Vincono nove delle prime dieci in classifica nella trentesima giornata del Brasileirão. Continuano quindi a braccetto le due capoliste, Corinthians e Vasco (i paulisti sono però davanti, poiché detengono una vittoria in più nella conta totale). Dietro, una muta di inseguitori carioca, della città di Rio de Janeiro: nei primi cinque posti della classifica, sono quattro le squadre storiche della Cidade Maravilhosa, un dato in controtendenza rispetto alle ultime stagioni.
Il Ritorno del Vasco — Sotto una pioggia insistente al Vasco sono sufficienti meno di venti minuti per regolare l’Atletico Mineiro, oggi nelle quattro squadre che retrocederebbero. Dopo due minuti gran gol di Elton, poi, in mischia, raddoppio del terzino destro Fagner, sul quale cominciano a focalizzarsi gli interessi di diverse squadre europee. La squadra della Croce di Malta gestisce nei restanti settanta minuti il match, sfiorando in più occasioni la goleada, e ritrova, dopo tre passaggi a vuoto, la vittoria.
Corinthians corsaro — Straordinarie emozioni all’Arena di Jacaré, stracolma. Cruzeiro e Corinthians giocano a ritmo altissimo, c’è qualche errore di troppo nel primo tempo, specie di controllo delle transizioni con le squadre che tendono ad allungarsi eccessivamente, ma tanta volontà e diverse giocate preziose. A cancellare l’equilibrio ci pensa Edenilson nella ripresa. Classe ’89, centrocampista cresciuto nel Caxias, il ragazzo ribalta l’azione alla grande, pesca Alex in area che trova, con un rimpallo fortunoso, il rimorchio di Paulinho: di prima infila l’incolpevole Fabio. Il Cruzeiro, che lotta ormai per non retrocedere, con la paura che ti blocca fiato e gambe, non raccoglie il regalo dell’arbitro che fischia un rigore dubbio alla Raposa: Montillo, tanta corsa e troppi errori anche oggi, spara altissimo. La serata dei torceadores crueirenses è definitivamente rovinata nel finale da Julio Cesar che riesce con grande istinto a levare dalla porta un colpo di testa dell’ex Fiorentina Keirrison. Il Timão, senza incantare, ma con tanta sostanza, rimane in testa.
Tonfo San Paolo — Cade e in maniera fragorosa il San Paolo: 3-0 sul campo dell’Atletico Goianiense. Se nella prima parte il Tricolor ha almeno cercato di gestire la palla (circa 70% di possesso) e di riconquistarla presto con un pressing ultra offensivo, nella ripresa la prestazione è stata sconfortante: sfilacciato, con poca convinzione anche in fase di pressione, ha sostanzialmente abbandonato la partita e lasciato le ripartenze agli avversari. Casemiro è rimasto inchiodato 90’ minuti in panchina e Rhodolfo ha guidato con qualche amnesia la difesa, bucata con continuità ma non solo per sua responsabilità. Luis Fabiano non riesce ancora ad incidere nel suo ritorno al San Paolo, ma è nettamente il migliore in campo di suoi e l’unico a spaventare l’Atletico Goianiense (chiude con sfortuna sul palo un’azione che aveva già incontrato i legni di Xandão e Rhodolfo!). Male anche Lucas, oggetto del desiderio di tanti club italiani e europei: la velocità e la tecnica sono sempre da fuoriclasse, le letture di gioco continuano a rimanere modeste: le ultime uscite col San Paolo sono costantemente negative. (Continua su Gazzetta.it)
17 ottobre 2011
13 ottobre 2011
Veron o Della fenomenologia del calciatore argentino

Fonte: Max on line
Manca poco e anche Juan Sebastian Veron dirà addio al calcio. Quando? A fine ottobre e poi stop. Il campione ha dichiarato che a 36 anni si fa fatica a dirigere gli infortuni, specie quando presentano il conto ogni santa mattina. La lunga parentesi sul suolo italiano (con Samp, Parma, Lazio e Inter: ci ha fatto ammirare un giocatore stratosferico, di rara intelligenza calcistica e dotato di una capacità di calcio superlativa.
Figlio di un calciatore, Juan Ramon, la Bruja, la Strega (da qui il soprannome di Juan Sebastian, la Brujita), Veron ha incarnato un modello che ancora oggi rappresenta uno stilema del calcio argentino. Juan nasce e cresce nell'Estudiantes di La Plata. La Plata è vicina a Buenos Aires ma possiede una coscienza del tutto differente: sede universitaria, è una città che raccoglie tanti giovani venuti a studiare da tutto il Paese con un'anima divisa in due. E' forse un segnale il fatto che per un certo periodo, sotto il dominio di Peron, aveva con altro nome, quello di Evita (“Ciudad Eva Peron”), probabilmente l'universo più lontano da una città studentesca, quello della donna più famosa d'Argentina, idolatrata dai descamisados e odiata da intellettuali e medio-alta borghesia.
