19 giugno 2007

[figura] Oscar Cardozo



Arriva da lontano, può andare lontano, vuole andare lontano. Oscar René Cardozo, classe 1983, centravanti paraguagio del Newell’s Old Boys ha ancora fame. Passata quella “fisica”, che in gioventù ha dovuto subire, non ha cancellato quella metaforica che descrive la voglia di arrivare. Passo dopo passo si sta issando al ruolo di cannoniere principe del campionato argentino, contendendo il trono, nel campionato Clausura in corso, a un re della specialità, Martin Palermo. Un traguardo mascherato da nuovo start verso obiettivi sempre più prestigiosi. L’entroterra paraguagio è ancora uno dei posti più curiosi e meno decodificabili del continente sudamericano. Saranno stati i gesuiti che qui svariati secoli scelsero i microcosmi delle “Reducciones” per ricreare insieme agli Indios una cristianità nuova e più profonda (prima che gli spagnoli si scocciassero, cancellando la Compagnia di Gesù), sarà per la l’impenetrabile giungla del Chaco, ribattezzato l’”Inferno Verde”, sarà per l’inetichettabile e pluritrentennale dittatura di Alfredo Stroessener, certo è che il Paraguay, anche oggi, rimane poco catalogabile, specie fuori da Asunción. Cardozo arriva da quell’entroterra: cresce a Juan Eulogio Estigarribia, piccolissima località nel dipartimento di Caraguazú, 300 chilometri e una galassia dalla capitale. Fino a otto anni parla solo Guaraní, lingua delle popolazioni indios, ancora oggi diffusissima e che mantiene il carattere di ufficialità affianco del castigliano. Famiglia che va un po’ per conto suo, studi pressoché inesistenti, ma amore per il fútbol sconfinato, anzi “voglia di diventare un centravanti” praticamente innata. Dura dimostrarlo sui campi spelacchiati della Liga Pastoreo, il torneo dilettantistico delle regioni dell’entroterra paraguagio. A qualcuno non sfugge però la confidenza con la rete del “Tacuara”, il suo nomignolo, che indica il nome – di origine guaraní - di una pianta alta e sottile che, ci perdonino i botanici, assomiglia al bambù. Cardozo è infatti alto (193 cm) e magro, ma è resistente come pochi. In più, ha un sinistro affidabile e potente, una bella confidenza di testa e ottima coordinazione per la sua altezza: oddio, quando il 3 de Febrero se lo porta via per meno di cinquecento dollari non era forse così pronto: chi ci ha visto qualcosa meriterebbe una citazione. Come la merita Héctor Enrique, titolare di una delle migliori battute di ambito calcistico: dopo lo slalomistico gol di Maradona contro l’Inghilterra nei mondiali messicani ironizzò: “se Diego non avesse segnato dopo il mio stupendo passaggio, sarebbe stato da uccidere…” Ecco, l’”assistman” e Diegol condivisero la vittoria anche con il portiere Pumpido. Anni dopo, la telefonata per quello che era diventato responsabile tecnico del Newell’s ,“Nery – disse “el Negro” Enrique – , in Paraguay c’è un grande attaccante, prendilo!” A dire il vero Enrique, cuore Milionario, aveva avvertito prima il River ma a Nuñez non furono persuasi, salvo poi tentare, ancora oggi, di mettere insieme un’offerta per convincere il padrone dei “Lebbrosi” di Rosario, Eduardo Lopez, che fa circolare invece l’aneddoto di come sia stato in realtà lui a scoprire il gioiello paraguagio. Dettagli. Lopez, che lo prelevò per 900 mila dollari dal Nacional di Asunción, la squadra dove Cardozo si affermò (63 presenze, 27 gol), ha già rifiutato a fine 2006 le offerte della Real Sociedad e del Cruz Azul: vuole non meno di 10 milioni di euro. “Lei cosa preferirebbe?” “Dove mi offrono di più, la mia famiglia ha sempre bisogno di me”, chiude qui la conversazione il Tacuara, prende l’ascensore sale al decimo piano dell’Holiday Inn di Rosario, dove risiede da più di un anno, e attende che dal primo gli squillino che è pronto il pranzo. “ Mi pare un tibetano”, dice qualcuno. Uno dei pochi che lo conosce veramente, Justo Villar, portiere paraguagio sempre del Ñuls, “come lui ce ne sono pochi, anche e soprattutto dentro il campo. Farà benissimo anche in Europa.”

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Guerin Sportivo

16 giugno 2007

[figura] Gabriel Milito

Gabriel Alejandro Milito è un inaffondabile. Il “Mariscal”, suo nomignolo, ha le spalle larghe, prende di petto le difficoltà e soprattutto non va mai sotto mentalmente, l’ideale spirituale per una difesa juventina che deve essere ricementata.
Milito dà tutto, non per niente è ancora considerato l’ultimo idolo dell’Independiente e uno dei grandissimi della società di Avellaneda dietro l’inarrivabile, per l’hinchada del Rojo, Ricardo Bochini. Diventare un “totem” alla Doble Visera, lo stadio del club, significa avere temperamento, orgoglio e determinazione, però ricevere la prima chiamata nella nazionale Albiceleste da un tecnico come Marcelo Bielsa, sperimentatore e a suo modo rivoluzionario, significa capire il gioco. Il “Loco” richiedeva spesso una linea a tre quasi “a sistema puro” cioè usufruendo al massimo di un laterale di ruolo a centrocampo: questo significa, per un difensore, riconoscere i tempi del gioco e mantenere la concentrazione perenne sugli spazi occupati. Arrivato all’Independiente bambino riuscì a convincere i tecnici a differenza del fratello Diego che venne scartato e optò per i rivali del Racing: dieci anni dopo erano a contendersi il primato in Primera División e a guardarsi torvi duranti i “clásicos” di Avellaneda, in Buenos Aires, una delle partite più infuocate della stagione, e che per intensità, attese e pressioni non teme nemmeno il paragone con Boca-River. Nel novembre del 2001 un urto con Rafael Maceratesi del Rosario Central gli manda in frantumi i legamenti del ginocchio destro: torna come e meglio di prima con la sua faccia spensierata che non si cura degli scettici che non scommettevano sul pronto recupero. Lo cerca il Real Madrid, lo vuole Valdano, che l’ha visto dominare con il Rojo, a soli 21 anni, il campionato Clausura 2002: l’Independiente cede alle lusinghe ma il luminare prof. Del Corral giudica a rischio il suo ginocchio: 14 giorni dopo firma per il Saragozza, continua a comandare la difesa e si rialza per l’ennesima volta da un colpo che avrebbe steso tanti. D’altronde non ebbe paura nemmeno nella trattativa coi rapitori del padre Jorge, che gestì direttamente e portò a termine con successo.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Tuttosport

