, con quasi quaranta presenze in nazionale, ha iniziato da pochissimo ad allenare e finora ha sempre convinto. Per dare la scossa alla squadra ha seguito un'iniziativa decisamente particolare: ha convocato i leader dello spogliatoio, quasi tutti legati alle chiese evangeliche ora molto di moda in Brasile, e mescolando dialogo, spiritualità, elementi motivazionali è riuscito a venire a capo della situazione: certamente ha ripreso controllo del suo “time” che ha infilato una serie impressionanti di risultati utili (11 consecutivi, e per lo più vittorie), issandosi fino alle parti nobili della classifica: guadagnandosi senz'altro il titolo di sorpresa positiva e inaspettata di questo Brasilerao. La metamorfosi è iniziata nella testa ma è proseguita in campo, l'abbandono del 442 e la difesa con tre centrali, di norma Augusto (passato dallo Young Boys ma mai ambientatosi in Svizzera), Rafael e Êmerson, ha dato maggiore sicurezza alla squadra e soprattutto ha concesso agli esterni di viaggiare molto sulla fascia e di dare costante appoggio alla fase offensiva: il giovane e promettente Eltinho a sinistra e Luis Ricardo, un attaccante di ruolo che Silas ha reimpostato sul lato destro, sono le prime armi della squadra e la più sicura fonte di gioco. La manovra aveva quindi più sbocchi invece di cristallizzarsi, come avveniva in passato, sulla rifinitura di Marquinhos, capitano e leader della squadra, giocatore di enorme talento, classe 1981, da giovanissimo il Bayer Leverkusen aveva scommesso forte su di lui senza mai raccogliere dividendi interessanti. Marquinhos, di più, si è trasformato in giocatore a tutto campo, e ha lasciato le zone nei pressi dell'area ai due attaccanti: William è delegato a lottare con i difensori centrali e a creare spazi per il veloce Muriqui, piccolo e tecnico, mortifero nell'uno contro uno e con ottime capacità di inquadrare la porta. Una rivoluzione psicologica, tecnica e tattica quella di Paulo Silas, che porterà, a meno di suicidi oggi non pronosticabili, alla salvezza: obiettivo primario del presidente, João Nilson Zunino, che durante la sua gestione ha privilegiato inizialmente la ristrutturazione dei bilanci, puntando poi su uno sviluppo tecnico che ha portato l'Avaì nell'élite del calcio brasiliano. Molto importante, in questo senso, i buoni rapporti che la società di Florianopolis ha mantenuto con le maggiori imprese di calcio del Brasile. Breve esegesi: Le società che gestiscono calciatori in Brasile sono diventate potentissime, la celeberrima Traffic, ad esempio, controlla quote praticamente della metà dei calciatori brasiliani di prospettiva. Avere un rapporto privilegiato con queste società è sempre un buon affare: mostrare che la gestione, finanziaria e tecnica, del club è seria, può portarti in dote un giocatore interessante dato che l'agenzia di calciatori di turno sa che lì la carriera del suo protetto può svilupparsi e decollare. Non a caso il catarinense è spesso terreno di caccia di tanti procuratori (il terzino destro dell'Inter, Maicon, viene da qui). Chiaro che la Traffic non indirizza talenti tipo Diego Souza, oggi al Palmeiras e prossimamente in Europa, all'Avaì. Però concede giocatori di seconda fascia, di buona qualità (e in Brasile pullulano ovunque, come testimonia anche la marea di giocatori in giro per il mondo: sono presenti praticamente in tutti i campionati del globo!), a quelle società che sanno valorizzarle. Qui interviene la capacità di gestione. E poi non esiste solo la Traffic, ci sono società più piccole, ad esempio la società biancoblu di Florianopolis lavora molto con Luiz Alberto della LA Esportes, che possiede diverse giocatori del club del sud del Paese. La riunione degli evangelici, la difesa a tre, la benedizione di Guga, la buona parola dell'agente: per sopravvivere e ottenere risultati nel calcio di oggi tocca muoversi in tutte le direzioni. A Florianopolis l'hanno capito.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: GUERIN SPORTIVO

