Visualizzazione post con etichetta Galli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Galli. Mostra tutti i post

16 aprile 2009

Torneo Under 19 di Bellinzona: vince il Tottenham

La finale concretamente si è chiusa dopo una decina di minuti, un uno-due micidiale, che non ha lasciato scampo ai portoghesi. Troppo forte il Tottenham (che torna a vincere dopo l'exploit del 1991), granitico, fisicamente irresistibile. Ma va assolutamente detto che lo Sporting, col passare dei minuti, ha saputo pungere gli inglesi, in particolare dalla mezz'ora in avanti, sfruttando la sua agilità e diverse individualità degne di nota, ma non c'è più stato nulla da fare. Due gol fulminei, quelli del Tottenham, che hanno lasciato il segno: prima una punizione bomba di Mason (che ci ha ricordato Waddle, ex idolo proprio del White Hart Lane) e poi la botta sotto il sette di Byrne. Ai due gol britannici, lo Sporting ha risposto comunque con Baldé, attaccante originario di Guinea-Bissau, con un gran colpo di testa.
Con la vibrante finalissima, si è chiusa così anche la 69a edizione del Torneo internazionale U19 di Bellinzona, un'edizione equilibrata come poche altre nella storia della manifestazione. Tanto equilibrio, senza squadre materasso e senza "tritasassi": tra il bianco e il nero, tanto elegante grigio, su varie sfumature. La maglia bianca dei giovani Spurs ha schiarito l'intero torneo, ma non tanto grazie alla tecnica, quanto alla mera potenza, a questi livelli davvero determinante. Basti pensare alla difesa disegnata da Alex Inglethorpe, in particolare alla coppia centrale formata da Butcher (nessun grado di parentela con l'ex nazionale inglese) e da Caulker, invalicabili. E poi l'elevato grado di internazionalità del club ha portato in dote elementi da ogni parte del mondo, come il numero 10 di origine irachena Kasim o il portiere svedese Jansson, oppure come il portiere di riserva italiano Ranieri - non lo si è visto giocare, ma la sua storia di emigrante ragazzino è tutta un programma - Insomma, il Tottenham giovanile bella replica della prima squadra, forse una replica persino più brillante dell'originale. Curiosità: Alex Zahavi, ieri subentrante, è il pronipote di Pini Zahavi, famigerato super manager.
Se il Barcellona - comunque ricco di qualità - si è dovuto accontentare del terzo posto, battuto proprio dai "leoni" in semifinale, a difendere l'onore degli iberici ci ha pensato all'ultimo atto lo stesso Sporting. Dicevamo delle sue individualità, già, perché tra i due Santos, l'esterno sinistro statunitense Garza, il fantasista Rabiu soprattutto e il mediano Neto, anche l'undici di Lisbona ha saputo sfruttare al meglio la vetrina. E poi ha rischiato persino di rubarla al Tottenham dopo l'entrata in campo di Baldé (capocannoniere con 5 gol) al posto di Gomes. In tutti i casi grande merito alla prestigiosa Academia de Alcochete, scuola sempre florida. Inglesi e portoghesi a parte, va almeno menzionato il Guarani, uscito ridimensionato dalla fase finale, ma protagonista della prima parte del torneo. Utile l'esperienza maturata dal Team Ticino (con un ottimo Mattia Bottani), messo di fronte a una concorrenza di primo piano.

PAOLO GALLI
Fonte: Giornale del Popolo - Lugano

Tottenham - Sporting Lisbona 2-1

Gol:7' Mason 1-0; 10' Byrne 2-0; 44' Baldé 2-1.

Sporting: Luis Ruben; Almeida (56' Soares), Silva, Alves, M. Santos; Neto; R. Santos (65' Zahavi), Rabiu, Carvalho, Garza (56' Lopes); Gomes (41' Baldé).
Tottenham: Jansson; Smith, Butcher, Caulker, Nicholson (51' Ekim); Byrne, Cox, Parret, Kasim (67' Kane); Mason, Oyenuga.

13 settembre 2007

[analisi] La Svizzera verso l'Europeo

La Svizzera, co-organizzatrice dell'Europeo dell'anno prossimo, ha partecipato al torneo "dei continenti" appena disputato in Austria (l'altra nazione che organizza l'Europeo), cui hanno partecipato anche Giappone e Cile.
Paolo Galli, giornalista del Giornale del Popolo, ha visto le due partite della nazionale rossocrociata dal vivo e gentilmente ci ha concesso la possibilità di pubblicare degli articoli apparsi sul quotidiano di Lugano. A margine, una riflessione sulla condizione attuale della compagine Svizzera.


SVIZZERA - CILE 2-1

Vienna. Un passo indietro rispetto alle ultime incoraggianti prestazioni (contro Argentina e Olanda). Nel freddo e sotto la pioggia di Vienna, gli svizzeri si sono ritrovati, come gamberetti, a ripercorrere quella fase che sembrava ormai superata. Non c’è buona prestazione del Cile - schierato con un'inedita difesa a quatto da Bielsa - che tenga, già, perché all’Ernst Happer Stadion, a non funzionare è stata proprio la formazione di Köbi Kuhn. Fortunatamente c’è subito un’altra occasione, martedì contro il Giappone a Klagenfurt, per tornare a mostrare il meglio di sé. In campo con l’ormai classico 4-4-1-1, i rossocrociati hanno affrontato bene almeno la fase iniziale, come sottolineato d’altronde dallo stesso Kuhn: . Davvero bellissimo. Un’azione di prima tra Behrami, Inler, Margairaz, Degen e infine Barnetta, il cui tiro è stato rimpallato in rete da Fuentes. Poi però...

Da lì è nato il gol di Sanchez (da seguire!), bravo a sorprendere un comunque colpevole Zubi con un tiro dal limite dell’area. . Già sono stati utili nella pausa, visto che la Svizzera è rientrata in campo con maggiore rigore, ma anche con tre volti nuovi, quelli di Vonlanthen, Streller e, nuovissimo, Eggimann. I tre si sono fatti preferire ai titolari, ma... .

L’attaccante del Basilea addirittura si è creato tre occasioni da gol, sfruttando la prima per il definitivo 2-1 al 55’ con un preciso diagonale su assist di Vonlanthen. Poi ancora un po’ di sofferenza nel mantenere intatto il risultato in un ambiente anche un tantino surreale. ci si può accontentare.


Reti: 13’ Barnetta 1-0; 44’ Sanchez 1-1; 55’ Streller 2-1.

Svizzera: Zuberbühler; Degen, Djourou (46’ Eggimann), Senderos, Magnin; Behrami (46’ Vonlanthen), Celestini, Inler (87’ Huggel), Barnetta (74’ Spycher); Margairaz (65’ Yakin); Nkufo (46’ Streller).

Cile: Bravo; Alvarez (87’ Fierro), Riffo, Fuentes, Vidal (66’ Estrada); Isla (66’ Jimenez), Iturra; Fernandez; Sanchez, Suazo (84’ Salas), Rubio.


Ernst Happel Stadion di Vienna, 2.500 spettatori

SVIZZERA - GIAPPONE 3-4

Klagenfurt. Doveva essere la partita delle conferme, e invece è saltato tutto per aria. La Svizzera si è ritrovata quindi due passi indietro, si è risvegliata confusa e con qualche insospettabile dubbio di troppo. Colpa del Giappone? No di certo. Modesto avversario, lo si era capito bene nel corso del primo tempo, e non c’era Nakamura che tenesse. Colpa solo della Svizzera stessa, incapace di gestire una situazione di comodo, di chiudere una partita che sembrava predestinata sin dai primi minuti di gioco, di sfruttare una rara occasione per mettere in risalto persino le singole individualità.

Se nel primo tempo, il vivere di rendita sembrava poter essere abbastanza per avere la meglio sui giapponesi, nella ripresa, la verve degli asiatici si è ridestata, trovando impreparata e quasi addormentata la nazionale di Kuhn. . Cosa i giocatori svizzeri abbiano preso nella pausa, non lo possiamo sapere, e non possiamo certo attribuire la colpa del crollo ai due cambi. È mancata la concentrazione, la voglia di sacrificarsi nel restare ordinati fino in fondo. E poi ancora una volta si sono visti i limiti di questa squadra nel gestire i ritmi, nell’alternare accelerazioni e frenate. La dote principale di una grande squadra. Ecco, la Svizzera si è ritrovata piccola proprio sotto quest’aspetto. Le prime avvisaglie, anche se sicuramente minori, più timide, erano piombate sul nuovissimo (e bello, davvero) Wörthersee Stadion già nel primo tempo. Vittime principali Huggel e, in particolar modo, Margairaz. Dal centro era impossibile attendersi cambi di marcia.

E pensare che, come detto, era stata proprio la Svizzera a centrare per prima il bersaglio. Irrisoria la facilità nel trovare la fuga, due gol, il primo su schema di punizione con Magnin, il secondo su rigore di Nkufo per atterramento ai danni dello stesso Magnin. Nella ripresa, il tracollo rossocrociato. La doppietta su rigore di Nakamura, intervallata dalla rete di testa di Maki: e sempre, di mezzo, gli errori di Behrami, sfortunato protagonista in negativo dei due falli e della marcatura errata; tre suoi errori diretti e tre gol per il Giappone. La rete di Djourou da azione di calcio d’angolo e, al 92’, quella di Yano, opportunista a sfruttare un tap-in da una splendida parata di Benaglio, hanno chiuso la partita: 4-3 per gli uomini di Osim. Una sconfitta bruciante.

