19 febbraio 2007

[recap] Werder Brema-Amburgo 0-2




Depurato dall’eccessiva sovraesposizione mediatica, comunque ridimensionata rispetto ai tempi dell’Ajax, e al netto degli infortuni che lo colpiscono con scientifica regolarità, Rafael van der Vaart rimane uno dei pochi giocatori in grado di cambiare veramente il volto di una squadra. Peccato che il suo talento poggi su fondamenta di cristallo, ma quando la forma fisica è in buono stato, e il modulo quello giusto, c’è da divertirsi. L’ha capito Huub Stevens, che per la trasferta di Brema lo ha collocato alle spalle dell’unica punta, il grezzo Olic, sciogliendolo da qualsiasi vincolo tattico e lasciandolo libero di svariare lungo tutto il fronte offensivo. Ne è scaturita una prestazione di altissimo profilo tecnico (tra cui un auto-assist di tacco che, se finalizzato, sarebbe stato un gol da antologia) che e’ stata la chiave di volta di un incontro in cui, per quanto visto in campo, non sembrava proprio di assistere a un testa-coda tra la seconda e l’ultima classificata in Bundesliga. C’è da dire che il Werder Brema è in netto calo e non è più la squadra brillante che ha “rischiato” di accedere agli ottavi di Champions a spese del Barcellona (a posteriori, il gol di Messi al Weserstadion all’ultimo minuto è valso una stagione); legnoso Mertesacker in difesa, appannato il talento di Diego, imbambolato Jensen (colossale l’ingenuità sul fallo da rigore), tutto fumo il neo acquisto Rosenberg. Si salvano Frings, uno che a livello di grinta e impegno vale almeno cinque dei proprio compagni di squadra, Fritz, che spinge parecchio ma deve imparare a crossare meglio, e parzialmente Klose, che almeno ci prova, anche se la giornata non è delle migliori (ma con simili partner d’attacco…). Da rivedere lungo i novanta minuti invece Hunt e Niemeyer, che meriterebbero più spazio. L’Amburgo invece, con un Van der Vaart così, è una squadra come minimo da piazzamento Uefa, ma ormai quello che conta è tirarsi fuori dal pantano della zona retrocessione il prima possibile. Molti elementi importanti della squadra, da Mahdavikia ad Atouba, da Jarolim a Sorìn, sembrano essersi finalmente risvegliati dopo mesi di obnubilamento, Atouba addirittura dopo aver litigato con la tifoseria. In difesa piace parecchio Joris Mathijsen, anche contro il Werder puntuale nelle chiusure ed efficace in marcatura; meglio del più quotato Kompany, tanto per parlare chiaro. Agli anseatici manca però un finalizzatore; Sanogo è partito bene ma si è spento presto, Guerrero è una delusione, Olic non è mai stato un bomber, Ljuboja no comment. Chiudiamo ancora con Van der Vaart; nella nazionale olandese risulta spesso essere la controfigura di sé stesso. Schierarlo come interno sinistro (o come ala sinistra) ne limita il talento, ma mentre nell’Amburgo è la stella assoluta, in maglia oranje è uno dei tanti galli in un pollaio fin troppo affollato. La differenza è tutta qui…

Werder Brema (4-3-1-2): Wiese; Schultz, Naldo, Mertesacker, Fritz (Niemeyer 76’); Frings, Vranjes (Hunt 45’), Jensen; Diego; Rosenberg (Hugo Almeida 63’), Klose.

Amburgo (4-4-1-1): Rost; Benjamin, Mathijsen, Reinhardt, Atouba; Mahdavikia, Laas (Nigel de Jong 82’), Jarolim, Sorìn; Van der Vaart; Olic (Sanogo 67’).

Marcatori: Van der Vaart 42’ (rig.) e 87’.