13 giugno 2007

[preview] Finale Libertadores: Boca - Gremio

Sarà come al solito un’autentica bolgia, questa notte, la Bombonera. Si gioca la finale di andata di Copa Libertadores tra Boca Juniors e Gremio, e il più impressionante stadio d’Argentina rappresenterà certamente un fattore importante. Il Boca, giunto in finale eliminando la squadra sorpresa del torneo, il Cucuta, non effettuerà variazioni nell’undici titolare: Caranta in porta, difesa a quattro con la scelta di Morel al fianco di Diaz e Clemente Rodriguez a sinistra ( Silvestre in panchina) e solito rombo a metacampo con il piccolo e giovane Banega davanti alla difesa e Ledesma e Neri Cardozo ad appoggiare Riquelme. Davanti, il movimento di Palacio e il cecchino Martin Palermo. Molti i misteri legati alla formazione dei brasiliani. Mano Menezes potrebbe rischiare sulla linea difensiva l’ex di turno, Rolando Schiavi, già panchinato da molto tempo dal sergente di ferro dei gauchos del Brasile. Il lungo difensore argentino conosce bene i suoi ex compagni ma la sua affidabilità rimane limitata, come potrebbero testimoniare i tifosi dell’Hercules di Alicante che l’anno passato l’hanno visto trotterellare per il campo senza costrutto. Poi rappresenterebbe una scommessa che Menezes non crediamo voglia compiere nella partita chiave della stagione. Sicuramente in campo l’altro argentino del gruppo, Sebastian Saja, portiere che ha trascorsi italiani (a Brescia nel 2004). Per il Gremio (arrivato in Argentina con un ritardo mostruoso per problemi all’aereo Varig), squadra equilibrata capace di accelerazioni improvvise, il centrocampo sarà il reparto chiave. Il promettente Lucas (corteggiato da Liverpool, Milan e Inter) ha perso il posto per un infortunio e non è più rientrato mercé lo splendido lavoro di Sandro Goiano in aggiunta al paraguayo Sergio Gavilan. I due mediani fanno uno splendido lavoro di rottura e rilancio e con loro il Gremio ha difficilmente penato. Davanti, attenzione al nuovo astro nascente del calcio brasiliano Carlos Eduardo, già interrogato da Carlos Dunga e interpellato da alcuni club europei: si temeva un forfait per infortunio ma gli ultimi allenamenti sembrano aver allontanato ogni dubbio sul suo impiego. Al suo fianco ballottaggio Tuta – Douglas con l’ex Venezia (fu protagonista dell’incredibile gol “non voluto” nella sfida tra lagunari e Bari…) favorito. In panca, con meno probabilità di vedersi faccia a faccia “La Doce” (la mitica tifoseria del Boca), c’è anche Amoroso, ex di Udinese, Parma e Milan. Nella semifinale con il Santos, squadra più quotata che però ha bucato completamente il match di andata all’Olimpico di Porto Alegre, il gol decisivo, insieme a un’ottima partita, è stato realizzato da Diego Souza, talento sempre sul punto di esplodere ma che mai ha completamente persuaso, il cui cartellino è stato ritirato tempo fa dal Benfica. In mezzo al campo sarà molto importante la capacità di sacrificio di Tcheco, giocatore tecnico ma di grande temperamento che ha già detto di non temere il pubblico di Buenos Aires. La pressione della Bombonera ne ha stritolati tanti. Vedremo.

