10 aprile 2007

[preview] Allsvenskan 2007

Dopo il colpo grosso messo a segno la scorsa stagione dall’Elfsborg, tornato sul trono di Svezia dopo 45 anni di digiuno, l’Allasvenskan riparte all’insegna della massima incertezza, con almeno cinque potenziali candidate per il titolo, nessuna delle quali però, tanto per confermare quanto detto poco sopra, ha vinto nella prima giornata, disputata a cavallo della Pasqua. I campioni in carica dell’Elfsborg, reduci da un’onesta Royal League e da un precampionato tutto sommato soddisfacente, si sono rinforzati con l’acquisto dell’attaccante inglese James Keene, messosi in evidenza a suon di reti (10) lo scorso anno con la maglia del GAIS. La grinta di capitan Anders Svensson e l’estro dell’ex meteora genoana Stefan Ishizaki costituiranno nuovamente i punti di forza del club di Borås, che dovrà difendere il titolo dagli assalti di Helsingborg, Malmö e dai due club di Stoccolma, Djurgården e AIK. Vediamoli brevemente: lo scorso anno l’Helsingborg aveva inanellato, nel girone di andata, una serie di risultati negativi che lo avevano portato a un passo dalla zona retrocessione, poi il cambio di allenatore (lo scozzese Stuart Baxter sostituì Peter Swärdh, licenziato dopo l’ennesimo capitombolo nel derby col Malmö) e l’arrivo di Henrik Larsson a supportare la coppia giamaicano-ruandese Shelton-Kerekezi, avevano rivitalizzato l’ambiente portando la squadra fino al quarto posto finale. Oggi il nuovo Helsingborg ha perso Shelton, finito allo Sheffield United, e il difensore Andreas Granqvist, in prestito al Wigan, sostituendoli con Razak Omotoyossi, 21enne punta del Benin, e Samir Beloufa, stagionato algerino svincolatosi dai belgi del Westerlo e visto anche in Italia tra le fila di Milan e Monza; a prima vista nel cambio ci hanno perso, ma il ritorno di un’icona quale Henke “God” Larsson può ancora fare la differenza. Il Malmö è reduce da due stagioni poco brillanti, ma sulla carta resta una delle squadre dal potenziale più elevato: ai gol ci pensano il brasiliano Junior e il finlandese Jonathan Johansson, agli assist le vecchie volpi Jari Litmanen e Yksel Osmanovski, l’arrivo del liberiano Jimmy Dixon dovrebbe garantire maggiora sicurezza al reparto arretrato, mentre occhi puntati sul neoacquisto (arriva dal retrocesso Örgryte) Ola Toivonen, centrocampista offensivo classe ’86 che ha da poco esordito con la nazionale maggiore svedese. Come i rivali del Malmö, anche il Djurgården, il club di Allsvenskan più titolato nel nuovo millennio (tre campionati e tre Coppe di Svezia vinti dal 2000 a oggi), proviene da un campionato molto deludente, in cui si è vista una squadra sfilacciata e in grossa difficoltà nel trovare la via del gol. Per ritornare ai vertici la dirigenza ha rinnovato completamente lo staff tecnico, guidato ora dall’islandese Siggi Jónsson, che ha giubilato il modulo a tre punte sostituendolo con il 4-1-3-2. In casa Djurgården le speranze sono due: che si risvegli il coloured Jones Kusi-Asare, brillante nel 2005, spento l’annata successiva, e che il brasiliano Quirinho dimostri di valere almeno in parte la sostanziosa cifra sborsata dal club di Stoccolma all’Atletico Mineiro un anno or sono. Da tempo inoltre ci si aspetta qualcosa di più dal trequartista Daniel Sjölund, ex West Ham e Liverpool; gli anni sono ormai ventiquattro, sarebbe anche ora di darsi una mossa. Rimanendo a Stoccolma, l’AIK ha superato bene lo shock della retrocessione del 2004 ritornando immediatamente nella massima divisione e rischiando di vincere l’Allsvenskan da neopromossa; difficile riesca a ripetersi, perché l’effetto sorpresa è oramai svanito e la concorrenza quest’anno appare più agguerrita, ma gli uomini di mister Rikard Norling, l’artefice della rinascita del club, potranno contare su un pubblico caldo e partecipe come non mai. La scorsa stagione infatti per vedere l’AIK contendere il titolo all’Elfsborg si registrò un afflusso di oltre 21400 persone, il più alto numero di spettatori in un match di Allsvenskan dal 1977.

Possibili sorprese possono arrivare dal Kalmar e dal suo Ari da Silva Ferreira, nazionale under-23 brasiliano nonché capocannoniere dell’ultima Allsvenskan, e dall’Halmstad, vice-campione nel 2004, che in tempi recenti ha sofferto terribilmente la partenza per Hannover del bomber islandese Thorvaldsson. Oggi il vuoto sembra poter essere colmato dal talento del baby Emra Tahirovic, già definito da qualche addetto ai lavori “il nuovo Ibrahimovic”, mentre importante è stata la conferma del centrocampista Dusan Djuric, altro prospetto interessante nonché punto fermo della squadra assieme al centrale lituano Tomas Zvirgzdauskas. Difficile si ripeta invece l’Hammarby, terzo l’anno scorso, che ha cambiato parecchio (tredici acquisti e dieci cessioni tra cui quella, importante, del difensore tedesco Max von Schlebrügge, finito all’Anderlecht) riuscendo comunque a trattenere l’attaccante brasiliano Paulinho Guarà, mentre punta decisamente sui giovani l’IFK Göteborg, e non potrebbe fare altrimenti viste le precarie condizioni economiche; un quarto posto in funzione Royal League sarebbe già un bel risultato. In coda da segnalare invece l’esordio assoluto in Allsvenskan del Brommapojkarna, ennesimo club di Stoccolma (proviene da Bromma, quartiere occidentale della capitale) che la scorsa annata ha sorpreso tutti guadagnandosi la promozione dopo aver superato l’Häcken nei play-off salvezza/promozione. Candidato numero uno alla retrocessione quindi (altri indiziati sono una delle squadre yo-yo per eccellenza, il GAIS di Göteborg, e il Trelleborg, quest’ultimo campione del Superettan 2006 con sole 13 reti subite in 30 partite, ma adesso la difesa blindata potrebbe non bastare…), ma anche pronto a vendere cara la pelle, visto che all’esordio ha battuto 1-0 il Djurgården grazie a una rete-lampo di Joakin Runnemo, che ha impiegato solamente 76 secondi per entrare nella storia del club. In più quest’anno a favore del Brommapojkarna giocherà anche la diminuzione delle retrocessioni (sarà solo una) in seconda divisione decisa dalla Federcalcio svedese, per un’Allsvenskan che dal 2008 passerà da 14 a 16 squadre.