Weserstadion - Brema, 17 febbraio 2007

ALEC CORDOLCINI

14 febbraio 2007

[preview] Sporting Braga

L’ambizione di scrostare un triumvirato durato troppo a lungo resta all’orizzonte. Lo Sporting Braga viaggia sulle montagne russe, sfiora il cielo con un dito e scende precipitosamente, per poi risalire. Difficile, quando si cambia sempre: anche perché quando una grande, nazionale o europea, bussa alla porta per richiedere talento, ci si limita a stabilire il prezzo. L’ultima partenza annunciata riguarda Diego Costa, straripante talento brasiliano, classe ’88, firmato dall’Atletico Madrid: rimarrà a Braga fino al termine della stagione, e nella gara col Parma può fare molto male. Quest’anno poi il progetto tecnico ha subito una sforbiciata significativa con il licenziamento del tecnico Carvalhal, teorico sublime ma giudicato troppo poco uomo di campo per poter surrogare nei cuori biancorossi Jesualdo Ferreira (ora al Porto), l’uomo che ha marchiato sulla cartina nazionale la Braga calcistica. La vicenda di Carvalhal, che è nativo di Braga, ha avuto un disgustoso retroscena che ha pesato più dei risultati che non giungevano come reclamati: i continui insulti a cui era sottoposta la sua famiglia. Adesso tocca al più ordinario Rogério Gonçalves. L’olfatto delicato per il talento nella “Città degli Arcivescovi” (prima dell’indipendenza dalla Spagna la città fu retta dai religiosi) lo conservano ancora e nel recente mercato ecco giungere dal Sudamerica, Andrade Amaral, protagonista nella buona stagione del Vasco nel Brasilerao, e Alberto Rodriguez, 22enne peruviano proveniente dallo Sporting Cristal. Basteranno per riaccendere i sogni?

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

11 febbraio 2007

[recap] Germania - Svizzera 3-1

«Ogni nostro giocatore sapeva esattamente cosa fare per puntare a diventare campione del mondo». Le dichiarazioni di Löw suonavano come consigli per Kuhn in vista degli Europei casalinghi, ma se effettivamente consigli erano, il selezionatore rossocrociato ha dimostrato contro la Germania di essere ancora molto lontano dal poterli capire. Se ogni giocatore deve sapere cosa fare per imporsi ad Euro 2008, allora ogni giocatore deve essere in primo luogo messo nelle condizioni di interpretare al meglio la propria funzione sul campo. Indispensabili in questo senso sarebbero ordini inequivocabili, e indispensabile uno schema che spinga i calciatori a svolgere mansioni a loro naturali.
L'amichevole di Düsseldorf, disonorata dal disordine elvetico, suona come uno spietato campanello d'allarme e riporta alla ribalta il tema della già discussa inadeguatezza di Köbi Kuhn nel guidare una nazionale che sogna di essere del tutto protagonista, finalmente vincente, all'altezza delle situazioni. Il tecnico zurighese ha spiazzato tutti proponendo una formazione obiettivamente imprevedibile, priva di equilibrio, infarcita di giocatori anarchici e fuori ruolo, soprattutto svuotata di spirito. Accantonata l'idea della doppia punta, ecco un quartetto di centrocampisti avanzati coperti dal solo Vogel e da una difesa che, senza il leader Müller, si è dimostrata assolutamente non in grado di arginare il peso di un reparto d'attacco interessante come quello tedesco (bene sia Gomez che Kuranyi, ma benissimo il centrocampo con il completo Frings e con il "carneade" del Werder, Fritz, sulla destra). I due estremi sono stati "coperti" da Benaglio e da Frei, il primo preda della sindrome del "portiere svizzero" e il secondo isolato come non mai.
Di questo marasma ha ovviamente approfittato la Germania, ben disposta in campo, pungente senza essere sfacciata, rampante al punto giusto pur non avendo a disposizione grossi fenomeni. Perfetta interpretazione di gara: alla Svizzera chiediamo proprio questo, non i miracoli. Di Ballack e compagni è piaciuta anche la capacità di far male all'avversario nei momenti giusti. Per l'occasione poi le sbavature dei rossocrociati non erano neppure delle più piccole, anzi macroscopiche, clamorose. Sui tre gol c'è lo zampino dei disastrosi elvetici: sul primo è stato ingenuo il fallo di Grichting da cui è giunta la punizione per la testa di Ballack e per il tap-in vincente di Kuranyi, sul secondo addirittura puerile l'errore di marcatura di Magnin tagliato da Friedrich con conseguente cross di Fritz per la capocciata di Gomez, sul terzo evidente l'appisolamento di Benaglio sullo spiovente da fermo di Frings. Inutili i troppi cambi di Kuhn (come sorvolare sul dilettantesco errore nelle sostituzioni che ci ha portato a giocare per oltre un minuto in dieci???), inutile il gol di Streller.
Ingenuità, disordine, mancanza di grinta: che rabbia fare queste figuracce! E pensare che credevamo che questa Svizzera potesse in qualche modo invertire il trend negativo contro la Germania... Avversari di questo tipo sono sì indispensabili da affrontare, ma unicamente perché ci riportano con i piedi sulla terra e ci fanno capire che Kuhn è su una strada sbagliata, che porta nella direzione di nuove e dolorose delusioni.