CARLO PIZZIGONI

05 giugno 2007

[recap] Cúcuta - Boca Juniors 3-1



I colombiani si confermano senza dubbio una buona squadra con individualità interessanti e qualità sia dal punto di vista tecnico, che atletico. In fase di non possesso schierano un 4-4-2, abbastanza ordinato e ben disposto in campo, con Torres che parte largo a sinistra, ma con licenza di accentrarsi appena riconquistata palla. Il Boca si presente con il solito schieramento a rombo a centrocampo con Banega vertice basso, Riquelme alto ed ai lati Ledesma e Neri Cardozo. In porta Caranta viene preferito a Bobadilla.
L'inizio della partita è abbastanza equilibrato, con il Cucuta che si fa preferire per l'intensità di gioco e per la diversità delle soluzioni offensive. Oltre a sfondare diverse volte sulla fascia destra con quel carrarmato di Del Castillo (fisicamente impressionante, tecnicamente modesto, ma quando prende velocità è inarrestabile), la manovra si sviluppa anche dall'altra parte con l'eccellente Martinez (vivacissimo, sempre in movimento, tecnicamente ottimo, ha un destro sensibilissimo, rapido nel breve e sa anche rendersi utile anche in fase difensiva) che si allarga e prova a puntare spesso Ibarra, creando superiorità numerica. Gli argentini giocano assecondando i ritmi di Riquelme e se non fosse per Palacio (in gran forma), non riuscirebbero a creare praticamente niente. Proprio da uno spunto dell'attaccante ex Banfield, sulla sinistra (Bustos da censurare), arriva l'assist che permette a Ledesma di infilare sul primo palo Zapata (Hurtado ha la reattività di un bradipo).
Dopo il gol aumenta la pressione dei colombiani (complice anche la sostituzione di Castro con Cordoba, un centrocampista offensivo brevilineo mancino che si va a posizionare sulla trequarti sinistra, Torres va a destra a disegnare una sorta di 4-2-2-2), che colpiscono anche un palo e creano alcune opportunità per rimettere in sesto la partita. Su una ripartenza il Boca si fa cogliere impreparato, Diaz è fuori posizione, Torres serve Blas Perez (davvero bravo, prima punta, fisico longilineo atletico, buone doti acrobatiche, calcia con entrambi i piedi ed è freddo sottoporta), che elude l'intervento di Ibarra (diagonale tardiva) e segna.
A parte la sostituzione di Caranta (infortunato) con Bobadilla, all'inizio del secondo tempo le squadre si presentano con le stesse formazioni del primo. L'iniziativa dei colombiani non è poi cosi incisiva come ci si aspetterebbe visto il risultato, ed anzi, il Boca riesce a concedersi qualche break, che fruttano un paio di conclusioni (velleitarie) di Riquelme e Banega. Proprio su un tentativo di ripartenza gli argentini commettono un grave errore con Palermo che si fa soffiare palla da Bustos, con la squadra in uscita (e quindi sbilanciata), Torres riceve, alza la testa e serve con un passaggio in profondita Blas Perez che taglia alle spalle di Morel Rodriguez: Diaz (oltre a tenerlo in gioco) è in ritardo con la diagonale di chiusura, Bobadilla sta troppo basso e quando esce è tardi...pallonetto del panamense e gol del 2 a 1. Bernal non si accontenta e modifica lo schieramento passando ad un ancor piu offensivo 4-3-3, con Pajoy che va ad affiancare Martinez e Perez davanti (al posto dell'interditore Rueda), mentre Florez si mette in cabina di regia (rilevando Cordoba). La voglia di entrambe le squadre di vincere (anche il Boca, toglie Cardozo per Datolo), la stanchezza, allungano in maniera determinante gli schieramenti in campo e si assiste a continui ribaltementi di fronte (un palo di Ibarra ed un miracolo di Bobadilla su bomba da fuori area di Florez le azioni piu incisive). La gara si chiude definitivamente, quando su una percussione (ancora con il Boca sblinciato dopo un calcio d'angolo in suo favore) Bustos va via a Ledesma, serve Torres che viene atterrato da Silvestre: gran punizione a girare sopra la barriera dello stesso fluidificante destro e 3 a 1.
Il Boca in linea di massima, non ha sfigurato a livello di prestazione globale (nonostante un Riquelme che ha fatto scena muta) ed è stato punito per distrazioni francamente evitabili con un po' piu di attenzione. Se alla Bombonera qualcuno darà una mano a Palacio, nonostante il colombiani siano un squadra assolutamente adeguata al contesto, la qualificazione non è poi impresa totalmente impossibile.

Cúcuta: Zapata 6; Bustos 6,5, Hurtado 5,5, Moreno 6, Gonzalez 6; Rueda 5,5 (Pajoy sv), Castro 6 (Cordoba 6,5->Florez sv), Del Castillo 6, Torres 7; Martinez 7, Perez 7,5

Boca Juniors: Caranta 6,5 (Bobadilla 6); Ibarra 6, Diaz 5, M.Rodriguez 5,5, C. Rodriguez 6 (Silvestre sv); Ledesma 6,5, Banega 5,5 Neri Cardozo 5,5 (Datolo sv), Riquelme 5; Palermo 4,5, Palacio 6,5.

Estadio "General Santander", 31 maggio 2007

MICHAEL ANGELICI

04 giugno 2007

[recap] Svizzera - Argentina 1-1




A Kuhn avevamo chiesto un miracolo per riuscire a limitare l’Argentina, e lui ha risposto positivamente al nostro richiamo. Il pareggio ottenuto dalla nazionale svizzera sabato a Basilea contro la selezione di Alfio Basile è stato ottenuto con merito e persino convincendo. Le precedenti disastrose uscite ci avevano preoccupato alquanto, spingendoci alla negatività più estrema, ad un pessimismo che non ha riguardato solo la “solita” stampa ma anche gli stessi tifosi. Il fatto che il St. Jakob non abbia fatto il pienone per una gara di simile livello è in questo senso piuttosto preoccupante. Soltanto attraverso queste prestazioni allora i rossocrociati riusciranno a rientrare nel trend pre-Mondiali, quello caratterizzato da costanti bagni di folla, bagni che mancano ai giocatori ma anche... alla folla stessa.

Köbi Kuhn ha riposto nel cassetto inadeguati schemi avveniristici – a ben pensarci, si trattava di una contraddizione, parlando del tecnico zurighese – ed è tornato a proporre un centrocampo più solido, con due interditori, con due esterni alti, liberi di pungere in alternanza, e con Margairaz ad agire qualche metro più avanti. Non tutto è andato nella direzione auspicata da Kuhn, ma tanti sono stati comunque gli spunti positivi da ritenere per il futuro (Euro 2008 compreso). Grazie anche alla presenza di Inler come diga mediana – mal supportato da un Wicky anacronistico –, la difesa ha finalmente e soprattutto potuto godere di minore affanno e da questa base ne ha tratto giovamento la sicurezza dell’intera squadra, parsa decisamente più tonica rispetto alla tournée nordamericana. Il fatto che Müller e compagni siano riusciti a tamponare, senza andare in confusione, i vari attacchi di Crespo, Tevez e Messi, è significativo.