Il sito ufficiale dell'Avai ha ripreso il mio pezzo: QUI

31 ottobre 2009

Mondiale under 20 - Analisi tecnica del torneo




La prima volta. Almeno una volta nella vita, tutti, con più o meno convinzione, l'abbiamo detto: il futuro del calcio è in Africa. Salvo pentirci, rilanciare di nuovo, esprimere sani dubbi e via così. Oggi, sgombrati vaticini e analisi teoriche, abbiamo un primissimo effetto pratico: il Ghana ha vinto il Mondiale under 20, mai una squadra africana aveva raggiunto tale traguardo. Prodromi per realizzare l'ultimo, definitivo passo nella storia del calcio, finalmente? Forse. Rimanendo al dato oggettivo possiamo con certezza affermare che la generazione del Ghana sarà assolutamente competitiva, specie fondendosi con l'attuale che malissimo non è, da Michael Essien in giù. Interessante anche valutare che non solo i giovani africani hanno battuto il Brasile in finale (ai rigori), ma anche il come: giocando con la testa e con la voglia di vincere incanalata esclusivamente verso energia positiva. Niente mattane, niente giocate sconsiderate nella partita decisiva, e nei momenti decisivi della stessa. Meglio che negli ottavi dove il team guidato da Sellas Tetteh aveva faticato col Sudafrica, meglio che nei quarti dove aveva concesso troppo ai sudcoreani, meglio che in semifinale dove ha fatto rientrare maldestramente in partita l'Ungheria, dopo aver letteralmente dominato per 45 minuti. Giocare con i superfavoriti del torneo, per di più con un uomo in meno per più di un'ora, concedendo pochissimo a una batteria di fuoco come quella verde-ora significa prima di tutto essere cresciuti sotto il profilo della mentalità e dell'attenzione. E poi ci vuole il talento. La copertina se la prende Dominic Adiyiah, centravanti capocannoniere (otto gol senza rigori) e eletto miglior giocatore del torneo: gioca in una squadra di retrovia norvegese (Fredrickstad), ancora per poco. Bello ricordare come il suo compagno di banco, all'Anglican High School di Kumasi, sia il ragazzo che in questo Mondiale gli ha fornito assist decisivi e movimenti importanti: Ransford Osei, forse più atteso di Adiyiah ma autore, lui pure, di un torneo davvero notevole. Complimenti anche al professore di ginnastica della scuola cristiana di Kumasi che per primo ha intuito il valore della coppia. Dietro loro ha agito Andre Ayew, cognome importante (è il figlio di un idolo nazionale, Abedì Pelé, visto anche noi anni fa) e una voglia di emergere e di vincere che, siamo sicuri, lo porterà a una carriera superiore anche a quella del celebre babbo, che aveva il triplo del talento ma non lo stesso atteggiamento in campo. In mezzo, due autentiche rivelazioni del torneo, Mohammed Rabiu, pescato già dalla Sampdoria, un Vieira in costruzione, e Emmanuel Agyemang-Badu che come punto di riferimento ha invece il connazionale Essien, poco sopra l'uno e settanta, mastino, grandi letture, possibilità di giocare in più ruoli (in finale si è adattato difensore centrale con ottimi risultati) anche se il meglio lo dà a centrocampo con pressing, ripartenze e leadership: gli spagnoli del Recreativo Huelva lo hanno avuto per le mani ma lo hanno rispedito in Ghana, ora stanno facendo carte false per riaverlo, ma sarà dura. Bene, molto bene anche dietro con il generale della difesa Jonathan Mensah a dirigere le operazioni e due terzini di spinta davvro interessanti, il già conosciuto Samuel Inkoom, quest'anno a Basilea, e il laterale sinistro David Addy, fisico, corsa e piede da tenere d'occhio: le loro ottime prestazioni hanno forzatamente relegato in panchina un super talento come Daniel Opare, stella del Mondiale under 17 in Corea del Sud, nel 2007, e attualmente al Real Madrid. Non male nel torneo e decisivo in finale il portiere Daniel Agyei. Non meno talento poteva proporre il Brasile, anzi. E' mancata in parte la gestione tecnica (Rogerio CT da rivedere) e in generale un manovra con più profondità: troppo possesso palla effimero ai venticique metri e poche conclusioni pericolose: ai quarti si è salvata all'88' con la Germania, meglio messa in campo e più quadrata, ma non sempre un colpo del singolo può girarti il match. E tra i singoli quello che maggiormente ha brillato è stato certamente Giuliano, tecnica, fisico, creatività e buon guizzo ai sedici metri, con possibilità di giocare anche in mediana per il tackle che possiede: fatto e finito per i palcoscenici europei, anche i più prestigiosi. A sprazzi bene il genio di Alex Teixeira, attaccante esterno del Vasco dal grande calcio e dall'elevata pericolosità dai sedici metri in giù, e qualche lampo di Douglas Costa, un prospetto favoloso che fatica a imporsi come giocatore a tutto tondo. Alan Kardec ha fatto discretamente bene, mostrando una sicura crescita rispetto all'anno scorso ma nel momento decisivo, in finale, non l'ha mai vista e le poche opportunità che gli sono capitate le ha fallite miseramente. Molto meglio in fase difensiva i giovani brasuca: il centrale difensivo Rafael Toloi non ha sbagliato quasi nulla, ben spalleggiato da Dalton, bravo il portiere Rafael. Douglas a destra e Diogo sull'altra fascia hanno assicurato spinta continua, in mezzo al campo Souza ha disputato un grande campionato, proteggendo la difesa e offrendo anche inserimenti offensivi. Il Mondiale ha anche offerto la resurrezione dell'Ungheria, che ha chiuso al terzo posto, tornando alla vita calcistica dopo diversi lustri. Una dorsale che prevede il portiere Gulacsi, il centrocampista Vladimir Koman (proprietà Samp, in prestito al Bari) e il centravanti Nemeth, già rapito da Benitez e spedito a farsi le ossa in Grecia, all'AEK, propone un oroscopo decisamente positivo per questa generazione. Bene come al solito la Germania, zeppa di defezioni, ottime prove dell'Uruguay (anche qui il futuro pare davvero interessante: Coates e Lodeiro su tutti) e grande Mondiale per l'Italia di Rocca (ne parliamo a parte), hanno deluso notevolemente Spagna e Nigeria. Gli iberici ormai sono all'ennesimo fallimento nei tornei giovanili, dove tempo fa dominavano. La squadre, come quella impegnata in questo Mondiale, sono piene di talento (Dani Parejo, Fran Merida, Aron), ma raramente mostrano un calcio convincente e redditizio, specie nei momenti delicati: dopo un buon girone eliminatorio le piccole Furie Rosse sono state messe sotto dall'agonismo degli azzurrini di Rocca.
CARLO PIZZIGONI



L'ITALIA

Bisognerebbe guardare un po' meglio in casa propria. E avere fiducia. L'ottimo lavoro di mister Francesco Rocca ci dimostra come anche in Italia si può scovare buoni giocatori, basta avere attenzione e pazienza. Partiti per l'Egitto senza i big della generazione del Novanta e dintorni (bloccato alla fine anche Poli, uno dei cardini della squadra che all'Europeo under 19 aveva fatto bene e si era qualificata per questi Mondiali), si è faticato a ingranare ma alla fine la bontà delle intuizioni di Rocca è apparsa evidente: un match capolavoro contro la Spagna, tra le favorite del torneo, e uno quasi perfetto con l'Ungheria, dove solo qualche ingenuità ci ha accompagnato all'uscita del torneo. Tra i singoli, da evidenziare le accelerazioni e le giocate di Mattia Mustacchio (la Fifa l'ha inserito tra i top ten del Mondiale), il senso tattico e la grinta di Marco Calderoni e le buone prove di Andrea Mazzarani e Giacomo Bonaventura, oltre alle “certezze” Vincenzo Fiorillo e Silvano Raggio. Non è stata una nazionale di potenziali fuoriclasse, questo è certo, ma la voglia di non mollare, l'energia e il coraggio di questi ragazzi dimostrano che la tecnica non è la sola cosa che fa la differenza in questo sport. Ultima nota: perdere un tecnico valido come Francesco Rocca sarebbe per la Federazione davvero un delitto e, visto che ci siamo, vediamo anche di ritoccargli l'ingaggio: 38.000 euro annui per il lavoro che ha compiuto in questi anni (finalista all'Europeo, non dimentichiamolo) è davvero una miseria, viste le cifre che girano...
CARLO PIZZIGONI