Ma la scottatura non è stata tanto causata dal risultato, ma proprio dall’attitudine con cui è stata affrontata la partita, in particolare la sua seconda frazione. Gli errori dei singoli, il marasma che ne è scaturito, la mancanza di personalità di alcuni attesi protagonisti, l’incapacità nel difendere un facile successo, una serie altrimenti vincente. Kuhn sperava di poter chiudere al meglio questa tournée, al di là di tutto interessante, ma questo calo ha destato tanta preoccupazione. Ora i dubbi sono aumentati, anche in merito alla capacità di alcuni elementi di sopportare il peso di certe responsabilità. Non mancheranno le occasioni per ritornare a camminare in avanti, ma questo, a caldo, è stato davvero un brutto brusco risveglio.

Reti: 11’ Magnin 1-0; 13’ Nkufo (rigore) 2-0; 52’ S. Nakamura (rigore) 2-1; 68’ Maki 2-2; 77’ S. Nakamura (rigore) 2-3; 81’ Djourou 3-3; 92’ Yano 3-4.

Svizzera: Benaglio; Behrami, Von Bergen (84’ Eggimann), Senderos, Magnin (46’ Barnetta); Vonlanthen (70’ Lichtsteiner), Huggel (69’ Celestini), Inler (78’ Djourou), Spycher; Margairaz (46’ Yakin); Nkufo.

Giappone: Kawaguchi; Kaji, Nakazuka, Tanaka, Komano; Inamoto; S. Nakamura (90’ K. Nakamura), Suzuki, Endo (84’ Sato), Matsui (70’ Yamagishi); Maki (80’ Yano).

Wörthersee Stadion di Klagenfurt, 19.500 spettatori;

PAOLO GALLI

  • Austria e Svizzera sulla stessa barca. “Elveticocentrici” come siamo, ovviamente non spenderemo che una riflessione sui nostri vicini di casa, ma è perlomeno da evidenziare che anche loro vivono la stessa astinenza da competizione vera, da partite che contano sul serio. Comunque, intendiamoci, non vogliamo certo far passare questa problematica per un alibi alle recentissime brutte prestazioni di svizzeri e austriaci. Gli “aquilotti” sono usciti dal loro torneo addirittura con le ali rotte, dopo il pareggio contro il Giappone e la sconfitta per 2-0 subita dal Cile, 180’ senza segnare neppure un gol. I rossocrociati hanno almeno portato attraverso il confine una vittoria (sui cileni), sì, che però non ha accontentato nessuno. Insomma, il “torneo dei continenti” – definizione assurda per una competizione dalla formula ancora più assurda – non ha dato i verdetti auspicati, né sul piano dei risultati, né tanto meno su quello del gioco. Forse è servito soltanto al giovane Cile – anche se ha poi vinto il Giappone –, ma, con tutto il rispetto, potete ben immaginare quale sia il nostro reale interesse nei confronti del movimento calcistico cileno con un campionato europeo alle porte che la Svizzera vorrebbe vivere da protagonista.

  • Subito dopo i Mondiali dello scorso anno, ricordo che si sprecavano i “fondi” in cui si paragonava l’avvicinamento a quell’evento da parte della Germania, a quello che attendeva la Svizzera in vista degli Europei. Ebbene, i tedeschi, sotto la guida a distanza, dalla California, del moderno e multi...modale Klinsmann, riuscirono a studiare una preparazione miratissima, che infatti ebbe un effetto ottimale al momento decisivo. Quel tipo di programmazione, e soprattutto quel senso di protezione del progetto stesso, non riusciamo invece ad intravederli ora da parte della nazionale svizzera di Köbi Kuhn. Troppi i cambiamenti in corsa, troppe le incertezze mascherate da dati di fatto, troppe le debolezze fisiche e caratteriali. E ieri si è persa anche quella sensazione di squadra in (lento ma effettivo) divenire. La Germania, nelle due annate precedenti i Mondiali, dall’agosto 2004 (dopo il disastroso Europeo portoghese) al giugno 2006, giocò 27 partite amichevoli, ottenendo 15 vittorie e 7 pareggi, solo 5 le sconfitte, tra le quali quella rovinosa di Firenze. La Svizzera, dalla fine dei Mondiali ad oggi, ha disputato solo 12 gare (6 vittorie, un pareggio e 5 sconfitte), due o forse tre sono in programma entro la fine dell’anno, poi rimarranno soltanto le bricioline, gli ultimissimi test. Manca poco tempo.

  • Una delle voci che è tornata a farsi largo prepotentemente tra i discorsi della combriccola di addetti ai lavori al seguito della nazionale svizzera, riguarda il reale ruolo di Kuhn all’interno dello staff tecnico della “nati”. . . E la verità? Alcuni cambiamenti di rotta intrapresi in questi ultimi mesi fanno credere che qualcosa o qualcuno, al di là dell’innesto di Knup, abbia portato a modificare le gerarchie. Il fatto è che queste stesse voci già circolavano prima dei Mondiali, non sono una novità. Eppure, per fare un esempio, le convocazioni di Nkufo e Celestini – checché ne dicano i diretti interessati – fino a qualche tempo fa non si potevano neppure nominare. Il peso di Kuhn, il peso di Pont, il peso di Knup, il peso dei dirigenti... vacanzieri, e le idee si confondono. Parlando con i giocatori, parrebbe che addirittura il selezionatore titolare ultimamente non si faccia mai neppure sentire, né nello spogliatoio, né in allenamento, e che la situazione sia passata nelle mani del suo vice. Ma il manifestamente ambizioso Pont sarebbe in grado di guidare una nazionale chiamata all’evento della vita?