L’Argentina, un pertugio per ferire Benaglio, l’ha comunque trovato, ma solo al 50’, dopo un mezzo pastrugno di Magnin e grazie all’incornata in tuffo di Tevez su cross di Messi. I due talenti di West Ham (!) e Barcellona danno l’impressione di poter sfasciare il mondo, individualmente e ancor di più in coppia, ma poi troppo spesso finiscono fuori dal gioco, accontentandosi di creare aspettative che il più delle volte si trasformano in fumo. E la loro intesa con Crespo al momento è inesistente. Meglio per la difesa svizzera, che infatti ha rischiato di subire il raddoppio in due sole occasioni, in particolare quando un tiro a botta sicura di Cambiasso è stato respinto da Degen sulla linea. Al 64’ addirittura Streller ha poi ributtato in partita i rossocrociati, sfruttando una mischia che ha visto tra i protagonisti più attivi Barnetta e Margairaz. La punta basilese, considerata riserva di lusso presso la squadra campione di Bundesliga, ha dimostrato una volta ancora il suo fiuto del gol. Fastidioso lungo tutto il restante arco della gara, Streller ha avuto il merito – e non è poco – di consentire alla Svizzera di ottenere un pareggio prezioso contro un avversario tra i più prestigiosi al mondo. Se Streller passa così – grazie alla sola palla toccata – tra i “più” di questo incontro, tra i “meno” ci restano Margairaz e Vonlanthen, entrambi fuori posizione. Il loro impiego in ruoli non del tutto abituali sottolinea per l’ennesima volta uno dei limiti più evidenti di Kuhn: la fase offensiva. Se questa nazionale riesce, nei periodi di luna buona, a contenere, non con altrettanta naturalezza riesce ad offendere, a fare male, e allora ecco che Kuhn appunto tenta strade improbabili già sulla carta. Dopo il periodaccio passato, il fatto di aver ritrovato almeno una certa tenuta difensiva possiamo però considerarlo sufficiente... per ora.

Reti: 50’ Tevez 0-1; 64’ Streller 1-1.

Svizzera: Benaglio 4; P. Degen 4 (89’ Djourou NG), Müller 5, Senderos 4,5, Magnin 4; Vonlanthen 3,5 (46’ Gygax 4,5), Inler 5 (82’ Cabanas NG), Wicky 3,5 (46’ Huggel 4), Barnetta 4 (86’ Spycher NG); Margairaz 3,5 (71’ Yakin 3,5); Streller 4.

Argentina: Abbondanzieri 4; Zanetti 4, Ayala 4,5, G. Milito 4, Heinze 4; Luis Gonzalez 3,5 (67’ Mascherano 4), Gago 4,5, Cambiasso 4; Messi 4 (89’ Saviola NG); Crespo 3,5 (67’ D. Milito 4), Tevez 4 (79’ Aimar NG).

St. Jakob Park, Basilea, 29.000 spettatori; arbitro Messina (It). Svizzera senza Behrami, Dzemaili, Frei (infortunati)

PAOLO GALLI, Giornale del Popolo
da Basilea

26 maggio 2007

[analisi] San Lorenzo




Il ritmo del Tango è sincopato. Una veloce discesa agli inferi e una immediata resurrezione, nelle pieghe del mastice del bandoneón, lo strumento che lo accompagna e ne segna il tempo. La storia del Tango ha vissuto la tappa fondamentale della sua genesi al Boedo, quartiere di Buenos Aires, celebrato anche in “Sur”, un classico del repertorio dei tangueros, in cui si menziona proprio l’angolo che interseca questo “Barrio” alla via San Juan. Il quartiere del tango, ora meno povero di allora ma sempre suggestivo, profondo e pieno di fascino propone un altro passatempo popolare, la squadra del San Lorenzo. El Ciclón, che sta conducendo il campionato Clausura di quest’anno, ha vissuto il più incredibile dei rivolgimenti in stile tango, una “ripresa” degna di un passaggio di Astor Piazzolla. All’inferno e ritorno: se l’anno scorso la squadra con praticamente i medesimi elementi viaggiava nell’anonimato della classifica, quest’anno il Boedo deve solo guardarsi indietro. Il merito principale di questa rivoluzione prima di tutto mentale è da appuntare al petto di Ramon Angel Diaz, indimenticabile centravanti, allenatore sempre sottovalutato e spesso svillaneggiato, nonostante vittorie importanti come la Libertadores col River Plate. Dopo aver raggiunto traguardi notevoli (anche cinque campionati vinti col “Millo”), sceglie l’Inghilterra di frontiera e accetta l’invito dell’Oxford Athletic, non esattamente una pennellata d’oro sulla sua immagine. Ai più pare veramente uno scherzo, probabilmente erano veri, verissimi gli accrediti mensili sul conto. Della storia che sarebbe stata quella l’unica possibilità di ingresso nel Vecchio Continente, facciamo volentieri a meno. Toccata e fuga.“Vuelvo al Sur”, tanto per spolverare un altro diamante di Piazzolla, poteva pure canticchiare Diaz rinnegando la perfida Albione e osservando compiaciuto, una volta riaccomodatosi davanti al profumo dell’asado, il frettoloso modificarsi della considerazione (specie mediatica) nei suoi confronti: da barzelletta a racconto epico, lo stile è stato decisamente rivisto.
Un racconto di vita che sarebbe piaciuto a Osvaldo Soriano, grande tifoso del Ciclón. Probabilmente Soriano avrebbe indagato anche l’altra faccia della luna del San Lorenzo: Oscar Ruggeri (una puntata della sua carriera anche sul Conero: meno che memorabile), l’ex allenatore sanlorencista, che da una squadra piena di talento ha ottenuto davvero poco. E quest’anno era pure iniziata una grande contestazione a squadra e giocatori: nel mirino il “Pocho” Lavezzi, grande scoperta di Preziosi anni fa, prima che una valigetta sospetta mandasse all’aria la promozione del Genoa in Serie A e di conseguenza il volo intercontinentale dell’attaccante esterno. Lavezzi al principio del Clausura 2007 era sulla strada per Nuñez, il River cercava un esterno della sua classe. “Pesetero”, l’unico insulto riportabile rivolto al “Pocho” dalla tifoseria azulgrana. E invece no, Lavezzi rimane, e conduce il San Lorenzo lassù: le sue sgroppate e i suoi uno contro uno sono sempre vincenti: fisicamente massiccio quest’anno vede con regolarità anche la porta e Basile lo ha già vestito di Albiceleste. Novità importanti rispetto al campionato concluso ad inizio anno non ce ne sono eppure oggi con Diaz la squadra vola. Più convinto Fernandez: la “Gata” ritorna quello del River, un giocatore davvero interessante e che aveva giustificato l’investimento dei messicani del Monterrey (maglia Rayados). Tornato sui prolifici livelli “messicani” pure Andres Silvera: a Monterrey, però sponda Tigres, ricordano ancora con nostalgia i suoi gol. Questi tre sono stati già schierati tutti assieme in un tridente mascherato che ha dato ottimi frutti, anche perché si è riusciti a mantenere equilibrio tra i reparti. La fase di copertura è assicurata dai polmoni e dalla testa di Cristian Ledesma, vera anima del “Pelado” in campo, anche lui finito sulla lista del “Coco” Basile per le doti di recuperatore di palla. La scelta dell’ex centravanti dell’Inter trapattoniana di puntare su Agustín Orión in porta, ha pagato: sostituire Saja, finito in Brasile, non era facile anche perché l’ex Brescia al Boedo era calcisticamente nato e cresciuto. Dietro, molto bene anche Sebastián Méndez e Jonathan Bottinelli, che ha visto il suo borsino europeo salire di quotazioni, anche considerando l’anno di nascita, il 1984.
I puristi però storcono un po’ il naso: c’è poca continuità di gioco, anche tempi interi in cui si fa enorme fatica contro chiunque. Eppure il calcio di Diaz è sempre stato così e, considerazione non proprio accessoria, è sempre stato vincente. Davanti sono i giocatori a leggere le situazioni che la difesa oppone e a comportarsi di conseguenza, niente metodicità, però fiducia, grande fiducia nei suoi uomini: l’ex compagno di Baggio a Firenze è entrato sotto pelle ai suoi ragazzi, che giocano finalmente senza paura, rischiano quando devono e ottengono il massimo anche grazie a situazioni che possono solo superficialmente essere considerate fortunate. Crederci vale sempre un rimpallo in più. L’elemento motivazionale è risultato chiave in questa squadra da troppo tempo vittima di paure ingiustificate. Gli alti e bassi del Boca Juniors autorizzano a pensare in grande, ma non c’è da fidarsi ancora dell’Estudiantes del “Cholo” Simeone, all’ennesima conferma: il suo status di allenatore d’élite continua a crescere in maniera inversamente proporzionale al valore delle sue squadre, non certo di primissima fascia. Boca permettendo, quindi, altri due ex Inter alla conquista del titolo: quest’anno va di moda il nerazzurro.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