Germania: Lehmann - Arne Friedrich, Mertesacker, Metzelder, Lahm - Fritz, Frings (74. Hitzlsperger), Ballack (46. Borowski), Schweinsteiger (74. Jansen) - Gomez (58.), Kuranyi (83. Schlaudraff)

Svizzera: Benaglio - Philipp Degen, Senderos, Grichting, Magnin (59. Dzemaili) - Vogel (58. Streller) - Behrami, Yakin (58. Vonlanthen), Margairaz (78.Inler), Barnetta (70. David Degen) - Frei (58. Spycher)

Gol: 1:0 Kuranyi (7.), 2:0 Gomez (30.), 3:0 Frings (66.), 3:1 Streller (71.)

LTU-Arena, Düsseldorf - 7 febbraio 2007

PAOLO GALLI
Giornale del Popolo - Lugano

08 febbraio 2007

[recap] Juventud de America - Sudamericano sub 20

Sempre Brasile, ma non più Brasile. E’ l’onda verde oro ad agitarsi sotto la coppa “Juventud de America”, il torneo continentale under 20 quest’anno svoltosi non senza complicazioni in Paraguay, ma i crismi della vittoria in stile futebol bailado devono essere ricercate altrove. Inoltre, se è vero, che negli ultimi lustri le squadre brasiliane sono cresciute anche tatticamente, certo non lo hanno dimostrato in questo torneo portato a casa grazie a feroci ripartenze, volontà, grande attenzione nelle situazioni di palla ferma e qualche lampo limpidissimo di talento dei suoi interpreti. Su tutti, l’annunciato Alexandre Pato, di due anni sotto il par richiesto per la partecipazione (credeteci: è un 1989), ha sonnecchiato per diverse parti del torneo ma ha esploso, di tanto in tanto, accelerazioni palla al piede e colpi di testa da lasciare di sale gli astanti, l’incisione del tabellino viene di conseguenza. Sintetizzo: assolutamente completo, questo menino dell’Internacional che ha fatto cadere in deliquio tutto il Vecchio Continente. Certo, deve esser più presente nel match e deve essere maggiormente collaborativo con la squadra, però la carta d’identità è dalla sua. Il classico 4222 brasiliano ha mostrato altre gemme, a cominciare dal capitano, Lucas. Già stella nascente nell’ottimo campionato del Gremio, comparso a dismisura nelle tabelle del calciomercato dei giornali, anche di casa nostra, Lucas è un buon interditore che ha un fiuto del gol smisurato (alla fine chiuderà la classifica marcatori a 4, solo un gol meno di Pato e tre del capocannoniere Cavani): buono nell’inserimento senza palla, è esiziale nelle mischie derivanti da calci d’angolo o punizioni. Molto bene anche il terzino sinistro Carlinhos, facilità di calcio invidiabile e buon fisico, il portiere Cassio, incredibilmente eletto titolare solo nel girone finale, e la mezzapunta Tcho, cambio di direzione elegante e efficace e bel tiro secco, schierata sempre col contagocce dal non impeccabile Nelson Rodrigues. Si qualifica per le olimpiadi di Pechino (erano solo due i posti disponibili) anche l’Argentina, e anche qui, Eupalla, dio breriano del football, ci ha messo del suo. A differenza del Brasile, Hugo Tocalli, storico collaboratore di José Pekerman, è alla continua ricerca di un’identità che trova solo a tratti. Continua a modificare la difesa( benino Cahais e Fazio, appena firmato dal Siviglia), ha