PAOLO GALLI - Fonte: Giornale del popolo - Lugano

04 giugno 2007

[recap] Svizzera - Argentina 1-1




A Kuhn avevamo chiesto un miracolo per riuscire a limitare l’Argentina, e lui ha risposto positivamente al nostro richiamo. Il pareggio ottenuto dalla nazionale svizzera sabato a Basilea contro la selezione di Alfio Basile è stato ottenuto con merito e persino convincendo. Le precedenti disastrose uscite ci avevano preoccupato alquanto, spingendoci alla negatività più estrema, ad un pessimismo che non ha riguardato solo la “solita” stampa ma anche gli stessi tifosi. Il fatto che il St. Jakob non abbia fatto il pienone per una gara di simile livello è in questo senso piuttosto preoccupante. Soltanto attraverso queste prestazioni allora i rossocrociati riusciranno a rientrare nel trend pre-Mondiali, quello caratterizzato da costanti bagni di folla, bagni che mancano ai giocatori ma anche... alla folla stessa.

Köbi Kuhn ha riposto nel cassetto inadeguati schemi avveniristici – a ben pensarci, si trattava di una contraddizione, parlando del tecnico zurighese – ed è tornato a proporre un centrocampo più solido, con due interditori, con due esterni alti, liberi di pungere in alternanza, e con Margairaz ad agire qualche metro più avanti. Non tutto è andato nella direzione auspicata da Kuhn, ma tanti sono stati comunque gli spunti positivi da ritenere per il futuro (Euro 2008 compreso). Grazie anche alla presenza di Inler come diga mediana – mal supportato da un Wicky anacronistico –, la difesa ha finalmente e soprattutto potuto godere di minore affanno e da questa base ne ha tratto giovamento la sicurezza dell’intera squadra, parsa decisamente più tonica rispetto alla tournée nordamericana. Il fatto che Müller e compagni siano riusciti a tamponare, senza andare in confusione, i vari attacchi di Crespo, Tevez e Messi, è significativo.

L’Argentina, un pertugio per ferire Benaglio, l’ha comunque trovato, ma solo al 50’, dopo un mezzo pastrugno di Magnin e grazie all’incornata in tuffo di Tevez su cross di Messi. I due talenti di West Ham (!) e Barcellona danno l’impressione di poter sfasciare il mondo, individualmente e ancor di più in coppia, ma poi troppo spesso finiscono fuori dal gioco, accontentandosi di creare aspettative che il più delle volte si trasformano in fumo. E la loro intesa con Crespo al momento è inesistente. Meglio per la difesa svizzera, che infatti ha rischiato di subire il raddoppio in due sole occasioni, in particolare quando un tiro a botta sicura di Cambiasso è stato respinto da Degen sulla linea. Al 64’ addirittura Streller ha poi ributtato in partita i rossocrociati, sfruttando una mischia che ha visto tra i protagonisti più attivi Barnetta e Margairaz. La punta basilese, considerata riserva di lusso presso la squadra campione di Bundesliga, ha dimostrato una volta ancora il suo fiuto del gol. Fastidioso lungo tutto il restante arco della gara, Streller ha avuto il merito – e non è poco – di consentire alla Svizzera di ottenere un pareggio prezioso contro un avversario tra i più prestigiosi al mondo. Se Streller passa così – grazie alla sola palla toccata – tra i “più” di questo incontro, tra i “meno” ci restano Margairaz e Vonlanthen, entrambi fuori posizione. Il loro impiego in ruoli non del tutto abituali sottolinea per l’ennesima volta uno dei limiti più evidenti di Kuhn: la fase offensiva. Se questa nazionale riesce, nei periodi di luna buona, a contenere, non con altrettanta naturalezza riesce ad offendere, a fare male, e allora ecco che Kuhn appunto tenta strade improbabili già sulla carta. Dopo il periodaccio passato, il fatto di aver ritrovato almeno una certa tenuta difensiva possiamo però considerarlo sufficiente... per ora.

Reti: 50’ Tevez 0-1; 64’ Streller 1-1.

Svizzera: Benaglio 4; P. Degen 4 (89’ Djourou NG), Müller 5, Senderos 4,5, Magnin 4; Vonlanthen 3,5 (46’ Gygax 4,5), Inler 5 (82’ Cabanas NG), Wicky 3,5 (46’ Huggel 4), Barnetta 4 (86’ Spycher NG); Margairaz 3,5 (71’ Yakin 3,5); Streller 4.

Argentina: Abbondanzieri 4; Zanetti 4, Ayala 4,5, G. Milito 4, Heinze 4; Luis Gonzalez 3,5 (67’ Mascherano 4), Gago 4,5, Cambiasso 4; Messi 4 (89’ Saviola NG); Crespo 3,5 (67’ D. Milito 4), Tevez 4 (79’ Aimar NG).

St. Jakob Park, Basilea, 29.000 spettatori; arbitro Messina (It). Svizzera senza Behrami, Dzemaili, Frei (infortunati)

PAOLO GALLI, Giornale del Popolo
da Basilea

26 marzo 2007

[recap] Colombia - Svizzera 3-1




Eravamo rimasti alla sconcertante galoppata di giovedì notte, al successo quindi sulla Giamaica. Coordinate di partenza del tutto differenti per la seconda amichevole della nazionale elvetica in terra statunitense. Non più una semplice partitella – ma perché poi non l'hanno giocata addirittura con le casacchine d’allenamento? – ma una vera e propria gara di preparazione. Un avversario vero, la Colombia. Un pubblico vero finalmente. Insomma, una cornice decisamente più motivante.
Sorprendente per contro l’undici iniziale scelto da Kuhn, con i soliti elementi fuori posizione (Cabanas e Inler su tutti) e con alcune scommesse davvero improbabili sotto il profilo tattico. Irripetibile la presenza contemporanea in campo di Cabanas, Yakin e Vonlanthen. Da questo trio, spesso sotto ritmo e con caratteristiche poco eterogenee, forse il selezionatore nazionale si aspettava maggiore circolazione di palla, contro una squadra che si credeva soprattutto tecnica. La Colombia comunque, come varie nazionali sudamericane, punta sì sulla tecnica ma anche sull’atletismo soprattutto dei suoi uomini di difesa: Cordoba ne è l’esempio lampante. Cabanas addirittura è stato schierato da vertice centrale basso del centrocampo, con Yakin davanti a lui e con Vonlanthen a fluttuare alle spalle di Frei. Contrastati e ben imbrigliati, i tre non sono mai riusciti a dettare i ritmi, a tenere in mano il pallino del gioco. Inler è un centrale: perché non provare lui “alla” Vogel?
Con tre uomini sprecati, più un quarto spinto a rimanere troppo largo contro le sue reali caratteristiche, allora anche per gli altri è stato difficile entrare in partita. La Colombia ha saputo approfittarne. Taglio dalla sinistra e palla a Perea, che comodamente ha potuto appoggiare in rete sfruttando l’uscita titubante (ma và?) di Zuberbühler. Il portiere dello Xamax, deludente persino nel campionato di serie B svizzero (!), ha dimostrato una volta ancora di non essere affidabile. E allora anche in questo caso il dilemma resta senza risposta: ma non sarebbe meglio, non avendo a disposizione fenomeni, puntare unicamente su un portiere e provare a dare a costui – secondo noi dovrebbe essere Benaglio – totale fiducia?
In tutti i casi poi la Svizzera è riuscita a pareggiare in modo rocambolesco. Assegnato un rigore alla selezione di Kuhn, della battuta si è incaricato Frei. In un primo tempo il neo-capitano si è visto parare il suo tiro, ma il guardalinee ha intravisto un’infrazione dei colombiani durante la battuta, e allora lo stesso Frei ha avuto una nuova possibilità di trovare il pareggio. E l’ha sfruttata calciando di prepotenza.
Nella ripresa, diversi i cambi, con Spycher, Streller e Lichtsteiner al posto di Inler, Vonlanthen e Behrami (prima Kuhn dice che lo vede a centrocampo e poi la partita dopo lo schiera terzino). Nulla è cambiato veramente però. Le immagini da “salvare”, in questo senso, riguardano la dilettantesca immobilità della difesa elvetica sul secondo e sul terzo gol della Colombia; reti subite a causa della leggerezza degli elementi del reparto difensivo, che proprio non può fare a meno di Müller. Leader più silenzioso di altri forse, ma anche esempio più limpido e positivo... di questi stessi altri.