Fonte: GUERIN SPORTIVO , N.43/09

08 settembre 2009

Catania: Pablo Barrientos e Nicolas Spolli

Pablo Barrientos

Sul talento di Pablo Barrientos, mezzapunta appena acquistata dal Catania, dubbi non ce ne sono. Basta sfogliare anche i Guerin d'annata che lo segnalano protagonista: nel Sudamericano under 20 del 2005 era degno scudiero di quel Leo Messi che si stava presentando al Mondo e da giovanissimo (ora ha 24 anni) dispensava classe al lato del Pocho Lavezzi in un San Lorenzo davvero gradevole. Nel 2006 i russi si erano già messi in testa di dominare il calciomercato e, precipitatisi a caccia di campioncini in Sudamerica, avevano incontrato il gradimento anche del “Pitu”, desideroso di provare l'avventura europea. Barrientos è l'ennesima vittima di un calcio non ancora pronto per inglobare talenti in erba: l'avventura all'FC Mosca non decolla praticamente mai, il ragazzo nato in Patagonia è autore anche di buoni match ma non digerisce del tutto il futbol russo. Desiderosi di non perdere tutto il capitale investito l'FC Mosca nel 2008 decide di prestare Barrientos al club d'origine, per dargli una scossa e rianimarlo. L'aria del Boedo, il quartiere dove è nato il tango e dove sorge il San Lorenzo, fa ritrovare gli spunti di un tempo al “Pitu”: Miguel Angel Russo lo mette all'esterno sinistro del suo 442 e il Ciclon torna a giocarsela per il titolo, sfiorandolo: arriva a pari punti con Boca e Tigre nella classifica finale ed esce sconfitto dallo spareggio a tre. Barrientos torna a dribblare come un tempo e ricomincia ad avere intuizioni geniali su un campo verde. Tutto però finisce nella nuova stagione, un maledetto 22 febbraio 2009: Pablo si frantuma il crociato e, a conferma del suo ruolo chiave nel club, il San Lorenzo precipita in Libertadores e in campionato. Senza quel brutto infortunio, a causa del quale Barrientos non ha ancora assaggiato il debutto col Catania, la sua quotazione non sarebbe certo rimasta bloccata attorno ai quattro milioni di euro, la cifra investita dal presidente Pulvirenti per portarlo sotto l'Etna. C'è il dubbio legato al tempo di recupero completo, nemmeno un'incertezza sulla qualità: si raccomanda pazienza, il “Pitu” non deluderà.

CARLO PIZZIGONI


Nicolas Spolli

Nicolas Spolli, difensore centrale appena giunto a Catania, meritava da tempo una chance. Tanti buoni campionati nel Newell's Old Boys, dall'esordio nel 2005 fino a ieri, hanno sollevato più di un interesse in Europa e nel resto del Latino America. Diligente, con buon senso della posizione e tanta cattiveria agonistica, Spolli era sui taccuini di tanti osservatori che ricercavano un difensore solido per la propria squadra. Lo Monaco, che lo seguiva da tempo, ha sottoposto l'offerta giusta alla Lepra, il nomignolo che identifica il Newell's in Argentina. Dura tuttavia per Spolli lasciare quei colori che vive da sempre come una seconda pelle: nato a cinquanta chilometri da Rosario, Nicolas ha sempre adorato il rosso-nero Newell's: entrato nelle giovanili della squadra per cui fa il tifo anche Leo Messi, rosarino purosangue, ha ottenuto il posto da titolare appena Sebastián Dominguez è volato in Brasile per condividere il progetto Corinthians (che prevedeva anche Tevez e Mascherano ed è finito malissimo). Alto (192 cm), meglio sulle palle alte e nelle letture che nel disimpegno, non ha più abbandonato la linea difensiva della Lepra negli ultimi quattro anni, giocando indifferentemente a 4 o a 3 dietro. L'ultimo campionato Clausura, disastrosa per la Lepra, lo ha giocato in una difesa a tre (a destra) voluta dal tecnico Nestor Sensini per mantenere un minimo di equilibrio difensivo: senza soverchi risultati. L'ex Udinese e Parma assicura però che la mentalità e la disponibilità di Spolli possono far comodo al Catania. C'è da fidarsi.

