Arriva da lontano, può andare lontano, vuole andare lontano. Oscar René Cardozo, classe 1983, centravanti paraguagio del Newell’s Old Boys ha ancora fame. Passata quella “fisica”, che in gioventù ha dovuto subire, non ha cancellato quella metaforica che descrive la voglia di arrivare. Passo dopo passo si sta issando al ruolo di cannoniere principe del campionato argentino, contendendo il trono, nel campionato Clausura in corso, a un re della specialità, Martin Palermo. Un traguardo mascherato da nuovo start verso obiettivi sempre più prestigiosi. L’entroterra paraguagio è ancora uno dei posti più curiosi e meno decodificabili del continente sudamericano. Saranno stati i gesuiti che qui svariati secoli scelsero i microcosmi delle “Reducciones” per ricreare insieme agli Indios una cristianità nuova e più profonda (prima che gli spagnoli si scocciassero, cancellando la Compagnia di Gesù), sarà per la l’impenetrabile giungla del Chaco, ribattezzato l’”Inferno Verde”, sarà per l’inetichettabile e pluritrentennale dittatura di Alfredo Stroessener, certo è che il Paraguay, anche oggi, rimane poco catalogabile, specie fuori da Asunción. Cardozo arriva da quell’entroterra: cresce a Juan Eulogio Estigarribia, piccolissima località nel dipartimento di Caraguazú, 300 chilometri e una galassia dalla capitale. Fino a otto anni parla solo Guaraní, lingua delle popolazioni indios, ancora oggi diffusissima e che mantiene il carattere di ufficialità affianco del castigliano. Famiglia che va un po’ per conto suo, studi pressoché inesistenti, ma amore per il fútbol sconfinato, anzi “voglia di diventare un centravanti” praticamente innata. Dura dimostrarlo sui campi spelacchiati della Liga Pastoreo, il torneo dilettantistico delle regioni dell’entroterra paraguagio. A qualcuno non sfugge però la confidenza con la rete del “Tacuara”, il suo nomignolo, che indica il nome – di origine guaraní - di una pianta alta e sottile che, ci perdonino i botanici, assomiglia al bambù. Cardozo è infatti alto (193 cm) e magro, ma è resistente come pochi. In più, ha un sinistro affidabile e potente, una bella confidenza di testa e ottima coordinazione per la sua altezza: oddio, quando il 3 de Febrero se lo porta via per meno di cinquecento dollari non era forse così pronto: chi ci ha visto qualcosa meriterebbe una citazione. Come la merita Héctor Enrique, titolare di una delle migliori battute di ambito calcistico: dopo lo slalomistico gol di Maradona contro l’Inghilterra nei mondiali messicani ironizzò: “se Diego non avesse segnato dopo il mio stupendo passaggio, sarebbe stato da uccidere…” Ecco, l’”assistman” e Diegol condivisero la vittoria anche con il portiere Pumpido. Anni dopo, la telefonata per quello che era diventato responsabile tecnico del Newell’s ,“Nery – disse “el Negro” Enrique – , in Paraguay c’è un grande attaccante, prendilo!” A dire il vero Enrique, cuore Milionario, aveva avvertito prima il River ma a Nuñez non furono persuasi, salvo poi tentare, ancora oggi, di mettere insieme un’offerta per convincere il padrone dei “Lebbrosi” di Rosario, Eduardo Lopez, che fa circolare invece l’aneddoto di come sia stato in realtà lui a scoprire il gioiello paraguagio. Dettagli. Lopez, che lo prelevò per 900 mila dollari dal Nacional di Asunción, la squadra dove Cardozo si affermò (63 presenze, 27 gol), ha già rifiutato a fine 2006 le offerte della Real Sociedad e del Cruz Azul: vuole non meno di 10 milioni di euro. “Lei cosa preferirebbe?” “Dove mi offrono di più, la mia famiglia ha sempre bisogno di me”, chiude qui la conversazione il Tacuara, prende l’ascensore sale al decimo piano dell’Holiday Inn di Rosario, dove risiede da più di un anno, e attende che dal primo gli squillino che è pronto il pranzo. “ Mi pare un tibetano”, dice qualcuno. Uno dei pochi che lo conosce veramente, Justo Villar, portiere paraguagio sempre del Ñuls, “come lui ce ne sono pochi, anche e soprattutto dentro il campo. Farà benissimo anche in Europa.”
CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo