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12 novembre 2013

Mohammed Aboutrika, l'ultimo Faraone




My Way. Ha chiuso a modo suo Mohammed Aboutrika: segnando (all'andata e al ritorno), vincendo (la Champions) e commuovendo. A fine gara, dopo essersi inchinato di fronte al pubblico dell'Al Ahly, il suo pubblico di sempre, ha festeggiato insieme ai compagni mostrando una sottomaglia col numero 72, il numeor delle vittime di Port Said. E rifiutandosi di mettersi in coda per ritarare la medaglia della vittoria, dal Ministro dello Sport egiziano di un governo che l'ultimo Faraone non gradisce. Nella foto ufficiale c'è lui con quella maglia, quel numero, quel ricordo. Prima della finale con gli Orlando Pirates, avevamo impegnato un po' di spazio di Extra Time, il settimanale della Gazzetta, per ricordare questo grande campione. Ecco il testo:
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Un falcata rotonda gestita con busto eretto, lo sguardo sempre alto, la palla accarezzata più che toccata, nel controllo, e un cambio di direzione degno di un ballerino, per eleganza: i prossimi due week end, durante le finali di andata e ritorno di Champions League Africana, potremmo goderci le ultime rappresentazioni di uno dei più grandi calciatori del Continente Nero: Mohamed Aboutrika. Questa meraviglia calcistica, non a caso nata a 500 metri dalla Piramide di Cheope, con la sua squadra di sempre l'Al Ahly, contenderà la coppa ai sudafricani degli Orlando Pirates. Poi, a 34 anni, dirà stop (anche se potrebbe esserci l'eventuale appendice del Mondiale per Club). Aboutrika è l'idolo di diverse generazioni di egiziani e del mondo arabo, e i suoi millanta trofei ( ha vinto, anche, quattro Champions e due coppe d'Africa) centrano fino a un certo punto. Centra la qualità del suo gioco, elegantemente unico, e le sue prese di posizione fuori dal campo, inequivocabilmente incisive. Difficile etichettarlo. Non sono riusciti a irreggimentarlo nemmeno le pompose etichette affibbiategli dalle agenzie dell'ONU e dai poteri locali, per i quali ha condotto svariate campagne di solidarietà, contro la povertà, in favore della donazione di sangue, mirate all'aiuto dei bambini malati di cancro. Laureato in filosofia all'Università del Cairo, molto credente, ha indossato la pettorina quando gli sembrava giusto farlo, ma allorché si è sentito di smarcarsi e, per esempio, appoggiare la causa di Gaza, non ha avuto problemi a mostrare, dopo un gol, una sotto-maglia a favore della causa palestinese, durante una gara di Coppa d'Africa. E se la CAF e la FIFA hanno poco gradito, pazienza. L'Europa ha tentato di sedurlo, senza successo: l'affetto della sua gente lo ha sempre trattenuto, lui che prima di un turbolento incontro tra Algeria-Egitto è stato l'unico, su suolo nemico, ad essere non solo risparmiato dagli insulti, ma addirittura applaudito: anche il più fanatico dei tifosi sa che i miti non si toccano. E un giocatore che durante la tragedia di Port Said, dove morirono 74 persone, accorse sulle tribune, maglia e calzoncini addosso, e portò a braccia negli spogliatoi un ragazzo di 14 anni moribondo per affidarlo alle cure del medico della squadra, è qualcosa di più di un semplice trequartista. Quell'evento ha segnato indelebilmente l'Egitto e Aboutrika, che ha caldo aveva annunciato l'addio (“questo non è più uno sport”) e per rispetto agli Ultras Alhawy si rifiutò di giocare finché non venissero accertate le responsabilità di quel disastro. “Giochiamo non solo col fine di vincere, ma soprattutto per fare divertire la nostra gente”, ha detto. Al contrario di tanti suoi compagni, impegnati a misurare il vento, ha parlato in favore dei ragazzi che manifestavano per cercare un altro Egitto, e ha sfidato più volte l'esercito, l'unico vero potere attualmente esistente nel Paese. Significativo che chiuda la carriera contro la squadra del cuore di Nelson Mandela, l'icona per eccellenza del Continente Africano. Gli Orlando Pirates, squadra di Soweto, provano a replicare l'unico successo in Champions del lontano 1995. Dopo aver eliminato a sorpresa in semifinale i favoriti dell'Espérance Tunisi, hanno davanti la Piramide più grande da scalare.