CARLO PIZZIGONI


Fonte: Guerin Sportivo

02 settembre 2009

Palermo: Nico Bertolo e Javier Pastore

NICOLAS BERTOLO

Quando nel 2006 Alfio Basile accettò l'incarico di selezionatore dell'Argentina lasciando il Boca Juniors, alla Bombonera pensarono che il nuovo allenatore, Ricardo Lavolpe, reduce da un gran Mondiale col Messico, doveva puntare forte sui giovani. Tecnico molto preparato ma fumantino e troppo rivoluzionario per l'ambiente bostero, Lavolpe finì presto i suoi giorni al Boca. Tuttavia, nell'intervallo di tempo in cui guidò la squadra più nota d'Argentina regalò diverse opportunità ai tantissimi talenti che il club “azul y oro” produce senza soluzione di continuità. Uno di questi ragazzi era Nicolás Bertolo, nuovo acquisto del Palermo. Classe 1986, centrocampista moderno, di corsa e di cervello, Bertolo piacque molto e subito per il suo dinamismo. La Controrivoluzione al Boca fece però cadere anche la testa di Nico: per lui si prospettò un prestito al Nacional di Montevideo. Il fatto che in Uruguay si ricordino ancora di lui mostra come il suo carisma e la sua disponibilità al sacrificio, doti apprezzatissime in tutta l'area del Rio de La Plata, sono indiscutibilmente sopramedia. Il Nacional non può confermarlo e Nico torna in patria. Marchiato al Boca, si accasa al Banfield. Nel club del sud bonaerense, che lanciò in passato anche Javier Zanetti, Bertolo scopre anche virtù realizzative che lo mettono in cima a tanti bloc notes di scouts europei. Prima Burruchaga, poi Falcioni, due ottimi allenatori a cui piace sviluppare un calcio propositivo, trovano un'arma importante in Bertolo: copre con giudizio la sua zona e ha grandi doti di inserimento. Falcioni soprattutto, giocando col 4312, impiega Nico nel ruolo in cui può dare di più, parte da centrocampo, a destra, recupera palloni e arriva spesso al tiro. Zenga ha previsto proprio questo sistema di gioco...

CARLO PIZZIGONI


JAVIER PASTORE

Javier Pastore è il talento più intrigante sbarcato in Italia in questo ultimo mercato. In poco meno di un metro e novanta vive tanta sapienza calcistica: la stagione appena terminata, nell'Huracan di Angel Cappa, è qualcosa più di una rivelazione. Eppure questo diamante, classe 1989, è rimasto nascosto fino all'anno scorso. Nel Globo, prima dell'arrivo dell'ex assistente di Cesar Menotti, se lo filavano in pochi e meno ancora al Talleres, società di Cordoba in cui “Huesito” è cresciuto e della quale è tifosissimo fin da piccolo. Eppure la stagione favolosa dell'Huracan, marchiata Pastore-Bolatti - De Federico, ha soprattutto nel giocatore voluto da Zamparini l'elemento più futuribile: a fronte dell'altezza Pastore è giocatore di costruzione, d'ordine e di finalizzazione. Ha grandi doti di lettura, con e senza palla, e non ha difficoltà a partire palla al piede o a farsi trovare smarcato: completa e equilibra naturalmente un trio con un centravanti mobile come Cavani e un brevilineo come Miccoli, abile nello stretto e veloce nella conclusione in porta. Zenga deve tuttavia organizzare il resto della squadra per valorizzare questo terzetto e per ora ha preso spunto proprio da quell'Huracan che vedeva De Federico (appena acquistato dal Corinthians) e Pastore dietro una punta, di norma Federico Nieto, passato dalle nostre parti (Hellas Verona, stagione 2006/07) senza lasciare grandi tracce. Molti hanno accostato il giovane talento argentino a Kakà, vedendolo forse partire palla al piede: ma Pastore non ha quel tipo di accelerazioni in campo aperto e quel talento fisico, piuttosto è un giocatore alla Lucho Gonzalez, anch'esso transitato dall'Huracan prima di affermarsi al River Plate, in Europa e in Nazionale. E' più intelligente che istintivo,sa fare un po' di tutto in campo e sa farlo bene. Manca un po' di esperienza, ma se prosegue sul viatico intrapreso quest'anno e non ha problemi di adattamento, a breve se lo contenderanno le big d'Europa (che si erano già interessate a lui, prima del blitz di Zamparini), a meno che a Palermo non arrivi davvero lo scudetto...