ALEC CORDOLCINI

[figura] Pepe





Da Maceió al tetto del mondo. No, no, non è la storia di Mario Zagallo, che dalla capitale dello stato dell’Alagoas, Nordest del Brasile, è diventato un grande del calcio mondiale ed è ancora adesso un maestro venerato. Questa è una storia che riguarda l’oggi, una versione riveduta e corretta del mito di Zagallo, anche se mantiene come luogo di gestazione Maceió e un destino che molti pronosticano roseo. Képler Laveran Lima Ferreira è il nuovo protagonista, il mondo lo sta imparando a conoscere come Pepe. Un giornale spagnolo, uno inglese e uno italiano, a rotazione, stanno, ormai da mesi, ipotizzando scenari per pronosticare quella che appare una certa dipartita del difensore centrale brasiliano da Porto, squadra dove quest’anno Pepe ha trovato la definitiva affermazione continentale, sfiorando, con gli azul e branco, di estromettere il Chelsea dalla Champions’. Ma questo è il finale del racconto, quello che ci narra di un difensore sicuro, forte di testa, alto ma molto agile, più coordinato e pulito negli interventi della maggior parte dei big mondiali del ruolo. Se torniamo indietro lo rivediamo giovanissimo a tirare calci a un pallone nel Corinthians Alagoas (che ovviamente non c’entra nulla con il Corinthians di San Paolo, la squadra più amata, dopo il Flamengo, di tutto il Brasile, presidente Lula in testa). Ora, se da questo stato uscì un campione come Zagallo, chissà quanti altri buoni giocatori può mettere in mostra. Bene, nell’ultimo campionato brasiliano, i calciatori di serie A provenienti da questo micro stato vicino Bahia erano zero (sic). “Promettente quel lungagnone, lo portiamo a casa noi”: a 18 anni si accorgono di lui solo dall’altra parte dell’Oceano, e non è proprio un top team. Col volo Varig atterriamo a Funchal nell’arcipelago di Madeira, al club del Marítimo. Nel primo anno ci scaldiamo con la squadra giovanile, ma a più di un tecnico viene un sussulto: “è pronto”. Nella stagione d’esordio gioca quattro partite, l’anno dopo è titolare ben 29 volte, mette due gol (altra specialità della casa) ed è schierato quasi sempre da difensore ma anche da centrocampista e, addirittura, una volta pure al centro dell’attacco. Il Porto gioca come spesso gli capita d’anticipo e nel 2004 lo porta in continente per due milioni di euro. Co Adriaanse è il tecnico della svolta: l’olandese lo riconosce come centrale del futuro ma anche del presente e, a testimonianza di ciò, una leggenda dello spogliatoio biancoblù, Jorge Costa, viene gentilmente invitato a svernare da un’altra parte. L’indicazione di Adriaanse è chiara: Pepe è un difensore moderno che assomma anche la caratteristica di essere un buon lettore di situazioni, caratteristica fondamentale per giocare la difesa a tre, a sistema puro, cioè senza esterni che continuano ad abbassarsi sull’ultima linea. Il resto è cronaca, con il presidente Pinto da Costa che ad ogni richiesta proveniente dall’Europa più nobile fa montare il prezzo del cartellino del giocatore: oggi non bastano nemmeno venti milioni di euro.
Pepe sarebbe brasiliano, sarebbe un centrale difensivo: perché non veste l’amarelinha? La gloriosa casacca verde oro l’ha sfiorata solo una volta quando Ricardo Gomes lo voleva nell’under 23 che doveva vincere le Olimpiadi e che invece nemmeno si qualificò per Atene. Poi, interruzioni delle trasmissioni per Pepe, e ancora adesso, si rivoltano le squadre più impensate per trovare un centrale difensivo decente mentre se ne avrebbe uno pronto per l’uso immediato. “Beh, allora basta, voglio giocare per il Portogallo!” ha precisato Pepe, che ha la cittadinanza lusitana, e per rincarare la dose contro Dunga, prima dello scontro tra le due nazionali ha chiamato i giornalisti per far sapere al mondo che lui avrebbe tifato per gli europei. Il Ct Scolari rimane in ascolto, certo che Ricardo Carvalho e Jorge Andrade, gli attuali titolari, sono una garanzia. Si vedrà.
Una bella storia, quindi, dopo Zagallo un altro maceioense che sfonda per davvero. Bella storia, ma non proprio limpida. Dal Corinthians di Alagoas è passato anche Deco, prima di venire in Europa, all’Alverca: è passato solamente, non ha mai giocato. Altri giocatori di discreto livello hanno fatto la stessa strada, Serginho Baiano, ad esempio, ora al Nacional, sempre nell’arcipelago colonizzato dai portoghesi. Quantomeno strano. La chiave di volta di tutti questi misteri risponde al nome di Antonio Araújo. Araújo è un brasiliano attualmente sotto l’occhio del ciclone in Portogallo per lo scandalo legato alla corruzione arbitrale, il cosiddetto caso “Apito dourado” (fischio d’oro, letteralmente). Un caso ancora non chiuso, pieno di polemiche, smentite e contro smentite. Sembra che tra le altre cose Araújo organizzasse a Madeira un bel dopo cena per gli arbitri, che si intrattenevano con giovani ragazze molto disponibili: nelle intercettazioni le chiama “frutas”, il nobiluomo. Le conversazioni coinvolgono in qualche modo anche Pinto da Costa. Lo stesso presidente del Porto che ha sganciato i due milioni per Pepe. Due milioni che però non sembrano essere andati tutti nelle casse del Maritimo. La metà della cifra qualcuno sostiene essere stata ceduta ad Araújo, “rappresentante” del Corinthians di Alagoas nelle trattative e, secondo più fonti, all’epoca ancora proprietario del 50 per cento del cartellino. “Tutte balle” sostiene Carlos Pereira, presidente dei rosso verdi dell’isola, “quei due milioni sono finiti solo a noi.” Il fisco portoghese vuole vederci più chiaro e sta ancora indagando. Tutta l’Europa che si occupa d’altro ha già visto: Pepe è davvero bravo.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

08 aprile 2007

[reading] Dietrich Bonhoeffer

Oggi è Pasqua. Domani, 9 Aprile, ricorre il triste anniversario della morte del teologo, attuata nel campo di Flossenbuerg, per mano dei nazisti e per volere diretto di Adolf Hitler. Bonhoeffer, resistente in prima persona all'inferno di quel tempo, scrive alcune poesie dal carcere di Tegel dove è rinchiuso per aver attivamente partecipato al putsch del 20 luglio che prevedeva l'assassinio del Fuhrer.
Il componimento "Passato", poeticamente il più riuscito, è diretto alla fidanzata Maria, ma evidentemente delle letture possono e devono essere sovrapposte. Eccone un breve estratto illuminante, e a mio parere bellissimo.


Passato

...Vorrei respirare il profumo del tuo essere,

vorrei assorbirlo, restare in esso,

come in un caldo giorno d'estate i fiori carichi invitano le api

e le inebriano;

come i nottambuli di ligustri s'ubriacano;

ma un brusco colpo di vento distrugge profumo e fiori.

E io sto come un folle

Davanti a ciò che è svanito, che è passato...


Da: D. Bonhoeffer "Resistenza e Resa. Lettere e altri scritti dal carcere" Queriniana, 2002

03 aprile 2007

[analisi] Eredivisie 06/07 - volata finale

Pronostici di fine stagione

Difficile ipotizzare se nel mondo calcistico esista un luogo più comune di quello che vede il campionato olandese quale regno del tutto già scritto con mesi di anticipo, anche se nelle ultime stagioni, dati alla mano, il tasso di incertezza che ha accompagnato la Eredivisie non è sembrato poi di gran lunga inferiore rispetto a quello di una Ligue 1, di una Premier League o di una Serie A. Questione di disponibilità economiche; tanto per capirci, la differenza di budget che quindici anni fa separava Ajax e Psv Eindhoven da Willem II o Utrecht, e che polarizzava così marcatamente i rapporti di forza in campionato, può essere raddoppiata, al massimo triplicata, mentre quella tra Inter e Ascoli o tra Manchester United e Watford è quantomeno decuplicata, con tutto ciò che consegue sul piano della competitività interna dei tornei. Nel medio periodo il luogo comune citato poco sopra è pertanto destinato a perdere di significato, vuoi anche grazie all’ingresso nel mondo del calcio olandese di nuovi e facoltosi imprenditori (vedi Dick Scheringa dell’Az) non penalizzati da una modalità di spartizione della torta (comunque misera, 37 milioni di euro di diritti televisivi per 18 squadre) eccessivamente squilibrata nei confronti delle big. La Eredivisie in corso è un buon esempio del mutamento di certi valori; quattro squadre teoricamente ancora in lotta per il titolo a quattro giornate dalla fine. Roba da leccarsi i baffi per chi da anni è stato abituato a lunghi monologhi piuttosto che a esibizioni corali. Analizziamo in breve condizioni e chance di vittoria delle quattro protagoniste.

Psv Eindhoven (68 punti). In crisi nera, ma anche penalizzati da una sfortuna non indifferente, gli uomini di Koeman stanno pagando a caro le prezzo le fatiche (e le imprese) di Champions con la perdita di alcuni pezzi fondamentali nello scacchiere della squadra, ovvero Alex e Arouna Koné. Grave l’assenza del primo, tamponata parzialmente dalle buone prestazioni del messicano Salcido e dalle parate del sempre più bravo Gomes (provo a spararla, ma nell’attuale top five mondiale dei portieri il brasiliano ci sta eccome…), gravissima quella dell’ivoriano, visto che il contemporaneo infortunio di Tardelli e le sempre precarie condizioni di Kluivert costringono Farfàn a sobbarcarsi il peso dell’intero attacco. Il centrocampo a cinque funziona quando devi contenere l’Arsenal, non quando devi aggredire il Nac Breda. Adesso ci sono Nec Nijmegen e Twente in casa, Utrecht e Vitesse, per un calendario non privo di insidie. Tutto dipende però dal doppio scontro di Champions con il Liverpool; i Reds potrebbero prosciugare le ultime energie rimaste a Mendez, Cocu e compagni. [Percentuale di vittoria: 45%]

Ajax (65 punti) Un mese e mezzo fa appariva spacciato, e già si imbastivano processi; del resto, i punti di svantaggio dal Psv erano una decina, in casa si pareggiava con l’Excelsior e si perdeva con l’Heerenveen, la squadra era la solita accolita di belli senz’anima. Poi il principale indiziato dell’insuccesso dei lancieri, Klaas-Jan Huntelaar, si è risvegliato di botto e a suon di doppiette e triplette ha riaperto scenari che nemmeno il tifoso più ottimista avrebbe potuto immaginare. L’araba fenice Huntelaar è stata seguita a ruota dai compagni, che hanno fatto a fette Psv Eindhoven (5-1) e Twente (4-1) a domicilio, e adesso che la vetta è a soli tre punti non possono far altro che crederci. Del resto le partite rimanenti sono roba da fregarsi le mani: Rkc Waalwijk e Willem II in trasferta, Nac Breda e Sparta Rotterdam in casa. Unica domanda: ma non potevano svegliarsi prima? [Percentuale di vittoria: 35%]

Az Alkmaar (63 punti). Per come giocano lo scudetto lo meriterebbero almeno da un paio di stagioni, ma siccome nel calcio bisogna mostrare anche un pizzico di cinismo e di pragmatismo, non puoi pensare di pareggiare in casa con il derelitto Ado Den Haag e in trasferta ad Almelo contro l’Heracles e pensare di farla franca. Perché l’unico limite degli uomini di Van Gaal è proprio questo: tengono duro e rendono al meglio quando la situazione appare compromessa (vedi in Uefa contro il Newcastle, dominatore in Inghilterra, annichilito al DSB Stadion), girano a vuoto quando la strada è diritta e senza intoppi. Adesso ci sono Nac Breda e Excelsior in trasferta, Vitesse e Heerenveen in casa; sulla carta dai dieci ai dodici punti, poi bisogna fare gli scongiuri perché Psv e Ajax si fermino quel tanto che basta, o che almeno qualche dio del calcio decida di fare un po’ di giustizia e regalare a una delle poche squadre che, sempre e comunque, scende in campo per giocare a Calcio (con la c maiuscola), almeno un trofeo da mettere in bacheca. Una Coppa Uefa magari, o anche una Coppa d’Olanda, dalle parti di Alkmaar ci si accontenta con poco. [Percentuale di vittoria: 15%]