la fortuna di scovare il baby attaccante Mouche, grande movimento e buona educazione con la palla, ma non trova un equilibrio definitivo. Ever Banega, super talento del Boca (“ha la mia stessa filosofia di gioco, anche se siamo un po’ diversi” dirà Fernando Gago, a cui il giovane bostero è stato già paragonato), baricentro basso, grande controllo di palla e inventiva superiore, incide parecchio anche se non riesce ad accendere tutta la squadra, profondamente delusa dalle prestazioni Moralez, speranza del Racing Avellaneda. Ottime prestazioni di Ismael Sosa e di Di Maria, entrambi con evidente talento e buon fisico che, con un affinamento calibrato, possono mirare a palcoscenici molto illuminati. Sono Cile e Uruguay, qualificatesi comunque per il mondiale di categoria che si disputerà a luglio in Canada, le squadre a cui tocca il rammarico maggiore. Entrambe hanno sviluppato un buon calcio, hanno messo in mostra buoni giocatori, ma ingenuità colossali gli hanno impedito il traguardo più prestigioso. L’Uruguay, addirittura, ha perso la qualificazione a Pechino nel recupero dell’ultima partita con i cugini del Rio de La Plata. Una disdetta, anche se le ultime apparizioni della Celeste sembravano le pallide copie di quelle ostentate a inizio torneo. Esegesi: si sono fermati davanti Cavani, l’ottimo esterno dell’Udinese Juan Surraco, forse eccessivo nella ricerca dell’uno contro uno, e l’ingegno di Gerardo Vonder Putten; la garra e la voglia nel reparto difesa e recupero non è mancata mai (menzione d’onore per il centrale difensivo Martín Cáceres e per il centrocampista Mathías Cardaccio). Buon torneo anche per la Rojita del Niño Maravilla, Alexis Sánchez, anch’esso controllato dall’Udinese: nella stagione con il Colo Colo gli è stato rimproverato un egoismo che qui ha mostrato piuttosto contenuto, buon segno. L’altra mezzapunta cilena, Mathías Vidangossy, ha mostrato spunti pregevoli e l’ottenimento del passaporto comunitario (è di origine italiana) dovrebbero fargli salutare le Ande molto presto. Molto bene pure il centrocampista Dagoberto Currimilla, corsa ma anche qualità, e il portiere Cristopher Toselli, anche se a brillare è stata la squadra nel suo equilibrato 3421, rivoluzionato solo nell’harakiri finale contro il Paraguay. I padroni di casa hanno evidenziato, se non qualità, molta voglia, addirittura eccessiva quella di Montiel (lui pure adottato dal Friuli e già battezzato in serie A) che nella partita decisiva contro il Brasile ha sfiorato più volte l’espulsione e una volta coltala si è tolto la maglia e l’ha scaraventata per terra inveendo contro l’arbitro. Ultima nota per la Colombia campione uscente, partita benissimo (2-1 all’Argentina nell’esordio), è crollata nel girone finale dove ha racimolato la miseria di un punto. In maglia gialla da segnalare una delle più belle realtà del torneo, la mezzapunta Juan Pablo Pino, gran controllo di palla, velocità, fisico, fantasia e tiro: è già in Europa.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Guerin Sportivo