Svizzera verso gli Europei: Zero risposte alle troppe domande

Perché? Innanzitutto perché porsi queste cinque domande basilari? Semplicissimo, perché i dubbi che sollevano le scelte di Köbi Kuhn e le prestazioni dei suoi giocatori sono molti, moltissimi. Perché siamo preoccupati di questa continua involuzione della squadra che più amiamo. Perché non riusciamo proprio a capire quale sia la reale collocazione di questa nazionale: grande come prima dei Mondiali – e in parte anche durante – o piccola come quella vista nelle recenti uscite? L’abbiamo sopravvalutata forse? Oppure la stiamo sottovalutando ora, amplificando oltre il degno alcuni suoi problemi?
Chi? I protagonisti sono più o meno sempre gli stessi. In questo campo c’è però da chiedersi se Kuhn abbia “azzeccato” ad accordare fiducia a taluni a discapito di tal altri. Da questa ridicola tournée, cominciata con il siluramento di Vogel, abbiamo potuto capire chi sono i veri insostituibili del CT zurighese. Pensiamo allora ai titolari di entrambe le gare: Frei, nuovo capitano, Magnin, nuovo vice-capitano, Senderos e Barnetta. Diverso il caso di Inler, comunque positivissimo. Quei quattro uomini sono davvero insostituibili, sì, ma secondo noi Müller lo è ancora di più, e lo dovrebbe essere anche Behrami, unico elemento attualmente capace di cambiare marcia. Eppure Kuhn preferisce affidarsi ad altri, i suoi leader li ha scelti per il rumore che fanno – e per l’eco che alcuni “giornaloni” regalano loro – e non certo per la ponderatezza o... la vera esemplarità.
Dove? Scontati gli interrogativi legati alla scelta della location di questa tournée. Miami! Ho un amico che è appena partito per Miami. Vi chiederete: e a noi cosa ce ne frega? Intendo dire che questo amico ci è andato a festeggiare lo spring break, la famosa festa americana di inizio primavera, non certo per giocare a calcio. Miami e il pallone: mai si erano incontrati prima, o quasi. E poi dalla Svizzera c’è un bel viaggione di mezzo, ci sono i fusi orari, e laggiù non riusciamo proprio a capire cosa si potesse trovare che in Europa non abbiamo. Assurdo. Nota al presidente della federazione Zloczower? Un altro 3 secco secco. Bocciato? Macché, è appena stato rieletto!
Come? Com’è possibile gestire in questo modo una nazionale? La confusione dei giocatori è la confusione di Kuhn, rivelatasi allarmante ieri sia nelle scelte di inizio gara che a partita in corso. Non ci sono idee chiare, servono dei correttivi, bisogna avere il coraggio di cambiare. Ma non soltanto abbandonando in malo modo Vogel, che ha pagato gli errori di altri, non soltanto i suoi.
Quando? Quando arriveranno segnali dall’alto? Quando si muoveranno i vertici federali? Quando ci faranno davvero sentire la loro influenza? Quando decideranno di aiutare, o meglio, di sostituire il confusissimo Kuhn? Gross e Hitzfeld aspettano. E noi, per altri motivi, con loro.



reti: 5’ Edixon Perea 0-1; 39’ Frei (rigore) 1-1; 57’ Viafara 1-2; 85’ Chitiva 1-3.

Svizzera: Zuberbühler; Behrami (46’ Lichtsteiner), Djourou, Senderos, Magnin (73’ Regazzoni); Barnetta, Cabanas, Yakin (79’ D. Degen), Inler (46’ Spycher); Frei (66’ Müller), Vonlanthen (46’ Streller).

Colombia: Calero; Cordoba, Amaranto Perea, Mosquera, Arizala; Dominguez (86’ Torres), Vargas (79’ Banguero), Viafara, Ferreira (71’ Castrillon); Edixon Perea (69’ Chitiva), Rey (54’ Rodallega).

Orange Bowl di Miami, 25 marzo 2007

PAOLO GALLI
Fonte: Il Giornale del Popolo, Lugano

11 febbraio 2007

[recap] Germania - Svizzera 3-1

«Ogni nostro giocatore sapeva esattamente cosa fare per puntare a diventare campione del mondo». Le dichiarazioni di Löw suonavano come consigli per Kuhn in vista degli Europei casalinghi, ma se effettivamente consigli erano, il selezionatore rossocrociato ha dimostrato contro la Germania di essere ancora molto lontano dal poterli capire. Se ogni giocatore deve sapere cosa fare per imporsi ad Euro 2008, allora ogni giocatore deve essere in primo luogo messo nelle condizioni di interpretare al meglio la propria funzione sul campo. Indispensabili in questo senso sarebbero ordini inequivocabili, e indispensabile uno schema che spinga i calciatori a svolgere mansioni a loro naturali.
L'amichevole di Düsseldorf, disonorata dal disordine elvetico, suona come uno spietato campanello d'allarme e riporta alla ribalta il tema della già discussa inadeguatezza di Köbi Kuhn nel guidare una nazionale che sogna di essere del tutto protagonista, finalmente vincente, all'altezza delle situazioni. Il tecnico zurighese ha spiazzato tutti proponendo una formazione obiettivamente imprevedibile, priva di equilibrio, infarcita di giocatori anarchici e fuori ruolo, soprattutto svuotata di spirito. Accantonata l'idea della doppia punta, ecco un quartetto di centrocampisti avanzati coperti dal solo Vogel e da una difesa che, senza il leader Müller, si è dimostrata assolutamente non in grado di arginare il peso di un reparto d'attacco interessante come quello tedesco (bene sia Gomez che Kuranyi, ma benissimo il centrocampo con il completo Frings e con il "carneade" del Werder, Fritz, sulla destra). I due estremi sono stati "coperti" da Benaglio e da Frei, il primo preda della sindrome del "portiere svizzero" e il secondo isolato come non mai.
Di questo marasma ha ovviamente approfittato la Germania, ben disposta in campo, pungente senza essere sfacciata, rampante al punto giusto pur non avendo a disposizione grossi fenomeni. Perfetta interpretazione di gara: alla Svizzera chiediamo proprio questo, non i miracoli. Di Ballack e compagni è piaciuta anche la capacità di far male all'avversario nei momenti giusti. Per l'occasione poi le sbavature dei rossocrociati non erano neppure delle più piccole, anzi macroscopiche, clamorose. Sui tre gol c'è lo zampino dei disastrosi elvetici: sul primo è stato ingenuo il fallo di Grichting da cui è giunta la punizione per la testa di Ballack e per il tap-in vincente di Kuranyi, sul secondo addirittura puerile l'errore di marcatura di Magnin tagliato da Friedrich con conseguente cross di Fritz per la capocciata di Gomez, sul terzo evidente l'appisolamento di Benaglio sullo spiovente da fermo di Frings. Inutili i troppi cambi di Kuhn (come sorvolare sul dilettantesco errore nelle sostituzioni che ci ha portato a giocare per oltre un minuto in dieci???), inutile il gol di Streller.
Ingenuità, disordine, mancanza di grinta: che rabbia fare queste figuracce! E pensare che credevamo che questa Svizzera potesse in qualche modo invertire il trend negativo contro la Germania... Avversari di questo tipo sono sì indispensabili da affrontare, ma unicamente perché ci riportano con i piedi sulla terra e ci fanno capire che Kuhn è su una strada sbagliata, che porta nella direzione di nuove e dolorose delusioni.