CARLO PIZZIGONI


Fonte: Guerin Sportivo

01 settembre 2009

Campionato Portoghese 2009/10

Nella tarda primavera del 2005 non erano pochi i detrattori di Giovani Trapattoni, dalle rive del Tago alla terra lusitana tutta. Il tecnico di Cusano Milanino però era riuscito a zittire i chiacchieroni e, prima di sbattere la porta, ha riportato il Benfica sul tetto del Paese: è stato l'ultimo “scudetto” delle Aquile. Da allora, nonostante investimenti importanti per il calcio lusitano, i biancorossi non hanno più nemmeno insidiato il Porto, protagonista di una striscia di quattro successi consecutivi. La frenesia di cambiare, di vincere senza costruire un progetto, ha accecato le Aquile di Lisbona in tutto questo tempo. La promozione a Direttore Sportivo di Rui Costa, avvenuta lo scorso anno, non ha modificato le cattive abitudini: era iniziato un progetto con il tecnico spagnolo Quique Flores che però è stato presto accantonato. Si riparte quest'anno con una scommessa in panchina: Jorge Jesus, capace di regalare ai tifosi dello Sporting Braga, nella passata temporada, un calcio di elevata qualità, è stato portato al Da Luz per ripetere la lezione. Il cinquantacinquenne tecnico è alla prima esperienza in un grande club dopo tanta gavetta nel calcio di provincia portoghese: un risultato che si è ampiamente meritato e che lo ha promosso a nuovo allenatore emergente in un Paese dove certo non mancano tecnici interessati e di grande prospettiva. Già nelle prime uscite la mano di Jorge Jesus si è notata: grande intensità, pressing alto, controllo del gioco, esattamente come a Braga, dove nella scorsa stagione fece bene anche in coppa Uefa. Dovesse riuscire a mantenere lo stesso copione anche al Benfica, che individualmente possiede una qualità tecnica superiore, si leverebbe non poche soddisfazioni. Inoltre, ai già svariati talenti in rosa, pronti a sbocciare come Angel Di Maria o già riconosciuti tipo Aimar, Rui Costa ha aggiunto un'altra infornata di nomi interessanti: Ramires, protagonista nella Confederations Cup col Brasile, Javi Garcia, ventiduenne frettolosamente accantonato al Real Madrid, Keirrison, bomber brasiliano acquistato dal Barcellona e parcheggiato qui, e un “Conejo” Saviola desideroso di riscattarsi. Non dimenticando una rosa di assoluta solidità con Luisao, David Luiz (pronto a esplodere), Oscar Cardozo, Maxi Pereira, Cesar Peixoto (che ha seguito il suo “mister” dal Braga) a cui si aggiunge il rientro di un talento come Fabio Coentrao dopo un anno di prestito al Rio Ave. Riuscirà la dirigenza a mantenere equilibrio durante tutta la stagione e a difendere il proprio allenatore nei momenti di difficoltà? Un interrogativo abituale a Lisbona e assolutamente fuori luogo a Porto. Dove però hanno voluto ricostruire senza aspettare eventuali sconfitte: dopo quattro titoli consecutivi e buone prestazioni nella Champions League si è deciso di voltare pagina, cedendo, sempre di fronte a grandi offerte economiche, gli elementi più rappresentativi di queste ultime affermazioni: Lucho Gonzalez (18 milioni dal Marsiglia) e Lisandro Lopez (24 più bonus dal Lione). In più c'è stato il gran colpo di piazzare l'ottimo Aly Cissokho, acquistato pochi mesi prima dal Vitoria Setubal per qualche centinaio di migliaia di euro, a 15 milioni al Lione, dopo il dietrofront del Milan. In entrata il solito mercato oculato, parco (di milioni) e lungimirante: Fernando Belluschi, dall'Olympiakos, e Diego Valeri, dal Lanus, un paio di anni fa sarebbero costati una cifra spaventosa: arrivano oggi, con formule variegate, a Porto per meno di otto milioni, in totale. A loro si aggiungano Radamel Falcao, l'attaccante colombiano del River Plate, Seba Prediguer del Colon, Alvaro Pereira del Cluj e un centrale di grande avvenire come Maicon, sottratto al Nacional (scuola Cruzeiro, però) per poco più di un milione. Con Bruno Alves e Hulk, i due big rimasti, e non dimenticando un giocatore chiave della scorsa stagione come Fernando, a Jesualdo Ferreira, altro maestro della panchina, viene richiesto un assemblaggio veloce dei nuovi che potrebbe invece non essere così rapido. Tutti questi lavori in corso nelle due big portoghesi potrebbero favorire outsider? Impossibile. Invero lo Sporting, l'unica altra candidata al titolo, ha cambiato pochissimo, aggiungendo il solo Matias Fernandez (unico investimento reale del club: 4 milioni), reduce dal disastro di Villareal, in mezzo al campo per accendere quella scintilla decisiva nel palleggio rimestato e poco produttivo visto durante tutta la scorsa stagione. Una scommessa dalla quota alta, specie se da qui alla fine del mercato non arriverà nessun attaccante oltre al giovane Caicedo (in prestito dal Manchester City) per agevolare il lavoro del brasiliano Liedson (diventato cittadino portoghese e in attesa di una chiamata dal CT Quieroz), da diverse stagioni esclusivo goleador dell'Alvalade. In precampionato si è assistito con meraviglia all'esordio del giovane prodotto della celeberrima Academia Sporting, Daniel Carriço, centrale difensivo dal grande futuro, e a una serie di buone prove di Miguel Veloso, talento che pareva essersi già appassito. Joao Moutinho, Vuckcevic e, quando tornerà dall'infortunio, Izmailov, le altre armi a disposizione del tecnico Paulo Bento, per il quinto anno consecutivo alla guida dei Leoni. Tuttavia restano poche le speranze di titolo per lo Sporting, e praticamente nessuna altrove. Guimarães, Braga, Nacional e il Marítimo di Carlos Carvalhal sono le squadre che probabilmente si giocheranno il campionato “degli altri”, con il quarto posto in palio, ma niente più. La grave crisi finanziaria che sta sminuzzando il futebol portoghese coinvolge maggiormente i club di medio-basso livello: la programmazione è stata sostituita dalla sopravvivenza. Tutto ciò erode anche la base di appassionati che seguivano i piccoli club, e propone orizzonti culturali non proprio rosei per tutto il calcio portoghese. Le risorse futebolistiche di questo Paese sono però storicamente illimitate, e questo triste periodo di vacche magre potrebbe ulteriormente sviluppare le motivazioni di presidente, allenatori e giocatori di provincia: tutto a vantaggio di un movimento che nel passato recente ha creato i Cristiano Ronaldo e i José Mourinho sostanzialmente dal nulla. Da Eusebio in avanti, questi circa dieci milioni di abitanti, con il vento dell'Oceano nei capelli, il sapore del baccalà in bocca e un generale disinteresse da parte di tutto il resto d'Europa, hanno sempre prodotto grande calcio: l'humus per ripartire c'è.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo n.34/09

25 agosto 2009

[Champions Preliminari] Sporting Clube de Portugal


Le amnesie in fase di non posseso del "rombo" portoghese (specie di Vukčević)