05 febbraio 2007

[recap] Psv Eindhoven - Az Alkmaar 2-3

Ognuno ha le sue idee su squadre, tattiche e giocatori, ma se c’è una cosa innegabile riguardo all’Az Alkmaar di questi ultimi anni (diciamo a partire da quello dell’era Adriaanse) è che con loro allo stadio ci si diverte, sempre, perché si vede del buon calcio. Non hanno ancora vinto nulla perché gli manca il cinismo della grande squadra, e soffrono le grandi sfide. Questione di maturità; difficile capire se con la vittoria sul campo del Psv questa sia stata raggiunta, ma indubbiamente è stato compiuto un notevole passo avanti. Il primo tempo ha rispecchiato vecchi copioni; Az contratto, quasi intimorito di fronte all’avversario, e alla fine il prolungato possesso premia il Psv, in vantaggio grazie all’asse Culina-Cocu-Farfàn. Se c’è una cosa che l’Az non deve fare è attendere gli avversari, non è nel suo dna, e le recenti defezioni nel reparto arretrato (quanto manca Joris Matijsen, uno dei pochi che si sta salvando nel naufragio-Amburgo in Bundesliga) hanno reso ancora più evidente il vero tallone d’Achille della squadra. Poi Van Gaal, un grande allenatore che nel corso del tempo ha mostrato una flessibilità tattica impensabile solo qualche anno fa (con l’Az ha abbandonato il dogma del 4-3-3 per proporre un 4-4-2 modellato sulle caratteristiche degli elementi a disposizione), ha corretto la prudente impostazione iniziale e la partita è cambiata. Fuori l’acerbo Donk e lo spento Opdam (non ha la velocità per fare l’esterno di sinistra a centrocampo) e dentro due ali vere quali Jenner e Boukhari, quindi, dopo il 2-2 firmato da Cocu, fuori il trequartista Martens per Koevermans, che ha segnato il gol partita, confermandosi la versione olandese di Christian Riganò, ovvero un attaccante sbocciato tardi ma che ai livelli più alti ci sa stare, eccome. Negli ultimi venti minuti l’Az, sul campo della capolista e con il punteggio in parità, schierava tre punte e due esterni di spiccate propensioni offensive, in una sorta di 4-1-1-4. Un azzardo che ha pagato anche grazie a un pizzico di fortuna; ma è giusto che la dea bendata sorrida a squadre che giocano con una simile filosofia. Due nomi su tutti: Tim de Cler, uno stantuffo sulla fascia sinistra e una bella alternativa per chi è stufo di vedere in maglia oranje Van Bronckhorst, e Mendes da Silva, uomo-ovunque, jolly che sa ricoprire, e bene, qualsiasi posizione in difesa e a centrocampo. Psv alla seconda sconfitta consecutiva, ma ci può stare; la squadra non è in crisi e gioca pure bene, anche se stavolta sia Alex che Gomes non hanno sfornato le solite prestazioni super (del resto sono esseri umani pure loro). Il periodo-no può essere tranquillamente superato, soprattutto se Koeman spostasse nuovamente Salcido al centro (Da Costa per ora non offre adeguate garanzie, vedremo il neo-acquisto Alcides…), anche se poi sulla sinistra il ballottaggio sarebbe tra Reiziger e Lamey, ovvero come scegliere tra mal di pancia e mal di testa. Dalla cintola in su però il Psv può far male a chiunque.
PS complimenti vivissimi a Sportitalia, che per l’ennesima volta ha mandato in onda l’incontro di Eredivisie, in questo caso Ajax-Feyenoord, in orario diverso da quanto indicato nel palinsesto. Evidentemente lo scarso rispetto per il telespettatore non è una prerogativa Rai e Mediaset…

Psv Eindhoven (4-4-2): Gomes; Kromkamp, Alex (Kluivert 90’), Da Costa (Alcides 56’), Salcido; Culina (Vayrynen 77’). Mendez, Simons, Cocu; Konè, Farfàn.

Az Alkmaar (4-4-2): Sinouh; Steinsson, Donk (Jenner 46’), Jaliens, De Cler; De Zeeuw, Mendes da Silva, Martens (Koevermans 71’), Opdam (Boukhari 46’); Arveladze, Dembele.

Marcatori: Farfàn 20’, Dembele 50’, Jenner 62’, Cocu 65’, Koevermans 88’.

Philips Stadion – Eindhoven, 03 febbraio 2007

ALEC CORDOLCINI
Guerin Sportivo

29 gennaio 2007

[reading] Primo Levi

Il tramonto di Fossoli

Io so cosa vuol dire non tornare
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne
le parole del vecchio poeta:
"Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta,
una notte infinita è da dormire"