Twente (61 punti). I Tukkers il loro scudetto lo hanno già vinto, combattendo un intero campionato ad armi pari con le big d’Olanda e arrivando in dirittura d’arrivo nemmeno troppo in debito d’ossigeno. Già, perché per N’Kufo, Bakircioglu (bravissimo, meriterebbe una chance in un campionato di primo livello, magari in una squadra pochi fronzoli-tanta sostanza come Lazio, Bolton o Stoccarda) e compagnia bella adesso ci saranno, salvo improvvisi e improbabili terremoti ai piani alti, i play-off Champions League, e con le carte giuste possono persino far saltare il banco, come quasi riuscì a fare il Groningen la scorsa stagione. Miracoli del calcio di provincia. [Percentuale di vittoria: 5%]

ALEC CORDOLCINI

26 marzo 2007

[recap] Colombia - Svizzera 3-1




Eravamo rimasti alla sconcertante galoppata di giovedì notte, al successo quindi sulla Giamaica. Coordinate di partenza del tutto differenti per la seconda amichevole della nazionale elvetica in terra statunitense. Non più una semplice partitella – ma perché poi non l'hanno giocata addirittura con le casacchine d’allenamento? – ma una vera e propria gara di preparazione. Un avversario vero, la Colombia. Un pubblico vero finalmente. Insomma, una cornice decisamente più motivante.
Sorprendente per contro l’undici iniziale scelto da Kuhn, con i soliti elementi fuori posizione (Cabanas e Inler su tutti) e con alcune scommesse davvero improbabili sotto il profilo tattico. Irripetibile la presenza contemporanea in campo di Cabanas, Yakin e Vonlanthen. Da questo trio, spesso sotto ritmo e con caratteristiche poco eterogenee, forse il selezionatore nazionale si aspettava maggiore circolazione di palla, contro una squadra che si credeva soprattutto tecnica. La Colombia comunque, come varie nazionali sudamericane, punta sì sulla tecnica ma anche sull’atletismo soprattutto dei suoi uomini di difesa: Cordoba ne è l’esempio lampante. Cabanas addirittura è stato schierato da vertice centrale basso del centrocampo, con Yakin davanti a lui e con Vonlanthen a fluttuare alle spalle di Frei. Contrastati e ben imbrigliati, i tre non sono mai riusciti a dettare i ritmi, a tenere in mano il pallino del gioco. Inler è un centrale: perché non provare lui “alla” Vogel?
Con tre uomini sprecati, più un quarto spinto a rimanere troppo largo contro le sue reali caratteristiche, allora anche per gli altri è stato difficile entrare in partita. La Colombia ha saputo approfittarne. Taglio dalla sinistra e palla a Perea, che comodamente ha potuto appoggiare in rete sfruttando l’uscita titubante (ma và?) di Zuberbühler. Il portiere dello Xamax, deludente persino nel campionato di serie B svizzero (!), ha dimostrato una volta ancora di non essere affidabile. E allora anche in questo caso il dilemma resta senza risposta: ma non sarebbe meglio, non avendo a disposizione fenomeni, puntare unicamente su un portiere e provare a dare a costui – secondo noi dovrebbe essere Benaglio – totale fiducia?
In tutti i casi poi la Svizzera è riuscita a pareggiare in modo rocambolesco. Assegnato un rigore alla selezione di Kuhn, della battuta si è incaricato Frei. In un primo tempo il neo-capitano si è visto parare il suo tiro, ma il guardalinee ha intravisto un’infrazione dei colombiani durante la battuta, e allora lo stesso Frei ha avuto una nuova possibilità di trovare il pareggio. E l’ha sfruttata calciando di prepotenza.
Nella ripresa, diversi i cambi, con Spycher, Streller e Lichtsteiner al posto di Inler, Vonlanthen e Behrami (prima Kuhn dice che lo vede a centrocampo e poi la partita dopo lo schiera terzino). Nulla è cambiato veramente però. Le immagini da “salvare”, in questo senso, riguardano la dilettantesca immobilità della difesa elvetica sul secondo e sul terzo gol della Colombia; reti subite a causa della leggerezza degli elementi del reparto difensivo, che proprio non può fare a meno di Müller. Leader più silenzioso di altri forse, ma anche esempio più limpido e positivo... di questi stessi altri.

Svizzera verso gli Europei: Zero risposte alle troppe domande

Perché? Innanzitutto perché porsi queste cinque domande basilari? Semplicissimo, perché i dubbi che sollevano le scelte di Köbi Kuhn e le prestazioni dei suoi giocatori sono molti, moltissimi. Perché siamo preoccupati di questa continua involuzione della squadra che più amiamo. Perché non riusciamo proprio a capire quale sia la reale collocazione di questa nazionale: grande come prima dei Mondiali – e in parte anche durante – o piccola come quella vista nelle recenti uscite? L’abbiamo sopravvalutata forse? Oppure la stiamo sottovalutando ora, amplificando oltre il degno alcuni suoi problemi?
Chi? I protagonisti sono più o meno sempre gli stessi. In questo campo c’è però da chiedersi se Kuhn abbia “azzeccato” ad accordare fiducia a taluni a discapito di tal altri. Da questa ridicola tournée, cominciata con il siluramento di Vogel, abbiamo potuto capire chi sono i veri insostituibili del CT zurighese. Pensiamo allora ai titolari di entrambe le gare: Frei, nuovo capitano, Magnin, nuovo vice-capitano, Senderos e Barnetta. Diverso il caso di Inler, comunque positivissimo. Quei quattro uomini sono davvero insostituibili, sì, ma secondo noi Müller lo è ancora di più, e lo dovrebbe essere anche Behrami, unico elemento attualmente capace di cambiare marcia. Eppure Kuhn preferisce affidarsi ad altri, i suoi leader li ha scelti per il rumore che fanno – e per l’eco che alcuni “giornaloni” regalano loro – e non certo per la ponderatezza o... la vera esemplarità.
Dove? Scontati gli interrogativi legati alla scelta della location di questa tournée. Miami! Ho un amico che è appena partito per Miami. Vi chiederete: e a noi cosa ce ne frega? Intendo dire che questo amico ci è andato a festeggiare lo spring break, la famosa festa americana di inizio primavera, non certo per giocare a calcio. Miami e il pallone: mai si erano incontrati prima, o quasi. E poi dalla Svizzera c’è un bel viaggione di mezzo, ci sono i fusi orari, e laggiù non riusciamo proprio a capire cosa si potesse trovare che in Europa non abbiamo. Assurdo. Nota al presidente della federazione Zloczower? Un altro 3 secco secco. Bocciato? Macché, è appena stato rieletto!
Come? Com’è possibile gestire in questo modo una nazionale? La confusione dei giocatori è la confusione di Kuhn, rivelatasi allarmante ieri sia nelle scelte di inizio gara che a partita in corso. Non ci sono idee chiare, servono dei correttivi, bisogna avere il coraggio di cambiare. Ma non soltanto abbandonando in malo modo Vogel, che ha pagato gli errori di altri, non soltanto i suoi.
Quando? Quando arriveranno segnali dall’alto? Quando si muoveranno i vertici federali? Quando ci faranno davvero sentire la loro influenza? Quando decideranno di aiutare, o meglio, di sostituire il confusissimo Kuhn? Gross e Hitzfeld aspettano. E noi, per altri motivi, con loro.