21 maggio 2007

[analisi] Jupiler League

L’edizione 2006-2007 della Jupiler League si è conclusa con una vittoria, quella dell’Anderlecht, meno scontata del previsto, con il campionato che è rimasto aperto fino a due giornate dal termine. Merito del Genk di Hugo Broos, in testa per buona parte della stagione prima di accusare, con l’arrivo della primavera, qualche cedimento che ha favorito il sorpasso di un Anderlecht il quale, sebbene non sempre irresistibile dal punto di vista del gioco, a livello di individualità gli era indubbiamente superiore. Di seguito viene presentato un elenco, in rigoroso ordine alfabetico e assolutamente personale, dei migliori giocatori di questa Jupiler League appena terminata.

Ahmed Hassan (Anderlecht): prelevato dal Besiktas per rimpiazzare lo svedese Wilhelmsson, dopo un inizio difficile e conseguenti mugugni il nazionale egiziano ha rotto gli indugi disputando un girone di ritorno a livelli eccellenti, con assist, gol e giocate in serie. Rifiorito a primavera dopo gli stenti invernali, per l’Anderlecht l’aggancio e il definitivo sorpasso ai danni del Genk sono avvenuti sotto il segno di quest’ala destra egiziana di grande esperienza (è un classe ’75) e dotata di un carisma che il suo compagno-collega (in qualità di assist-man principe) Boussoufa per ora si sogna. Un grande acquisto.

Logan Bailly (Genk): il premio come miglior portiere è stato assegnato a Zitka dell’Anderlecht perché il ragazzo del Liegi, dopo un girone d’andata con una media-reti subite inferiore a una per partita, ha chiuso in calando con un paio di errori. Per crescere servono anche quelli, ma la stoffa c’è tutta; atletico, reattivo, sicuro nelle uscite, specialista nel parare i rigori. Bailly, classe ’85, si gioca con Vandenbussche dell’Heerenveen e Stijnen del Club Bruges la maglia numero uno della nazionale belga; chissà che dallo scontro non esca un erede degno dei vari Pfaff e Preud’Homme.

Lucas Biglia (Anderlecht): classe ’86, campione del mondo nel 2005 con l’Argentina under-20 insieme ad un certo Leo Messi, è l’uomo d’ordine del centrocampo bianco-malva, che governa “alla Redondo”, il campione a cui in patria è già stato ovviamente paragonato. Senso della posizione, grande capacità di lettura della partita, ottimo nella fase di impostazione, convincente anche come difensore centrale. Meglio di Mascherano, in prospettiva. Dice di avere scelto Bruxelles perché preferisce accumulare esperienza in campo piuttosto che fare panchina in un club di prim’ordine. El Principito di strada ne può fare tanta.

Fabien Camus (Charleroi): scuola Montpellier, svezzato dall’Olympique Marsiglia, la duttilità è l’arma migliore di questo polivalente centrocampista dalle propensioni offensive che può giocare indistintamente centrale in un centrocampo a tre o a cinque, esterno destro in uno a quattro, dietro le punte in un modulo a rombo. Strepitoso per rendimento nel girone d’andata, nel quinto posto finale delle Zebre, che sperano in un posto nell’Intertoto, c’è molto di suo. Voci di mercato danno la Lazio sulle tracce di questo classe ‘85.