Più prosaicamente l'Estudiantes rappresenta invece l'anima nera della città studentesca e degli studenti. I Pincharratas (nomignolo del club, generato pare proprio da studenti che eseguivano esperimenti sui topi) hanno avuto la propria età dell'oro sul finire degli anni Sessanta, quando vinsero, oltre che in Patria, anche per tre volte consecutive la Libertadores. Come? con un calcio fatto di entrate dure, di intimidazione, di quella “garra” celebratissima anche oggi. L'Estudiantes attraverso, tanti giocatori cresciuti nelle sue fila (uno per tutti, Carlos Bilardo, ex CT della Nazionale Albiceleste), cambia il calcio argentino, che vira verso una declinazione precisa, che anche oggi, pur sotto differenti forme, prosegue.
Veron è un giocatore di classe enorme e ha costruito un miracolo riuscendo a vincere, proprio con l'Estudiantes, dove è tornato al termine della sua avventura europea, un'altra Copa Libertdores, nel 2009. Oggi il Pincha non è solo gomitate e simulazioni, ma è diventato gruppo di potere molto (troppo?) rispettato. Il CT della Nazionale, Alejandro Sabella (per altro incantevole numero 10), proviene da lì e le convocazioni ruotano attorno a giocatori che hanno vestito la maglia biancorossa. Probabile che Veron, con la sua “posse” chiacchieratissima (dentro e fuori i locali più rinomati d'Argentina), rientri nel progetto della Seleccion, magari proprio al fianco di Sabella. Anche per celebrare quello che l'Estudiantes è stato e continua a essere, piaccia o no, una delle anime indelebili del calcio argentino.
12 ottobre 2011
Sbancata La Paz, iniziano bene i Cafeteros con Leonel Alvarez: Bolivia - Colombia 1-2
Giocare a a calcio ad oltre 3500 metri significa praticare un altro sport, rispetto al futbol. La Colombia del nuovo CT Leonel Alvarez esordisce in queste qualificazioni mondiali sfatando il tabù di La Paz e va a vincere proprio all'ultimo respiro, nell'ultimo minuto del recupero contro la Bolivia.
IL GIOCO. Leonel segnala subito ai suoi l'imperativo categorico di queste altezze disumane: mantenere il controllo del ritmo, tenerlo basso, non sprecare energie. Nella sua prima uscita in una gara vera, mantiene i principi di gioco del suo mentore e predecessore "Bolillo" Gomez: una sola punta davanti, centrocampo a protezione della difesa e uomini destinati ad accompagnare l'azione offensiva che si sviluppa verticalmente in velocità e nello spazio. Calcio di ripartenze e 451, con James Rodriguez e/o Pabon (nella foto) che fa lo stesso tipo di gioco nel Nacional Medellin, che appoggiano la prima fase della ripartenza e i centrocampisti da dietro o un laterale (Zuniga o Armero) a favorire lo sviluppo della transizione. Il calcio di Leonel può essere criticato ( e lo sarà in Patria) ma persegue una identità chiara, che nel primo tempo dà ai cafeteros alcune buone occasioni da gol, proprio con inserimenti senza palla da dietro. Desta curiosità la panchina di Radamel Falcao, sostituito come attaccante di riferimento da Teo Gutierrez. E proprio la testa matta del Racing dà il via all'azione del primo gol: smarcamento, contro spalle alla porta e palla in profondità al primo uomo che si inserisce verso la porta: Pabon non sbaglia come invece aveva fatto nella prima frazione, e la Colombia è davanti. La Bolivia ci prova. Ha tanto coraggio (e tanta abitudine a giocare a queste altezze) la squadra di Quinteros, solo che la manovra nasce lenta da dietro, e non trova mai la profondità. Asfittica, senza sbocchi, la Bolivia chiude spesso l'azione con tiri da fuori, anche dalla lunghissima distanza. Nell'unica occasione in cui viene trovato il terminale offensivo privilegiato, Marcelo Martins, c'è una spinta dell'ex Cruzeiro che offusca la validità della rete.
Un po' la stanchezza, un po' il jolly trovato con un tiro da fuori, i verdi trovano il pareggio negli ultimi minuti dei regolamentari. Il recupero però gli è fatale: James-Moreno-Falcao (entrato al 78'), contropiede paradigmatico dell'interpretazione che Leonel ha voluto dare a questa partita e fantastico gol che chiude i conti. (Continua su Tropico del Calcio )
Bolivia - Colombia 1-2
48' D. Pabon, 83' W. Flores, 93' R.Falcao
1. Bolivia: Daniel Vaca; Lorgio Álvarez (m.75, José Luis Chávez), Ronald Raldes, Ronald Rivero, Luis Gutiérrez (m.66, Jhasmani Campos); Jaime Robles, Walter Flores, Rudy Cardozo, Pablo Escobar Juan Carlos Arce Marcelo Martins (m.71, Augusto Andaveris). CT: Gustavo Quinteros.