Primo Levi
7 febbraio 1946

20 gennaio 2007

[recap - Under 20] Argentina - Brasile 2-2

E' cominciato ieri il girone finale del campionato under 20 sudamericano. Il super classico era tra le gare di inaugurazione. Brasile e Argentina arrivavano allo scontro con diversi inciampi, decisamente confermati nel match che li ha visti contro: i verde - oro giocano veramente male, con continua ricerca della palla lunga, la squadra di Hugo Tocalli, fin troppo criticato, a mio giudizio, ha invece delle amnesie lunghe minuti, in cui perde un'identità che in altri frangenti della partita dimostra di possedere. Così il primo tempo scivola via deludente con l'Albiceleste che è tornata alla difesa a tre dopo la partita contro l'Uruguay e il Brasile che trova il vantaggio col solito Luiz Adriano, autore dello storico gol nel Campionato del Mondo per Club nella finale col Barcellona. Il secondo tempo si incendia immediatamente e, soprattutto grazie all'Argentina, ci lascia un piacere nell'osservarlo. Se Moralez, il gioiellino del Racing, continua il suo trottare per il campo senza illuminazioni, salgono di colpi Mouche, vera rivelazione del torneo per gli uomini in bianco azzurro, e soprattutto Ismael Sosa, che conferma tutte le belle parole già spese su di lui dopo il debutto nell'Independiente. Il Brasile è costretto a giocare di rimessa, ed è poco preparato a farlo. Molti contropiedi vengono gestiti male e spesso l'accusato numero uno è Alexandre Pato, ancora una volta deludente, che mescola voglia di strafare ad atti di inaccettabile egoismo che si traduce in poca capacità di lettura del gioco. I ragazzi di Tocalli soffrono veramente tanto su palla inattiva, un po' perché dotati di meno fisico dei brasiliani ma soprattutto per una mancanza di concentrazione mista a paura: il secondo gol del Brasile, quello del definitivo pareggio, è frutto di un bel intervento di respinta in area di Lucas dopo una punizione di Alexandre Pato non proprio irresistibile ma che mette in difficoltà il portiere Romero, non esattamente una sicurezza. Il centrocampo argentino sovrasta quello altrui (bene Sanchez, benino Yacob) e gli avanti riescono a trovare le giocate per mettere in difficoltà il Brasile: una vittoria sarebbe meritata per le tante occasioni create. Tocalli non se la sente di rinunciare a Moralez, fuori per squalifica nell'ultimo match con l'Uruguay, così che l'ottimo Di Maria, riportato sul banco, può solo sostituire Sosa, di cui è la copia, a piede invertito: prova anche a rilanciare Aban, ma l'esperimento non riesce: Mouche può considerarsi, da qui alla fine, sicuro del posto e forse il Boca, proprietario del cartellino, interverrà per frenare il suo prestito in Ecuador. Il Brasile sceglie, antistoricamente, il fisico alla tecnica e fa bene perché l'entrata di Fabiano Oliveira (che surroga lo spento Pato), davanti, stante il costante lancio diretto dalla difesa alle punte (questo giustifica anche la partita sotto tono del terzino Carlinhos), è decisamente funzionale e mette in difficoltà la difesa dell'Argentina, in cui ancora non brilla capitan Cahais, ma che trova una capocciata su calcio d'angolo che dà il vantaggio ai suoi. Male ancora Willian, discreta prova di Leandro Lima che però ci aveva abituato meglio anche se ormai è acclarato che il giocatore c'è. Negli altre match grandi prove di Uruguay (3-1 ai padroni di casa del Paraguay), che conferma il buon campionato mostrato fin qui, e del Cile, che sorprendemntemente affonda la Colombia sotto cinque gol.

ARGENTINA - BRASILE 2-2

Gols: Luiz Adriano, 27', Sosa, 34', Cahais, 12' del secondo tempo, Lucas, 14'

BRASILE
4222 Cássio, Amaral, Eliezio, Thiago Heleno e Carlinhos; Roberto, Lucas, Leandro Lima e Willian (Danilinho); Alexandre Pato (Fabiano Oliveira) e Luiz Adriano (Tchô)
Técnico: Nélson Rodrigues

ARGENTINA
3412 Romero, Mercado, Fazio, Cahais; García, Yacob, Sánchez e Acosta; Moralez (Insúa); Mouche (Abán) e Sosa (Di Maria)
Técnico: Hugo Tocalli