Germania: Lehmann - Arne Friedrich, Mertesacker, Metzelder, Lahm - Fritz, Frings (74. Hitzlsperger), Ballack (46. Borowski), Schweinsteiger (74. Jansen) - Gomez (58.), Kuranyi (83. Schlaudraff)

Svizzera: Benaglio - Philipp Degen, Senderos, Grichting, Magnin (59. Dzemaili) - Vogel (58. Streller) - Behrami, Yakin (58. Vonlanthen), Margairaz (78.Inler), Barnetta (70. David Degen) - Frei (58. Spycher)

Gol: 1:0 Kuranyi (7.), 2:0 Gomez (30.), 3:0 Frings (66.), 3:1 Streller (71.)

LTU-Arena, Düsseldorf - 7 febbraio 2007

PAOLO GALLI
Giornale del Popolo - Lugano

23 novembre 2006

[analisi] dopo Svizzera-Brasile

Paolo Galli, giornalista svizzero del Giornale del Popolo di Lugano, analizza Svizzera e Brasile dopo l'incontro di alcuni giorni fa a Basilea.


Svizzera: ci sono gerarchie da cambiare in fretta

A due facce. Una grigia e monocorde, l’altra allegra e viva. La Svizzera contro il Brasile ha dapprima rischiato di fare una figuraccia barbina, quasi dilettantesca, poi ha saputo cancellare tutte le incertezze e proporre un bel gioco, nel contempo fantasioso e concreto. Un segnale confortante prima del virtuale giro di boa di fine anno, un segnale soprattutto rassicurante dopo le recenti preoccupanti prestazioni; una per tutte quella di Innsbruck. Il cambiamento di ritmo è dovuto in gran parte alle mosse azzeccate da Kuhn nella pausa. Dare meriti al CT però è fuori luogo in questo caso, visto che quelle stesse mosse erano da pensare ben prima, magari a inizio gara. Streller e Vogel fuori, Dzemaili e Margairaz dentro, con spostamento di Vonlanthen nel suo ruolo naturale di folletto offensivo. Ma Köbi lo conosciamo, ha gerarchie rigidissime che modifica soltanto dopo lunghe ed estenuanti riflessioni.L’accantonamento di Huggel e Gygax dimostra comunque la sua attenzione crescente in questo senso.
Le giuste sicurezze Un nome su tutti, quello di Barnetta. L’esterno del Bayer è sempre uno dei più pericolosi, dei più vivi e moderni. Uno dei pochi insostituibili di questa nazionale. Con lui, a centrocampo, ha dimostrato di meritare fiducia il duro Cabanas, sempre motivatissimo, anche quando non è magari nella sua migliore serata. La difesa ha varie certezze, quelle cioè che hanno assicurato l’imbattibilità mondiale: Degen (assente contro il Brasile), Müller, Senderos e Magnin. Peccato che questi ultimi non riescano a trovare spazio nei rispettivi club: il prossimo anno sarebbe quindi loro consigliabile una scelta accorta di trasferimento. In attacco Frei ha ovviamente la fiducia del CT, ma anche la punta del Borussia non è sembrata contro il Brasile del tutto a suo agio, anzi... un Alex nervoso più del solito.
Pista, fate largo! Chi invece dovrebbe farsi da parte – o che dovrebbe meglio essere “invitato” a farsi da parte – è in primis Vogel. Il capitano non pare più quel giocatore disposto a tutto pur di vincere, di arrivare, è sazio e tronfio. Più fame ce l’ha Streller, un giocatore al quale non riusciamo a riconoscere alcuna qualità: un briciolo di generosità e quel gol alla Turchia non possono renderlo indiscutibile vita natural durante. Discorso simile per Zubi; il miracolo mondiale doveva essere la grande chiusura di una carriera discontinua e discutibile, e invece ha scelto di andare avanti, decidendo di tenersi il posto di titolare, come se fosse lui solo a decidere (ed infatti...). In quanto a Gygax e Huggel, la scelta di Kuhn di spedirli in tribuna ha regalato qualche sospiro di sollievo ai tifosi. Discorso analogo per il pur disciplinato Wicky, tenuto in panchina. Non sono giocatori inutili ma “in giro” c’è assolutamente di meglio. Le eterne esclusioni di Coltorti, Lustrinelli e Grichting, rincalzi che non trascureremmo con tanta superficialità, fanno capire quanto poco il coach si fidi di loro. Spycher, che ha davanti il titolarissimo Magnin, resta una riserva di lusso, ma appunto una riserva.
Il nuovo che avanza Kuhn li apprezza ma ancora non si fida ciecamente, forse con l’anacronistica paura di non bruciarli. Stiamo parlando dei giovani dello Zurigo, Margairaz su tutti, Dzemaili e, in parte, Inler, ma anche di Benaglio, di Vonlanthen – ieri utilizzato da esterno pur di non togliere Streller –, di David Degen, sicuramente di Behrami (con Barnetta il giocatore più moderno del panorama elvetico). Ad essi aggiungeremmo anche il ticinese Padalino, dimenticato a Piacenza, dove è sempre tra i migliori della squadra leader della serie B italiana. In quanto a Lichtsteiner e Djourou, hanno recentemente alternato ottime prestazioni a gravi capitomboli, sono acerbi ma meritano costante attenzione.
PAOLO GALLI