2. Colombia: David Ospina; Camilo Zuñiga, Amaranto Perea, Aquivaldo Mosquera, Pablo Armero; Dorlan Pabón (m.61, Dayro Moreno), Fredy Guarín (m.66, Diego Chará) Carlos Sánchez, Abel Aguilar, James Rodríguez; Teófilo Gutiérrez (m.78, Falcao García). CT: Leonel Álvarez.
08 ottobre 2011
Campioni subito ok. Uruguay - Bolivia 4-2
Iniziano col piede giusto i campioni della Copa America. L'Uruguay si impone con una certa facilità a una comunque discreta Bolivia allo stadio Centenario, nella prima partita delle Qualificazioni per il Mondiale 2014 in Brasile.
IL GIOCO
E' una macchina oliatissima l'Uruguay di Tabarez. Rientrando Cavani ritorna ai tre attaccanti, soluzione abbandonata con l'infortunio del napoletano proprio in Copa America, ma i concetti di gioco rimangono gli stessi. La creazione di spazi avviene con una difesa attenta e reattiva, la ripartenza è fulminea: i primi 15 minuti sono un dominio totale e il team Charrua trova subito il gol del vantaggio con Suarez, in mischia. Dietro il Maestro mantiene tre giocatori bloccati (Caceres, Lugano e Godin), con un terzino che si abbassa, o a destra Maxi, o, a sinistra, Alvaro Pereira. In mezzo Diego Perez e Alvaro Rios sono professori nell'interpretazione della fase di recupero palla. La prima fase di non possesso è giocata anche dagli attaccanti, segnatamente da quello che si ritova sul lato forte va a premere e aiuta la fase difensiva.
Non male anche la Bolivia, ma non ha grandi capacità-qualità di fare gioco da dietro. Le rare volte che supera con efficacia la prima fase di pressione combina anche qualcosa di buono: Robles tra le linee non viene preso da Godin, pesca il taglio dell'interessante Cardozo, che anticipa l'uscita di Muslera e zittisce il Centenario. Il 4231 del buon Quinteros sembra reggere.Ma sulle palle da fermo la Bolivia subisce troppo, e Diego Lugano, su pennellata di Forlan trova ancora la palla e l'angolo, rimettendo davanti i suoi. I boliviani perdono un po' di convinzione e l'Uruguay dilaga, vincnedo alla fine con pieno merito. (Continua su Tropico del Calcio)
IL GIOCO
E' una macchina oliatissima l'Uruguay di Tabarez. Rientrando Cavani ritorna ai tre attaccanti, soluzione abbandonata con l'infortunio del napoletano proprio in Copa America, ma i concetti di gioco rimangono gli stessi. La creazione di spazi avviene con una difesa attenta e reattiva, la ripartenza è fulminea: i primi 15 minuti sono un dominio totale e il team Charrua trova subito il gol del vantaggio con Suarez, in mischia. Dietro il Maestro mantiene tre giocatori bloccati (Caceres, Lugano e Godin), con un terzino che si abbassa, o a destra Maxi, o, a sinistra, Alvaro Pereira. In mezzo Diego Perez e Alvaro Rios sono professori nell'interpretazione della fase di recupero palla. La prima fase di non possesso è giocata anche dagli attaccanti, segnatamente da quello che si ritova sul lato forte va a premere e aiuta la fase difensiva.
Non male anche la Bolivia, ma non ha grandi capacità-qualità di fare gioco da dietro. Le rare volte che supera con efficacia la prima fase di pressione combina anche qualcosa di buono: Robles tra le linee non viene preso da Godin, pesca il taglio dell'interessante Cardozo, che anticipa l'uscita di Muslera e zittisce il Centenario. Il 4231 del buon Quinteros sembra reggere.Ma sulle palle da fermo la Bolivia subisce troppo, e Diego Lugano, su pennellata di Forlan trova ancora la palla e l'angolo, rimettendo davanti i suoi. I boliviani perdono un po' di convinzione e l'Uruguay dilaga, vincnedo alla fine con pieno merito. (Continua su Tropico del Calcio)
05 ottobre 2011
I brasiliani per i Giochi Panamericani

Comprende anche due big dell'ultimo Mondiale under 20 la lista dei convocati del Brasile che parteciperanno ai prossimi Giochi Panamericani di Guadalajara (14-30 ottobre): il capitano Bruno Uvini e il miglior giocatore del torneo nonché capocannoniere Henrique. Non mancano ragazzi dal sicuro talento, dal già segnalato Cidinho a Felipe Anderson, fino al "nuovo Rivaldo" (e nostra scommessa da tempo), Lucas Patinho (vedi foto sopra). Selezione di indubbio valore quella di Ney Franco. I più fanatici avranno avuto la fortuna di vedere Cèsar e Frauches nel torneto Tirrenio, svoltosi qui in Italia alcuni mesi fa.
Portieri: César (Flamengo) e Douglas Pires (Cruzeiro).
Didensori: Bruno Uvini e Henrique Miranda (San Paolo), Frauches (Flamengo), Romário (Internacional) e Madson (Bahía).