CARLO PIZZIGONI
FONTE: EXTRATIME - La Gazzetta dello Sport

17 marzo 2013

Inizia la Champions d'Africa - Una storia da Sétif

Inizia in questo week end la Champions d'Africa. Di seguito un mio pezzo di presentazione, apparso su Extra Time, inserto di calcio internazionale della Gazzetta dello Sport

Si accende la musica nella Champions League Africana. Esauriti i preliminari, si giocano sabato le partite d'andata del primo turno. La competizione più prestigiosa del continente, vinta l'anno passato dagli egiziani dell'Al Ahly, ha una formula particolare. Ci sono prima due turni con gare di andata e ritorno, per scremare l'elevato numero di squadre, poi inizia la fase a gironi che sceglierà le semifinaliste. Quest'anno, come forse poche volte in passato, il lotto delle favorite è piuttosto ampio, anche per motivi extracalcistici, che in Africa hanno notevole peso.
Nel gruppo delle potenziali outsider c'è sicuramente la squadra algerina del Sétif. L'Entente Sportive Sétifienne, spesso abbreviata ESS o ES Sétif, nasce in una città simbolo della resistenza algerina alla Francia quattro anno prima della Liberazione, avvenuta nel 1962. I maggiori successi sono però concentrati nelle ultime due decadi. Ha contribuito a raggiungerli anche un tecnico italiano, Giovanni Dellacasa, ex di Cremonese e Bellinzona, che telefonicamente ci racconta della sua esperienza a Sétif, nel 2011.
“ C'è grande seguito popolare, molta pressione, perché i tifosi ti danno tanto e giustamente pretendono. Il potenziale è ottimo, nella mia squadra c'erano giocatori che potevano senza difficoltà misurarsi in Europa. Ho un grande ricordo di quella avventura dal punto di vista sportivo - continua Dellacasa -, ci chiamavano il Barcellona d'Algeria, per come giocavamo, peccato poi sia intervenuta la dirigenza a rovinare tutto. Sono in attesa da un paio d'anni dei miei soldi...”
Buona parte di quella dirigenza invisa al tecnico italiano è però cambiata, c'è un nuovo presidente e anche un nuovo allenatore. Il 53enne francese Hubert Velud si considera un sopravvissuto. Era il Commissario Tecnico del Togo alla Coppa d'Africa giocata in Angola nel 2010, quando un gruppo di terroristi separatisti della Cabindia attaccarono il pullman dove viaggiava la Nazionale degli Sparvieri. Morirono tre persone, Velud fu uno dei nove feriti. “ Sono fortunato ad essere vivo, e in Algeria vivo l'esperienza migliore della mia carriera,” Dopo l'attentato l'allenatore era tornato in patria per allenare il Créteil, poi di nuovo in Africa, in Marocco e Tunisia, prima della chance al Sétif, dove ha lavorato benissimo ed è ora al comando della classifica con sette punti di vantaggio sulla seconda, a sette turni dal termine. Pur essendo campioni uscenti, non molti scommettevano sulla squadra di Sétif. “Le idee non ci mancano, ma abbiamo l'ottavo budget del torneo – ricorda Velud -, mentre ci sono club come l'USMA che pagano i giocatori 30.000 euro al mese...”
In Algeria è infatti sceso in campo Ali Haddad, patron del gruppo ETRHB,  un colosso nel campo della costruzione di infrastrutture. Secondo l'autorevole rivista “Jeune Afrique” Haddad è uno dei cento uomini che contano nel Continente. Sul finire del 2010 è diventato presidente dell'USM di Algeri. I titoli non sono però ancora arrivati e nell'ultima stagione Haddad ha ulteriormente allargato i cordoni della fornitissima borsa, promettendo stipendi fuori mercato e ingaggiando un tecnico francese di grande esperienza come Rolland Courbis, sconfitto col suo Marsiglia nel lontano 1999 dal Parma di Malesani nella finale di Coppa Uefa. Le idee di un sopravvissuto funzionano però meglio.

CARLO PIZZIGONI