reti: 5’ Edixon Perea 0-1; 39’ Frei (rigore) 1-1; 57’ Viafara 1-2; 85’ Chitiva 1-3.

Svizzera: Zuberbühler; Behrami (46’ Lichtsteiner), Djourou, Senderos, Magnin (73’ Regazzoni); Barnetta, Cabanas, Yakin (79’ D. Degen), Inler (46’ Spycher); Frei (66’ Müller), Vonlanthen (46’ Streller).

Colombia: Calero; Cordoba, Amaranto Perea, Mosquera, Arizala; Dominguez (86’ Torres), Vargas (79’ Banguero), Viafara, Ferreira (71’ Castrillon); Edixon Perea (69’ Chitiva), Rey (54’ Rodallega).

Orange Bowl di Miami, 25 marzo 2007

PAOLO GALLI
Fonte: Il Giornale del Popolo, Lugano

25 marzo 2007

[recap] Cina - Australia 0-2

Molto curioso mi metto davanti al video per osservare l'evoluzione di questi due nuovi universi calcistici e mi accorgo che ci vogliono pochi minuti per notare la differenza di una squadra in passato allenata da Hiddink e una in passato allenata da Milutinovic. Scherzi a parte, (ma nemmeno tanto, quando una federazione mette sotto contratto un allenatore deve tenere conto anche di quello che lascerà al Paese), onore e merito a Graham Arnold, CT dei Socceroos: si nota che il tecnico australiano è un tipo che il calcio moderno lo conosce, lo studia, lo applica. Nell'Australia ci sono alcuni medio-buoni giocatori e il resto non sono certo fuoriclasse, ma la manovra la gestiscono davvero alla grande. C'è movimento cordinato, il pallone scorre fluido, ogni giocatore sa cosa fare, riconosce le situzioni, aiuta il compagno. Il livello tecnico non è eccelso ma quello tattico e strategico sì. In più, bell'esordio tra i Socceroos di Carl Valeri, ex primavera Inter, ora nel Grosseto vincente di Cuccureddu. Deve sostituire Grella davanti alla difesa a 3 e lo fa con misura e personalità. Sostanzialmente, gli australiani giocano un 3331, con la creazione continua sul campo di visibili rombi che si allungano o si appiattiscono secondo le necessità del momento, adeguandosi alla palla e agli avversari. Il controllo del gioco rimane degli oceanici, specie nella prima parte del match dove anche Viduka, unica punta, con Bresciano a sinistra, Sterjovski a destra e Holman dietro, ha vita facile in mezzo ai centrali cinesi. Manca forse un po' di profondità nel gioco, e il grande volume di gioco spesso non si concretizzaa nel tabellino più importante, però è chiara la scelta di controllare la partita in questo modo: dato il livello medio, con altre formazioni andrebbero decisamente sotto.
La Cina è oltre il vergognoso. Una squadra senza capo né coda. Non si capisce cosa vogliano fare, hanno una paura clamorosa del pressing organizzato dagli australiani, tanto che ciclicamente scagliano il pallone in avanti senza pensarci troppo. Tatticamente ancora alle aste, non ci mettono nemmeno quel quid di cattiveria: non esiste che Viduka non venga mai anticipato. Il pubblico, si gioca a Guangzhou, segue con calore e partecipazione la squadra, non smette di incitarla e si esalta nell'ultima frazione della partita quando l'Australia molla un po' la partita e i cinesi attaccano a testa bassa. Con il potenziale umano a disposizione credo che i cinesi debbano pretendere dai propri dirigenti e tecnici qualcosa, anzi molto di più di questi spettacoli.

China 0
Australia 2 (Brett Holman 8’, Marco Bresciano 28’)

AUSTRALIA Mark Schwarzer, Patrick Kisnorbo, Lucas Neill, Shane Steffanuto (Jade North 66’), Luke Wilkshire, Carl Valeri (Jacob Burns 90’), Michael Beauchamp, Mile Sterjovski (Simon Colosimo 85’),Brett Holman (Archie Thompson 69’, )Marco Bresciano (Nick Carle 80’), Mark Viduka (Scott McDonald 76’)

24 marzo 2007

[libertadores] turno 20 -21-22 marzo




Gruppo 5
Flamengo - Parana 1-0 Favoloso match tra le due squadre brasiliane, squadre che vogliono ancora giocare a calcio veramente. Ney Franco, coach del Mengo, sempre più sorprendente: ancora una volta due punte, due meias, ottimi esterni che accompagnano sempre con qualità (Juan a sinistra e Leonardo Moura, autore del cross decisivo per il gol di Souza), Paulinho in mezo al campo che si aggiunge ai centrali difensivi per ricomporre l'equilibrio in campo. Bene anche il Parana di Zetti, continue, ostinare ed ordinate ripartenze: aggiungere la classe di Dinelson. Decide Souza, che poteva chiuderla anche prima. video

Real Potosì - Maracaibo 2-2 I boliviani si fanno fermare in casa dal Maracaibo e comprmettono il loro cammino in coppa. Il tecnico Félix Berdeja si assume la responsabilità del disastro e fa le valigie.