“Ganhar com o coração”, sono le parole di un commosso Paulo Bento, tecnico dello Sporting da cinque stagioni, al termine del terzo turno preliminare di Champions, che ha promosso i biancoverdi all'ultimo scontro, quello con la Fiorentina. Coraçao, cuore: nell'assedio finale per cercare la rimonta sul Twente i Leoni di Lisbona trovano il gol, nell'ultimo minuto di recupero, grazie a un colpo di testa del portiere, Rui Patricio... Cuore? Pure qualcos'altro visto che in campo lo Sporting ha dato il peggio di sé, e c'è stato bisogno di qualche ingenuità olandese e di un intervento dell'altissimo per avere ragione di una squadra oggettivamente inferiore. Il peggior Sporting degli ultimi anni: disordinato, impreciso, impaurito. E all'andata non era andata tanto meglio se si considera che il Twente era rimasto in dieci per circa un'ora, senza che la squadra di Paulo Bento costruisse un numero degno di occasioni da rete. Eppoi si è palesato, nuovamente, un fantasma che all'Alvalade, fieri del loro palleggio e della loro tecnica individuale, continuano perennemente a sottostimare: lo Sporting è una squadra fisicamente sovrastabile: deve scegliere ipotesi di gioco differenti, nuove.
Il dibattito interno sul sistema di gioca da adottare (442 in linea o a rombo, con la scelta poi caduta su quest'ultimo “modulo”) si è incagliato attorno a un deludente precampionato.
Attenzione però che una novità importante, nello Sporting, c'è: è l'unico investimento di peso (3,6 milioni di euro) concretizzato dalla società in questo mercato: l'acquisto di Matias Fernandez. E' una scommessa, non dalla quota bassissima ma che potrebbe pagare davvero tanto qualora venisse vinta. Giocatore dai colpi straordinari ma dalla latitante continuità, Mati è arrivato due anni fa al Villareal colmo di propositi e aspettative, eclissatesi di lì a poco nonostante l'iniziale fiducia di Manuel Pellegrini. E in Portogallo la musica è cambiata poco, almeno finora. Continua a essere un corpo estraneo alla squadra anche quando produce buone giocate individuali. Intendiamoci bene: il suo talento lo discutono in pochi e di norma viene esaltato nella sorprendente nazionale cilena di Marcelo Bielsa, ai vertici del Gruppo Sudamericano delle Qualificazioni ai Mondiali di Sudafrica 2010. Però Mati rimane giocatore particolarissimo e non esattamente etichettabile come classico 10: anzi, la possibile tentazione del suo nuovo mister sarebbe forse quella di schierarlo da interno “sui generis”.

Giubilato, forse con troppa fretta, “Pipi” Romagnoli, Paulo Bento ha scelto di puntare tanto su un giovane come Mati-gol, mezzapunta desiderosa di rilanciarsi. Rimane sicuramente l'”incastro” chiave della stagione dei Leoni di Alvalade: è a centrocampo che lo Sporting può fare il salto di qualità. Fuori per infortunio Izmailov (brutto colpo), gli arruolabili Joao Moutinho, Vukčević, Rochembach (se recupera la forma), un ritrovato Miguel Veloso e Pereirinha offrono un supporto di elevata qualità che deve però essere innescato da una scintilla, che solo un giocatore della qualità di Mati Fernandez può trovare. Anche per riaccendere un insolitamente spento Liedson, cannoniere dei biancoverdi negli ultimi anni e svagato in questo inizio di temporada, e per dare vigore alle nuove (Felipe Caicedo in prestito dal Manchester City) e alle eterne (Helder Postiga) promesse. La linea difensiva, finora, ha retto bene, specie per lo splendido esordio, al fianco di Anderson Polga, di Daniel Carriço, giovane centrale dal luminoso futuro, forgiato nell'insuperabile settore giovanile sportinguista, quello che ha già regalato i Figo e i Cristiano Ronaldo all'Olimpo di questo gioco. Oggi, lo Sporting è lontano dall'élite europea ma potrebbe bastare poco per ritrovare competitività: il solo Cuore, con la Fiorentina, non basterà certo...

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Guerin Sportivo

16 giugno 2009

[Euro under 21] Le avversarie dell'Italia

SERBIA
Sconfitti, male, dall'Olanda nell'ultima finale del campionato Europeo, la Serbia rimane squadra di altissimo livello e molto ostica da incontrare. Terminato il ciclo che ha consegnato al calcio che conta Branislav Ivanović, Bosko Jankovic e Sasha Kolarov, si ricomincia da un ragazzo che quella finale con i campioni olandesi, trascinati dal miglior Drenthe di sempre, l'ha giocata, anche se solo per gli ultimi 25 minuti: Zoran Tošić. Esploso nel Partizan di Belgrado, Tošić ha firmato quest'anno per il Manchester United, racimolando qualche minuto in prima squadra. In mezzo al campo la squadra di Slobodan Krčmarević ha il suo punto di forza e le alternative non mancano, anche se la nazionale maggiore di Antic dovrebbe sottrargli alcuni elementi. Gojko Kačar dell'Herta è un altro reduce del 2007, ma ora ha un ruolo chiave nel sistema difensivo serbo pur non disdegnando la fase offensiva, qualora occorresse (ben 6 gol nelle qualificazioni), così come “Lola” Smiljanić, che però ha visto poco il campo nell'incredibile rivoluzione-salvezza di Pochettino all'Espanyol. Oltre il buon numero 1 Željko Brkić, linea a 4 traballante che dovrebbe essere condotta da Nemanja Pejčinović. Davanti, tutto il peso sul centravanti del Nantes, Filip Djordevic, cresciuto nella Stella Rossa. Molto importanti le presenze di due top player come Sulejmani (Ajax) e Obradovic (Partizan).



SVEZIA
La grande opportunità di giocare davanti al proprio pubblico aumenterà certo convinzione e autostima ai ragazzi di Tommy Söderberg, che dirige i giovani svedesi sempre col supporto di Jörgen Lennartsson. Poca fantasia, una certa linearità di manovra ma pure buona qualità, specie davanti con Marcus Berg del Groningen, che ha già assaggiato il sapore della nazionale maggiore, esattamente come Rasmus Elm, centrocampista del Kalmar (ultimo campione svedese), che coi grandi di Svezia ha pure trovato una rete quest'anno. Occhio in attacco pure a Ola Toivonen, che ha tanta voglia di rivincita dopo la stagione disastrosa del suo club, il PSV Eindhoven. Toivonen è stato miglior marcatore nelle amichevoli di preparazione, partite che hanno regalato fiducia ai nordici, visti i due pareggi con le super-potenze di categoria, Italia e Spagna, e la vittoria con l'Olanda, campione uscente ma non qualificatasi per la fase finale. La squadra leader del campionato, l'IFK Goteborg, con la sua recente politica improntata sul “largo ai giovani” fornisce elementi chiave all'under 21 locale, da segnalare il difensore Mattias Bjärsmyr, il centrocampista Gustav Svensson e l'attaccante Pontus Wernbloom. Interessante anche il terzino destro del Rosenborg Mikael Lustig. Mancherà lo juventino Albin Ekdal, che ha anche un problema all'inguine.