Brasile: con lo sceriffo è vietato il samba

Si è fatto un gran parlare recentemente della nuova versione della seleçao. Spazio in campo cioè ai calciatori-operai e in tribuna invece ai cosiddetti fenomeni leziosi e ingombranti. Risultati? Troppo approssimativo tracciare bilanci dopo la partita di ieri, ma qualche utile indicazione è emersa comunque con limpidezza. Dando un’occhiata alla formazione scesa in campo ieri, Robinho e Kakà a parte, gli altri erano tutto sommato dei quasi sconosciuti alle nostre latitudini. Nomi nuovi del panorama internazionale, mestieranti, poco artisti. Intendiamoci, qualche fiammata c’è stata, il pallone tra i loro piedi comunque ballava con sufficiente eleganza, ma sulla base di tutta un’altra musica rispetto a quella del Brasile che siamo stati abituati a sognare e desiderare. Ieri parlavamo del Brasile versione 1982, una delegazione splendida quanto fallimentare, mentre quella più recente addirittura non era neppure bella, soltanto fallimentare, la bellezza lasciata sulla carta e nell’inchiostro di giornalisti disattenti e superficiali. Quella attuale, o meglio, quella in divenire non ha apparentemente nulla di bello, dà piuttosto l’idea a tratti di un gruppo di buoni giocatori che si sforza di restare concentrato, ordinato, di spingere con in testa già l’idea della successiva fase di copertura. La fantasia bloccata tra troppi pensieri. «Serviva un Brasile di questo genere». Qualcuno almeno tenta di convincerci di questo. Mah! Alcuni dubbi restano. Siamo abituati ad un’altra musica, ad una bandella che a volte casca in qualche stonatura, ma che ci fa muovere, ci fa sognare e divertire. E non ad un’orchestra di disciplinati e precisi, quanto cupi, suonatori. Samba, bossanova, musica e calcio fatti per ballare stretti, brividi di calore, di colore e di fantasia. Dunga probabilmente riuscirà nella sua missione. Lui è lo “sceriffo”, la stella sul petto la porta con orgoglio e cattiveria, senza lasciare spazio ai sentimentalismi, esagera pur di ottenere una nuova mentalità. Se il fuorilegge sgarra, una prigione in cui sbatterlo la troverà sempre. Un po’ di spazio lo concede, non vuole sembrare ottuso, davvero non lo è, e allora ecco Kakà capitano – e vero e unico leader di questa squadra (ricorda un'altra situazione, non trovate?) – ed ecco Robinho libero di muoversi su e giù da mezzala destra. Poi gli Elano, i Sobis, gente svelta, col piede carico, non fenomeni. E dietro, i suoi sgherri, marcantoni, Fernando e Dudu in prima linea, a coprire altri armadi, Maicon, Luisão, Juan... «È tornato l’ordine in questo schifo di città!» sembra voler dire Dunga. Ma siamo sicuri che questa città facesse poi così schifo e che tutto, ma proprio tutto, era da cambiare?
PAOLO GALLI