Gruppo 1
Banfield -America 2-1
Incredibile sconfitta dei messicani col Talandro, rivitalizzato da "Vitamina" Sánchez, il nuovo tecnico che esordiva proprio in questo match. Errori poco perdonabili hanno concesso le segnature a Lujambio (doppietta) e a Cvitanich, che si fa tutto il campo per sigillare la partita nel secondo tempo. L'America giungeva dalla vittoria nel clasico con las Chivas, è l'atteggiamento sbagliato dei messicani ad avere condizionato la partita.

Libertad - El Nacional 1-0 Salutano già la Libertadores gli ecuadoriani. I "militari", che pure in campionato non stanno brillando, non impensieriscono mai i paraguagi del Libertad che con questa vittoria consolidano la prima piazza nel girone.

Gruppo 2
Necaxa - San Paolo 1-2
Bella vittoria per questa squadra messicana di cui si parla sempre troppo poco: condividono solo con il Santos la marcia perfetta nella competizione: tutte vittorie.

Gruppo 3
Cerro Porteno - Cucuta 2-1
Rinasce il Cerro, che vince in rimonta e scavalca i colombiani in classifica. Bene Ramirez e Eder Godoy

Gruppo 4
Emelec - Nacional 1-0
Avevano un solo risultato gli ecuadoriani per continuare a sperare: l'hanno colto nei sudatissimi ultimi minuti della gara(Quiñónez in gol), su cui però ha pesato qualche errore di troppo della terna arbitrale (specie l'espulsione di Diego Jaume del Nacional). Uruguagi troppo frenati, volevano un punto e non hanno portato a casa nulla anche se probabilmente hanno avuto più occasioni, specie una con "Malaka" Martinez. Bene Cardaccio in mezzo al campo, sempre meglio il ragazzo.

Gruppo 6
FC Caracas - Colo Colo 0-4
Passeggiata del Colo Colo in Venezuela: favoloso Alexis Sanchez. il Nino Maravilla, già prenotato dall'Udinese per due milioni di dollari, autore di una tripletta. Per il Caracas, che aveva sbancato il Monumental di Buenos Aires, è tempo di risveglio, ma sono ancora in testa a un girone equilibratissimo.

Gruppo 7
Boca Juniors - Toluca 3-1
Boca in scioltezza. Si riprende i punti persi in Messico. Riquelme a pennellare ma ottima gestione in mezzo al campo per Ledesma e Banega. La scelta del giovane Mondaini dall'inizio accanto a Palermo ha ricevuto le critiche di Maradona. Bel gol nel finale di Boselli, subentrato.

Gruppo 8
GELP - Santos 1-2
Non male la prova degli uomini di Troglio ma il Santos di Vanderlei è uno schiacciasassi. Ripresa la partita nel finale gli argentini l'hanno ripersa al 90' per il gol di Zé Roberto, come rendimento ancora oggi miglior giocatore brasiliano no contest. Luxemburgo sceglie il 352, piuttosto propositivo e soprattutto equilibrato. Il gol di Marcos Aurelio a inizio match facilita la gestione della partita, anche se in mezzo al campo manca Maldonado e Cleber Santana non gioca la sua miglior partita.

19 marzo 2007

[figura] Ricardo Quaresma





Ha spezzato e poi deluso talmente tanti cuori che oggi sembra quasi impossibile sostenere che sì, finalmente, Ricardo Quaresma, esterno del Porto e della nazionale lusitana, ha messo la testa a posto, che ci si può fidare di lui. Gli innamoramenti e i messaggi teneri - dall’Italia hanno provveduto a inviare missive Inter, Juve e Fiorentina - arrivano in riva all’Oceano Atlantico con una frequenza che non lascia sospetti: Quaresma è pronto a fare la differenza per davvero, e stavolta nessuna ricaduta.

Le uscite con il nuovo Porto di Jesualdo Ferreira hanno levato parecchi dubbi su un giocatore che dal punto di vista tecnico e fisico illumina l’élite mondiale. L’ultimo salto di qualità, quello mentale, quello decisivo, l’ha ottenuto quest’anno.

Questa storia del carattere difficile Quaresma se l’è sempre portata dietro. Laszlo Boloni che lo lanciò in prima squadra allo Sporting lo soprannominava “Mustang”, come quei cavalli purosangue impossibili da irreggimentare.