Centrocampisti: Cidinho (Botafogo), Djair (Coritiba), Felipe Anderson (Santos), Lucas Patinho (Fluminense), Lucas Zen (Botafogo) e Misael (Gremio).
Attaccanti: Felipe Amorim (Goiás), Henrique (San Paolo), Leandro (Gremio), Rafael (Bahía) e Sebá (Cruzeiro).
Fonte: Tropico del Calcio
03 ottobre 2011
Brasileirao. Vasco pareggia col Corinthians e rimane leader, brutto stop del San Paolo col Flamengo
Fonte: Gazzetta.it
Termina con un pareggio ricco di gol, emozioni e qualche errore il big match della giornata tra la capolista Vasco e il più immediato inseguitore Corinthians. Un 2-2 che regala un punto che la terza della classe, il San Paolo, non riesce ad ottenere, vista la fragorosa caduta a Morumbi per merito del Flamengo. Sempre nelle parti alte della classifica, brutto stop del Botafogo, sconfitto sul campo dell’Atletico Goianiense.
Due volte sopra nel punteggio, il Vasco non riesce a mantenere il vantaggio e anzi nel finale rischia addirittura di far esultare la muraglia della Gaviões da Fiel, la storica torcida del Corinthians, giunta in massa al São Januario. Il colpo di testa del difensore centrale Dedé, appetito da tanti club europei e galvanizzato dalla convocazione in Seleção, sblocca il risultato ma il Vasco si fa raggiungere dopo una palla perduta con eccessiva leggerezza in mezzo al campo: l’azione di contropiede che si sviluppa da quell’errore lascia l’opportunità all’ex Spartak Mosca Alex, che pareggia. Nel recupero del primo tempo la Croce di Malta va di nuova avanti grazie a un altro difensore di grande prospettiva, il laterale destro Fagner, cresciuto proprio nel Timão e la cui carriera vive ancora appiccicata all’etichetta della stagione sbagliata al PSV Eindhoven, dove arrivò giovanissimo. Dopo l’infortunio di Juninho Pernambucano il Vasco perde il suo leader in mezzo e inizia pure a perdere campo: conseguenza naturale il pareggio finale di Danilo di testa, in mezzo a una difesa che, in tutta la partita è evidente quanto soffra la dipartita in mezzo del centrale Anderson Martins, partito per giocare nella Siberia tecnica del Qatar. (continua su Gazzetta.it)
Termina con un pareggio ricco di gol, emozioni e qualche errore il big match della giornata tra la capolista Vasco e il più immediato inseguitore Corinthians. Un 2-2 che regala un punto che la terza della classe, il San Paolo, non riesce ad ottenere, vista la fragorosa caduta a Morumbi per merito del Flamengo. Sempre nelle parti alte della classifica, brutto stop del Botafogo, sconfitto sul campo dell’Atletico Goianiense.
Due volte sopra nel punteggio, il Vasco non riesce a mantenere il vantaggio e anzi nel finale rischia addirittura di far esultare la muraglia della Gaviões da Fiel, la storica torcida del Corinthians, giunta in massa al São Januario. Il colpo di testa del difensore centrale Dedé, appetito da tanti club europei e galvanizzato dalla convocazione in Seleção, sblocca il risultato ma il Vasco si fa raggiungere dopo una palla perduta con eccessiva leggerezza in mezzo al campo: l’azione di contropiede che si sviluppa da quell’errore lascia l’opportunità all’ex Spartak Mosca Alex, che pareggia. Nel recupero del primo tempo la Croce di Malta va di nuova avanti grazie a un altro difensore di grande prospettiva, il laterale destro Fagner, cresciuto proprio nel Timão e la cui carriera vive ancora appiccicata all’etichetta della stagione sbagliata al PSV Eindhoven, dove arrivò giovanissimo. Dopo l’infortunio di Juninho Pernambucano il Vasco perde il suo leader in mezzo e inizia pure a perdere campo: conseguenza naturale il pareggio finale di Danilo di testa, in mezzo a una difesa che, in tutta la partita è evidente quanto soffra la dipartita in mezzo del centrale Anderson Martins, partito per giocare nella Siberia tecnica del Qatar. (continua su Gazzetta.it)
23 settembre 2011
Gasp, l'Inter e la difesa a tre: la rivoluzione mancata

A inizio stagione due squadre di vertice, Inter e Roma, manifestavano l'intenzione di proporre un calcio diverso, quest'anno. Le idee nuove erano veicolate dai due tecnici, entrambi responsabili di un percorso sportivo insolito e forse anche solo per questo diversi. Luis Enrique e Gasperini volevano cambiare. Il tecnico romanista è arrivato in una nuova società disposta, almeno così pare, a supportarlo nonostante i risultati e le prestazioni finora ancora lacunosi, com'è ovvio quando si inizia a intraprendere un percorso tutto nuovo. Gasperini all'Inter è già stato licenziato.
L'Inter è un mondo strano. Mai però come quello che gli gira attorno, tra stampa e tifosi: voci incontrollate (quasi mai verificate, la cui fonte è sempre anonima) diventano verità assolute, cliché diventano dogmi, polemiche diventano casi di stato. Il posto peggiore per costruire una rivoluzione tecnica, com'era nei fatti il progetto di Gasperini, forse anche oltre la volontà del tecnico e le aspettative della società.
Prima della fatal Novara, Gasp parlava così "questa squadra, secondo me, non può più giocare come negli anni vincenti, non ha più gli uomini per ripartire velocemente."
L'idea principale era quindi quella di cambiare il sistema di gioco dato che la squadra, rispetto all'età dell'oro di Mourinho e al periodi di Mancini, era cambiata poco aumentando così l'età media, e sopratutto perso quei giocatori da ripartenza veloce, prima il caso Balotelli (ceduto per l'ingestibilità del soggetto), poi la cessione di uomo chiave come Samuel Eto'o.
Cambiare, da subito e in fretta, senza un adeguato periodo di preparazione, con le partite ufficiali da giocare (e da vincere) come unici test di verifica.
Non ha funzionato, le rivoluzioni riescono raramente, quasi mai. All'Italia ne sono riuscite due, ad altissimo livello: il periodo di Sacchi al Milan e quello di Mourinho all'Inter, entrambi esauritesi molto presto.
Cosa ci ha lasciato il campo: cos'è stato Gasperini all'Inter?
L'idea di base era il suo 343, e la ormai famigerata difesa a 3. Gasperini non ha scelto una difesa a tre a sistema puro, nulla a che vedere con l'Ajax di van Gaal o il Barcellona di Cruyff. La necessità di Gasp era mantenere l'equilibrio nell'ultima linea: gli esterni si alzavano contemporaneamente, cercando di sviluppare il gioco in ampiezza ma correggendo con dinamiche di gioco e contromovimenti l'equilibrio dietro, così che la linea difensiva rimaneva a 4. L'utilizzo degli esterni, seppur di non elevatissima qualità (molto ha pesato l'infortunio di Maicon) è certo stata una delle cose positive del periodo gaspariniano.
Il problema principale dell'Inter di Gasp è stato sicuramento lo spazio concesso tra i reparti. Se la squadra rimaneva a difesa schierata, rimaneva compatta e attenta, riusciva ad abbassarsi senza concedere nulla (vedi match contro la Roma a San Siro), le paturnie nascevano nelle fase di transizione. La rigidità dei tre settori (anche determinate da scadenti letture dei giocatori, e da una certa, evidente, indigeribilità a una nuova situazione) impediva di mantenere la palla nel settore offensivo, concedendo così maggiori spazi, una squadra spezzata, con transizioni ingestibili per una squadra che soprattutto in mezzo ha scarse capacità dinamiche, evidenti limiti di corsa.
Nella costruzione offensiva sono poi mancati gli appoggi centrali (dovuti anche alla scarsa forma di Milito, nettamente il migliore, teoricamente - come dimostrò a Genova proprio con Gasperini - a concedere le sponde), così che la squadra era costretta continuamente su uno dei due lati. Scadenti anche i risultati nell'applicazione del fuorigioco come arma tattica per mantanersi corti, a causa di continui errori di coordinazione tra difesa e centrocampo.
L'idea rivoluzionaria del 343 di Gasperini rimane valida, anche con interpreti di questa qualità e capacità. Certamente è mancato il tempo: Gasp non è riuscito in un periodo così limitato a "convincere" davvero la truppa a giocare in un modo differente, non ha avuto la capacità di "entrare sotto pelle", di modificare il pensiero unico conservatore che naturalmente alberga nella testa di ogni calciatore di questi anni, specie di altissimo livello, assolutamente restio a entrare in un nuovo mondo, abbarbicato alle proprie (limitate) certezze. Per questa trattasi di pensiero rivoluzionario quello del Gasp.
Chi ama il calcio, il gioco, non può che essergli grato almeno per il tentativo.
Claudio Ranieri si è da poco insediato e ha promosso immediatamente una restaurazione filosofica, che probabilmente nel medio-breve pagherà dividendi interessanti in termini di risultati.
Brasileirão: Vasco spreca il turno favorevole, San Paolo e Corinthians sono sempre a contatto
Il Vasco capoclassifica, pareggiando in casa contro il non irresistibile Atletico Goianiense, getta al vento l’opportunità di allungare in classifica dopo lo 0-0 tra le immediate inseguitrici, San Paolo e Corinthians. Le vittorie di Botafogo e Fluminense, e la buona marcia del Santos, che deve ancora recuperare due partite, restringono le distanze nell’alta classifica e ora ci sono ben cinque squadre (potenzialmente sei, con il Peixe) nel giro di soli sei punti.
La partita del São Januario rappresentava per il Vasco una prova di maturità. Sostanzialmente fallita, nonostante la Croce di Malta rimanga in vetta alla classifica. Ancora Diego Souza, caldissimo in questo periodo, pareggia la rete di Anselmo dell’Atletico Goianiense, ma il Vasco, nonostante alcune buone opportunità non mostra quella volontà e determinazione necessaria, e ora diventa molto delicata la trasferta nel week end contro il Cruzeiro, bisognoso di punti dopo l’ennesima sconfitta, a Curitiba. (continua su Gazzetta.it)
La partita del São Januario rappresentava per il Vasco una prova di maturità. Sostanzialmente fallita, nonostante la Croce di Malta rimanga in vetta alla classifica. Ancora Diego Souza, caldissimo in questo periodo, pareggia la rete di Anselmo dell’Atletico Goianiense, ma il Vasco, nonostante alcune buone opportunità non mostra quella volontà e determinazione necessaria, e ora diventa molto delicata la trasferta nel week end contro il Cruzeiro, bisognoso di punti dopo l’ennesima sconfitta, a Curitiba. (continua su Gazzetta.it)
20 settembre 2011
Inler, il (mezzo) turco-napoletano

Fonte: Max on line
Se il Napoli è oggi la squadra con più appeal d’Italia non è solo merito dei tre tenori davanti, Hamsik, Lavezzi e il bomber Cavani. La certezza che la squadra di Mazzarri sia competitiva ad alto livello in Europa, dopo il pareggio a Manchester contro il City plurimiliardario di Roberto Mancini, è dovuta anche al fatto che è arrivato un nuovo direttore d’orchestra in mezzo al campo, il (mezzo) turco napoletano Gökhan Inler.
Niente però atteggiamento sopra le righe alla Totò, Inler fuori dal campo è una persona fin troppo seria, tanto che per animare la conferenza stampa di presentazione il presidente Aurelio de Laurentiis gli ha messo in testa una maschera da leone.
Avranno sorriso su a Olten, nel nord della Svizzera, dove nacque il movimento letterario più celebre della storia elvetica contemporanea, con Friedrich Dürrenmatt e Max Frisch. A Olten lo conoscono Gökhan, lo hanno visto crescere: figlio di una famiglia turca, esultarono quando giovanissimo era quasi certo il suo passaggio al Fenerbahce di Istanbul. E invece Inler rimase in Svizzera, e grazie alla Svizzera si è affermato: dopo essere stato scartato dal Basilea è Lucien Favre a scoprirlo e lanciarlo nello Zurigo. Favre, probabilmente il miglior allenatore della Svizzera dei nostri lustri (sta facendo un lavoro eccezionale anche al Borussia Mönchengladbach, quest’anno), tira fuori da Inler il meglio da questo ragazzo taciturno, introverso, (troppo) sensibile, incline all’apatia ma dai mezzi tecnici fenomenali.
Il sangue turco, l’educazione (anche sportiva) svizzera ha sortito un mix unico, da maneggiare con cura: soprattutto da sollecitare con i giusti toni. A Udine lo hanno scovato prima di tutti, allo Zurigo, dove giocava con Dzemaili (ora suo compagno al Napoli) e con il più talentuoso di tutti Margairaz, che come da copione si è perso, e lo hanno gestito in maniera perfetta, stimolandolo quando era il caso, costruendo anche moralmente il giocatore. La scelta della Nazionale ha un po’ deluso tanti fratelli turchi, Inler ha preferito la Svizzera, quando quasi tutti i giocatori con doppio passaporto (da Kuzmanovic a Rakitic) sceglievano di allontanarsi da Berna. Chi si attendeva da Inler un proclama, dopo questa preferenza, non lo conosce: “ehm, veramente ho scelto chi mi ha chiamato prima!” Gökhan Inler è un centrocampista che sa fare tutto e lo sa fare bene, è un cristallo da lucidare costantemente e con cura, brillerà, e con lui il Napoli.
19 settembre 2011
[San Siro - Analisi Live] Inter - Roma 0-0
Lo dice chiaramente Gian Piero Gasperini, nella conferenza stampa post partita: “questa squadra, secondo me, non può più giocare come negli anni vincenti, non ha più gli uomini per ripartire velocemente, difendere e ripartire.” La frase è chiara e nel seguito, Gasp sottolinea i suoi propositi: “ dovremo essere un poco più alti, un po' più compatti, l'azione deve partire da dietro, o la palla deve essere recuperate più alta: stiamo lavorando per questo.” Questo approccio lo pone in diretta contrapposizione con un suo sfortunato predecessore: Rafa Benitez credeva in un 442, più o meno mascherato da 4231 (un refrain della sua carriera, d'altronde), per rianimare questa squadra dopo il Triplete. Un progetto sostanzialmente fallito. Gasperini prova con diverse modalità e approccio a strutturare la squadra, modificando anche di partita in partita il sistema di gioco, un po' per far rendere al meglio i suoi uomini, un po' perché deve trovare un'identità precisa.
Con la Roma, il processo (dopo un mercato lunghissimo e sempre col sottofondo di polemiche molto spesso pretestuose) è cominciato dalle fondamenta. Dopo i buchi in zona centrale nella partita contro il Palermo, contro la Roma la difesa schierata con tre difensori puri (Lucio-Samuel-Ranocchia)ha rischiato solo in rare occasioni. Interssante la marcatura quasi a uomo nella zona di Ranocchia e Lucio, e in generale la presa di consegna di un uomo nella fase difensiva anche dai centrocampisti, un po' alla maniera di van Gaal. Il giro palla dei giallorossi è stato lasciato sbollire lontano dalla zona pericolosa: la palla non è mai stata cacciata alta,ma si è preferito la copertura e il raddoppio. L'obiettivo era non retrocedere troppo con i tre dietro, non appiattirsi: salvo alcune situazioni, tra primo e secondo tempo (dove Gasp ha sofferto di più il possesso romanista), la squadra è rimasta concentrata e attenta. Non prendere gol rimaneva un dogma, a questo è stato anche sacrificato un certo tipo di accompagnamento nella ripartenza: con Gasperini si dovrà studiare meglio la fase di rimorchio dei centrocampisti.
352 spurio, quasi un 3142 con Cambiasso sempre davanti alla difesa, a cercare di infastidire Totti, che partiva dal ruolo di centravanti ma si abbassava tantissimo, favorendo il possesso ma alcune volte anche a scapito della pericolosità nei 16 metri. Sneijder in una posizione ibrida tra il centrocampista e il rifinitore, Forlan praticamente da seconda punta e Milito riferimento offensivo. La squadra è rimasta spesso compatta, le rare volte, specie nel primo tempo, in cui è uscita a blizzare con un pressing alto (Zanetti, Nagatomo) è scivolata bene all'indietro: si tuazione che dovrà essere ripetuta con maggiore frequenza e consapevolezza nelle proprie capacità. Difficoltà a costruire da dietro, specialmente nel secondo tempo. Nella prima frazione, nonostante il pressing alto della Roma, l'opzione Sneijder era sempre disponibile (anzi: più volte l'olandese si è lamentato della mancata ricezione) e i difensori lo hanno trovato, dopo è diventato più difficile, il numero 10 si è abbassato meno, e i difensori sono andati più volte in affanno, sparacchiando palle lunghe.
Il possesso palla della Roma è stato molto lodato da critica e tifosi. In generale c'è molto entusiasmo rispetto a questo modalità, non solo all'interno dell'ambiente giallorosso. Contro l'Inter, si è però di nuovo palesata la mancanza di un riferimento credibile, in mezzo. Inoltre, il solo Totti, abbassandosi, ha trovato l'uomo nello spazio in verticale. Borini e Osvaldo non hanno concluso tanto, anzi. Il pressing ultra offensivo voluto da Luis Enrique ha messo più volte in difficoltà l'Inter: manca ancora però un'adeguata seconda fase: dopo il superamento della prima linea, l'Inter ha avuto diverse situazioni di transizione quasi in parità numerica; c'è da lavorare, ma la linea è tracciata. I due terzini adattati, Perrotta e Taddei, oltre che in appoggio al possesso, sono serviti anche per accorciare sulle fasce: opzione interessante, anche se poi, nel finale di partita la Roma ha sofferto moltissimo a sinistra, con Zarate che ha più volte saltato Taddei nell'uno contro uno (dando origine, anche, all'azione più pericolosa della gara, con Sneijder che ha colpito a botta sicura da posizione favorevole all'interno dell'area di rigore).
Il cambio Forlan-Muntari ha acceso le critiche di stampa e tifosi. Tuttavia, l'ingresso del ghanese ha ridato equilibrio all'Inter (spostamento di Sneijder a seconda punta, con Zarate però comunque largo). Tutto ciò ha dimostrato, al di là di mille congetture, che il tecnico pensa (eventaualmente sbaglia) solo con la propria testa, senza obbedire a diktat dall'alto, come conferma pure la scelta di Alvarez spedito in tribuna. I giocatori appaiono col tecnico, disponibili ad assecondare una nuova via, necessaria per rilanciare la squadra dopo i successi degli anni passati.
I due tecnici hanno le idee chiare sul progetto da costruire, sono ancora all'altezza delle fondamenta e reclamano tempo e pazienza.
INTER-ROMA 0-0
INTER (3-5-2): Julio Cesar; Lucio, Samuel, Ranocchia; Nagatomo, Zanetti, Cambiasso, Sneijder, Obi (dal 17’ s.t. Jonathan); Milito (dal 13’ s.t. Zarate), Forlan (dal 34’ s.t. Muntari). (Castellazzi, Bianchetti, Castaignos, Pazzini). All. Gasperini.
ROMA (4-3-3): Stekelenburg (dal 17’ p.t. Lobont); Perrotta, Burdisso, Kjaer, Taddei; De Rossi, Pizarro (dal 13’ s.t Gago), Pjanic; Osvaldo, Totti, Borini (dal 33’ s.t. Borriello). (Cassetti, Rosi, Heinze, Bojan). All. Luis Enrique.