Steven Defour (Standard Liegi): classe ’88, testa calda, a volte anche troppo, ma talento puro (secondo la stampa belga è il miglior prospetto locale espresso negli ultimi anni dopo Vincent Kompany). Ha lasciato Genk tra roventi polemiche, gli hanno bruciato la macchina del padre, si è preso una squalifica per aver sputato ad un avversario; nel mezzo l’esordio in nazionale e uno Standard preso per mano e portato fino al terzo posto, che avrebbe potuto essere anche qualcosa di più senza la pessima partenza durante la gestione-Boskamp. La classe c’è, la tecnica anche, la personalità è cresciuta molto; adesso si tratta di affinare un po’ di più il feeling con il gol (4 in una stagione sono pochini per un trequartista) e, soprattutto, teneri i nervi a posto. I Cassano ormai hanno abbondantemente stufato.

Marouane Fellaini (Standard Liegi): l’unica cosa buona combinata dal disastroso Boskamp (2 punti nelle prime 4 partite, e a posteriori la partenza ad handicap è costata al club la Champions League) sulla panchina dello Standard è stata la promozione nell’undici titolare di questo giovane mediano belga di origini marocchine nonché figlio d’arte (papà Abdellatif ha giocato negli anni Settanta con il Raja Casablanca). Un mordicaviglie tosto, determinato e dalla fisicità notevole che, a dispetto dell’età (è un classe ’87), ha già esordito nella nazionale maggiore belga ed è finito nel mirino del Tottenham Hotspurs. Da signor nessuno a rivelazione del campionato, un bel salto.

Sebastien Pocognoli (Genk): classe ’87, e’ la punta di diamante dell’onda verde di un Genk che, sebbene sconfitto, esce a testa altissima da questa Jupiler League. Terzino sinistro dalle spiccate propensioni offensive, sa difendere bene ma il meglio di sé lo mostra quando si lancia in progressione sulla fascia, dove può mettere in mostra un ottimo dribbling. Piede educato, pericoloso sui calci piazzati, sforna cross tesi e diretti; praticamente un’ala nata terzino. Forse è proprio per questo che piace tanto ad Ajax e Az Alkmaar.

Dario Smoje (Gand): forse se lo ricorderanno i tifosi di Milan, Monza e Ternana, anche se di tracce al suo passaggio in Italia ne ha lasciate davvero poche. Sta andando meglio in Belgio, dove si è rivelato uno dei migliori difensori del campionato, diventando il punto di forza di un Gand pochissimi fronzoli e tanta sostanza terminato quarto e in attesa di conoscere il proprio destino in Europa (Uefa o Intertoto, tutto dipende dalla finale di Coppa di Belgio tra Standard Liegi e Club Bruges). Duro nel tackle, buon senso della posizione, forte sulle palle alte, sempre concentrato; Smoje è cresciuto bene, forse un po’ tardi, ma alla fine gli anni sono poi 27. Qualche treno interessante da Gand e dintorni potrebbe ancora passare.

Francois Sterchele (Germinal Beerschot Antwerpen): origini italiane, classe ’82, tre anni fa vinceva la classifica marcatori della Vierde Klasse (Serie D), due anni fa era vicecapocannoniere in Derde Klasse (Serie C), oggi è il bomber principe della Jupiler League e l’uomo nuovo del reparto avanzato dei Diavoli Rossi. Agile e veloce, è il classico rapinatore d’area, di lui ti accorgi solo quando la palla è già in rete. Con il GBA ha un contratto per altre tre stagioni, difficile ne faccia ancora mezza perchè è già pronto per salire di nuovo, Anderlecht o Ligue 1 francese poco importa. La speranza è che non faccia la fine di Luigi Pieroni.

Mohammed Tchitè (Anderlecht): classe ’84, figlio della globalizzazione, padre islamico, madre cristiana, quattro passaporti (Rwanda, Congo, Burundi, Belgio), ma soprattutto implacabile cecchino sotto porta. E’ esploso la scorsa stagione nello Standard Liegi, si è confermato quest’anno nell’Anderlecht, laureandosi vice-capocannoniere della Jupiler League. Rispetto al compagno di reparto, il gigante argentino Frutos, subisce ancora troppo la pressione in campo internazionale (vedi l’ultima deludente Champions), ma in Belgio ha pochi rivali. Memè è stato votato in Belgio miglior giocatore africano e miglior giocatore in assoluto dell’anno.

ALEC CORDOLCINI

13 maggio 2007

[figura] Juan Pablo Carrizo





All’improvviso, uno sconosciuto. Su Juan Pablo Carrizo, indiscusso titolare del River Plate appropriatosi recentemente anche della maglia numero uno della nazionale argentina, non scommettevano in tanti. Troppo grosso, poco agile, non pronto, mentalmente debole: inferiore al compagno di guanti, sempre. Smentiti tutti. L’aiuto di circostanze favorevoli ha giocato un ruolo importante nella consacrazione di questo portiere, ma tutto ciò deve suonare come l’accusa più robusta per quanti (e son tanti) non l’hanno da subito considerato quello che poi, sul campo, si è rivelato: un portiere di alta affidabilità.

La vera svolta della sua carriera, lui, giunto dalla lontana Villa Constitución, provincia di Santa Fé, alle giovanili del River Plate, avviene mercé una disgrazia, paradigmatico caso di “sliding door” che segnerà il futuro dei due giocatori coinvolti.

Nel 2006 il club di Nuñez ha tre portieri di buon livello: German Lux, Carrizo e Leyenda. Di Lux, classe 1982 anch’egli santafesino, si parla sempre più in termini entusiastici preconizzandogli una grande carriera: ha già vinto i Giochi Olimpici nel 2004, riportando finalmente un titolo calcistico di valore in Argentina. Nella Confederations Cup del 2005, gustoso aperitivo del Mondiale, gioca da titolare e l’Albiceleste si arrende solo in finale ad Adriano e al Brasile. Nel 2006 Lux entra nella parte buia della storia. In principio d’anno il fratello si suicida, il “Poroto” corre a casa e resta insieme alla famiglia. A prendere il suo posto nella porta del Millo c’è proprio Carrizo. Gioca bene. “Sono contento, ma appena torna German il posto è suo, gli siamo tutti vicino” afferma in quei giorni Juan Pablo, scosso come tutto l’ambiente River per quanto avvenuto. Lux torna e si riprende la porta. Ma qualcosa non funziona più. Quella ferita nella mente e nel cuore di Lux non può essere accantonata né dimenticata: in campo è ancora visibile. La situazione è molto delicata, la società riceve critiche e addirittura condanne per la gestione del caso.

Daniel Passarella, viste le prestazioni, si risolve a concedergli un periodo di riposo e lo accantona. A metà stagione il nuovo numero uno delle “Galline” è Juan Pablo Carrizo. JP, che è stato capitano delle selezioni giovanili dei Millionarios convince a intermittenza: soprattutto non possiede il gusto della parata da flash, un marchio di fabbrica del classico portiere argentino. Viene apprezzato il giusto, e forse ancora meno. La campagna acquisti del 2007, a Nuñez celebrato come l’anno del rilancio dopo troppe stagioni di dominio Azul y Oro, parte col botto. Dal Rosario Central, in cambio di quasi otto milioni di dollari (per l’Argentina di questi lustri, un’enormità) arrivano tre giocatori, prepotentemente messisi in luce nel passato campionato: il difensore Villagra, l’attaccante Ruben e il portiere Ojeda. Al Millo si sono persuasi che il recupero di Lux andrà per le lunghe, posto che arriverà. In porta c’è bisogno di certezze: Juan Marcelo Ojeda. Sopra le scrivanie di Nuñez di fiducia a Carrizo non si parla. Eppure alcune squadre europee avevano cominciato a sondare la disponibilità del giocatore, subito frenati dagli scout locali: “mezza stagione discreta e già lo considerate pronto?” A parte che per altri calciatori sono bastate un paio di azioni per accaparrarsi stipendi multimilionari, a distanza di mesi non si capisce questa continua sottovalutazione di Carrizo. Certo, qualche incertezza c’è stata, ma nemmeno Oscar Ustari, già pompato come nuovo Fillol, ricercato da mezza Europa (Barça in testa), è rimasto immune da figuracce, anzi. Nessuno discute le potenzialità del giocatore, gli occhi li abbiamo anche noi, ma Osky, che è un ’86, cioè solo due anni più giovane di Carrizo, ha avuto da subito l’invidiabile condizione, specie per un ruolo delicato come quello del portiere, dell’intoccabile, con la possibilità di crescere ed imparare dai suoi errori senza rischiare il posto. In più l’iniezione di fiducia del Mondiale: José Pekerman chiama lui e non il povero Lux (un’altra mazzata terribile che lo farà scomparire dalla mappa calcistica argentina), a fare da terzo alla manifestazione tedesca: l’equazione è facile, Ustari sarà il futuro portiere dell’Albiceleste, è qui per fare l’esperienza che gli servirà nel prossimo mondiale. Intanto, a Buenos Aires, le prestazioni nelle amichevoli di Carrizo, aprono gli occhi al Kaiser Passarella. La prima idea è quella di fargli giocare la Libertadores, tanto che Ojeda non viene nemmeno iscritto nelle liste per la competizione continentale. Carrizo, però, ottenuta la fiducia, chiude la questione e si prende tutto lasciando a Ojeda e Leyenda la battaglia per il posto in panchina. Non inganni l’inizio di stagione molto stentato dei Millionarios, le prestazioni di Carrizo hanno salvato una situazione che sarebbe potuta diventare tragica: esempio suggestivo il Super Clasico con Carrizo eletto “figura” della partita grazie a una serie di interventi che hanno poi permesso alla sua squadra di non andare sotto con i nemici del Boca.

Dicevamo sliding doors? Il 10 marzo del 2002, con Lux e Costanzo infortunati, Carrizo va in panchina proprio alla Bombonera. In porta c’è Comizzo che a metà match incoccia nello stinco del Chelo Delgado e rimane a terra. Guillermo Pereyra (oggi al Mallorca, in Spagna), accanto a lui in panca, gli sussurra: “tranquillo Carri, se entri farai bene.”In realtà, il partidazo contro il Boca arriverà cinque anni dopo: troppi pochi Pereyra sul suo cammino. Oggi, finalmente, Juan Pablo Carrizo non ne ha più bisogno.


CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo
(
ha collaborato Javier di ticespor.blogspot.com)

06 maggio 2007

[recap] Atletico Mineiro - Cruzeiro 4-0



La finale del campionato mineiro gioca oggi il ritorno della finale, ma sarà poco più di una amichevole poiché tutto è stato già deciso nel match di andata. Una partita, anche equilibrata, che diventa un dramma negli ultimi minuti e una autentica farsa, un'opera buffa nell'ultimo episodio.
Levir Culpi e Paulo Autuori scelgono moduli consolidati anche se ne danno interpretazioni dissimili. Il tecnico del Galo mira più al contropiede, anche se la sua squadra inizia la pressione dopo la metacampo (bene, molto bene il mediano Bilu). Creare densità nella propria metacampo, davanti all'area, non fa correre rischi preventivabili all'Atletico: Diego, portiere di sicuro talento e già celebratissimo, non deve compiere nessuno intervento decisivo per salvare la sua porta. Il Cruzeiro cerca di fare più gioco, senza ottenere granché da qualche spunto di Araujo e da qualche accelerazione di Geovanni, talento assolutamente sprecato e che dopo la parentesi europea (Barça e Benfica) è tornato alla squadra che lo mise in luce. Davanti, l'Atletico riesce ad arrivare al tiro più volte grazie alle volate di Danilinho e di Eder Luis, grande inventiva ma davanti alla porta è ancora poca cosa.
La partita cambia radicalmente sul finire del tempo quando Gladstone (ai tempi voluto fortemente dalla Juventus che ancora ne controlla il futuro) stende Danilinho lanciato verso la porta, punizione e secondo cartellino giallo. Autuori rimane alcuni minuti adattando Ricardinho in mezzo alla difesa: è palesemente indeciso e alla fine opta per restare con le due punte e di togliere un "meia", Fellype Gabriel, per inserire Simoes, diciotto anni, promettentissimo centrale difensivo. I cronisti di Sportv sono molto critici, io meno: Nene, l'attaccante che affianca Araujo è molto generoso, può aumentare i ripiegamenti ed essere utile davanti, Fellype non è assolutamente un gladiatore. L'inizio della seconda frazione è fatale alla Raposa, gol immediato di Eder Luis. La partita scivola via senza grandissime occasioni, e con entrambe le squadre che han poca voglia di rischiare. A dieci minuti dalla fine un lancio in profondità pesca Danilinho che con un pallonetto scavalca Fabio e aggiusta il tabellino. A questo punto diventa dramma per la Mafia Azul, la celebre torcida del Cruzeiro: Simoes è espulso per fallo da ultimo uomo e un intervento dubbio di Fabio regala un rigore al Galo: all'89' è 3-0 grazie alla realizzazione di Marcinho, stella di questo Minerao ma non eccessivamente lucente in questo match. Polemiche a non finire, ma la farsa è dietro l'angolo: uno dei più incredibili gol della storia. Il Cruzeiro batte in maniera svogliata il calcio per la ripresa del gioco, sono tutti fermi, forse aspettando il fischio finale, la palla giunge a Vanderlei che tira con il portiere Fabio che a metà dell'area di rigore è girato di schiena all'azione e sta tornando verso la sua porta a raccattare la palla che dopo il rigore non è ancora stata levata dal fondo della rete! L'arbitro assegna il gol, sostanzialmente finisce la stagione del Cruzeiro, il tecnico Paulo Autuori presenta la dimissioni "per la vergogna" e Fabio, ai tempi del Vasco davvero ottimo portiere (fu il secondo di Julio Cesar nell'ultima Copa America vinta dal Brasile di Adriano) è a una svolta della sua carriera, una svolta tragica.