Lisbona, Campo de Ourique, vicino Casal Ventoso. Cresce qui il giovane Ricardo Andrade Quaresma Bernardo. Mamma Fernanda e papà Antonio si lasciano presto e Ricardo da giovanissimo va matto per l’hockey a rotelle, ma la sua prima figura di riferimento, il fratello maggiore Alfonso, è pazzo di calcio e nel quartiere è già una star del piccolo “Desportivo Domingos Sávio”. L’ammirazione di Ricardo per Alfredo rimane ancora oggi sconfinata: “vieni con me che ti faccio giocare!” L’invito del fratello è un ordine nel cuore di Quaresma, così il Domingos Sávio aggiunge un nuovo attaccante e i pattini e il karate, altra passione del giovane, perdono un praticante che, dato il fisico, poteva venire fuori buono. Due volate nei campi polverosi e subito lo Sporting Lisbona, la squadra del più celebre vivaio portoghese, lo porta a casa, Quaresma ha otto anni. Tutto bene, no? Neanche per sogno. La figura paterna che non può essere presente pesa profondamente sull’infanzia di Ricardo: i celeberrimi tram della capitale portoghese accolgono le sue lacrime: “tutti i genitori venivano a prendere i propri figli, gli chiedevano com’era stato l’allenamento, cosa avevano fatto, salivano sulla macchina e se ne andavano. Per me non veniva nessuno, mia madre doveva lavorare continuamente per mettere qualcosa in tavola. Io rimanevo lì, poi me ne andavo a casa coi mezzi, da solo, quando mio fratello era impegnato nelle categorie maggiori e non aveva i miei orari. Il groppo alla gola lo scioglievo solo quando se n’erano andati tutti. Lo trovavo profondamente ingiusto, mi chiudevo in me stesso ed ero arrabbiato col mondo.” Il papà di Quaresma è di origine zingara e Ricardo è sempre andato fiero di questa sua “diversità” culturale, sempre sottolineata come una sua ricchezza. “O cigano”, un altro dei suoi soprannomi, è fiero. Mai ammette o ammetterà qualche battutina pesante nei suoi confronti: l’orgoglio gli fa dire che il Portogallo andrebbe meglio se fosse governato da zigani. Adesso è pieno d’oro, ha una serie incredibile di tatuaggi, adotta look spregiudicati, ha raggiunto uno status che lo lascia indifferente alle paternali di cronisti e osservatori invidiosi del suo successo: “ Si vede che sei di origine zingara?” “Mamma è di origine angolana, anche gli africani amano l’oro, e poi a me piacciono tanto gli orologi.” Proprio un fratello di Donha Fernanda (è bianca) era una star dello Sporting Luanda, anche se il nomignolo, cioè il battesimo calcistico dei giocatori nati in paesi lusofoni, viene da un lontano parente già capitano e difensore centrale del Belenenses, la squadra più antica di Lisbona: si chiamava Quaresma, Ricardo ne perpetuerà il nome. Le lacrime sui tram non finiscono, la scuola non ingrana nemmeno un po’, ma sul rettangolo verde Mustang non fa prigionieri: il suo talento rapisce tutti i migliori tecnici, César Nascimento, Osvaldo Silva (“quello che mi aiutato di più, un maestro di calcio e di vita” dice oggi l’attaccante), Paulo Leitão e Zézinho. Nelle “escolinhas” del club biancoverde fa sfracelli. Da “infantis” gioca due stagioni, realizza 63 gol e si laurea campione nazionale nella stagione 1994/95. Altre due stagioni nella categoria “iniciado” e altri 38 gol. Nella categoria “juvenis” ottiene finalmente il suo primo stipendio, 10 mila escudos. La stagione 98/99 è piena di soddisfazioni: vince il campionato anche grazie alle sue 33 segnature. Il passaggio tra gli juniores viene considerato superfluo dai dirigenti del Leone. Quaresma è subito assegnato alla squadra B di Alvalade: è la stagione 2000/01 e Harry Potter, un altro dei suoi nick, esordisce contro l’Olhanense. Viene poi convocato per l’Europeo under 16 di quell’anno: grande torneo e finale con la Rep. Ceca. 14 maggio 2000, Ramat Gan, Israele: Quaresma decide il match con il golden gol e porta la Selecçao a rinverdire i fasti della “Geraçao de Ouro”, quella dei Rui Costa e dei Figo che ha dominato i tornei giovanili. La stagione 2001/02 è quella dell’aggregazione alla prima squadra, proprio con Laszlo Boloni, quello del “Mustang”, un altro sbalordito dal talento del diciassettenne che deve allenare. Il contratto che viene sottoposto al suo manager di allora José Veiga (oggi direttore generale del Benfica, come cambia il mondo) scade nel 2004 ma la società, dopo pochissimo tempo richiama in società il calciatore: sente puzza di grande promessa, il contratto si allunga di un anno e la clausola rescissoria viene fissata in sei milioni di euro: stiamo parlando ancora di un minorenne ma a Lisbona qualcuno ha sbagliato i conti. La trafila tra le giovanili dello Sporting ha dato i suoi frutti, grande tecnica di base e coordinazione ineccepibile; il resto ce lo mette il giocatore che ha una forza fisica, un’eleganza e un’inventiva fuori dal comune. Visto il Paese: un’apparizione. Più di un tifoso, più di un osservatore sentenziarono che era dai tempi di Figo e Futre che non usciva un talento del genere dalle porte dell’Alvalade. Anzi, qui il potenziale è pure maggiore. Sotto i cieli biancoverdi sta sbocciando anche il giovane Cristiano Ronaldo, acerbissimo (ha due anni meno di Quaresma), che Ferguson (per merito di Queiroz, il suo vice) ha già adocchiato. L’estate del 2003 sarà la data di addio alla capitale portoghese per entrambi, chi svolta ad ovest, chi a est: per il Mustang non domato ci sono le praterie catalane ma il fantino sbagliato, Frank Rijkaard. Sei milioni di euro più Rochemback vanno allo Sporting, non un affarone. Incomprensioni con l’olandese fanno pure credere che la cifra sia eccessiva. In blau-grana si rianima il ritornello nato nel secondo anno allo Sporting: bravo, ma non è continuo, gli manca la testa. Parte titolare solo dieci volte in stagione: l’ex centrocampista del Milan, inizialmente innamoratosi, come tutti, diventa perplesso. Non gli piacciono certe attitudini, lo qualifica come cambio e resta un giocatore di complemento, senza fiducia né opportunità importanti. L’infortunio al piede destro verso il finire della stagione, che lo toglie dal ballottaggio per l’Europeo da giocare in casa, è una mazzata tremenda. Intervistato durante quell’estate è categorico, “o se ne va Rijkaard o me ne vado io dal Barça.” Opzione B per il presidente Laporta che per arrivare a Deco sacrifica il talento portoghese. Ritorno in Portogallo, stavolta a Nord, per Quaresma. Partenza col botto e coppa Intercontinentale messa in tasca. Poi una serie di alti e bassi, nel Porto sconclusionato del post Mourinho e le solite accuse. Scolari ha già costruito la squadra per i mondiali, ma il Portogallo chiede la convocazione di Quaresma per Germania 2006 : il battage mediatico infastidisce il permaloso Felipao che lascia all’under 21 l’attaccante esterno (ruolo, inoltre, decisamente coperto nella Selecçao). Quest’anno, come detto, è però super Quaresma e le sterline di Abramovich stanno già tintinnando: fuori gli euro oppure il Bem-vindo di Mourinho è sicuro.