Con la Roma, il processo (dopo un mercato lunghissimo e sempre col sottofondo di polemiche molto spesso pretestuose) è cominciato dalle fondamenta. Dopo i buchi in zona centrale nella partita contro il Palermo, contro la Roma la difesa schierata con tre difensori puri (Lucio-Samuel-Ranocchia)ha rischiato solo in rare occasioni. Interssante la marcatura quasi a uomo nella zona di Ranocchia e Lucio, e in generale la presa di consegna di un uomo nella fase difensiva anche dai centrocampisti, un po' alla maniera di van Gaal. Il giro palla dei giallorossi è stato lasciato sbollire lontano dalla zona pericolosa: la palla non è mai stata cacciata alta,ma si è preferito la copertura e il raddoppio. L'obiettivo era non retrocedere troppo con i tre dietro, non appiattirsi: salvo alcune situazioni, tra primo e secondo tempo (dove Gasp ha sofferto di più il possesso romanista), la squadra è rimasta concentrata e attenta. Non prendere gol rimaneva un dogma, a questo è stato anche sacrificato un certo tipo di accompagnamento nella ripartenza: con Gasperini si dovrà studiare meglio la fase di rimorchio dei centrocampisti.
352 spurio, quasi un 3142 con Cambiasso sempre davanti alla difesa, a cercare di infastidire Totti, che partiva dal ruolo di centravanti ma si abbassava tantissimo, favorendo il possesso ma alcune volte anche a scapito della pericolosità nei 16 metri. Sneijder in una posizione ibrida tra il centrocampista e il rifinitore, Forlan praticamente da seconda punta e Milito riferimento offensivo. La squadra è rimasta spesso compatta, le rare volte, specie nel primo tempo, in cui è uscita a blizzare con un pressing alto (Zanetti, Nagatomo) è scivolata bene all'indietro: si tuazione che dovrà essere ripetuta con maggiore frequenza e consapevolezza nelle proprie capacità. Difficoltà a costruire da dietro, specialmente nel secondo tempo. Nella prima frazione, nonostante il pressing alto della Roma, l'opzione Sneijder era sempre disponibile (anzi: più volte l'olandese si è lamentato della mancata ricezione) e i difensori lo hanno trovato, dopo è diventato più difficile, il numero 10 si è abbassato meno, e i difensori sono andati più volte in affanno, sparacchiando palle lunghe.
Il possesso palla della Roma è stato molto lodato da critica e tifosi. In generale c'è molto entusiasmo rispetto a questo modalità, non solo all'interno dell'ambiente giallorosso. Contro l'Inter, si è però di nuovo palesata la mancanza di un riferimento credibile, in mezzo. Inoltre, il solo Totti, abbassandosi, ha trovato l'uomo nello spazio in verticale. Borini e Osvaldo non hanno concluso tanto, anzi. Il pressing ultra offensivo voluto da Luis Enrique ha messo più volte in difficoltà l'Inter: manca ancora però un'adeguata seconda fase: dopo il superamento della prima linea, l'Inter ha avuto diverse situazioni di transizione quasi in parità numerica; c'è da lavorare, ma la linea è tracciata. I due terzini adattati, Perrotta e Taddei, oltre che in appoggio al possesso, sono serviti anche per accorciare sulle fasce: opzione interessante, anche se poi, nel finale di partita la Roma ha sofferto moltissimo a sinistra, con Zarate che ha più volte saltato Taddei nell'uno contro uno (dando origine, anche, all'azione più pericolosa della gara, con Sneijder che ha colpito a botta sicura da posizione favorevole all'interno dell'area di rigore).
Il cambio Forlan-Muntari ha acceso le critiche di stampa e tifosi. Tuttavia, l'ingresso del ghanese ha ridato equilibrio all'Inter (spostamento di Sneijder a seconda punta, con Zarate però comunque largo). Tutto ciò ha dimostrato, al di là di mille congetture, che il tecnico pensa (eventaualmente sbaglia) solo con la propria testa, senza obbedire a diktat dall'alto, come conferma pure la scelta di Alvarez spedito in tribuna. I giocatori appaiono col tecnico, disponibili ad assecondare una nuova via, necessaria per rilanciare la squadra dopo i successi degli anni passati.
I due tecnici hanno le idee chiare sul progetto da costruire, sono ancora all'altezza delle fondamenta e reclamano tempo e pazienza.
INTER-ROMA 0-0
INTER (3-5-2): Julio Cesar; Lucio, Samuel, Ranocchia; Nagatomo, Zanetti, Cambiasso, Sneijder, Obi (dal 17’ s.t. Jonathan); Milito (dal 13’ s.t. Zarate), Forlan (dal 34’ s.t. Muntari). (Castellazzi, Bianchetti, Castaignos, Pazzini). All. Gasperini.
ROMA (4-3-3): Stekelenburg (dal 17’ p.t. Lobont); Perrotta, Burdisso, Kjaer, Taddei; De Rossi, Pizarro (dal 13’ s.t Gago), Pjanic; Osvaldo, Totti, Borini (dal 33’ s.t. Borriello). (Cassetti, Rosi, Heinze, Bojan). All. Luis Enrique.
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