Atlético: Diego; Coelho, Marcos, Lima e Ricardinho; Rafael Miranda (Germano), Bilu, Marcinho e Danilinho; Éder Luis (Tchô) e Galvão (Vanderlei). Técnico: Levir Culpi.

Cruzeiro: Fábio; Gabriel, Gladstone, Luizão e Jonathan; Ricardinho, Léo Silva, Fellype Gabriel (Simões) e Geovanni (Maicosuel); Nenê (Guilherme) e Araújo. Técnico: Paulo Autuori.

Gols:
Éder Luis (46’); Danilo (81’), Marcinho (89’), Vanderlei (90’)

Estádio Mineirão - Belo Horizonte, 29 aprile 2007

CARLO PIZZIGONI

03 maggio 2007

[analisi] Eredivisie 06/07 - PSV campione

La dignità della sconfitta

Per Louis van Gaal avrebbe potuto essere il punto esclamativo di una carriera comunque di altissimo profilo e invece è arrivata, amara, la più grande delle beffe. Vincere il campionato olandese con l’Az Alkmaar è come vincere quello italiano con la Fiorentina; nessuno te lo chiede, ma quando mancano solo novanta minuti e sei primo in classifica allora sai che sei davvero vicino all’impresa della vita, quasi più che vincere una Coppa Campioni con l’Ajax, e che dipende solo da te. La magia di bissare quel titolo che l’Az vinse per la prima e unica volta ventisei anni fa è svanita al Woudestein di Rotterdam, lo stadio più piccolo della Eredivisie, per mano dell’Excelsior, club già condannato ai play-off salvezza e che nulla aveva ancora da chiedere al campionato. Che la giornata non fosse quella giusta lo si era capito dopo poco più di venti minuti, quando Andwelé Slory si incuneava tra Tim De Cler e Boy Waterman venendo falciato da quest’ultimo e il signor Bossen non poteva che fischiare il calcio di rigore per i padroni di casa e mostrare nel contempo il rosso diretto (decisione severa ma ineccepibile a termini di regolamento) al portiere dell’Az. Finirà 3-2 tra lacrime e parecchie recriminazioni, ma anche con la dignità di presentarsi davanti ai microfoni senza avanzare l’ombra di un’accusa. “C’è molto da imparare anche da un campionato perso all’ultimo giornata”. Louis van Gaal, una volta insopportabile saccente, ha imparato a cadere in piedi. Sa di aver sbagliato, ma almeno non cerca alibi. Lo stesso ha saputo fare il tecnico dell’Ajax Henk ten Cate, che ha perso il campionato per un solo gol di scarto; +49 era infatti la differenza reti per i lancieri dopo il 2-0 rifilato in trasferta al Willem II, +50 quella del Psv vittorioso 5-1 sul Vitesse. Polemiche? Nessuna. Minacce di ricorso a qualche tribunale? Nemmeno l’ombra. Insinuazioni di presunte combine? Anche in questo caso zero assoluto. Unico accenno a presunte pastette di fine stagioni è arrivato dall’Italia, dove si è letto di un Vitesse particolarmente arrendevole in casa Psv e di un Van Gaal fermato da un arbitraggio ostile. Due considerazioni a riguardo: 1) quest’anno il Psv ha battuto in casa 4-1 il Roda, 7-0 lo Sparta, 4-0 l’Excelsior e il Willem II, 5-0 l’Utrecht; sconfiggere pertanto 5-1 il Vitesse, terminato 12esimo in Eredivisie e già superato 4-0 a domicilio in Coppa d’Olanda, non sembra poi un risultato così sospetto. 2) Il tallone d’Achille dell’Az, la squadra che senza tema di smentita ha giocato il miglior calcio di tutta la Eredivise, sono stati gli scontri con le piccole, sintomo evidente di una maturità non ancora acquisita in toto; 2-2 in casa contro il fanalino di coda Ado Den Haag, 0-0 ad Almelo contro l’Heracles e infine la già citata sconfitta contro l’Excelsior, club che oltretutto in questa stagione ha rubato punti sia al Psv (bloccato 0-0 a Rotterdam) sia all’Ajax (clamoroso 2-2 all’Amsterdam Arena). Conclusione personale: non tutti i campionati sono finti alla stessa maniera, anche se a volte può essere comodo pensarlo…

ALEC CORDOLCINI