BIELORUSSIA
E' considerata la cenerentola delle otto partecipanti, ma la poca tradizione calcistica di questo Paese stavolta inganna. I giovani bielorussi hanno condotto un girone di qualificazione molto buono, finendo appaiati alla Serbia in classifica e perdendo il primo posto solo per la differenza reti. Un girone in cui hanno subito solo cinque gol, di cui quattro nelle partite coi rivali serbi. Poi, nello spareggio dei play-off hanno rimontato al “Gradski” di Borisov la rete di svantaggio sofferta con la Turchia e hanno eliminato la squadra della Mezzaluna, decisamente più quotata. Il 4411 organizzato dal CT Yuri Kurnenin prevede Dmitri Komarovski, goleador delle qualificazioni, dietro Leonid Kovel, attaccante del Saturn di Mosca, talento cresciuto nella Dinamo Minsk e che si è un po' fermato. Molto interessante Sergey Kryvets, centrocampista di quel Bate Borisov che ha incrociato i destini della Juventus nei gironi Champions League: proprio nel match a Borisov Kryvets si è preso il lusso di mettere alle spalle di Manninger il gol del momentaneo vantaggio. Kryvets, seguito da diversi club europei, è il “fosforo” della squadra della Bielorussia, che si qualifica per la seconda volta al torneo finale: l'unica altra volta in cui fu presente (2004) c'era Aliaksandr Hleb, oggi al Barça, in cabina di regia.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo n.28/09

15 giugno 2009

Inizia il Campionato Europeo Under 21

Inizia oggi la fase finale dell'Europeo Under 21, in Svezia.
Di seguito la presentazione, scritta per il Guerin Sportivo, del Gruppo B, che fa il suo esordio oggi. L'Italia è impegnata domani contro i forti serbi, videcampioni nella scorsa edizioni (ne parleremo domani).



Unitamente all'Italia, secondo la maggior parte dei bookmakers, è la Spagna la squadra favorita per la vittoria finale. Nessuna sorpresa dunque per un “equipo” che può evidenziare il talento di un Bojan Krkic, in grande ripresa dopo un inizio di stagione in cui ha fatto per lo più la comparsa al Barcellona. Tuttavia la squadra condotta da Lopez Caro, una parentesi al Real Madrid e stagioni non troppo esaltanti al Levante e al Celta, potrebbe essere vittima della cultura calcistica del Paese, che vuole ritmo basso e illimitato possesso di palla. Forse è più nelle corde di una squadra, che può vantare anche Raul Garcia (Atletico Madrid) e Javi Martinez (Athletic Bilbao) in mezzo, oltre a Esteban Granero (Getafe) e Jurado (Maiorca), un sistema di gioco con più ripartenze e giocate in campo aperto. Qualche problemino forse dietro, vista anche la obbligata rinuncia del neo vincitore della Champions Gerard Piqué, impegnato con la nazionale maggiore in Sudafrica, dove Chico (Almeria) e Torrejon (Espanyol), seppur buoni e di prospettiva non offrono tutte le garanzie del caso, più solido Torres, scommessa di Capello ai tempi del Madrid. Il problema di natura “etica” si assomma a quello della spietata concorrenza: da subito gli spagnoli troveranno rivali agguerriti, dato che il girone B prevede anche Inghilterra e Germania, oltre alla Finlandia (agnello sacrificale del gruppo: in più non avranno il giovane Eremenko in Svezia). Soprattutto gli inglesi sono assetati di successo, il CT Stuart Pierce ripropone una coppia di livello superiore con Gabriel Agbonlahor del Villa e Theo Walcott, stella dell'Arsenal. La forza della squadra sembra però risiedere nella parte difensiva, dato che nel girone di qualificazione si è concessa un solo gol subito. Elevato il talento anche nella Germania dell'indimenticabile Horst Hrubesch, che ha fatto fuori la Francia nei playoffs e può contare su Mesut Özil (Werder), Marko Marin (Borussia M.) e Gonzalo Castro (Leverkusen).

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

08 giugno 2009

[Euro under 17] Analisi

Per dimostrare la grande vitalità del movimento giovanile della Germania e celebrarne la raggiunta consacrazione bastava osservare i Mondiali under 17 del 2007 e l'Europeo under 19 dell'anno scorso. Il recente Europeo under 17, che si aggiunge alla bacheca della Deutscher Fußball-Bund dopo la vittoria sul campo di casa (Magdeburgo), in finale sull'Olanda, ci offre l'opportunità di osservare in controluce questo boom del calcio tedesco e di decriptarne gli elementi chiave.

Paradigma dell'assunto appena suggerito, proprio questo Europeo under 17. La Germania che ha portato a casa il torneo ha messo in mostra ottime doti fisiche, buonissime opzione tattiche, potendo contare su una tecnica di base diffusa di livello superiore. Segnatamente, le letture strategiche di Marco Pezzaiuoli son risultate vincenti perché lineari quindi fondative, identitarie nelle dinamiche di un gruppo dotato di grande forza fisica. Come contraltare evidente sottolineare l'Europeo della Spagna, la squadra più dotata tecnicamente e col maggior numero di talento “puro” ma senza una linea comune d'intenti è riuscita nel miracolo al contrario di farsi eliminare dalle prime quattro, riuscendo però ad ottenere il minimo obiettivo della qualificazione per il prossimo Mondiale di categoria, organizzato per la fine di ottobre in Nigeria. Diventa altresì chiaro che la componente fisica risulta sempre più determinante, ovvio però che non deve brillare di luce propria, ma occorre che accompagni tecnica e “testa”. Non a caso sono andati bene in questo Europeo anche gli azzurrini di Pasquale Salerno, che nella semifinale meritavano addirittura di spedire a casa i padroni di casa, lì però è mancata la convinzione in alcuni giocatori chiave e alla prima difficoltà (l'1-0 di Yabo) gli azzurrini si sono sciolti soccombendo per la seconda volta (rete di Basala). Proprio i gol dei due ragazzi tedeschissimi ma di origine africana offrono una bella storia e una ulteriore chiave di lettura per una squadra multicolore e multietnica: giocatori figli di stranieri che in Germania sono andati a lavorare in tutti questi anni. Niente germanizzazione forzata ma Nazionale figlia di un Paese che sta cambiando, senza che movimenti o proposte xenofobe possano fortunatamente fermare il corso della storia.