13 gennaio 2007

[figura] Leandro Grimi

Ci crede, Leandro Grimi. Le perplessità, sorte in Argentina per la firma del contratto che lega il Milan al giovane giocatore nato nella provincia di Santa Fé, scivolano addosso alle spalle belle larghe di Leandro. Anzi: "Voglio diventare il nuovo Maldini" è stata la sua prima dichiarazione ai tifosi rossoneri: ingenua, certo, ma che contiene forse quella sfrontezza necessaria per affermarsi. La fiducia e la voglia di arrivare, in aggiunta a un grande fisico (e a un passaporto comunitario) sono le caratteristiche più riconosciute al difensore argentino. Ne avrà gran bisogno in Italia. I mugugni dei media argentini, addirittura le risate di molti tifosi del Racing Avellaneda, certificano un torneo Apertura, appena concluso, in cui Grimi non ha certo brillato. Giova però ricordare le oggettive difficoltá in cui naviga la scialuppa poco sicura dell'Academia, nomignolo che il Racing si porta dietro da quando la squadra di Avellaneda mostrava un super futbol, oggi assolutamente scomparso al "Cilindro", lo stadio del club. Diego Simeone arrivava dall'Europa per concludere la sua carriera nella squadra di cui è sempre stato tifoso: con la situazione che precipitava la proprietà del club gli affidava il ruolo di tecnico e gli chiedeva di salvare il salvabile. Detto, fatto. Però, all'inizio del torneo Apertura, Fernando De Tomaso,
titolare della Blanquiceleste, società che gestisce il club, voleva un programma a più ampio respiro e un tecnico con maggiore esperienza. "Il Cholo sarà sempre un nostro idolo - diceva De Tomaso - ma ora abbiamo bisogno di maggiore esperienza: abbiamo firmato Reinaldo Merlo" Mentre Simeone, finito sulla panchina dell'Estudiantes, contendeva e poi scippava il titolo al Boca, il Racing, partito bene grazie alla buona forma di Facundo Sava, si spegneva lentamente,
ruminando un calcio sempre meno propositivo. Una società intermediaria, intanto, aveva acquistato per circa 800 mila dollari il cartellino di Leandro Grimi dall'Huracan, club caduto in B Nacional, per proporlo nella massima divisione: pratica sempre più comune in
Sudamerica. Non convincendo troppo l'Independiente, squadra di maggiore prospettiva, il giovane classe 1985 si era accasato dagli acerrimi rivali del Racing. Difensore esterno di stazza, corsa bella e coordinata, sinistro di buona potenza ma non educatissimo, bene nel
gioco aereo, da Grimi ci si aspettava molto di più nei sei mesi al "Cilindro": qualche amnesia difensiva di troppo, e una spinta che non poteva essere continua in una squadra che giocava essenzialmente di rimessa. Un gol trovato intervenendo in mischia nella partita con il Banfield e un clamoroso palo contro l'Estudiantes (col destro e sempre sullo sviluppo di un calcio di punizione), match in cui l'Academia ha subito tutta la partita, è troppo poco rispetto alle credenziali che giungevano da Parque de los Patricios. Nel quartier generale dell'Huracan, infatti, si favoleggiava di un giocatore pronto al salto definitivo nell'élite del calcio che conta, in Patria: si parlava di un difensore completo (ha giocato anche in una difesa a tre, col "Turco" Antonio Mohamed sulla panchina del Globo) e di un'ottima confidenza con il gol: 10 segnature in 65 partite, niente male per un difensore, per giunta così giovane. Agli emissari del Milan,
evidentemente, è rimasto negli occhi quel giocatore, quel potenziale e sono pronti a scommetterci due milioni di euro di costo del cartellino. A Milanello vogliono riaccendere quella scommessa: la risposta definitiva, a fine stagione.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Guerin Sportivo

18 dicembre 2006

[media] Calcio e dittatura

Después de un período de silencio, coincidente con resultados poco favorables de la entidad que gobierna desde fines del 2001, Aguilar recuperó presencia en los medios. Dueño de una comicidad con la que bien podría haberse desarrollado como humorista, el Doctor dijo que "Sosa y Pavone ya son socios honorarios de la institución". Aguilar sabe de qué habla: ese título —el de socios honorarios del CARP [Club Atletico River Plate, ndr]— tuvieron Jorge Rafael Videla, Emilio Eduardo Massera y Orlando Ramón Agosti, más otra media docena de jefes militares, durante casi dos décadas. Aguilar, entonces vocal oficialista, redactó en abril 97 un proyecto para quitarles dicha condición. Lógico: en los 90, gracias a la democracia y a la biología, los integrantes de la 1 junta militar influían menos que en los 70. El que conservó su calidad de socio honorario, hasta su muerte en el 2004, fue Carlos Alberto Lacoste, quien llegó a la FIFA después de su rol organizativo en el Mundial 78. En función de aquellos antecedentes, ¿deberíamos decir que River ha sido una entidad represora y genocida? No, no lo merecen los hinchas del club que soportaron, como millones de argentinos, la dictadura. Vincular a una asociación civil con ideas y gustos de sus miembros famosos o gravitantes es un disparate, a diestra y siniestra. Si fuera válida la relación, a Boca se lo podría considerar refugio del castrismo por la amistad de Diego con Fidel. Y Curupaytí, donde Luis Zamora jugó al rugby, estaría identificado como un club trotskista.