CARLO PIZZIGONI
Fonte: Guerin Sportivo

11 marzo 2007

[recap] Estudiantes - Boca Juniors 1-3


Il video del secondo gol del Boca, con l'assist di Riquelme

Il tabellino non è tutto . Vero, la "rivincita" della finale dell'ultimo torneo Apertura la porta a casa piuttosto nettamente il Boca, ma l'avverbio riferito va evidenziato solo per la seconda parte della gara. Il Pincha comincia bene e fino a cinque minuti dalla pausa è strategicamente ed esteticamente superiore ai bosteros. Gioca meglio dell'anno scorso, palla a terra, combinazioni a più uomini, José Sosa piuttosto ispirato prima del passo d'addio, Veron che sventaglia a cambiare gioco, partecipazione attiva degli attacanti alla fase di costruzione (qui Calderon rimane un professore per movimenti e appoggi). Il Boca procede a strappi, sente tremendamente l'assenza del movimento di Palacio davanti, con Russo che sceglie il centrocampo tecnicamente migliore con Neri Cardozo, Banega e Battaglia (che uscirà alla mezz'ora per infortunio: Ledesma per lui): dietro alle punte Palermo e Marioni, Riquelme. L'Estudiantes ha perso perso un po' di garra rispetto alla bava alla bocca della scorsa stagione e viene steso da un uno-due di Palermo a fine prima parte. Il secondo gol è una perla di Riquelme che fa fuori raddoppi in serie prima di porgere al Loco, che torna a essere una sentenza proprio contro il suo Pincha. Un Pincha che nel secondo tempo non reagisce mentalente, ovviamente Veron comincia a dar di matto, Riquelme a salire sempre di più in cattedra e la partita finisce anzitempo. Bene come al solito Morel, autore dell'assist del primo gol, e buone opposizioni anche di Caranta.

Estudiantes: Andújar; Angeleri, Alayes, S. Domínguez (Mosquera 5'), Casierra (Benitez 46'); Sosa, Braña, Verón, Piatti (Vazquez 64'); Pavone y Calderón. DT: Diego Simeone.

Boca: Caranta; Ibarra, Maidana, D. Díaz, Morel Rodríguez; Battaglia (Ledesma 33'), Banega (Orteman 81'), Cardozo; Riquelme; Marioni (Barros Schelotto 87') y Palermo. DT: Miguel Angel Russo.

Goles: 39'PT Martín Palermo (BOC) , 44'PT Martín Palermo (BOC) , 17'ST Martín Palermo (BOC) , 40'ST José Calderón (EST)

Estadio Ciudad de La Plata, 10 marzo 2007

10 marzo 2007

[figura] Fabrizio Miccoli


“Mi Mi Miccoli!” Non c’è nessun altro coro tra quelli preparati dai tifosi del Benfica che coinvolge più di questo. Si può vincere o perdere, ma il gusto per la giocata entusiasma sempre, fa bene al cuore e non lascia indifferente nessuno. Men che meno un pubblico che, anche se in un’altra era glaciale, dominava in Europa e nel Mondo e nel referto poteva fregiarsi del nome di Eusebio.

Fabrizio Miccoli è tornato in prima pagina. Schierato titolare, segna i due gol decisivi nella sfida col Nacional che tiene vive le speranze di titolo delle Aquile ed è di nuovo Miccoli –mania.

Arrivato lo scorso anno a Lisbona il “Romario del Salento” è diventato subito “o pequeno bombardeiro” per il pubblico del Da Luz, ultimamente abituato a prestipedatori di inferiore lignaggio, e l’amore è scoccato subito. La barriera della lingua, inizialmente ostica per chiunque (i portoghesi fanno fatica ad essere compresi anche dagli altri stati che parlano, o dovrebbero parlare, il loro stesso idioma), non ha infreddolito l’affetto degli “adeptos” che, anzi, si sono innamorati subito della mimica facciale del giocatore di Nardò. Sempre pronto a scherzare fuori dal campo, Fabrizio fa davvero fatica a farsi qualche nemico nella ventosa Lisbona e in quella metà (e forse più) di Paese che ama il biancorosso.

Primo anno di ambientamento con un tecnico di nome ma non di livello come Ronald Koeman e una squadra che andava a strappi: Miccoli ha fatto il suo. Il secondo anno in Portogallo, questo, dopo che in estate le casse deserte del club della capitale lusitana non hanno nemmeno scalfito la volontà dei dirigenti della Juventus, ancora proprietaria in toto del cartellino del giocatore, potrebbe finalmente farlo tornare a brillare come un tempo. Un tempo colorato d’azzurro.

Il Benfica ha finalmente un allenatore che sta cercando di costruire un progetto, Fernando Santos, reduce da una bella stagione in Grecia dove ha portato l’AEK Atene fino alla qualificazione in Champions’ , ma soprattutto protagonista in passato della costruzione di quel Porto che poi con Mourinho avrebbe vinto tutto in Europa. Ancora oggi, uno degli uomini chiave di quel successo, Deco, ora approdato a lidi ancora più prestigiosi (e portato in Europa proprio dal Benfica), non dimentica il lavoro di Fernando Santos e, anzi, non manca di ricordare quanto sia stato decisivo l’incontro con il tecnico lisboeta.

Infaticabile lavoratore sul campo, ottimo stratega, “o Engenheiro”, come viene chiamato, sa che proprio Miccoli può regalare alla squadra biancorossa il salto di qualità decisivo. La querelle sul peso ha in alcune occasioni suscitato perplessità all’interno della società e forse infastidito l’allenatore che però ha sempre tenuto a sottolineare il buon rapporto col giocatore salentino. Il problema sono sempre stati gli infortuni muscolari: l’impossibilità di allenarsi con continuità è l’effetto non già la causa, come sostenuto da alcuni osservatori, del problema del peso, che però il talento meridionale ha sempre sostenuto assestarsi su un paio di chili in più. Questo leit motiv degli infortuni in Casa Benfica è un discorso che coinvolge ciclicamente anche l’altro elemento tecnico della squadra, Rui Costa, figliol prodigo tornato finalmente a casa, ma continuamente colpito da malanni.

Eletto miglior giocatore della partita contro il Nacional, Miccoli, con un portoghese senza inciampi, in un’intervista concessa alla tivù, ha tenuto a ribadire che le cose vanno sempre meglio e che la condizione fisica è in continua crescita. Proprio adesso che cominciano i mesi della verità. Usciti inopinatamente dalla Champions’ League, in un girone alla portata dei benfiquistas, con l’inarrivabile Manchester United, ma anche con Celtic e Fc Copenaghen, l’Europa, anche se quella meno luccicante, rimane alla portata degli uomini di Fernando Santos, che non ha nascosto le proprie ambizioni in Coppa Uefa. E poi c’è il campionato ancora tutto da giocare con il distacco dalla capolista Porto decisamente rimediabile. C’è bisogno di Miccoli: staff tecnico e società lo riconoscono, il pubblico non vede l’ora di ripartire col ritornello. Una cosa, però: a Torino stanno cominciando ad affinare l’orecchio e se il volume diventa veramente alto, Miccoli potrebbe salutare il suo amato mare. Lo attende un costume bianco e nero.

CARLO PIZZIGONI

Fonte: Guerin Sportivo