La vittoria nella finale è arrivata solo al supplementare, per giunta in rimonta dopo l'iniziale gol di Castaignos, ma il match decisivo ha seguito un percorso netto con tre vittorie nel girone eliminatorio e la vittoria in semifinale con l'Italia. Proprio la semifinale, sofferta, con gli azzurrini ha visto il CT Pezzaiuoli rinunciare a un briciolo di equilibrio, chiedendo maggiore sacrificio alla linea mediana condotta da capitan Reinhold Yabo per il supporto di un attacco costruito su due punte di ruolo come Lennart Thy, co-capocannoniere del torneo e sicuro bomber del futuro della Germania, e il generoso Kevin Scheidhauer, sommate a due “numeri 10” quali il tecnicissimo Mario Götze e la grande speranza Christopher Buchtmann, che sta crescendo in quel di Liverpool. Il 4222 offensivo ma ordinato dei tedeschi godeva della spinta anche dei terzini, specie a destra, con quella forza della natura di Bienvenue Basala-Mazana che appoggiava l'azione in stile Maicon. Insomma, un 11 zeppo di talento a cui si deve aggiungere una “riserva” decisiva nelle due partite più importanti: Florian Trinks ha dato il l'avvio all'azione decisiva, con una bella percussione sulla destra, nella partita contro l'Italia e ha segnato il gol che ha scritto il definitivo 2-1 nella partita conclusiva con l'Olanda. Proprio gli Oranje e la squadra azzurra condotta a centrocampo dall'ottimo Marco Fossati possono dividersi gli elogi, insieme ai tedeschi. L'Italia, storicamente mai protagonista in questo torneo, ha vissuto un brutto scivolone con la Svizzera ma ha messo in mostra giovani interessanti e un'idea di gioco propositiva e matura: pressing, dominio degli spazi, equilibrio, ha peccato un po' davanti, forse. L'Olanda ha organizzato una formazione attenta dove eccellono Luc Castaignos davanti ( azzeccato il paragone che lo accosta a Roy Makaay) e l'esterno destro offensivo Shabir Isoufi, entrambi del Feyenoord, squadra che supportato il cammino olandese con ben sette elementi (bene anche il centrale difensivo Stefan de Vrij). A illuminare tutto, il talento sconfinato di Oguzhan Özyakup. Buonissimo anche il torneo degli svizzeri, che hanno raggiunto la semifinale prima di arrendersi agli inglesi: molto solidi dietro, duri in mezzo e con due giocatori offensivi come Nassim Ben Khalifa e Haris Seferovic, scuola Grasshopper, in cui si intravedono buone potenzialità. La delusione più cocente è arrivata dalla Spagna, anche se una Francia fuori dalla prime sei, quindi non qualificata al prossimo mondiale (unitamente all'Inghilterra), grida un po' vendetta anche considerando la qualità bassina di questa nidiata. Vediamo di intenderci: è probabile che a distanza anche solo di cinque anni troveremo incredibile come questa Spagna, con tutto questo ben di dio, abbia potuto registrare un simile flop. Quindi è evidente che saranno proprio gli iberici a regalare la maggior parte dei giocatori di alto livello al calcio europeo del futuro. Ma proprio questo concetto deve valere come aggravante per il lavoro dello staff Gines Melendez, che non ha costruito nulla più di tre pareggi senza reti in questa spedizione. Un po' poco se si elencano i giocatori di qualità. Pescando nel mazzo, il centrale Marc Muniesa, Koke e Alex in mezzo, Borja, Pablo Sarabia e Isco davanti, non si accontenteranno di questa mediocrità ai prossimi Mondiali.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Guerin Sportivo n.22/2009

TOP 11

4312

Benjamin Siegrist (Svizzera)

Bienvenue Basala-Mazana (Germania)
Simone Benedetti (Alessio Campioli) (Italia)
Marc Muniesa (Spagna)
Atila Turan (Francia)

Shabir Isoufi (Olanda) (Christopher Buchtmann- Germania)
Reinhold Yabo (Germania)
Marco Fossati (Italia)

Oguzhan Özyakup (Olanda)

Luc Castaignos (Olanda)
Lennart Thy (Germania)

MVP


Tante le stelline che hanno brillato a questo Europeo, difficile però non rimanere abbagliati dal super talento di Oguzhan Özyakup: il numero 10, of course, dell'Olanda, in una posizione a metà tra il centrocampo e l'attacco, ha regalato assist, segnato (un gol all'Inghilterra) e in generale promosso la manovra della sua squadra con tocchi perfetti e di una eleganza che produce innamoramento istantaneo a tutti i veri appassionati. Non si fa troppa fatica credere come questo sentimento possa essere stato condiviso da Arsène Wenger in persona nel momento in cui (Aprile 2008) il suo Arsenal se l'è portato a casa, prelevandolo dal settore giovanile dell'AZ, in quel di Alkmaar. Il suo nome (che in Inghilterra hanno subito rielaborato in “Ozzie”), però evidenzia l'origine turca. Özyakup è infatti nato nel settembre del '92 nell'estremo oriente della penisola ottomana, a Trabzon (Trebisonda), lasciata in gioventù per i canali di Zaandam. Quell'estrema familiarità col pallone, quei movimenti armonici, il carisma in campo richiamano alla mente il forse irripetibile Zinedine Zidane. Forse.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Guerin Sportivo n.22/2009