Marcelo Guerrero. Olè, 18/12/2006

17 dicembre 2006

[recap] Internacional - Barça 1-0

Dedicato a chi pensa che in Brasile la tattica e la strategia non conta nulla. Umiliato il Barça, umiliato Laporta e i suoi proclami ormai degni di Florentino, umiliato Rijkaard, che non trova nessuna contromisura alle mosse di Abel Braga e perde la testa riuscendo in un cambio negli ultimi minuti Ezquerro - Gudjohnsen che fotografa la situazione. Al fianco degli ideali applausi per le dichiarazioni del tecnico olandese, che fuori dal campo riesce a risollevare l'immagine del club, ormai avviato, sotto la guida dell'avvocato taglia teste, a esibizioni di arroganza, dovrebbe emergere una standing ovation per Abel Braga e il suo capolavoro tattico. Dopo la più che sofferta partita con gli africani dell'Al Ahly (ben guidati da Manuel José) Abel si concentra sul Barça. Allenamenti specifici, riferiscono infiltrati, che mirano soprattutto a "far giungere quadrata la palla a Deco", cioè disturbare il normale flusso dei passaggi chiavi della mediana blaugrana che è sempre interno: l'unico modo (e il più efficace) per limitare l'armata miliardaria di Laporta. Disturbare i tempi di gioco, far cadere le sincronie della giocate dei campioni del Barça. Braga ci riesce fino alla fine, tanto che il Barça è raramente pericoloso, non ha un gioco di appoggio sulle fasce credibile e perde fiducia in una partita che credeva una passeggiata o poco più. Perfetta la coppia del centrocampo colorado Edinho - Welington, benissimo anche Fernandao nella posizione ormai disegnata per lui di punto riferimento defilato (già voluta da Braga per Felipe nel Flamengo, anche se esaudiva a dinamiche diverse) che viene premiata grazie al movimento di un giocatore decisamente sottovalutato, dal cervello calcistico elevatissimo: Iarley, orgoglio del Paysandù di Belem e apprezzatissimo dal Virrey Bianchi nel Boca. Buone giocate anche di Alexandre Pato, e ad un ragazzo che ha esordito in prima squadra poche settimane fa non si poteva chiedere di più, forse. Molto attenta anche la coppia centrale: Indio, miglior centrale dell'ultimo Brasilerao, e Fabiano Eller, pallino da tempo di Braga che se l'è trovato al Flamengo e se l'è portato prima al Flu e poi all'Inter, e incredibilmente mai preso in considerazione in questi anni per il ruolo di centrale della nazionale brasiliana dove non sono passati esattamente dei fenomeni. Ronaldinho non affonda su Cearà, ma la collaborazione del resto della squadra senza palla è limitata anche per la grande attenzione dell'avversario. "Al calcio non si vince solo con i nomi"dice Iarley, chi, come noi, ha nel cuore il Papão e pure questo bel gioco, sottoscrive.


Internacional: Clemer; Ceara, Indio, Fabiano Eller, Ruben Cardoso; Edinho, Welington Monteiro, Alex (Vargas, 45'), Fernandao (Adriano, 75'), Iarley y Alexandre Pato (Luiz Adriano, 61').

FC Barcelona: Valdés; Zambrotta (Belletti, 45'), Puyol, Márquez, Gio; Iniesta, Motta (Xavi, 58'), Deco; Giuly, Gudjohnsen (Ezquerro, 87') y Ronaldinho.

Gol:
1-0, Adriano (81')